Alimentazione e Sport

ZUCCA: “REGINA D’AUTUNNO”,  che cos’è, proprietà, benefici.

Hai mai sentito parlare della “regina d’autunno”? Se sii di sicuro si riferivano alla zucca, prezioso e benefico frutto del mese di novembre! Di seguito troverai i valori nutrizionali e i vantaggi di questa speciale bacca.

Che cos’è la zucca?

La pianta è un’erbacea rampicante, dal cui fusto si sviluppano i viticci di ancoraggio. Presenta foglie ruvide di considerevole grandezza. I frutti maturano generalmente dalla fine di agosto agli ultimi giorni di novembre.

Le zucche non sono autoctone. Scoperte grazie alla colonizzazione del Nuovo Mondo nel XVI secolo, sono state importate dal continente americano dapprima come flora ornamentale e qui, solo in un secondo momento, coltivate a scopo culinario. Tuttavia, grazie alle tante varietà coltivate e al perfezionamento delle tecniche e dei metodi di conservazione, la zucca è praticamente presente sul mercato tutto l’anno.

Le specie commestibili coltivate in Italia sono tre:

Valori nutrizionali

Le zucche hanno un basso apporto calorico in virtù della presenza nella polpa di un’alta concentrazione di acqua (circa 94%) e di una bassissima percentuale di zuccheri semplici. Con 18 kcal ogni 100 g, la zucca gialla e cruda contiene:

valori nutrizionali della zucca

Proprietà e benefici

Povera di calorie, ma naturalmente ricca di fibre, la zucca è un ortaggio dalle qualità antiossidanti. Simbolo della festa di Halloween, protagonista di mille ricette, dalle paste fresche ai risotti, dai contorni ai biscotti, tra ottobre e novembre la zucca colora di arancio vivace le vetrine dei negozi e anche le nostre tavole.

Ma la zucca non è solo protagonista di “dolcetti e scherzetti”: le proprietà del frutto per eccellenza della famiglia delle Cucurbitaceae sono davvero tante e, sebbene i benefici della zucca sulla colesterolemia non siano del tutto provati, il buon contenuto di antiossidanti ne fa un alleato indiscusso per il cuore.

Aiuta il sistema immunitario

La zucca contiene ben 599 mg di vitamina A e 9 mg di vitamina C. La prima potenzia le difese dell’organismo, aiuta a combattere le infezioni e sostiene la salute della vista, contrastando l’invecchiamento. La seconda, invece, favorisce la produzione di globuli bianchi, aiuta la funzionalità delle cellule immunitarie e svolge un’azione efficace nella guarigione delle ferite. Oltre a queste due vitamine, la zucca è anche una buona fonte di ferro e acido folico, protagonisti indiscussi nel rafforzamento del sistema immunitario.

Protegge la vista

Secondo alcuni studi, si è visto che le persone che assumevano più beta-carotene (una sostanza che l’organismo è in grado di trasformare in vitamina A) mostravano un rischio significativamente inferiore di cataratta. Inoltre, è anche una delle migliori fonti di luteina e zeaxantina, due sostanze associate a un minor rischio di degenerazione maculare senile. Infine, la presenza delle vitamine C ed E, che funzionano come antiossidanti, può impedire ai radicali liberi di danneggiare le cellule degli occhi.

benedici della zucca

Preserva la salute del cuore e delle ossa

La presenza di nutrienti come potassio, vitamina C e fibre è, secondo gli studi, collegata alla salute del cuore. Ad esempio, alcune ricerche hanno dimostrato che le persone che assumevano con la dieta più potassio, avevano una pressione sanguigna più bassa e un ridotto rischio di ictus, diabete e malattie cardiache.

La zucca poi è anche ricca di antiossidanti, come abbiamo visto, che possono proteggere l’organismo anche dal colesterolo LDL (quello “cattivo”). Infatti, quando le molecole del colesterolo LDL si ossidano, possono accumularsi lungo le pareti dei vasi sanguigni: la conseguenza è il restringimento dei vasi e l’aumento del rischio di malattie cardiache. Il potassio, inoltre, aumenta la densità minerale delle ossa, contrastando il rischio di fratture e osteoporosi.

Sfera urologica

I semi di zucca tradizionalmente vengono utilizzati contro l’enuresi notturna dei bambini e contro la variegata sintomatologia a carico del sistema urologico che può accompagnare l’ipertrofia prostatica benigna, disturbo che comporta l’ingrossamento della ghiandola prostatica (come disturbi minzionali, minzione frequente e minzione frequente notturna, urgenza minzionale, minzione intermittente, ritenzione urinaria, mancato svuotamento della vescica).

Il merito sarebbe dei betasteroli, sostanze strutturalmente simili agli androgeni e agli estrogeni di cui i semi di zucca sono ricchi. Sempre per merito dei betasteroli i semi di zucca sarebbero inoltre in grado di ridurre i livelli di colesterolo nel sangue e di lenire la sintomatologia legata alla carenza estrogenica nella post-menopausa. 

Favorisce il sonno

I semi di zucca contengono un aminoacido speciale, il triptofano. È una sostanza implicata nella produzione di serotonina, chiamata anche “ormone della felicità”. È una molecola sintetizzata dalle cellule del sistema nervoso centrale e dell’apparato gastrointestinale. La sua funzione principale è quella di neurotrasmettitore, cioè regola la comunicazione tra i neuroni. È anche coinvolta nella regolazione del tono dell’umore e del ciclo sonno/veglia.

alleata per la pelle

Amica della pelle

La zucca è ricca di sostanze nutritive che sono ottime anche per la pelle. Sono molte le industrie cosmetiche che, utilizzano oli vergini dai semi della zucca, come texturizzante e stabilizzante nelle formulazioni cosmetiche. Grazie alle sue proprietà emollienti, lenitive, esfolianti, tonificanti, rigeneranti e antiossidanti la zucca è molto utilizzata nella skincare e nella haircare routine.

Per prima cosa, è una buona fonte di beta-carotene che agisce anche come protezione solare naturale, quindi aiuta a proteggere le cellule epiteliali dai danni dei raggi UV. La vitamina C, invece, favorisce la produzione di collagene, una proteina che mantiene la cute forte e sana.

L’olio di zucca, ad esempio, che si ricava dalla spremitura a freddo dei semi, decorticati e tostati, è ricco di acidi oleico e linoleico e di vitamina E. L’elevata presenza di antiossidanti costituisce una protezione efficace dai radicali liberi. È un olio, molto adoperato, che aiuta a nutrire, rigenerare, ringiovanire ed elasticizzare l’epidermide.

La polpa, è ricca di betacarotene, vitamina C, sali minerali tra cui: calcio, potassio, magnesio, sodio e zinco e diversi aminoacidi. Inoltre, stesso dalla polpa, è possibile ottenere notevoli quantità di pectina, un polisaccaride naturale. La polpa è anche ipocalorica, regolarizza l’intestino, drena e rigenera la pelle attraverso un’efficace azione antiage e di riequilibrio idrico a livello cellulare, che previene e attenua anche la formazione di cellulite. 

Tradizioni popolari

Rimedi popolari a base di semi di zucca vedono inoltre il loro consumo contro i vermi intestinali: le potenzialità terapeutiche dei semi di zucca in questo ambito sono legate in particolare alla presenza, al loro interno, della cucurbitina, un aminoacido che sembrerebbe avere potenzialità in grado di contrastare le infezioni da vermi parassiti. 

Dott.ssa Laura Marino   Farmacista

BIBLIOGRAFIA

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Alimentazione e Sport

Come conservare gli alimenti e come riporli in frigo?

Conservare correttamente significa cercare di mantenere il più a lungo possibile le caratteristiche organolettiche e sensoriali del prodotto, ma soprattutto poterlo consumare a distanza di tempo in sicurezza.

Una corretta conservazione serve a contenere il rischio biologico, ovvero l’ eventuale proliferazione di microrganismi negli alimenti che possono causare infezioni, intossicazioni e tossinfezioni. Lo sviluppo microbico è infatti favorito dalle condizioni di temperatura, umidità e tempo.

Il frigorifero e il congelatore servono proprio a frenare l’attività dei microrganismi o dei processi chimici degradanti e le modalità di conservazione variano in base alla tipologia di alimenti:

Innanzitutto è importante riporre la spesa e consumare gli alimenti secondo la regola FIFO (First In, First Out) “chi prima entra, prima esce”: gli alimenti acquistati per primi devono essere consumati per primi.

Bisogna evitare di consumare gli alimenti appena acquistati quando ce ne sono altri in frigo o nella dispensa da più tempo; in questo modo infatti si rischia di farli scadere.

Come conservare gli alimenti stabili?

Gli alimenti stabili si ripongono nelle dispense, che devono essere spazi freschi, asciutti, bui, lontani da fonti di calore.

Alcuni di questi prodotti, una volta aperta la confezione o avanzati dopo il pasto, vanno riposti in frigorifero. In questo caso bisogna leggere con attenzione le indicazioni riportate in etichetta e cercare di consumare il prodotto entro breve tempo.

Altri consigli pratici:

Come conservare gli alimenti deperibili? Ecco le 9 regole!

Come anticipato prima, gli alimenti deperibili sono quelli che devono essere riposti in frigorifero per la loro conservazione e consumati entro pochi giorni dall’acquisto.

Per la loro corretta conservazione e salubrità, però, è necessario seguire 9 piccole regole che vedremo di seguito passo passo!

1. Pulire regolarmente il frigorifero

Per una corretta conservazione è necessario che il frigorifero sia pulito. Infatti i batteri proliferano molto in fretta sulle superfici interne e i cibi possono venire a contatto con le pareti del frigorifero.

È quindi buona abitudine pulirlo periodicamente, utilizzando prodotti detergenti specifici, aceto, bicarbonato o semplicemente acqua. Il frigo va pulito almeno una volta al mese.

2. Verificare la temperatura all’interno del frigo

È importante collocare il frigorifero lontano da fonti di calore (come il forno o il calorifero), e accertarci che la temperatura interna si mantenga intorno ai 4-5 °C (sulla mensola centrale).

Per mantenere la temperatura costante, inoltre, la porta non va tenuta aperta troppo a lungo, né più frequentemente del necessario.

È importante non fare scorte troppo abbondanti, e posizionare ogni alimento al posto giusto, in base alle diverse temperature interne del frigo.

3. Non fare scorte troppo abbondanti

Evitare di sovraccaricare il frigorifero con troppi alimenti: l’aria fredda deve poter circolare liberamente intorno ai cibi. Se non c’è sufficiente spazio tra i prodotti, l’aria non riuscirà a circolare e la corretta distribuzione della temperatura verrà ostacolata.

4. Posizionare ogni alimento al posto giusto

Il frigorifero deve essere tenuto a una temperatura media di 4°C. Occorre però tener presente che la temperatura all’interno del frigorifero varia in base ai ripiani e alle zone: il punto più freddo è il ripiano più basso sopra al cassetto, quello più caldo lo sportello.

Bisogna quindi posizionare gli alimenti in base alle diverse temperature del frigo per conservare in maniera ottimale tutti i cibi. In particolare meglio usare:

5. Non conservare oltre la data di scadenza.

Per evitare di mangiare accidentalmente cibi dannosi è meglio non accumulare prodotti scaduti all’interno del frigo. Potremmo infatti dimenticarci di controllare l’etichetta quando andiamo a tirarli fuori dal frigo; oppure sbagliare a leggerla, confondendo la data di scadenza con il termine minimo di conservazione.

6. Selezionare gli alimenti da refrigerare

Alcuni alimenti non hanno bisogno di essere refrigerati, anzi, potrebbero esserne danneggiati. Ad esempio la frutta esotica e gli agrumi che il freddo può far diventare amari. Oppure la frutta e verdura che devono ancora maturare. Tutti questi alimenti devono essere conservate a temperatura ambiente.

7. Niente alimenti caldi

Bisogna lasciare raffreddare completamente le pietanze prima di riporle in frigorifero. In questo modo si evitano le condense e i bruschi innalzamenti termici che potrebbero danneggiare i cibi già presenti.

8. Separa gli alimenti

Bisogna separare gli alimenti crudi da quelli cotti o pronti per essere consumati (evitare di riporli anche sullo stesso piano frigo). In questo modo si evita che microrganismi eventualmente presenti in quelli crudi, vengano trasferiti ad alimenti cotti o pronti al consumo.

Si parla infatti di contaminazione crociata (o cross-contaminazione) quando c’è un passaggio diretto o indiretto di microrganismi patogeni da alimenti contaminati ad altri alimenti. La cross-contaminazione rappresenta una delle principali cause di intossicazione alimentare ed è spesso dovuta alla collocazione sbagliata degli alimenti all’interno del frigorifero di casa.

9. Utilizzare contenitori puliti e chiusi

Bisogna utilizzare contenitori puliti e con il coperchio per conservare avanzi o preparati in frigorifero, lasciandoli raffreddare prima di inserirli nell’elettrodomestico.

È sempre buona norma conservare gli alimenti nelle confezioni originali, perché queste riportano la scadenza e indicazioni utili per la conservazione.

I cibi preparati o avanzati vanno conservati in contenitori puliti con il coperchio, aspettando che si siano raffreddati prima di inserirli nel frigo. Bisogna inoltre tenerli staccati dalla parete di fondo del frigorifero, che è una zona umida dove si crea condensa.

In conclusione…

Meglio evitare di riporre gli alimenti semplicemente su di un piatto, perché gocce di liquido potrebbero cadere da un ripiano a quello sottostante.

È possibile usare la pellicola o l’alluminio. Nel caso della pellicola di plastica trasparente fare attenzione alle indicazioni riportate in etichetta, alcune potrebbero essere non adatte all’uso con alimenti ricchi di grassi poiché a rischio di migrazione sull’alimento degli ftalati, una classe di sostanze che viene addizionata al PVC delle pellicole per migliorarne flessibilità e modellabilità. Nel caso dell’alluminio invece meglio evitare il contatto con cibi troppo acidi o molto salati che farebbero rilasciare atomi di alluminio e alterare le proprietà nutrizionali.

Dott.ssa Caterina Fedele – Tecnologo alimentare

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Alimentazione e Sport

DCA: Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo – ARFID

Tra i disturbi del comportamento alimentare presenti nel DSM-V è citato anche il disturbo evitante/ restrittivo dell’assunzione di cibo. Solitamente insorge durante l’infanzia, ma può svilupparsi a qualsiasi età; infatti, diversi studi esprimono range di età variegati.

Viene inserito nel Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali solo nel 2013, sebbene fosse già una condizione riconosciuta e documentata come un comportamento neofobico verso il cibo e soprattutto verso i nuovi cibi.

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Come si fa a diagnosticare tale disturbo?

Secondo il DSM-V la diagnosi di ARFID si pone quando c’è un mancato raggiungimento delle proprie necessità nutrizionali e/o energetiche, tale da determinare una o più conseguenze:

  • Significativa perdita di peso o incapacità di raggiungere l’aumento di peso atteso (crescita ponderale normale dello sviluppo)
  • Carenza nutrizionale significativa
  • Dipendenza dall’alimentazione enterale o supplementi nutrizionali orali per mantenere il peso o lo stato nutrizionale
  • Marcata interferenza con il funzionamento psicosociale

I comportamenti restrittivi influenzano notevolmente la vita sociale dell’individuo, il suo stato d’animo, le sue condizioni mediche e fisiche ed è bene evidenziare come, alla base di tale restrizione e/o evitamento, non ci sia una volontà di perdita di peso o una insoddisfazione per le proprie forme corporee.

Nell’ARFID sono stati proposti tre sottotipi:

  • Apparente mancanza di interesse per il mangiare o per il cibo a causa di difficoltà emotive come preoccupazioni, ansia o tristezza.
  • Preoccupazione relativa alle conseguenze negative del mangiare dovuta alla paura di soffocare, vomitare o stare male.
  • Evitamento sensoriale del cibo, legato alle caratteristiche sensoriali del cibo come l’aspetto, la consistenza, l’odore, la temperatura, il colore Si evitano alcuni alimenti perché, in anticipo,si pensa di non tollerare certe caratteristiche.

In molti casi questa forma di alimentazione selettiva si risolve spontaneamente nell’adolescenza, quando la pressione dei pari si associa ad un allargamento della varietà dei cibi assunti.

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Terapia

Ad oggi diversi tipi di percorsi di cura per il trattamento dei molteplici profili di ARFID sono stati messi in atto ed altri sono ancora in fase di sperimentazione.

Sicuramente di fondamentale importanza è saper discriminare tra un comportamento alimentare selettivo definito “picky eating”, che tende a migliorare e risolversi con la crescita del bambino, da un vero e proprio disturbo di ARFID strutturato che persiste nel tempo e che compromette seriamente lo sviluppo fisico e cognitivo del bambino.

Come per tutti i DCA, anche per ARFID è necessario un approccio terapeutico multidisciplinare integrato affidato a diversi tipi di figure cliniche specializzate. Nei casi più gravi di malnutrizione è richiesta la nutrizione enterale o la supplementazione con ONS, sempre associati alla terapia cognitivo comportamentale, di cui è stata implementata una forma specifica per ARFID (CBT-AR).

Per i quadri clinici di avversione sensoriale è stato testato un programma terapeutico di integrazione sensoriale e di desensibilizzazione orale affidato a terapisti occupazionali, mentre i casi di comorbidità psichiatriche più o meno gravi o a condizioni organiche specifiche sono affidati a specialisti appositamente formati.

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In quest’ottica il ruolo del nutrizionista può essere fondamentale sia in caso di sospetto o conclamato disturbo alimentare, intervenendo ai primi segnali di disagio e rifiuto persistenti del bambino nei confronti del cibo con un appropriato intervento di riabilitazione nutrizionale, sia in fase di prevenzione attraverso un percorso di educazione alimentare e di sostegno alla famiglia.

Dott.ssa Martina Rella – Dietista

BIBLIOGRAFIA

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Alimentazione e Sport

Come combattere il caldo con l’alimentazione

La natura ci dà un aiuto regalandoci una varietà incredibile di alimenti gustosi e utili all’organismo: tanta frutta e tanta verdura di stagione possono diventare la base per spremute, frullati, alimenti acquosi di vario tipo, insalate, sorbetti, ghiaccioli, centrifugati e così via.

Occhio però al frigorifero: è importante rispettare la catena del freddo e le modalità di conservazione degli alimenti che, in questa stagione, non vanno tenuti troppi giorni in attesa di essere consumati perché rischiano il deterioramento e aumentano il rischio di causare intossicazioni alimentari.

frutta di stagione!

Decalogo anti-afa

  • Il primo precetto del decalogo anti-afa mette al primo posto l’acqua. Bere e bere tanto, evitando le bevande gasate, zuccherose e troppo fredde, è fondamentale. Generalmente si consiglia almeno un litro e mezzo di acqua minerale al giorno ma d’estate, si sa, si suda molto di più del resto dell’anno e dunque è meglio abbondare. 
  • Combattere la disidratazione anche con i succhi di frutta e verdura fresca, da consumare subito dopo la spremitura per evitare l’ossidazione di alcune vitamine.
  • Mangiare poco e spesso: sì agli spuntini, no ai pasti lunghi e abbondanti. Alle diverse portate è da preferire il piatto unico, composto magari da un secondo o un primo e una insalata.
  • Banditi gli alcolici: causano disidratazione, stimolano la sudorazione e limitano l’assorbimento delle vitamine che, in questa stagione, sono elementi preziosissimi per il nostro corpo.
  • Limitare anche il consumo di tè, caffè e cola: sono eccitanti e aumentano la vasocostrizione e la diuresi provocando la disidratazione.
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  • Sì alla verdura, tanta e meglio se cruda: è fresca e ricca di acqua, sazia senza appesantire, ed è un concentrato di vitamine, minerali e antiossidanti.
  • Via libera allora alla fantasia per creare insalate colorate con carote, pomodori, cetrioli, lattuga, ravanelli, peperoni, zucchine, radicchio, sedano, finocchi e fagiolini.
  • Ammessa tutta la frutta: preferibilmente lontano dai pasti principali e con un occhio di riguardo a quella più ricca di acqua come anguria, melone, agrumi (pompelmo rosa e limone). Bene anche le macedonie a base di pesche, albicocche e fragole, molto ricche di acqua, e le ciliegie.
  • Meglio il pesce della carne: più magro e digeribile, soprattutto se cucinato al forno o alla griglia. Il pesce azzurro, in particolare, contiene tanti omega 3. Se proprio non potete fare a meno della carne, preferite quella bianca di pollo o di tacchino, che è proteica ma più leggera della carne rossa.
  • Rinunciate ai salumi, troppo salati e calorici. Allo stesso modo, evitate i condimenti troppo ricchi di sale, i fritti e le salse elaborate, preferite l’olio d’oliva ai grassi animali.

Dott.ssa Saravo Aurora – Biologa Nutrizionista 

BIBLIOGRAFIA

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Medicina integrata e Fitoterapia

Le piante spontanee edibili: un tesoro a portata di mano

Passeggiando distrattamente o nella fretta di tutti i giorni non te ne accorgi e non ci fai caso…eppure sono li, si incontrano facilmente anche in città, tra le crepe dei muri, sui cigli delle strade, nelle aiuole e negli incolti: sono le piante alimurgiche, piante spontanee che possono essere mangiate.

Ovviamente l’ambiente urbano è il posto meno adatto per la raccolta e il consumo di queste piante. La città però può essere un laboratorio di osservazione, per imparare a riconoscerle e magari approfittare del fine settimana o di una gita fuori porta per dedicarsi alla raccolta.

Più semplice è per chi ha la fortuna di vivere in paese dove si trova la campagna sotto casa o comunque non troppo lontano. Comunque, anche la città più cementificata, non può non ospitarle.

Foto del dottor Giulio Francesco Valeriano: malva

Due piante molto comuni su tutto il territorio italiano e facilmente riconoscibili sono la Portulaca e la Cicoria, due piante molto diverse ma ambedue ottime in cucina e ricche di nutrienti.

Imparare a riconoscere le piante che abitano i nostri luoghi può essere divertente, saper dare un nome alle erbacce significa smettere di considerarle tali e imparare ad apprezzarne le proprietà nutrizionali e spesso medicinali.

Il succedaneo del caffè: la cicoria

La Cicoria, Cichorium intybus, è conosciuta da sempre per le sue proprietà digestiva e depurativa dell’organismo. Galeno la considerava “amica del fegato e non contraria allo stomaco”.

Foto del dottor Giulio Francesco Valeriano: cicoria

Il decotto delle radici, per uso interno, è impiegato come depurativo; l’infuso delle foglie è un blando lassativo e stimola le funzioni di fegato, intestino e reni con effetto depurativo. La polpa cotta avvolta in garze si usa per farne dei cataplasmi con funzione emolliente e lenitiva.

La cicoria è anche un ottimo alimento, consumata cruda in insalata, in modo da sfruttare l’apporto di vitamine e sali minerali o anche cotta.

Negli anni delle guerre mondiali, quando il caffè era costoso e di non facile reperibilità, le radici di cicoria venivano usate come suo succedaneo, oggi è tornata allo stesso scopo sugli scaffali di erboristerie e negozi di prodotti biologici, apprezzata da chi non gradisce le proprietà stimolanti del caffè.

Fonte preziosa di omega 3: la portulaca

La portulaca detta anche porcellana, è una pianta ad andamento strisciante, ottima da consumare cruda in insalata o cotta in frittate, le ricette cambiano da regione a regione, così come cambia anche il nome con cui la pianta è conosciuta.

Nell’antico Egitto era conosciuta come pianta medicinale. Questa umile pianta, in realtà, è una miniera di minerali, vitamine e oggi sappiamo anche un’ottima fonte di acidi grassi omega 3.

Questi acidi grassi polinsaturi aiutano a tenere sotto controllo i livelli di trigliceridi e colesterolo e di conseguenza migliorando la circolazione del sangue. Le foglie crude vengono utilizzate come impacco in caso di punture di insetti, acne ed eczema.

Foto del dottor Sciacca Carmelo: portulaca

Bene, c’è più di un motivo per tornare ad imparare nome, proprietà e usi delle piante che ci circondano; ricordiamo che la vita sulla Terra sarebbe impossibile senza le piante, per l’importante funzione che svolgono con la fotosintesi clorofilliana.

Torniamo ad occuparci di piante, impariamo a rispettarle e rispetteremo di più noi stessi, abbiamo solo da guadagnarci. Intanto prestiamo attenzione alle piante che incontriamo aspettando l’autobus, andando a lavoro, aspettando i figli all’uscita di scuola.

Dottor Giulio Francesco Valeriano farmacista e naturopata

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Medicina e salute

Tiroidite di Hashimoto: i probiotici sono un bene!

Quando si parla di tiroidite, ci si riferisce ad una infiammazione della tiroide, causata più comunemente da una infezione oppure una malattia autoimmune. La tiroidite più famosa è la “Tiroidite di Hashimoto”, causa più frequente di ipotiroidismo.

Succede che l’organismo sviluppa una reazione autoimmune per motivi non noti, e gli anticorpi attaccano la tiroide. Nella metà dei soggetti con questa patologia, la tiroide è ipoattiva inizialmente; nella restante parte dei soggetti invece, la tiroide funziona normalmente e poi diventa ipoattiva.

Possono sussistere anche altre patologie endocrine come l’artrite reumatoide, il lupus o il diabete, colpendo maggiormente le donne.

Quali sono i sintomi?

Nella maggior parte dei casi si manifesta l’ingrossamento della tiroide, con lo sviluppo del cosiddetto “gozzo” e, se la tiroide è ipoattiva, i soggetti avvertono intolleranza al freddo e stanchezza.

Coloro che presentano una condizione di ipertiroidismo, potrebbero sviluppare intolleranza al calore, palpitazioni e nervosismo.

Quali sono le cause?

Molteplici sono i fattori che possono influire sullo sviluppo di questa patologia, come per la maggior parte delle malattie.

In questo caso vi sono fattori genetici (geni di istocompatibilità come HLA I e II, geni immunoregolatori, geni specifici della tiroide e geni associati alla sintesi degli anticorpi della perossidasi tiroidea); fattori ambientali (assunzione di iodio, fumo, alcool, selenio, vitamina D, infezioni e terapie che modulano il sistema immunitario); fattori esistenziali (sesso femminile, età, gravidanza, Sindrome di Down).

L’alterazione del microbiota intestinale influisce sullo sviluppo della Tiroidite di Hashimoto?

Degli studi recenti hanno evidenziato una possibile relazione tra un’alterata composizione del microbiota intestinale nella patogenesi e nella progressione di malattie autoimmuni, come Hashimoto (HT).

Il nostro sistema immunitario innato e adattivo è regolato dal microbiota che permette lo sviluppo del GALT (tessuto linfatico associato all’intestino). Quest’ultimo controlla i recettori toll-like (TLR) nella mucosa intestinale sviluppando la tolleranza agli autoantigeni.

Quando si sviluppa una disbiosi (alterazione nella composizione batterica intestinale), si ha un aumento della condizione infiammatoria, con aumento della permeabilità e produzione di cellule pro-infiammatorie. Tutto questo ha un impatto sulla tiroide.

Lo studio condotto da Zhaoet al. e Ishaq et al. ha riscontrato in pazienti HT ipotiroidei una disbiosi e una crescita spropositata di batteri; Lauritano et al. ha notato che la crescita batterica in connessione con l’ipotiroidismo è sviluppata maggiormente nell’intestino tenue.

Perché c’è questa connessione?

Tutto questo può essere dovuto all’attività della deiodinasi (che converte la tiroxina nella sua forma attiva: triiodotironina) che è stata trovata anche nella parete intestinale, e che potrebbe contribuire ai livelli corporei di triiodotironina.

Altro fattore che potrebbe influenzare il microbiota è il suo effetto sull’attività della dopamina, che può inibire il TSH (ormone che stimola la tiroide).

Quali sono i micronutrienti coinvolti nella funzione tiroidea?

Iodio (substrato degli ormoni tiroidei), selenio, zinco e ferro svolgono un ruolo importante nella funzione tiroidea.

Il microbiota influenza l’assorbimento di questi minerali e, se si verifica una disbosi, come conseguenza si potrebbe avere un’alterazione di questi micronutrienti.

Di fatti, nella tiroidite di Hashimoto, i livelli di lactobacilli e bifidobatteri risultano essere inferiori rispetto alla media e questo è scientificamente provato che hanno una correlazione negativa con il ferro alimentare e una positiva con il selenio e lo zinco.

Quindi, la composizione intestinale e la regolazione dei minerali possono avere un impatto su Hashimoto.

Una carenza di iodio può sviluppare il gozzo, i noduli e anche il cancro, ma è anche vero che elevati livelli di questo micronutriente, somministrati come terapia medica, potrebbero alterare il microbiota e quindi permettere, allo stesso tempo, lo sviluppo di patologie tiroidee.  

Sarebbe necessaria la supplementazione di probiotici per ristabilire la flora batterica intestinale e avvantaggiare la funzione tiroidea, garantendo effetti benefici nelle malattie tiroidee.

Dott.ssa Valeria Santarcangelo – Biologa nutrizionista 

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Alimentazione e Sport

Estate: voglia di gelato!

Il gelato è una preparazione alimentare portata allo stato solido e pastoso mediante congelamento e contemporanea agitazione. Nell’antichità, probabilmente, si refrigeravano fruttalattemiele e altri alimenti per preservarli e in seguito popoli dediti all’allevamento hanno conosciuto il latte ghiacciato, disponibile nel periodo invernale.

Tracce di antenati del gelato, ottenuti con miscele di riso stracotto, latte e spezie che venivano solidificate tramite l’immersione nella neve risalgono in Cina al 2000 a.C.

Durante la dinastia Tang (618907) si ha notizia di prodotti caseari ghiacciati, fra cui una pietanza preparata con kumiss, latte riscaldato e fermentato, con aggiunta di farina e foglie di canforo e refrigerato prima di essere servito.

Una seconda testimonianza risale al poeta Yang Wanli (11271206) che lodò il latte congelato, servito in una forma croccante, che tuttavia si scioglieva al sole.

la storia del gelato

Nel mondo arabo si diffuse lo sherbet di origine persiana (dove veniva chiamato sharbat), un dessert ghiacciato a base di frutta, acqua, zucchero, spezie e latte o crema di latte.

La coltivazione della canna da zucchero viene importata in Sicilia dagli Arabi nel IX secolo. Lo zucchero è l’ingrediente principale per la preparazione del sorbetto: gli Arabi erano soliti preparare infusi a base di acqua, zucchero, erbe e spezie.

I sorbetti venivano raffreddati attraverso il processo endotermico provocato dall’aggiunta di sali nel ghiaccio: questo era il modo di congelare i sorbetti, ponendoli in recipienti circondati da ghiaccio e sale.

Questa tradizione fu importata anche in Sicilia dove alcuni ritrovamenti testimoniano l’esistenza di ghiacciaie sull’Appennino siciliano: fosse naturali o costruzioni dell’uomo servivano a conservare la neve durante il periodo invernale per poi essere venduta in blocchi durante le stagioni primaverile ed estiva.

Tecnologia di preparazione del Gelato: pastorizzazione, maturazione, mantecatura e rassodamento

Per garantire la riuscita del prodotto finale è necessario svolgere determinate procedura nella giusta sequenza e nei tempi prestabiliti. Vediamole insieme!

Pastorizzazione della miscela

Per “pastorizzazione” s’intende il trattamento termico a cui si sottopone la miscela per garantire la perfetta salubrità e conservabilità del prodotto finito (gelato, in questo caso). 

Il trattamento con il calore, infatti, riduce drasticamente la carica batterica nella miscela e ne permette la perfetta conservazione fino a 3 giorni (alla temperatura compresa tra i 2°C ed i 4°C). Da non dimenticare, inoltre, che il riscaldamento del composto, favorisce lo scioglimento e la perfetta solubilizzazione delle componenti solide presenti.

Durante il processo di pastorizzazione, la miscela viene sottoposta a temperature sì elevate, ma comunque inferiori rispetto a quella di ebollizione. A 100°C, infatti, i componenti della miscela rischierebbero di alterarsi e le qualità organolettiche del gelato potrebbero risentirne.

le fasi fondamentali della preparazione

La pastorizzazione può essere eseguita secondo tre modalità:

  • Elevazione della temperatura della miscela a 65°C e mantenimento per 30 minuti (pastorizzazione bassa)
  • Riscaldamento della miscela a 72°C per 15 minuti (pastorizzazione media)
  • Elevazione della temperatura a 85°C e mantenimento per 2-3 minuti (pastorizzazione alta)

Qualunque sia la metodica di pastorizzazione prescelta, è importante ridurre bruscamente la temperatura finale della miscela a 4-5°C. L’improvvisa riduzione della temperatura è importante per evitare che i batteri resistenti al calore possano riprendere la loro attività. 

Maturazione della miscela

È una tappa importantissima per la messa a punto del gelato. Dopo la pastorizzazione e l’omogeneizzazione, la miscela va lasciata riposare (o meglio “maturare”) per 6-12 ore a basse temperature (4-5°C).

La maturazione della miscela permette alle sostanze solide in essa contenute di idratarsi perfettamente ed agli stabilizzanti di completare la loro azione. Al termine delle 6-12 ore, la miscela avrà raggiunto un perfetto equilibrio e la massa apparirà più densa, cremosa ed omogenea.

Inoltre, la maturazione della miscela è importante per ridurre la formazione dei cristalli di ghiaccio nella successiva fase di congelamento della massa.

Mantecatura del gelato (gelatura o congelamento)

Durante la fase di mantecatura la miscela si trasforma in gelato ed ingloba aria: la massa, dunque, prende vita ed assume le sembianze di una crema densa, compatta e pastosa. Mantecazione, gelatura e congelamento sono tre termini che, in gelateria, sono utilizzati come sinonimi ed indicano appunto quel processo conduce alla formazione del gelato.

Il tempo di congelamento dipende dal tipo di mantecatore che si utilizza e dagli ingredienti della miscela. Chiaramente, più alta è la quantità di zuccheri e grassi nella miscela, più tempo impiegherà il mantecatore per rassodare la massa.

Rassodamento del gelato

A livello artigianale ed industriale, il rassodamento del gelato è una tappa importante che permette alla massa di compattarsi e indurirsi al punto giusto. All’uscita dal mantecatore, infatti, la temperatura del gelato oscilla tra i -5°C ed i -8°C.

i benefici del gelato

Il gelato fa bene? Le 5 proprietà

Anche il gelato, consumato nelle giuste quantità, ha proprietà benefiche, come:

  1. È fonte di vitamine A, B6, B12, C, D ed E
  2. È fonte di minerali, in particolare calcio e fosforo
  3. È fonte di energia: contiene carboidrati, grassi e proteine
  4. Stimola il la produzione di serotonina
  5. Riduce il rischio di cancro.

Sebbene ci sia un’infinità di gusti, aromi ed essenze utilizzate; gli ingredienti da annoverare sono sicuramente l’acqua componente più abbondante, il latte ingrediente fondamentale, zuccheri, grassi, aromi eventuali addensanti ed emulsionanti.

Incredibile a dirsi, ma anche l’aria è un’ingrediente, perché è cruciale per la resa della sofficità e rende il gelato non troppo freddo al palato.

Dott.ssa Caterina Fedele – Tecnologo alimentare

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Alimentazione e Sport

Il tofu: curiosità, valori nutrizionali e applicazioni culinarie

Il tofu è un alimento vegetale che vede le sue origini in Cina, dove già da tempo era un prodotto frequentemente presente in tavola.

I cinesi lo preparavano in modo molto simile alla preparazione casearia: veniva aggiunta al latte di soia una sostanza minerale a base di calcio che favoriva la coagulazione.

Successivamente il tofu approdò in Giappone e la sostanza usata come coagulante venne sostituita con il nigari, cioè cloruro di magnesio estratto dall’acqua di mare.

Entrambe queste opzioni permangono anche nel nostro contemporaneo e danno vita a due prodotti lievemente differenti:

  • Con il nigari si ottiene un tofu vellutato, ideale per le preparazioni cremose e con un sentore dolce;
  • Con il solfato di calcio si ottiene un prodotto più solido, ideale per la preparazione di secondi, come tocchetti di tofu croccante con delle verdure saltate in padella.

La preparazione del tofu oggi comincia dall’ottenimento del latte di soia: si sciacquano i fagioli di soia, si mettono in ammollo per dieci-dodici ore, ed una volta raddoppiato il loro volume, si macinano con dell’acqua sino all’ottenimento di una purea.

Si fa sobbollire il composto e lo si filtra per eliminare le fibre solide, eventuali residui dei baccelli e per assicurarne l’omogeneità.

Ottenuto il latte di soia, si aggiunge l’agente coagulante, prediligendo il cloruro di magnesio o il solfato di calcio, sulla base del prodotto finale che si vuole ottenere.

Avviene dunque la coagulazione del latte: la parte solida si raggruma e precipita, dividendosi dalla parte liquida. Successivamente questi grumi sono raccolti ed inseriti in forme, poi pressate, così da ottenere dei panetti compatti, che saranno poi raffreddati a bagnomaria.

Ecco che il tofu al naturale è pronto per essere confezionato e venduto. Alcuni panetti possono poi subire dei trattamenti aggiuntivi, al fine di esaltarne il sapore, grazie all’aggiunta di spezie o di erbe aromatiche, affumicatura o fermentazione.

quali sono i suoi benefici?

Valori nutrizionali

Il tofu è quindi un prodotto a base vegetale che potremmo introdurre nella nostra alimentazione grazie ai suoi ottimi valori nutrizionali.

Infatti, per 100gr di prodotto le energie fornite sono pari a 119 kcal, di cui il maggior apporto è a carico delle proteine: ben 13gr per 100gr.

Considerando che la qualità delle proteine dei legumi in generale, e quindi anche della soia, sia lievemente più bassa rispetto a quella dei prodotti animali, è bene associare al consumo di tale prodotto dei cereali, così da completare il profilo amminoacidico.

È inoltre privo di colesterolo, possiede molti flavonoidi ed è ricco di lecitina, un fosfolipide con azione anticolesterolo poiché agisce sui grassi presenti nel sangue, andando a prevenire i depositi di grasso nelle arterie e riducendo il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari. Sebbene non ci siano prove scientifiche sufficienti a supportare questa loro azione.

Comprende inoltre Sali minerali come potassio, ferro e fosforo e medie quantità di calcio.

come cucinarlo correttamente?

Ricette ed utilizzi

Molto utilizzato nella cucina vegetariana e vegana il tofu è un prodotto abbastanza versatile. Infatti, può essere utilizzato sia in preparazioni dolci che in quelle salate.

Può essere sbriciolato e mescolato con una purea di patate, pangrattato e piselli e lavorato fino ad ottenere dei burger vegetali; può essere tagliato a tocchetti e saltato in padella con delle verdure e della salsa di soia. Può essere utilizzato come crema per delle crostate vegane.

Con questo alimento è bene non togliere spazio alla nostra fantasia e cercare di introdurlo al meglio nella nostra cucina!

Dott.ssa Martina Rella – Dietista

BIBLIOGRAFIA

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Medicina integrata e Fitoterapia

Zenzero: il rizoma d’oro

Descrizione botanica

Zingiber officinalis Roscoe è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Zingiberaceae. Originaria dell’India e dei Paesi dell’Estremo Oriente, cresce anche in Messico, Antille e specialmente nella Giamaica. Si riproduce per mezzo di un aromatico rizoma. I fiori sono vistosi e ricordano quelli delle orchidee, raggruppati in dense spighe con fiori dal colore verde-giallo con labello porporino. Le foglie sono inguainate al fusto. Il rizoma della pianta si presenta ricoperto da una corteccia marrone chiara dalla tipica consistenza fibrosa e granulosa. All’interno la polpa del rizoma digitato appare dal colore giallo e dall’inconfondibile odore aromatico. La droga della specie officinale è rappresentata dal rizoma.

Storia e curiosità

Utilizzato da oltre 2000 anni fa per scopi medicinali, Zingiber officinale Roscoe rappresenta uno dei fondamenti della medicina Ayurvedica, Unani Tibb, Siddha e della Medicina Tradizionale Cinese. Lo zenzero è una pianta antica, conosciuta già dal XV secolo dai cinesi, che la usavano per aromatizzare le pietanze. In Europa, invece, si è diffuso a partire dal Medioevo come rimedio contro la peste. Oggi lo zenzero è usato sia in cucina che in erboristeria come pianta aromatica e dalle notevoli proprietà stimolanti, oltre che dall’industria per preparare liquori e altre bevande.

Principi attivi

L’efficacia terapeutica del rizoma della specie Zingiber officinale Roscoe è data dalla presenza nel profilo metabolico di molecole bioattive quali: olio essenziale (caratterizzato da: zingiberene, gingerolo, gingerone, geraniolo, linalolo, canfene, borneolo, cineolo, limonene, curcumene, bisabolene, β-sequifellandrene, α-farnesene, sesquisabinene) e olio resina.

Oli sesquiterpeni e monoterpeni la cui composizione varia a seconda del paese di origine e conferiscono il caratteristico aroma alla pianta. Questi composti conferiscono ai rizomi proprietà antinfiammatorie, antiossidante, analgesiche, antivirali, antibatteriche, antimicotiche, antitussive e antitumorali.

Gingerolo.

Proprietà terapeutiche

Gli estratti del rizoma di  sono efficaci antiemetici e antinausea, dall’azione carminativa, stimola l’appetito, attenua i disturbi digestivi ed è utile nel trattamento del mal d’auto e del mal di mare. Utile in caso di indigestione riesce ad assorbire e neutralizzare le tossine dello stomaco.

Tonico cardiaco, aiuta a prevenire varie malattie cardiache riducendo la coagulazione del sangue che può portare alla formazione di placche o trombosi, inoltre, regolarizza la pressione sanguigna diminuendo la resistenza vascolare periferica.

Epatoprotettore ad azione coleretica-colagoga, aiuta la digestione dei grassi e abbassa i livelli di colesterolo sanguigno.

Antipiretico naturale abbassa la febbre causata da batteri o virus, valido anche per il trattamento del raffreddore. L’azione antibatterica è specifica per i ceppi E. coli, Bacillus subtilis, Staphylococcus aureus, Pseudomonas aeruginosa and Proteus vulgaris.

I principali preparati erboristici derivati dalla specie Zingiber officinale Roscoe sono:

  • Decotto: (si utilizza il taglio tisana del rizoma);
  • Tintura madre (macerato idroalcolico del rizoma fresco);
  • Compresse (formulazioni erboristiche da estratto secco del rizoma);
  • Olio Essenziale (distillato del rizoma fresco).

Nota: L’olio essenziale di Zenzero è caustico e irritante per le membrane e le mucose, è estremamente importante diluire il contenuto prima della somministrazione sia interna che esterna.

Olio essenziale di zenzero.

Meccanismo d’azione

Stimola la secrezione salivare e gastrica, aumenta il tono della muscolatura intestinale ed attiva la peristalsi. L’azione del gingerolo è simile a quella della capsaicina del peperoncino e piperina del pepe nero: attiva i recettori delle spezie sulla lingua.

Il meccanismo d’azione dello zenzero non è del tutto conosciuto, studi scientifici indicano che esso possa agire come antagonista serotoninergico, come antagonista NK1, come antistaminico e con un effetto procinetico a livello gastrico.

L’azione afrodisiaca, riconosciuta e celebrata dagli arabi, è dovuta alla presenza di zenzeroli che aumentano la libido, potenziano l’erezione, aumentano il volume e la mobilità degli spermatozoi. Il rizoma contiene gingerolo (con azione simile alla capsaicina) che conferisce proprietà vaso-dilatatorie, in grado di favorire l’afflusso del sangue e di attivare la circolazione.

Avvertenze e controindicazioni

Durante la gravidanza, l’allattamento, in soggetti affetti da calcolosi renale, disfunzioni epatiche, gastrite, ulcera ed ernia iatale si consiglia l’uso di preparati a base di zenzero per brevi periodi e sotto stretto controllo medico. L’assunzione continuativa e a dosi eccessive può provocare gastriti e bruciore di stomaco.

Attenzione all’acquisto del rizoma di Zingiber officinale Roscoe, che deve mantenere certificazioni e tracciabilità di filiera, poiché per rendere invitante sul mercato il rizoma vecchio e marcio, molto spesso viene lavato con acido solforico che è estremamente pericoloso per il consumo.

Lo zenzero non deve essere associato a farmaci anticoagulanti o derivati dell’acido acetilsalicilico: prolunga il tempo di sanguinamento per inibizione della trombossano sintetasi.

Dott.ssa Giusy TrivignoTecnico Erborista
Scrivimi pure su: Instagram, Linkedin o all’email giusytrivigno98@libero.it

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

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Alimentazione e Sport

Alche che’??? Alchechengi.

Mai sentito parlare dell’Alchechengi? Si tratta di una pianta di origine orientale le cui bacche arancioni hanno una forma molto caratteristica, avvolte da un involucro particolare che le rende simili ad una piccola lanterna.

L’Alchechengi è il frutto della pianta Physalis alkekengi che appartiene alla famiglia delle Solanacee. Assomigliano un po’ a dei pomodorini in un involucro costituito da foglie molto sottili che gli danno il caratteristico aspetto di lanterne, vengono chiamate per questo “lanterne cinesi” e le piante si utilizzano anche per abbellire i giardini orientali.

La pianta dell’Alchechengi è originaria dell’Europa e dell’Asia. Il nome che gli è stato attribuito deriva dalla parola araba latinizzata “al-kakang” che vuole dire proprio lanterna cinese.

Alchechengi , frutto di Physalis alkekengi

Queste bacche sono particolarmente diffuse soprattutto in Oriente ed in America latina dove si consumano frequentemente in autunno e vengono apprezzate non solo per il gusto particolare ma anche per le loro proprietà nutrizionali ed effetti benefici sull’organismo.

Alchechengi, proprietà

L’Alchechengi è un frutto particolarmente apprezzato dalla Medicina Tradizionale Cinese che lo utilizza ad esempio come rimedio naturale depurativo utile a stimolare la diuresi e quindi perfetto nel trattamento di tutte quelle patologie del corpo in cui è presente ristagno di liquidi.

Molto utile anche per le problematiche legate all’eccesso di acido urico dato che le sostanze contenute in queste bacche ne favoriscono l’eliminazione attraverso l’urina. Si utilizza in questo caso non il frutto fresco ma un estratto a base dei suoi principi attivi, più concentrato.

Grazie alla presenza al suo interno di Vitamina C e altri principi attivi che favoriscono il benessere del sistema immunitario, questi frutti sono utili anche per tenere lontani i malanni di stagione oltre che altri tipi di infezioni come le cistiti.

Come sappiamo, inoltre, questa vitamina è in grado di aiutare il corpo in caso di raffreddore, influenza, ecc. favorendo una guarigione più rapida. È per questo che l’Alchechengi può essere considerato un po’ come un’aspirina naturale. Sono inoltre emollienti, leggermente lassativi e ricchi in antiossidanti.

Ricapitolando le proprietà dell’Alchechengi sono:

  • Diuretico
  • Depurativo
  • Favorisce l’eliminazione di acido urico
  • Aiuta il sistema immunitario
  • Aiuta la guarigione in caso di raffreddore, influenza, cistite
  • Emolliente
  • Leggermente lassativo
  • Antiossidante

Alchechengi, benefici

In base alle diverse proprietà di cui dispone, l’Alchechengi può essere un buon rimedio naturale in caso di ritenzione idrica ma può aiutare anche a tenere lontani problemi di calcoli, cistite, gotta e infezioni di tipo virale.

Nell’ambito di una dieta varia ed equilibrata si possono consumare Alchechengi per rafforzare il sistema immunitario e depurare il fegato. Ricapitolando i benefici dell’Alchechengi si evidenziano in caso di:

Alchechengi, valori nutrizionali e calorie

I valori nutrizionali dell’Alchechengi sono molto interessanti. Da notare soprattutto la presenza di vitamina C che risulta essere molto più alta di quella di tanti altri frutti (ad esempio del limone).

100 grammi di Alchechengi contengono:

  • Acqua 85,4 g
  • Carboidrati 14 g
  • Proteine 2,38 g
  • Grassi 0,97 g
  • Vitamina C 11 mg

100 grammi di Alchechengi apportano circa 53 kcal al nostro organismo.

alimento funzionale ricco di nutrienti!

Come si mangia l’Alchechengi?

L’Alchechengi si può mangiare così com’è, l’importante è togliere l’involucro in cui si trovano le bacche. Le foglie che lo rivestono, infatti, non sono commestibili visto che contengono alte dosi di solanina, sostanza tossica.

Le bacche sono gialle-arancioni, non contengono molto succo e hanno un sapore un po’ acidulo che ricorda un po’ quello del pomodoro e del lampone ma anche degli agrumi. Prima di consumarle si consiglia di lavarle molto bene in particolare nella parte in alto, quella che era attaccata alla pianta, dove si potrebbe essere raccolta una sostanza resinosa.

Bisogna assicurarsi che siano di un bel colore arancione e sodi. Non devono avere ammaccature o il calice essere avvizzito. Se ben maturo il frutto si può conservare in frigo per circa 2 giorni, l’alternativa è congelarlo eliminando prima i calici.

Se invece le bacche devono ancora arrivare a completa maturazione si possono lasciare a temperatura ambiente fino a quando non diventano di un bel colore arancione.

Alchechengi in cucina

Il modo più semplice di mangiare Alchechengi è consumare le sue bacche così come sono tagliate a pezzi e magari aggiunte ad una macedonia di frutta, o ricoperte di cioccolata.

Visto il suo sapore molto particolare, potrebbe non essere semplice utilizzare l’Alchechengi in cucina. È possibile utilizzare sia le bacche fresche che quelle secche o in polvere per realizzare infusi o aromatizzare dolci.

Si presta bene a realizzare una confettura che si può poi spalmare sul pane a colazione o merenda ma che si può anche utilizzare per farcire crostate e torte. Come abbiamo già detto gli Alchechengi si sposano molto bene con il cioccolato fondente. Ecco allora una ricetta per ricoprile e farle diventare uno gustoso snack.

Non solo ricette dolci! Con queste bacche si può realizzare senza molta fatica anche un originale e particolarissimo risotto. 

Controindicazioni

A meno che non si abbiano specifiche intolleranze o allergie alle solanacee, il consumo di alchechengi non presenta grosse controindicazioni. Se si assume a scopo curativo e non se ne fa un consumo alimentare saltuario è bene chiedere consiglio al medico se si fa contemporaneamente uso di farmaci (soprattutto diuretici). Ricordiamo che le foglie che circondano le bacche non vanno mai assunte in quanto tossiche possono provocare infatti nausea, vomito, diarrea, mal di testa e altri fastidiosi sintomi.

Dottoressa Caterina Fedele – Tecnologo alimentare

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