Psicologia del Benessere

La necessità di soddisfare i bisogni: approfondimenti

Cara lettrice, caro lettore, se ancora non avete letto il mio precedente articolo sullo Shopping Terapeutico, vi invito (tempo permettendo o quando potrete) ad andare sul sito Pharmaddicted.com, oppure sul mio profilo Instagram @iamfrancescoangotti e/o anche sul profilo Instagram @pharma_addicted, per leggere l’articolo: “SHOPPING TERAPEUTICO: IL BENESSERE CELATO DIETRO UN ACQUISTO così da poter capire, come sono giunto oggi, a quello che sto per dirvi. Inoltre, vi invito a seguire le pagine social suddette, per restare sempre aggiornato! GRAZIE!

Fonte immagine: paolapeschiulli.it

Nell’articolo precedente quindi, parlando di shopping, approfondendo poi e distinguendo la componente “terapeutica” da quella “compulsiva” del ricorrere al voler effettuare degli acquisti, ho precisato che in linea di massima è possibile affermare che, senza ombra di dubbio, attraverso lo shopping, realizziamo e soddisfiamo dei nostri bisogni, i quali sulla base della loro importanza nella nostra “classifica” di priorità, vengono soddisfatti quali prima e quali dopo.

Scopriamone di più: INSIEME!

Ma un bisogno, nel concreto, cos’è?

In termini tecnici, un bisogno consiste nella percezione in ognuno di noi di avere una necessità, una mancanza, nei confronti di qualcosa, che sia di grado totale o parziale, che risulta essere capace di apportarci un senso di benessere nel momento in cui la otterremo. In termini pratici, tutti abbiamo dei bisogni (o desideri), chi più e chi meno, chi ne ha di facilmente perseguibili e chi maggiormente dispendiosi.

Fonte immagine: sodinonsapere.com

I bisogni, quindi, poggiano su delle necessità, in cui ciascuno di noi, nell’arco del proprio percorso di vita e del contesto di riferimento, ha avuto una maggiore propensione verso un genere di attività oppure oggetti, differenti o analoghi rispetto ad altre persone: ma questo è il bello della diversità (che diversità in fondo non è), se contestualizzata nel ritrovarci tutti alla ricerca di qualcosa che, seppur differente, ci rende uguali in veste di ricercatori della felicità ad esempio!

Perciò con il bisogno, si fa riferimento a qualcosa, che ottenendola, ci arrecherebbe vantaggio, soddisfazione, piacere e tanto altro!

Le differenti tipologie di bisogni

L’assetto economico, per porre una risposta che sia esaustiva, ma allo stesso tempo capace di favorire una generalizzazione sulle tipologie di bisogni, ci viene incontro in maniera egregia.

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I bisogni perciò, possono essere suddivisi in base a 3 criteri generali: importanza; soggetti interessati; tempo.

  1. Importanza: primari e secondari;
  2. Soggetti interessati: singolo, collettività, pubblico;
  3. Tempo: presenti e futuri.

La Piramide dei Bisogni di Maslow

Abraham Maslow, è stato un noto psicologo americano, che nel 1954, ideò una famosa teoria indicante appunto la “piramide” dei bisogni, in merito allo sviluppo degli individui, la quale risulta essere ancora oggi molto più che attuale e condivisa.

Secondo Maslow, la soddisfazione dei bisogni per un individuo, progredendo dal basso verso l’alto della piramide, risultano essere utili e necessari per la realizzazione ed il compimento del soggetto stesso.

Fonte immagine: caricavincente.it

“Ma perché il concetto di piramide?” L’ideologia della piramide dei “bisogni” risulta essere molto utile per evidenziare il grado di importanza e quindi della relazione che vi è tra il bisogno in sé, nell’utilità e il grado di benessere, che ne deriverebbe dal suo ottenimento.

Essa si compone sostanzialmente di 5 parti, le quali occupano la piramide dalla base fino alla sommità. Procedendo dal basso verso l’alto, osserviamo:

  • Bisogni fisiologici: ad esempio, mangiare, bere e dormire;
  • Bisogni di sicurezza: prevalentemente la ricerca di protezione e contatto;
  • Bisogni di appartenenza: sentirsi inclusi e facenti parte di una collettività (la società);
  • Bisogni di stima: l’ottenimento di apprezzamenti nei nostri confronti da parte di altre persone;
  • Bisogni di autorealizzazione: sentirsi appagati ed ottenere conferme, ovvero l’affermazione del proprio sé come integrità fisica e psichica.

Cosa possiamo capire sul nostro “funzionamento” dalla Piramide dei Bisogni?

Fonte immagine: rinconpsicologia.com

La piramide dei bisogni di Maslow, così come la nostra esistenza stessa, ci fanno capire come, nonostante le diversità che esistano in termini di bisogni ed ambizioni da parte di ciascuno di noi, in realtà siamo tutti accomunati dalla sensazione di volerci sentire soddisfatti e realizzati, di voler dare un senso alla nostra vita.

Il senso della vita, però, risulta essere diverso per ciascuno, sulla base dei contesti sociali e culturali di riferimento, ma sono dettati anche dai contesti familiari, i quali in parte influenzano la nostra tendenza sul voler essere proiettati verso qualcosa piuttosto che un’altra.

La stessa tendenza che, con il trascorrere degli anni, e quindi con l’evoluzione della persona, che grazie anche alla sua formazione ed al suo orientamento culturale, ma anche di vita vissuta, viene delineata e modificata sulla base di quello che iniziamo  a ritenere di inestimabile volere, creando così, dentro ciascuno di noi, una nostra piramide dei bisogni.

La quale, in aggiunta a quanto precedentemente detto,deve comunque tenere conto della componente fisiologica, che non può essere estremamente modificata o posticipata, rendendo quindi le componenti non strettamente necessarie, distribuite, sulla base delle nostre esigenze!

Grazie per la Vostra attenzione ed a presto, con i prossimi articoli!

Dottor Francesco Angotti – Scrittore e professionista in ambito economico

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Psicologia del Benessere

Shopping terapeutico: il benessere che si cela dietro ad un acquisto

Quella voglia e quel desiderio improvviso di andare a fare shopping… quel senso di pace e soddisfazione dopo aver acquistato qualcosa, soprattutto se un indumento personale… quel senso di benessere che ci fa pensare e dire: “adesso sto proprio bene!”

In quest’articolo, vi parlerò dello Shopping Terapeutico e dei suoi benefici sulla nostra sfera emozionale.

A proposito! Se vuoi saperne di più sul “mio mondo” puoi trovarmi sui social network (Instagram) con il nome @iamfrancescoangotti. Passa a visitare il mio profilo e seguimi, sarò felice di ricambiare con piacere!

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Lo shopping: cos’è?

Lo shopping, ossia, il compiere degli acquisti, è una pratica ormai facente parte regolarmente e con altissima frequenza nella nostra quotidianità.

Le nostre abitudini, che siano poste attraverso il tempo dedicato al lavoro o al tempo dedicato allo svago, prevedono al loro interno, delle frazioni temporali dedicate agli acquisti, di qualcosa che vada a soddisfare le necessità personali di quel preciso istante nel quale ne sentiamo il bisogno: dal caffè, alla bevanda fresca, all’acquisto di un libro che ha suscitato la nostra attenzione, all’acquisto di un pacchetto vacanze per la propria settimana di ferie e così via.

Inconsapevolmente o forse non troppo, utilizziamo gli acquisti, come appiglio per soddisfare dei bisogni, che sulla base del grado di necessità vengono suddivisi su scala prioritaria in relazione al grado di soddisfacimento che ne consegue, proprio come suggerisce Maslow nella sua teoria gerarchica dei bisogni, sulla quale presto farò un articolo, perciò, ti invito nel voler continuare a seguirmi e seguire Pharmaddicted!

Ma perché può essere terapeutico lo shopping?

Purché non diventi compulsivo, vari studi e ricerche confermano che ricorrere allo shopping, sia un vero e proprio toccasana per il benessere psicofisico di un individuo. Inoltre, vi sono delle relazioni benefiche tra il miglioramento della propria autostima, l’abbassamento dei livelli di ansia con il ricorrere regolarmente e secondo necessità reali, all’effettuare delle compere, o perlomeno dedicare del tempo a badare alle proprie esigenze.

Un curioso studio, condotto dall’Università di Michigan, ha dimostrato come le persone che cedano alla tentazione di ricorrere a degli acquisti, rispetto ad altre che resistano allo stimolo suscitato ad esempio da qualche vetrina, siano più felici e meno stressate rispetto al secondo gruppo. Perciò, lo shopping ha benefici anche sul nostro umore, specialmente se vi si ricorre nelle cosiddette “giornate no”!

Perché è utile distinguerlo dallo shopping compulsivo

È risaputo che è sempre bene stare lontani dagli eccessi. Il giusto sta nel mezzo. Il beneficio terapeutico lo si ottiene quando, lo shopping, viene utilizzato come forma di svago ed attività con la quale si può staccare la spina dei pensieri, dalla quotidianità che a causa dei ritmi frenetici e ci espone frequentemente a fonti di stress. Ma allo stesso tempo, lo shopping non assume più le vesti di una ricorrenza terapeutica e benefica, nei casi in cui, ricorrere a degli acquisti diventa una necessità, un desiderio urgente ed irrefrenabile.

In merito a ciò esistono dei campanelli d’allarme, posti dal nostro organismo ma anche in termini di atteggiamenti, che se saputi cogliere, ci avvisano d’eventuali esagerazioni. Vediamo quali sono i più frequenti:

  • La sensazione che un nuovo acquisto sia fortemente necessario;
  • Provare invidia per oggetti appartenenti ad altre persone;
  • Pensare sempre allo shopping anche mentre si sta facendo altro;
  • Sforare continuamente il budget preventivamente posto.

Cosa dobbiamo imparare

Fonte immagine: wellwateredwomen.com

Impariamo a sensibilizzare la nostra attenzione, nel cercare di cogliere quali tipi di sensazioni e segnali giungano dal nostro interno. Cerchiamo di creare unione, tra quello che pensiamo di volere e quello che vogliamo. Ritroviamo l’equilibrio e cerchiamo di mantenerlo, facendo forza sulle relazioni ed il confronto, con le persone alle quali vogliamo bene e che ci vogliono bene. La retta via è sempre pronta ad accoglierci, sta a noi perseguirla, anche nel caso dello shopping!

A presto, con i prossimi articoli!

Dottor Francesco Angotti – Scrittore e professionista in ambito economico

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Psicologia del Benessere

Che cos’è l’Amore?

Perché l’amore è una caratteristica squisitamente umana? Perché ci innamoriamo di una persona e non di un’altra?

L’amore è prima di tutto la capacità di amare l’altro, diverso da noi in quanto altro da me.

In generale, non è possibile identificare l’amore con un’unica qualità emotiva, esiste infatti: l’amore per un figlio, l’amore per un amico, l’amore per una donna/uomo, l’amore verso Dio.


Ph Francesco Primerano ©

L’amore è incontrare l’altro e farsi incontrare in una dimensione di apertura reciproca; questo spesso diventa qualcosa di molto difficile e le relazioni d’amore sono a volte un terreno di lotta o, in alcuni momenti, un gioco tra due equilibristi: stare insieme è molto difficile e richiede anche molto coraggio.

L’Amore è sentire il proprio sentirsi attraverso e CON l’altro, avvertito come unico ed esclusivo; questa unicità di conseguenza si modella e si costruisce attraverso l’unicità della relazione stessa perché non c’è una relazione uguale all’altra (non viviamo mai due relazioni che sono uguali, anche se entrambe sono importanti e intense), e questa relazione è esclusiva proprio per i protagonisti della relazione stessa che sono, anche loro, insostituibili, come ognuno di noi.

Nell’Amore l’altro diventa il portatore di una realtà unica che io voglio conoscere e comprendere. L’esperire il Tu come persona, e non come oggetto o strumento da “usare”, il saper ascoltare e vedere il suo raccontarsi, implica da una parte l’interrogarsi sul mondo dell’altro, e dall’altra il riconoscimento e l’accettazione che l’altro è “altro da me”: l’altro infatti non è accessibile perché egli soltanto ha accesso alla sua esperienza, l’altro non è cambiabile né intercambiabile e soprattutto su di lui non posso esercitare nessun tipo di controllo o dominio.

L’amore chiede, inoltre, un altro aspetto che è fondamentale in tutte le relazioni importanti: la messa in discussione di noi stessi e di chi eravamo prima di incontrare l’altro. Ogni volta che incontro l’altro, l’altro si apre e ogni suo disvelarsi porta una nuova articolazione della mia interiorità, un nuovo racconto di me, che rinnova l’equilibrio raggiunto nella relazione e che continuamente mi mette in gioco nel processo di reciprocità a due.

Perché allora stare insieme è difficile e faticoso? Perché l’amore è avere il coraggio di cogliere e vedere la diversità dell’altro, perché in questa mia capacità di riconoscerla e preservarla io posso mettere in discussione il mio modo di vedere e interrogarmi poi sul perché l’altro guarda e sente in modo diverso da me. E tutto questo è per entrambi una possibilità di crescita personale.

Dott.ssa Aurora Sergi – Psicologa &Psicoterapeuta

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Psicologia del Benessere

4)Il gusto! tra“2 B”: benessere e business

Il Marketing Sensoriale, punta sempre alla conquista del cuore del consumatore finale. Vediamo in questo articolo, che ha come protagonista il senso del gusto, come questo processo avviene e dove agisce!

Cara lettrice, caro lettore, Ti ho riservato una piacevole curiosità, alla fine di questo articolo. Ma prima leggi con attenzione!

“Che sapore delizioso, desidero acquistarlo!”

Senza ombra di dubbio, l’aspetto legato al gusto, riguarda il settore del cibo. Sarà capitato a chiunque, di passeggiare in luoghi fieristici, o semplicemente di passare accanto a degli stand espositivi e notare delle monoporzioni dolci o salate, predisposte all’assaggio (degustazioni).

Bene! Bisogna sapere, che noi abbiamo delle sfumature sensoriali, totalmente istintive e non prontamente controllabili, sulle quali il marketing sensoriale, a seguito di studi, fa leva e perciò, sa dove colpire.

Il principio di fondo è: profumo percepito →  localizzazione →  assaggio →  acquisto!

L’ordine di esecuzione, nella maggior parte dei casi, è sempre il suddetto, salvo che il ciclo si interrompa anticipatamente, per una serie di cause, definite “variabili”, le quali si possono presentare, in uno degli step, precedenti alla fase dell’assaggio.

La fase determinante, quindi, è quella legata al momento dell’assaggio. Infatti, è altamente probabile, che se siamo giunti fino a questo punto, è perché non siamo lì per caso, ma siamo interessati!

Tante volte, per la grande maggioranza dei casi, l’abilità di chi vende, sta proprio nel “raccontare” il prodotto (storytelling), anche senza che vi sia la necessità di farlo assaggiare, conquistando il cliente, attraverso un viaggio alla scoperta del prodotto stesso, richiamando alla mente varie sensazioni positive, accompagnandole con il citare sapori forti e decisi, già noti al potenziale acquirente.

Il gusto nello specifico

Il gusto rappresenta uno dei cinque sensi, insieme alla vista, l’udito, l’olfatto ed il tatto. La sua principale funzione consiste nel farci distinguere, sulla base di ciò che mangiamo e beviamo, i cosiddetti “gusti primari”: amarezza, dolcezza, sapidità ed acidità.

Dal riconoscimento dei gusti primari, ad opera di recettori sensoriali posti sulla lingua, sul palato, nella faringe e laringe, chiamati: calici, bottoni e papille gustative, si originano sapori più complessi.

Lingua e gusto

Ovviamente, la lingua, è l’organo primario, preposto alla percezione dei sapori.

La sua superficie, è suddivisa naturalmente in apposite aree, contenenti gruppi di recettori sensoriali altamente specializzati, nella quale in ognuna di esse vengono riconosciuti i gusti primari sopra elencati.

Volendo entrare ancor più nello specifico, è possibile affermare che:

  • Il gruppo dei recettori preposti al riconoscimento di sapori dolci, è situato sulla punta della lingua;
  • Quelli utili a riconoscere i sapori amari, sono posti sulla parte posteriore, ossia quella davanti all’epiglottide;
  • I gruppi dedicati al riconoscimento dei sapori salati si trovano sui bordi della parte anteriore della lingua;
  • Quelli preposti al riconoscimento dei sapori acidi, si trovano sui bordi della parte posteriore.

Il gusto completa le percezioni sensoriali

Come ben sappiamo, il gusto è il senso principale in questo caso, ma anche l’olfatto partecipa alle percezioni sensoriali, infatti, durante il pasto, alcune particelle degli alimenti che mastichiamo, fuoriescono dalle narici, suscitando una stimolazione dei recettori olfattivi, i quali influiscono sulla percezione dei vari sapori. Allo stesso modo, è importante anche il ruolo della vista, poiché attraverso il focus visivo, ci prepariamo all’assaggio sapendo già cosa aspettarci e quindi predisponendoci in maniera positiva o restia, ad un determinato piatto.

Il gusto tra (B&B): benessere & business

Il fattore legato al gusto, nell’ambito del business, sta convincendo sempre più aziende, anche di settori non alimentari, ad esempio il Fashion, le quali sono sempre più convinte, che sia molto utile la componente: “sense experiences”, ossia (lato consumatore finale), il coinvolgimento di tutti i sensi, attraverso un’esperienza multisensoriale. Un esempio lampante è la decisione presa da Armani, dove nel suo “Emporio Armani Caffè” riesce a fondere gusto e stile, benessere e fashion, riservando un clima unico per i suoi clienti.

Un altro esempio, a noi molto vicino ed anche da tanti anni, è la piacevole pausa di benessere che ci concediamo, assaggiando un “Bacio Perugina”, dove il gusto inconfondibile del cioccolato e la croccantezza del cuor di nocciola, sono accompagnati ed allietati da una dolce coccola emozionale, derivante dalla lettura della citazione riportata sul bigliettino. Così, le emozioni positive suscitate dal gusto dolce del cioccolatino ed il benessere derivante dalla citazione romantica, si fondono in un connubio perfetto, nel quale il marketing sensoriale in tema di business, ha fatto: un centro perfetto!

Curiosità: suppongo, che adesso, nonostante tu sia consapevole di quali “trappole” ci siano dietro il gusto, stai cercando un cioccolatino e magari, proprio un “Bacio Perugina!

Dottor Francesco Angotti – District Manager nel settore Fashion Retail

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fragilità
Psicologia del Benessere

Fragilità

Fare i conti con le nostre fragilità non è semplice.
Non è semplice farle vedere all’altro e non è semplice per noi vederle e riconoscerle.
Il periodo storico in cui viviamo non lascia molto spazio al nostro sentirci fragili. La nostra società viene definita la società della performance o dell’apparenza: una società in cui bisogna far vedere solo l’immagine migliore di noi stessi, una realtà in cui non sono concesse sbavature, mancanze, imperfezioni, non c’è posto per ciò che “sgarbatamente” chiamiamo difetti.
Il tutto però, sta accadendo ad un caro prezzo: la nostra unicità.

Parco Nazionale del Pollino – Calabria
Ph Francesco Primerano ©

Vivere attraverso l’immagine migliore di noi stessi ci porta ad avere un’unica idea di bellezza, un’idea che vale per tutti, facilmente raggiungibile a patto che vengano rispettati alcuni criteri. Ed ecco allora che i nostri corpi in primis vengono modellati e mostrati solo attraverso determinate forme. I nostri corpi e quello dell’altro si somigliano sempre di più, le differenze vengono quasi azzerate e il bello è molto riduttivo e semplice.

Esibizione e competizione guidano le nostre giornate e continuiamo a correre verso la vittoria e verso la prossima “vetrina”.
In tutto questo non c’è spazio per le nostre debolezze, così le copriamo e le nascondiamo, e ogni volta che lo facciamo mettiamo da parte noi stessi e chi siamo.

Sono infatti le nostre fragilità a definirci, a farci sentire chi siamo, anche se spesso le vediamo come qualcosa da combattere e mettere fuori gioco.

Le nostre fragilità siamo noi.
Quando ci innamoriamo, non ci innamoriamo forse delle imperfezioni dell’altro? Quando scegliamo una persona, non la scegliamo anche per le sue debolezze?

Ferruzzano (RC)
Ph Francesco Primerano ©

Se non ci fossero le imperfezioni, non ci sarebbero differenze, non ci sarebbe distanza tra me e l’altro, non ci sarebbe quella diversità necessaria affinché ci sia una relazione.
Se non ci fossero le fragilità non ci sarebbe scelta, qualità, e scegliere una persona sarebbe come sceglierne un’altra. Tutti saremmo uguali, belli allo stesso modo, ma identici, comuni.

E allora curiamo le nostre imperfezioni e … scopriamole!

Dott.ssa Aurora Sergi – Psicologa &Psicoterapeuta

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Psicologia del Benessere

Il tatto: “cattura” 

Nella società attuale, diviene sempre più apprezzato e popolare, il dedicarsi ai piaceri legati al benessere. Ogni cosa che facciamo, desideriamo che sia avvolta da emozioni e percezioni. Tutto deve essere un’esperienza di benessere: un percorso, che va dalle prove, alle scelte, agli acquisti. Vediamo come il Marketing Sensoriale ci influenza, attraverso il tatto! 

IL TATTO: un senso “primitivo”

Fin dall’antichità, l’uomo ha appreso molto o quasi tutto, attraverso il senso del tatto. Toccando qualsiasi elemento di terra, acqua, fuoco ed aria, l’essere umano ha fondato le basi della propria esistenza, distinguendo ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è duro da ciò che è morbido, ciò che è ruvido da ciò che è liscio, etc. 

Cos’è il tatto

In primis, uno dei cinque sensi, oltre ad olfatto, gusto, vista ed udito. L’area soggetta alla percezione degli stimoli derivanti dalla parte esterna del nostro corpo è la pelle. Grazie al contatto con le cose, il nostro cervello recepisce informazioni sensoriali dal mondo esterno.

Questa funzione è resa possibile, grazie ad un elevato numero di cellule, dette “recettori del tatto”, ognuna con le proprie caratteristiche e peculiarità, riconosciute come: corpuscoli di Meissner, dischi di Merkel, corpuscoli di Pacini, corpuscoli di Golgi-Mazzoni.

Il principio naturale, che governa la presenza dei recettori, li vede distribuiti in misura maggiore negli arti superiori e nella cute del viso, quindi predisponendo queste aree ad un’alta sensibilità. Basti pensare che nei polpastrelli delle dita, ad esempio, i recettori sono più di 130 per cm2. Mentre sono a bassa concentrazione negli arti inferiori e nel dorso. 

Come funzione il tatto nel marketing

Da quanto suddetto, è evidente che il tatto, sia per motivazioni genetiche che per esperienze evolutive, si manifesta come un senso che crea legame e quindi sensazioni e percezioni, con l’elemento interessato.

Sarà sicuramente capitato a chiunque, di palpare un frutto prima di acquistarlo, di toccare il tessuto del maglione che ci piace, per testarne la qualità e la naturalezza del tessuto, o ancora meglio, toccare l’acqua per valutarne la temperatura prima di fare la doccia.

Beh, dal tatto possiamo avere informazioni uniche, che non potremmo quindi scorgere dagli altri sensi, o più in dettaglio, ottenere conferme o negazioni, da deduzioni che ci giungono dall’olfatto o dalla vista.

Quindi in senso personale, il contatto attraverso il tatto è un’esperienza, un viaggio interiore alla scoperta dell’oggetto esterno. Nel marketing, il fenomeno che vede nel consumatore la necessità di scegliere e conoscere un prodotto, attraverso il tatto, prima di acquistarlo è detto: “need for touch”.

Ed è altrettanto vero che, in questi ultimi anni con l’incremento degli acquisti on-line, il “need for touch” è in forte decrescita e disuso, con una sofferenza e/o insofferenza oscillante sulla base delle pretese ed abitudini degli acquirenti. 

Ed il marketing sensoriale? Esempi di come agisce

“La qualità ha un altro tatto!” 

Relazionando qualità e benessere, tatto e marketing, un tipico “ingrediente”, tra i principali e quale esempio lampante, è il packaging. Il packaging come già detto in altri articoli (che vi invito ad andare a leggere su pharmaddicted.com) è la confezione, l’involucro, il rivestimento dei prodotti che noi acquistiamo.

Nel definirlo, non ho usato il termine “semplicemente”, perché tutti sappiamo cosa sia la “confezione” di quello che acquistiamo, ma la scelta di essa, da parte delle aziende, è tutt’altro che semplice.

Infatti, esse stanno strizzando l’occhio, sempre di più, sulla ricercatezza dei materiali da utilizzare. Sempre in termini di tatto, anche il packaging, ci offre la percezione di quale sia la qualità del prodotto ed il valore del brand in questione. Ed anche dalla custodia noi possiamo iniziare il viaggio alla ricerca del benessere percettivo

Un chiaro esempio è il caso di Dolce&Gabbana, che nella sua nuova linea di profumi (Dolce&Gabbana Velvet), ha ideato delle confezioni con tappo rivestito in velluto, allo scopo di trasmettere al cliente, una percezione di lusso, valore e prestigio. 

Il tatto cattura! Ed ora lo sappiamo bene! 

Dottor Francesco Angotti District Manager nel settore Fashion Retail

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Psicologia del Benessere

2) L’udito (HEARING): recettore e stimolatore dei nostri sensi – Marketing Sensoriale. 

Hearing
Da: marketingstudio.it

Il Marketing sensoriale (o Sensory Branding) si può definire come il Marketing che è in grado di coinvolgere i sensi dei consumatori e di influenzare la percezione, il giudizio ed il comportamento di questi. Il branding sensoriale è un tipo di marketing che attrae i cinque sensi e li lega ad un determinato marchio.  

L’udito è il senso preposto a captare i suoni che provengono dall’esterno del corpo umano ed a trasmetterli, attraverso un complesso meccanismo che ha origine nel padiglione auricolare, alla corteccia temporale, l’area del cervello in grado di riceverli e decodificarli.

“Come” e “cosa” sentiamo

Le onde sonore entrano e viaggiano all’interno del canale uditivo, andando a raggiungere e colpire la membrana timpanica (timpano) causando delle vibrazioni all’interno dell’orecchio medio. Queste vibrazioni si trasmettono alla coclea, provocandone il movimento del fluido al suo interno. Questo movimento, stimola le cellule ciliate interne alla coclea, trasformandolo in segnali neurali per il nervo uditivo, il quale invia segnali al cervello, interpretandoli come suoni. Si tratta del secondo senso più utilizzato nel comunicare, infatti consente immediatezza del messaggio ed un reattivo riscontro da parte del pubblico. Le emozioni associate ad una sequenza di suoni si imprimono nella mente in forma di ricordi, pronti per essere rievocati e rafforzati ogni volta che viene percepito lo stesso stimolo.

Un suono “fuori”, un’emozione “dentro”

I canali sensoriali, la vista e l’udito in particolar modo, elaborano gli stimoli ricevuti in meno di 0,15 secondi ed in così poco tempo sono in grado di creare delle “vie preferenziali” nel nostro cervello per favorire la memorizzazione di un certo tipo di messaggio piuttosto che un altro. Si parla di “sonic branding” quando un suono, una canzone, o anche uno spot, vengono collegati in maniera così impeccabile da creare un legame duraturo nel tempo nella nostra mente, in grado di richiamare tra i nostri ricordi quel tipo di prodotto in qualsiasi contesto e situazione.

Quest’obiettivo viene centrato dalle aziende attraverso il cosiddetto “sensorial branding”, vale a dire una combinazione multisensoriale di stimoli coinvolgenti più sensi insieme, come generalmente: vista ed udito, o olfatto, vista ed udito etc. Non è poco noto infatti, il caso di recarsi presso qualche ufficio o negozio nel quale si percepisce una determinata fragranza, un determinato allestimento ed una determinata “stazione radio” a marchio proprio; non sono neanche rari i casi  in cui questi 3 fattori operino insieme nello stesso luogo; questo per creare appositamente nella nostra mente e nei nostri ricordi un richiamo immediato anche al di fuori di quel contesto per quell’azienda. E’ opportuno dire anche, che determinate stazioni radio personalizzate, servono soprattutto per evitare spot pubblicitari di aziende che potrebbero essere “competitors” per lo stesso prodotto, o notizie giornalistiche, che se spiacevoli, potrebbero cambiare l’umore del momento, precludendo una possibilità di acquisto.

Strumenti d’azione

Uno dei principali strumenti d’azione è il jingle, il quale attraverso uno specifico suono, studiato appropriatamente per la pubblicizzazione di un prodotto, punta per mezzo dell’orecchiabilità ad una facilità di memorizzazione tramite la costante ripetizione del messaggio. Classici esempi di jingle sono: “three it’s a magic number” (spot telefonia 3); la famosa canzoncina del marchio “pompea”; “chi trova sole non lo lascia più” (spot detersivo per il bucato) etc. Ruolo chiave, spetta anche al tono di voce utilizzatoper diffondere il messaggio, che sulla base del prodotto pubblicizzato, deve essere in grado di trasmettere le giuste emozioni e sensazioni.

In altri casi, molto noti soprattutto attualmente, la campagna pubblicitaria è affiancata da vere e proprie “hit song”, selezionate o create per presentare il prodotto e trasmetterne l’immagine attraverso un approccio emozionale. E’ noto l’esempio del “cornetto algida” pubblicizzato con una vera e propria hit estiva, da Fedez e J-Ax.

Tutto ciò serve a ricordarci, ovunque ci troviamo, di quel determinato prodotto, indipendentemente dal fatto che lo stiamo utilizzando/assaporando in un preciso momento, o sentendone direttamente il richiamo sonoro e quindi invogliandoci ad acquistarlo.

Affascinante la mente, eccezionali i nostri sensi e le nostre emozioni. Nei prossimi articoli scopriremo insieme altre curiose informazioni!

Dottor Francesco Angotti – District Manager nel settore Fashion Retail

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Psicologia del Benessere

L’inevitabilità del cambiamento

La nostra vita è costantemente in divenire, in transizione, in evoluzione. La vita è un cambiamento continuo e vivere ed esistere significa fare i conti continuamente con questo divenire. La vita stessa è un divenire. 

In tempi angoscianti e incerti come quello che stiamo vivendo ora da quando è iniziata la pandemia, o anche quello che abbiamo vissuto qualche anno fa con la crisi economica, proviamo quasi disperatamente a cercare punti di riferimento duraturi, stabili, auspicabilmente immobili. Ma a volte ci sfugge che ciò che caratterizza la nostra vita e la rende tale è l’inevitabilità del movimento, sempre e comunque, anche dentro e a prescindere da quelle piccole stabilità quotidiane che cerchiamo e costruiamo con cura.

Bova (RC)
Ph Francesco Primerano ©

Il cambiamento però fa paura. Il cambiamento spesso ci paralizza e ci porta a costruire racconti di noi che non sempre sono autentici, racconti che a lungo andare possono diventare una vera trappola, una trappola costruita da noi stessi e dalla nostra resistenza al cambiamento. 

Il cambiamento in genere presuppone una scelta e il coraggio di decidere. E scegliere spesso non è semplice perché la scelta ci espone all’altro e presuppone di lasciare o rinunciare a qualcosa, spesso a qualcuno.

Il cambiamento è guidato o bloccato dalla nostra emotività: spesso, infatti, ha a che fare con le nostre fragilità e contemporaneamente con il nostro essere coraggiosi e autentici. Quando decidiamo di cambiare facciamo i conti con le nostre debolezze, ci mettiamo in discussione per comprenderle e comprendere poi che sono quelle a renderci unici.

Il cambiamento è necessario per riconoscersi e riconfermarsi ogni volta.  

Gallicianò (RC)
Ph Francesco Primerano ©

E allora forse, ogni crisi, politica, sociale, personale che sia, si può comprendere e “risolvere” solo a partire dalla considerazione che di fisso, certo e stabile vi è solo il cambiamento e il coraggio di vederlo, sceglierlo e viverlo.

Dott.ssa Aurora Sergi – Psicologa &Psicoterapeuta

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Psicologia del Benessere

Pet-therapy nell’inclusione scolastica elementare.

La pet-therapy viene impiegata anche come strumento di supporto per lo stress in ambito educativo e formativo, per gli effetti che esercita sull’umore, l’impegno nel percorso di apprendimento, l’interazione sociale e la condotta dello studente. L’utilizzo di animali come elementi centrali degli interventi educativi e terapeutici è infatti aumentato significativamente negli ultimi anni.

In primo luogo, la pet-therapy e, in particolare, gli AAI e gli AAA, possono essere annoverati tra le strategie di inclusione scolastica dei bambini con bisogni educativi speciali, perché alcuni bambini possono aver bisogno di sviluppare maggiori abilità sociali e in questo senso l’interazione con animali addestrati è in grado di stimolare tale sviluppo, profilandosi inoltre come attività relativamente economica e di applicazione facile.

A sua volta, l’inclusione scolastica rappresenta un fattore essenziale per permettere a ciascun bambino, indipendentemente dalle sue caratteristiche, di integrarsi nel tessuto sociale e di condurre un percorso di studi adeguato, che ne faciliti anche l’inserimento lavorativo.

A tale proposito, alcuni studi hanno evidenziato gli effetti positivi della pet-therapy su bambini affetti da disturbi del neurosviluppo, che hanno riportato un significativo incremento delle abilità sociali in seguito all’intervento. A loro volta, le abilità sociali permettono al bambino di integrarsi più facilmente con i pari, superando anche la paura e l’ansia legate al contatto con altri bambini, laddove ciò costituisca una fonte di disagio.

Quando queste attività vengono estese a tutta la classe scolastica, si riscontrano effetti positivi a diversi livelli, poiché anche i bambini con sviluppo normale danno mostra di trarre beneficio dall’interazione con gli animali. Si configura dunque un clima maggiormente positivo, gli studenti sono in grado di stringere legami e di cooperare in modo più sereno e aperto e ciò potrebbe essere ricondotto a una riduzione generale dei livelli di tensione e di ansia connessa alle prestazioni scolastiche, che possono interessare anche i bambini con sviluppo normale.

Foto di White77 da Pixabay

L’ansia da prestazione scolastica, infatti, scaturisce da una percezione di mancanza di controllo sugli eventi, nello specifico le interrogazioni e i compiti in classe, perché lo studente può arrivare a ritenere che, malgrado gli sforzi, l’insegnante gli darà un voto negativo, oppure la sua prestazione scolastica sarà insufficiente. Questa percezione può essere legata a un locus of control esterno e a bassi livelli di autoefficacia, che possono tuttavia essere compensati dall’interazione con gli animali nell’ambito delle AAA.

Queste attività, infatti, trasmettono al bambino una maggiore sensazione di competenza, responsabilizzandolo, allo stesso tempo dimostrandogli, attraverso la fiducia dell’animale, di essere in grado di svolgere azioni complesse e finalizzate, come prendersi cura dell’animale, giocare con lui e rispondere creativamente e proattivamente ai suoi bisogni. Dunque, queste attività, oltre a ridurre il senso di ansia associato alla scuola, ai compagni e agli insegnanti, incrementano l’autoefficacia e riportano il locus of control all’interno dell’individuo, facendolo sentire responsabile degli eventi e in grado di modificarne gli esiti.

Ciò è stato osservato anche negli studenti con disabilità. In uno studio recente, un campione di studenti con disabilità è stato sottoposto a un AAI, misurando i livelli di ansia scolastica precedenti e successivi all’intervento, oltre ai livelli di soddisfazione della classe.

Da questo studio è emerso che, mentre i livelli di ansia risultavano significativamente inferiori alla fine dell’intervento, i livelli di soddisfazione e di partecipazione scolastica nel campione erano incrementati, confermando che la pet-therapy è in grado di intervenire a più livelli sul benessere scolastico degli studenti.

Pierangelo Valaperta – Dr in Psicologia

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Psicologia del Benessere

1) La vista (SIGHT): stimolatore dei nostri sensi e delle azioni istintive – Marketing Sensoriale.

Da: marketingstudio.it

Il Marketing sensoriale (o Sensory Branding) è una particolare tipologia di Marketing in grado di coinvolgere i sensi delle persone o, in particolare, dei consumatori finali, influenzandone inconsapevolmente la percezione, l’atteggiamento ed il giudizio. Il branding sensoriale può agire sui cinque sensi, insieme o distintamente, mirando attraverso lo stimolo del benessere, a creare legame per un determinato marchio.

L’occhio è da considerarsi come l’organo di senso più importante in assoluto infatti, grazie ad esso, possiamo percepire fino all’80% di qualsivoglia informazione. Qualora gli altri sensi (ad esempio il gusto o l’udito) dovessero cessare la loro funzionalità, il ruolo di prevenzione e percezione dei pericoli, ricadrebbe appunto sulla vista.

“COME” VEDIAMO, COSA “VOGLIAMO”

La vista, generalmente, è il senso che ci consente di scrutare forme, rilievi, distanza e colori di ciò che normalmente osserviamo. La luce attraversa: cornea, pupilla, cristallino e vitreo e giunge alla retina producendo gli stimoli visivi. Questi stimoli vengono trasformati istantaneamente in impulsi elettrici e trasportati, per mezzo del nervo ottico, fino al cervello il quale li interpreta donando forma a quanto osservato.

Il format visivo rientra tra i campi d’azione più impiegati nel campo del marketing. Basti pensare ad un logo, ad un determinato packaging di un prodotto, ad un determinato colore ed anche ad una determinata caratteristica cromatica di un colore che sia pastello, fluo, etc., e si potrebbe continuare all’infinito. Tutto ciò che vediamo ha il suo perché e molto spesso, anzi oserei dire sempre, la nostra risposta istintiva ad un determinato stimolo visivo è oggetto di studi approfonditi, ricerche ed investimenti. Un esempio lampante può essere quello di un particolare colore di un’automobile, che ci consente di poterla rendere riconoscibile e distinguibile. Il colore inoltre è attribuito con lo scopo di suscitare in noi percezione di qualità, spingendoci così a fidarci del prodotto che ha “catturato” la nostra attenzione, inducendoci a pensare: “se è così bello, sarà anche molto valido!”.

“RICHIAMO” ESTETICO: VISUAL BRANDING E PACKAGING

Da: http://www.pinterest.it

Il visual branding opera direttamente sul logo del prodotto/brand attraverso la ricerca e realizzazione di colori d’effetto, design e/o utilizzo di determinate immagini. L’azione sul mercato del prodotto finale avviene per mezzo di uno stimolo, sia in fase di pre-acquisto che post. Esempi diffusi e molto quotidiani di spot pre-acquisto, che creano un richiamo plurisensoriale, quasi come mantra, sono le immagini legate a frasi del tipo: “dove c’è barilla c’è casa”, “conad, persone oltre le cose”, “rocchetta pulita dentro e bella fuori” e potremmo procedere all’infinito; idem come operazione post-acquisto: logo di accensione dello smartphone, tv, pc, tablet etc, accensione quadro strumenti delle auto moderne, etc. Il logo oltre all’aspetto inerente stile e colori, nello spot viene “potenziato” con apposito utilizzo di un jingle musicale (sonic branding di cui parlerò nei prossimi articoli incentrati sull’udito) utile ed istantaneamente memorizzato nella nostra mente per creare un legame “familiare” di piacevole soddisfazione dell’utente verso il prodotto, installando delle associazioni stabili nel tempo.

Da: designlifestyle.it

Anche il packaging rappresenta, nell’atto sensoriale della fase di acquisto, un considerevole valore aggiunto al prodotto, rendendolo addirittura oggetto di distinzione tra altri prodotti analoghi: riconosceremmo il logo della Coca Cola anche a distanza; lo stesso vale per una determinata linea di auto, simbolo o colore di un brand etc. Il richiamo generato dal packaging, correlato ad opportune postazioni strategiche di un prodotto, è così forte da indurci a guardare o addirittura portare in cassa prodotti che non conosciamo ma che ci hanno convinti solo per la realizzazione e l’accuratezza del packaging, come sorta di garanzia sulla qualità del prodotto stesso in esso custodito (stesso discorso vale per i cosiddetti prodotti civetta).

Il significato e la percezione dei colori nella mente umana è oggetto di ricerca e studio in molti campi e settori come la psicologia dei colori (per quanto concerne l’aspetto umano/psicologico), nel neuromarketing (per quel che concerne le condizioni favorevoli all’acquisto istantaneo generato da una determinata compagine di stimoli plurisensoriali), ecc…ma di questo ne parlerò nei prossimi articoli!

Dottor Francesco Angotti – District Manager nel settore Fashion Retail

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