Medicina integrata e Fitoterapia

Arnica montana L. e sistema cutaneo

INTRODUZIONE

L’apparato tegumentario è costituito dalla cute e dagli annessi cutanei (unghie, peli, diverse ghiandole) che in essa si distribuiscono con diversa organizzazione e funzione. La cute (pelle) è a sua volta costituita da uno strato superficiale (epidermide), da uno strato profondo (derma) e dal tessuto adiposo sottocutaneo.

L’epidermide è formata, dall’esterno all’interno, da 4 strati: corneo, granuloso, spinoso e germinativo. Lo strato germinativo è l’unico a riprodursi e a formare nuove cellule che a poco a poco si trasformano in cellule cornee. Lo strato corneo invece va incontro ad una desquamazione necessaria per mantenere costante lo spessore dell’epidermide.

Il derma è costituito da tessuto connettivo nel quale è presente una fitta rete di vasi, nervi, ghiandole (sudoripare e sebacee) e follicoli piliferi. Infiammazioni, infezioni, eruzioni, lesioni, ulcere, escrescenze, scottature ed altri traumi possono temporaneamente cutaneo causando disturbi più o meno seri per gravità e durata. Disturbi cutanei si possono avere anche per cause organiche e un’eccessiva traspirazione.

Il trattamento dei disturbi cutanei, contrariamente a quanto di solito si ritiene, non si differenzia da quello dei disturbi di altri tessuti: deve essere il più possibile eziologico e poi sintomatico. Le lesioni cutanee sono visibili e facilmente accessibili. Il trattamento topico è comunque da preferire perché non provoca in genere effetti sistemici ed è sufficiente a migliorare o a risolvere un “disturbo”.

I farmaci usati per il trattamento dei disturbi cutanei sono applicati sotto forma di paste, unguenti, emulsioni, lozioni, glicerolati. Il veicolo impiegato per la preparazione di queste forme farmaceutiche deve essere privo di azione farmacologica. Per avere una buona azione locale, il farmaco non deve essere assorbito dalla cute o deve essere assorbito poco. Questo evita gli effetti sistemici. Tuttavia l’assorbimento di elevate quantità di farmaco può verificarsi quando la superficie di applicazione è vasta o la cute non è integra.

PIANTE POST-TRAUMATICHE

Sono diverse le piante medicinali supportate dalla German Commission E per trattare le ferite e ustioni o che sono utili per le condizioni post-traumatiche e post-operatorie. Tra queste ci sono la Centella asiatica, la Melaleuca leucadendra, lEchinacea purpurea, l’Arnica montana. Studi clinici e un diffuso uso tradizionale hanno conferito particolare valore alla centella per il trattamento di ustioni e ferite e all’arnica nelle condizioni post-traumatiche.

Arnica montana L. è una pianta perenne appartenente alla famiglia delle Asteraceae, molto diffusa in Europa. Si sviluppa da un rizoma strisciante, dopo il primo anno spunta una rosetta di foglie basali ovali-lanceolate, aderenti al suolo. Il secondo anno si sviluppa un fusto floreale semplice, leggermente peloso, alto circa 50-60 cm, su di questo si forma un grosso fiore giallo-arancio, ed in basso, all’ascella di due brattee opposte, si formano altri due fiori piccoli. Tutta la pianta possiede un piacevole odore aromatico.

Arnica montana L.

La droga è costituita dai fiori e dalla radice essiccata.

I costituenti principali sono lattoni sesquiterpenici (elenalina e diidroelenalina), flavonoidi e tannini, olio volatile, alcoli triterpenici (arnidiolo, feradiolo), polifenoli (acido caffeico, acido clorogenico). L’arnica presenta attività antiinfiammatoria e antimicrobica. L’attività antiinfiammatoria è dovuta ad un’azione inibitoria sulle cellule neutrofile e un’inibizione dell’attività enzimatica lisosomiale nei neutrofili. Ad alte concentrazioni può verificarsi l’inibizione della ciclossigenasi. Sembrano essere responsabili dell’attività antiinfiammatoria i lattoni sesquiterpenici; l’elenalina potrebbe essere responsabile almeno in parte dell’attività antimicrobica

La tradizione attribuisce all’arnica proprietà antinfiammatorie e analgesiche Ritenuto il rimedio principale del trauma, utile nell’ecchimosi ed edemi conseguenti a contusioni, fratture, strappi muscolari e slogature. È un rimedio di utile impiego per le contusioni, distorsioni, schiacciamenti, nevralgie e dolori reumatici. L’attività antiflogistica e analgesica è dovuta al lattone sesquiterpenico capace di ridurre edemi e dolori di origine infiammatoria con buona azione antisettica. I flavonoidi e gli oli eterei svolgono effetti sinergici che permettono al fitocomplesso di agire con la massima efficacia.

EFFICACIA CLINICA

Sebbene l’arnica sia largamente usata in condizioni post-traumatiche, ci sono pochi studi riguardanti la sua efficacia clinica. La German Commission E stabilisce che le preparazioni di fiori di arnica sono indicate per l’uso esterno nel trattamento di condizioni post-traumatiche e post-operatorie come ematomi, contusioni, dolori reumatici dei muscoli e delle articolazioni, e per il trattamento dell’infiammazione della pelle.

In uno studio in doppio cieco è stato dimostrato che un unguento a base di arnica riduceva il dolore post-chirurgico in 37 pazienti sottoposti a chirurgia del tunnel carpale.

In 3 studi randomizzati, placebo-controllati, in doppio-cieco sono stati analizzati pazienti che soffrivano di problemi al ginocchio che necessitavano di intervento chirurgico in artroscopia. Prima dell’intervento i pazienti hanno assunto una preparazione a base di arnica o placebo. In seguito all’intervento la preparazione è stata ancora somministrata. In tutti e tre gli studi i pazienti che avevano assunto l’arnica hanno mostrato una promettente tendenza ad un minore gonfiore postoperatorio rispetto ai pazienti che avevano assunto il placebo.

In uno studio randomizzato in doppio-cieco è stata valutata l’efficacia dell’Arnica D4 (10 pillole assunte oralmente 3 volte/die) rispetto al diclofenac sodico (50 mg assunti oralmente 3 volte/die) in 88 pazienti 4 giorni dopo l’operazione all’alluce valgo. Arnica D4 e diclofenac erano equivalenti per l’irritazione della ferita e la mobilità del paziente. Rispetto al dolore Arnica D4 era inferiore al diclofenac. Non sono state osservate significative differenze riguardo l’uso di ulteriori analgesici nei 4 giorni post-operatori.

CONTROINDICAZIONI ED EFFETTI COLLATERALI

È controindicata in soggetti allergici al fiore di Arnica o altre specie appartenenti alla famiglia delle Asteraceae. In seguito ad applicazioni troppo elevate o prolungate nel tempo, si può verificare prurito, irritazione della pelle o dermatiti da contatto. Si raccomanda di prediligere l’impiego solo per uso esterno. Non applicare su ferite o abrasioni.

Dott.ssa Giusy TrivignoTecnico Erborista
Scrivimi pure su: Instagram, Linkedin o all’email giusytrivigno98@libero.it

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

AA.VV. Monografie ESCOP. Le basi scientifiche dei prodotti fitoerapici. Planta Medica Edizione, 2006, pp. 51-56

Altern Ther Health Med 2002, 8, 66-68

Carbone R. Planta Medicamentum Naturae. Prima edizione, 2021.

Complementary Therapies in Medicine 2006, 14, 237-46.

Firenzuoli F. Fitoterapia. Guida all’uso clinico delle piante medicinali. Terza edizione Ed. Masson 2002

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/?term=arnica+montana

Journal of alternative and complementary medicine (New York, N.Y.) 2008, 14, 17-25.

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Medicina integrata e Fitoterapia

Le piante spontanee edibili: un tesoro a portata di mano

Passeggiando distrattamente o nella fretta di tutti i giorni non te ne accorgi e non ci fai caso…eppure sono li, si incontrano facilmente anche in città, tra le crepe dei muri, sui cigli delle strade, nelle aiuole e negli incolti: sono le piante alimurgiche, piante spontanee che possono essere mangiate.

Ovviamente l’ambiente urbano è il posto meno adatto per la raccolta e il consumo di queste piante. La città però può essere un laboratorio di osservazione, per imparare a riconoscerle e magari approfittare del fine settimana o di una gita fuori porta per dedicarsi alla raccolta.

Più semplice è per chi ha la fortuna di vivere in paese dove si trova la campagna sotto casa o comunque non troppo lontano. Comunque, anche la città più cementificata, non può non ospitarle.

Foto del dottor Giulio Francesco Valeriano: malva

Due piante molto comuni su tutto il territorio italiano e facilmente riconoscibili sono la Portulaca e la Cicoria, due piante molto diverse ma ambedue ottime in cucina e ricche di nutrienti.

Imparare a riconoscere le piante che abitano i nostri luoghi può essere divertente, saper dare un nome alle erbacce significa smettere di considerarle tali e imparare ad apprezzarne le proprietà nutrizionali e spesso medicinali.

Il succedaneo del caffè: la cicoria

La Cicoria, Cichorium intybus, è conosciuta da sempre per le sue proprietà digestiva e depurativa dell’organismo. Galeno la considerava “amica del fegato e non contraria allo stomaco”.

Foto del dottor Giulio Francesco Valeriano: cicoria

Il decotto delle radici, per uso interno, è impiegato come depurativo; l’infuso delle foglie è un blando lassativo e stimola le funzioni di fegato, intestino e reni con effetto depurativo. La polpa cotta avvolta in garze si usa per farne dei cataplasmi con funzione emolliente e lenitiva.

La cicoria è anche un ottimo alimento, consumata cruda in insalata, in modo da sfruttare l’apporto di vitamine e sali minerali o anche cotta.

Negli anni delle guerre mondiali, quando il caffè era costoso e di non facile reperibilità, le radici di cicoria venivano usate come suo succedaneo, oggi è tornata allo stesso scopo sugli scaffali di erboristerie e negozi di prodotti biologici, apprezzata da chi non gradisce le proprietà stimolanti del caffè.

Fonte preziosa di omega 3: la portulaca

La portulaca detta anche porcellana, è una pianta ad andamento strisciante, ottima da consumare cruda in insalata o cotta in frittate, le ricette cambiano da regione a regione, così come cambia anche il nome con cui la pianta è conosciuta.

Nell’antico Egitto era conosciuta come pianta medicinale. Questa umile pianta, in realtà, è una miniera di minerali, vitamine e oggi sappiamo anche un’ottima fonte di acidi grassi omega 3.

Questi acidi grassi polinsaturi aiutano a tenere sotto controllo i livelli di trigliceridi e colesterolo e di conseguenza migliorando la circolazione del sangue. Le foglie crude vengono utilizzate come impacco in caso di punture di insetti, acne ed eczema.

Foto del dottor Sciacca Carmelo: portulaca

Bene, c’è più di un motivo per tornare ad imparare nome, proprietà e usi delle piante che ci circondano; ricordiamo che la vita sulla Terra sarebbe impossibile senza le piante, per l’importante funzione che svolgono con la fotosintesi clorofilliana.

Torniamo ad occuparci di piante, impariamo a rispettarle e rispetteremo di più noi stessi, abbiamo solo da guadagnarci. Intanto prestiamo attenzione alle piante che incontriamo aspettando l’autobus, andando a lavoro, aspettando i figli all’uscita di scuola.

Dottor Giulio Francesco Valeriano farmacista e naturopata

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Zenzero: il rizoma d’oro

Descrizione botanica

Zingiber officinalis Roscoe è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Zingiberaceae. Originaria dell’India e dei Paesi dell’Estremo Oriente, cresce anche in Messico, Antille e specialmente nella Giamaica. Si riproduce per mezzo di un aromatico rizoma. I fiori sono vistosi e ricordano quelli delle orchidee, raggruppati in dense spighe con fiori dal colore verde-giallo con labello porporino. Le foglie sono inguainate al fusto. Il rizoma della pianta si presenta ricoperto da una corteccia marrone chiara dalla tipica consistenza fibrosa e granulosa. All’interno la polpa del rizoma digitato appare dal colore giallo e dall’inconfondibile odore aromatico. La droga della specie officinale è rappresentata dal rizoma.

Storia e curiosità

Utilizzato da oltre 2000 anni fa per scopi medicinali, Zingiber officinale Roscoe rappresenta uno dei fondamenti della medicina Ayurvedica, Unani Tibb, Siddha e della Medicina Tradizionale Cinese. Lo zenzero è una pianta antica, conosciuta già dal XV secolo dai cinesi, che la usavano per aromatizzare le pietanze. In Europa, invece, si è diffuso a partire dal Medioevo come rimedio contro la peste. Oggi lo zenzero è usato sia in cucina che in erboristeria come pianta aromatica e dalle notevoli proprietà stimolanti, oltre che dall’industria per preparare liquori e altre bevande.

Principi attivi

L’efficacia terapeutica del rizoma della specie Zingiber officinale Roscoe è data dalla presenza nel profilo metabolico di molecole bioattive quali: olio essenziale (caratterizzato da: zingiberene, gingerolo, gingerone, geraniolo, linalolo, canfene, borneolo, cineolo, limonene, curcumene, bisabolene, β-sequifellandrene, α-farnesene, sesquisabinene) e olio resina.

Oli sesquiterpeni e monoterpeni la cui composizione varia a seconda del paese di origine e conferiscono il caratteristico aroma alla pianta. Questi composti conferiscono ai rizomi proprietà antinfiammatorie, antiossidante, analgesiche, antivirali, antibatteriche, antimicotiche, antitussive e antitumorali.

Gingerolo.

Proprietà terapeutiche

Gli estratti del rizoma di  sono efficaci antiemetici e antinausea, dall’azione carminativa, stimola l’appetito, attenua i disturbi digestivi ed è utile nel trattamento del mal d’auto e del mal di mare. Utile in caso di indigestione riesce ad assorbire e neutralizzare le tossine dello stomaco.

Tonico cardiaco, aiuta a prevenire varie malattie cardiache riducendo la coagulazione del sangue che può portare alla formazione di placche o trombosi, inoltre, regolarizza la pressione sanguigna diminuendo la resistenza vascolare periferica.

Epatoprotettore ad azione coleretica-colagoga, aiuta la digestione dei grassi e abbassa i livelli di colesterolo sanguigno.

Antipiretico naturale abbassa la febbre causata da batteri o virus, valido anche per il trattamento del raffreddore. L’azione antibatterica è specifica per i ceppi E. coli, Bacillus subtilis, Staphylococcus aureus, Pseudomonas aeruginosa and Proteus vulgaris.

I principali preparati erboristici derivati dalla specie Zingiber officinale Roscoe sono:

  • Decotto: (si utilizza il taglio tisana del rizoma);
  • Tintura madre (macerato idroalcolico del rizoma fresco);
  • Compresse (formulazioni erboristiche da estratto secco del rizoma);
  • Olio Essenziale (distillato del rizoma fresco).

Nota: L’olio essenziale di Zenzero è caustico e irritante per le membrane e le mucose, è estremamente importante diluire il contenuto prima della somministrazione sia interna che esterna.

Olio essenziale di zenzero.

Meccanismo d’azione

Stimola la secrezione salivare e gastrica, aumenta il tono della muscolatura intestinale ed attiva la peristalsi. L’azione del gingerolo è simile a quella della capsaicina del peperoncino e piperina del pepe nero: attiva i recettori delle spezie sulla lingua.

Il meccanismo d’azione dello zenzero non è del tutto conosciuto, studi scientifici indicano che esso possa agire come antagonista serotoninergico, come antagonista NK1, come antistaminico e con un effetto procinetico a livello gastrico.

L’azione afrodisiaca, riconosciuta e celebrata dagli arabi, è dovuta alla presenza di zenzeroli che aumentano la libido, potenziano l’erezione, aumentano il volume e la mobilità degli spermatozoi. Il rizoma contiene gingerolo (con azione simile alla capsaicina) che conferisce proprietà vaso-dilatatorie, in grado di favorire l’afflusso del sangue e di attivare la circolazione.

Avvertenze e controindicazioni

Durante la gravidanza, l’allattamento, in soggetti affetti da calcolosi renale, disfunzioni epatiche, gastrite, ulcera ed ernia iatale si consiglia l’uso di preparati a base di zenzero per brevi periodi e sotto stretto controllo medico. L’assunzione continuativa e a dosi eccessive può provocare gastriti e bruciore di stomaco.

Attenzione all’acquisto del rizoma di Zingiber officinale Roscoe, che deve mantenere certificazioni e tracciabilità di filiera, poiché per rendere invitante sul mercato il rizoma vecchio e marcio, molto spesso viene lavato con acido solforico che è estremamente pericoloso per il consumo.

Lo zenzero non deve essere associato a farmaci anticoagulanti o derivati dell’acido acetilsalicilico: prolunga il tempo di sanguinamento per inibizione della trombossano sintetasi.

Dott.ssa Giusy TrivignoTecnico Erborista
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BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

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Medicina integrata e Fitoterapia

Rimedio naturale per il nostro benessere: il timo.

Thymus vulgaris L. è un arbusto cespuglioso appartenente alla famiglia delle Lamiaceae. Originario dall’area mediterranea, estesa fino alle Canarie, diffuso nei climi caldi-temperati, la varietà serpillo resiste anche a quote alte del Monte Rosa.

Descrizione botanica

La pianta non supera i 30 cm di altezza, si sviluppa su un robusto apparato radicale. Il fusto è legnoso, tortuoso e abbondantemente ramificato. Nella parte inferiore è rivestito di corteccia color cenere, mentre i rami sono ricoperti da peli e si presentano biancastri. Ha foglie coriacee, piccole, subsessili di color grigio-verde, di varie forme a seconda della specie.

I fiori, disposti all’apice dei rami, sono piccoli e tubolari, di colore bianco-rosa, riuniti in glomeruli formanti le infiorescenze, compaiono dall’inizio della primavera a metà dell’estate. Il frutto è composto da quattro acheni marroni inseriti nel fondo del calice del fiore. Il nome deriva dal greco thymus, emanare profumo.

La droga della specie officinale è rappresentata dalle parti aeree e dalle foglie. Pianta aromatica utilizzata nella tradizione popolare mediterranea come spezia in cucina per insaporire piatti a base di carni e minestre, presenta un olio essenziale caratteristico dalle proprietà benefiche, utili per la nostra salute.

Principi attivi

Il timo presenta un eccezionale fitocomplesso, sono numerosi i principi attivi contenuti nella specie:

  • olio essenziale;
  • terpeni biciclici e fenolici (di cui timolo, carcavrolo, canfene, pinene, p-cimene, terpinene);
  • acido oleanolico;
  • acido ursolico;
  • fenolacidi (di cui, acido clorogenico, caffeico, labiatico, rosmarinico);
  • flavonoidi;
  • glucosidi flavonici e flavoni;
  • tannini;
  • Saponine triterpeniche.

L’olio essenziale viene estratto per distillazione in corrente di vapore dalle foglie e dalle sommità fiorite fresche o parzialmente essiccate. Come detto in precedenza, nel timo sono presenti diversi oli essenziali, fino al 50% di timolo, e in misura nettamente minore carvacrolo, terpineolo, borneolo, linalolo, geraniolo, tujanolo; contiene anche tannini ad azione antivirale (3,5-7,5%), flavonoidi, saponine e triterpeni con attività antibiotica.

Ogni olio essenziale è caratterizzato da un chemotipo che ne differenzia le caratteristiche chimiche, di conseguenza quelle terapeutiche; quindi, quando si deve scegliere un olio essenziale di timo, occorre porre molta attenzione al chemotipo prevalente. 

Olio essenziale di Timo

Proprietà

Il Timo presenta proprietà antibatteriche (sui gram +), antimicotiche, antiossidante ed antispasmodiche date dall’olio e dai flavonoidi in esso contenuti. Eupeptico naturale, la pianta è utile nel trattamento dei disturbi digestivi (digestione lenta, flatulenza, eruttazzioni).

Date le sue proprietà antisettiche, espettorante, antitosse, con azione spasmolitica secretolitico, secremotore, il timolo trova impiego nel trattamento di tosse e raffreddore, rimedio naturale nella cura di affezioni del cavo orale (bocca e faringe) come collutorio e gargarismi. Cicatrizzante ed antalgico è utile per disinfettare piccole piaghe e ferite. Rubefacente e antalgico-sedativo, utile nei reumatismi, gotta e sciatalgie.

L’olio essenziale di Thymus vulgaris L. è indicato nella cura di bronchiti, tosse, pertosse, nell’infezioni intestinali, nell’infiammazioni della vescica dati i principi attivi ad azione antibatterica, antivirale, antimicotica, carminativa e analgesica.

I componenti bioattivi dell’olio essenziale trovano impiego in diverse formulazioni erboristiche come: creme e pomate con proprietà antisettiche e cicatrizzanti e nel trattamento delle irritazioni cutanee, nella formulazione di sciroppi per le affezioni delle vie respiratorie.

Come affermato in precedenza, esistono diversi chemotipi di olio essenziale.

  • Se l’olio essenziale di timo è costituito fino al 60% da fenoli viene definito chemotipo timolo; tra tutti, è quello che sviluppa la più potente azione antibatterica.
  • Oli composti sino al 50% da tujanolo hanno effetto rafforzante e tonificante sull’intero organismo, stimolano il sistema immunitario e, cosa molto importante, non sono irritanti per la cute; il tujanolo ha potere antivirale, e per questa ragione è indicato nei casi di bronchite ed influenza.
  • Il chemotipo linalolo contiene sino al 60% di linalolo ed esplica formidabili effetti antisettici, rimanendo al tempo stesso delicato e ben tollerato dalla pelle; è particolarmente efficace contro la Candida albicans e gli stafilococchi, un gruppo di batteri patogeni in grado di provocare malattie della pelle, dell’intestino, della vescica e del tratto urogenitale.

L’ultimo chemotipo importante è quello dove la componente principale è il geraniolo, ben tollerato dall’organismo con una spiccata azione contro batteri, virus e funghi; oltre all’azione antisettica, questa tipologia di olio ha effetti calmanti sul sistema nervoso e favorisce il sonno.

Come spesso accede, studi condotti su pazienti hanno dimostrato che la sinergia tra le varie tipologie di oli essenziali si dimostra molto più efficace rispetto alla somministrazione di un solo chemotipo.

Oltre agli oli essenziali che vengono estratti dal timo, di questa pianta sono utilizzate a scopo farmacologico anche le sommità fiorite: la raccolta avviene tra maggio e luglio, quando i fusti vengono tagliati avendo cura di evitare le parti legnose; dopo l’essicazione questi vengono sminuzzati e conservati all’interno di recipienti in vetro o ceramica.

Meccanismo d’azione

L’azione principale è quella espettorante, dovuta al timolo e carvacrolo che aumentano la secrezione bronchiale e fluidificano il muco. L’olio di timo assunto per via orale viene eliminato attraverso le mucose bronchiali dove esercita la sua funzione antisettica.

L’effetto spasmolitico è attribuibile alla frazione fenolica e l’effetto espettorante alla presenza dei terpeni. All’olio essenziale (timolo e carvacrolo) è attribuita l’azione antitussiva e antibatterica. Mentre, alle saponine è attribuita l’azione espettorante e secretomotoria della mucosa faringo-bronchiale. Studi recenti attribuiscono al timo un’azione immunostimolante.

Tra storia e curiosità

IL Timo è una di quelle piante aromatiche la cui storia si perde nella notte dei tempi. L’utilizzo del Timo è già attestato dall’Età della Pietra, i resti rivenuti testimoniano l’utilizzo di varie specie di timo arsi nei fuochi come repellenti nei confronti degli insetti nocivi.

Dal nome greco thýmon “ciò che è preso in sacrificio”, il timo era talvolta usato nella decorazione pittorica delle tombe. Il filosofo inglese Francis Bacon nei suoi “Saggi” raccomanda l’impiego lungo i sentieri e i giardini di questa pianta che profuma l’aria “deliziosamente”. Nel Regno Unito, la tradizione celtica associa il fiore alle fate, che ne amerebbero la fragranza dolce e delicata.

La flora italiana comprende circa sedici specie di Thymus. Il timo, presenta più di otto chemiotipi, ossia popolazioni di piante che presentano lo stesso aspetto morfologico ma diversa composizione chimica.

Greci e romani si accorsero ben presto delle virtu’ del timo in quanto il suo utilizzo conservava meglio la carne, per questo se ne faceva un largo uso sia per la conservazione dei cibi che per le epidemie che imperversavano all’epoca.

Già in epoca romana se ne raccomandava l’uso contro il mal di testa; la pianta veniva bruciata negli ambienti per tenere lontano gli insetti, e le infezioni. Nell’800 un chimico francese riuscì ad estrarre dal timo l’olio essenziale che chiamò “Timolo”, principale principio attivo della pianta con caratteristiche antibiotiche

Controindicazioni ed effetti collaterali

Del timo non sono note interazioni con farmaci di sintesi, nonostante l’uso sempre più diffuso; gli unici effetti collaterali sono da ascrivere ad un uso eccessivo degli oli essenziali: oltre agli effetti stimolatori sulla tiroide, l’ingestione di quantità eccessive di olio essenziale può provocare, per la presenza di timolo e carvacrolo, disturbi a livello gastrointestinale quali nausea, vomito e cefalea. Nei casi più estremi e gravi di intossicazione si può arrivare alla depressione del sistema nervoso centrale. Viene sconsigliato l’uso in gravidanza ed allattamento.

Dott.ssa Giusy Trivigno – Tecnico Erborista

Scrivimi pure su: Instagram, Linkedin o all’email giusytrivigno98@libero.it

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

AA.VV. Monografie ESCOP. Le basi scientifiche dei prodotti fitoterapici. Planta Medica Edizione, 2006, pp. 607-614.

Firenzuoli F. Fitoterapia. Guida all’uso clinico delle piante medicinali. Terza edizione Ed. Masson 2002.

https:pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/?term=thymus+vulgaris.

Kulisić T et all. 2007, The effects of essential oils and aqueous tea infusions of oregano (Origanum vulgare L. spp. hirtum), thyme (Thymus vulgaris L.) and wild thyme (Thymus serpyllum L.) on the copper-induced oxidation of human low-density lipoproteins, Int J Food Sci Nutr. 2007 Mar;58(2):87-93.

Morelli I. et all. 2005, Manuale dell’Erborista, Milano, Tecniche Nuove.

Sandro Pignatti, 1982 Flora d’Italia. Volume 2, Bologna, Edagricole.

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Questione di insonnia

Dormire bene è fondamentale per vivere una giornata serena e sentirsi carichi di energia. Può capitare che, dopo una giornata di corsa, quando arriva finalmente l’ora di andare a dormire, ci si rigiri nel letto e non si riesca a chiudere occhio.

Secondo diverse indagini, una buona parte della popolazione adulta soffre di insonnia. In Italia l’insonnia più diffusa è quella saltuaria, che si presenta occasionalmente, per periodi brevi.

A cosa serve dormire?

sonno
Perché dormire?

Il sonno è fondamentale per creare nuove connessioni neuronali, le quali si vanno a formare in particolare durante il sonno profondo. Dormire ci aiuta quindi a pensare, ricordare, reagire. Inoltre durante il sonno, il cervello riduce il livello degli ormoni d’allarme, quali adrenalina e cortisolo; in questo modo si contrasta lo stress e migliorano le difese immunitarie.

Che effetti ha l’assenza di sonno?

La carenza di sonno può avere effetti a diversi livelli: da un punto di vista psicologico si avrà maggior rischio di depressione, disturbi d’ansia, tempo di reazione rallentato. Il sistema immunitario avrà un’attività più scarsa, mentre a livello del sistema cardiovascolare, ci sarà maggior rischio di problemi cardiaci e pressione alta.

Perché non riusciamo a dormire?

Tra le principali condizioni associate all’insonnia, troviamo gli stati d’ansia. Si tratta di situazioni in cui si ha la tendenza a preoccuparsi eccessivamente. Questo, oltre ad alterare il sonno, provoca anche una serie di effetti, quali tensione muscolare, irrequietezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione.

Cosa fare per dormire bene?

Ecco di cosa hai bisogno

Abitudini

Innanzitutto è bene mettere in pratica dei comportamenti in grado di agevolare il sonno. Per dormire bene, infatti, bisogna cominciare a modificare abitudini che si hanno durante la giornata.

  • Cenare sempre alla stessa ora, evitando pasti abbondanti e lasciando passare un po’ di tempo prima di andare a dormire, in modo da dare il tempo al nostro organismo di digerire al meglio;
  • Evitare di portare i nostri occhi a contatto con schermi blu, quali quelli del cellulare o del pc;
  • Cominciare ad abbassare le luci qualche ora prima di andare a dormine, in modo da lanciare un segnale al nostro cervello, il segnale che ci si sta preparando per andare a dormire. Il nostro corpo, infatti, ha bisogno di sapere verso cosa si vuole andare e creare abitudini positive è sicuramente un buon modo per indirizzarlo;
  • Praticare attività fisica ad un orario lontano da quello serale, per evitare che l’innalzamento di ormoni, come adrenalina, dopamina e cortisolo, ci tengano svegli;
  • Andare a dormire e svegliarsi ad orari regolari;
  • Evitare di assumere caffeina, fumare e bere alcolici fino a 4-6 ore prima di andare a letto.

Fitoterapia dell’insonnia

Rimedi fitoterapici

Alcuni fitocomplessi possono essere utili in caso di disturbi del sonno in quanto presentano azione spasmolitica, miorilassante e blandamente sedativa. Vediamo dunque quali sono le piante utili in caso di insonnia:

  • Passiflora incarnata (Passiflora), che è indicata contro l’agitazione nervosa e i disturbi del sonno;
  • Eschscholtzia californica (Escolzia), che riduce la fase di addormentamento;
  • Chamomilla recutita (Camomilla) che ha un’azione calmante e aiuta a dormire;
  • Melissa officinalis (Melissa), che calma l’ansia ed ha un’azione spasmolitica;
  • Valeriana officinalis (Valeriana), che calma l’ansia e migliora il sonno.

Nel caso in cui la condizione di insonnia dovesse protrarsi nel tempo, chiedere consiglio al medico, in modo da poter valutare la situazione specifica.

Dott.ssa Graziella Migliorino – Farmacista

BIBLIOGRAFIA

  • Giua Marassi C. et al, Inquadramento clinico e gestione dei disturbi minori in farmacia, Milano, Edra, 2017.

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Medicina integrata e Fitoterapia

Cosa ci insegna l’Omeopatia?

La prima parola che mi viene in mente è: osservare.

L’omeopatia ci insegna ad osservare perché, ancor prima di pensare a che cosa ha bisogno qualcuno che viene a chiederci un consiglio, dobbiamo ascoltarlo. Quando vogliamo ascoltare qualcuno davvero, con tanta attenzione, non lo ascoltiamo solo con le orecchie, ma lo osserviamo. Ascoltiamo con gli occhi, cogliendo quello che non ci dice a parole, ascoltiamo con la mente, concentrandoci sul fatto che ha bisogno di noi, e ascoltiamo con il cuore perché, in quel momento, abbiamo a cura il suo benessere.

Osservare deriva dal latino observare , composto da ob- (di fronte a, nella direzione di ) e -servare (custodire, considerare). È come se nella parola “osservare” fosse già racchiuso il significato di avvicinarsi per accogliere qualcuno o qualcosa. È proprio questo che accade quando chiediamo un consiglio a qualcuno, ci avviciniamo e chiediamo attenzione e se chi abbiamo di fronte ci osserva ci sentiremo considerati.

Considerare il paziente prima di tutto una persona porta a non considerare la sua malattia come unica rappresentazione ed espressione di esso. Questo fa bene sia al paziente, ma anche a chi se ne prende cura. Al primo per prendere distanza dal proprio problema e a non immedesimarsi in esso e al secondo perché guardando prima di tutto la persona potrà prendersi cura non solo del problema, ma anche di chi lo sta vivendo.

Osservare: “Guardare, esaminare, considerare con attenzione, anche con l’aiuto di strumenti adatti, al fine di conoscere meglio, di rendersi conto di qualche cosa, di rilevare i particolari…” (Treccani).

Le domande, l’arma più importante per l’omeopata

Le “strane” domande che sentiamo porci da un omeopata sono gli “strumenti più adatti” per conoscerci meglio e le informazioni più particolari e bizzarre sono quelle di maggiore interesse per lui perché ci differenziano a ci distinguono dagli altri.

Possiamo sentirci chiedere se preferiamo il caldo o il freddo, o i cibi salati o dolci. Possiamo tendere ad isolarci quando soffriamo oppure parlarne per cercare uno sfogo. C’è chi ama restare sveglio fino a tardi e chi non può evitare di alzarsi presto anche senza puntare la sveglia. Sono tutte caratteristiche personali che aiutano l’omeopata a capire da dove partire per scoprire dove arrivare. Caratteristiche della persona, perché è la persona il centro.

Alcune di queste caratteristiche, insieme a quelle prettamente fisiche, possono venire raggruppate per identificare delle macrocategorie di caratteristiche che in omeopatia vengono definite costituzioni.

Cosa sono le Costituzioni?

Il termine “costituzione” di certo non nasce con l’omeopatia, così come l’osservazione e l’individuazione di tali caratteristiche. Già con Ippocrate scopriamo una classificazione nata dall’osservazione di come i quattro elementi naturali (terra, acqua, aria e fuoco) corrispondevano nell’essere umano a quattro elementi fondamentali per la sua vita (linfa, sangue, bile gialla e bile nera) e una predominanza di un elemento su gli altri determinava la definizione di un particolare temperamento fra il linfatico, il sanguigno, il bilioso e l’atrabiliare.

Nei secoli sono stati molti gli studiosi che si sono occupati di studiare l’uomo secondo i modelli costituzionali, tra questi Viola, Pende, Bernard, Martiny. Considerando la costituzione un punto di partenza per l’individuo nel suo stato fisiologico, conoscendola e studiandola, si può avere un quadro più ampio di quelle che potrebbero essere le più frequenti predisposizioni ed evoluzioni del suo stato di salute.

In omeopatia le costituzioni sono conosciute da un punto di vista didattico con i seguenti nomi : carbonica, sulfurica, fosforica e fluorica. Risulta però più realistico tenere in considerazione le sfumature che spesso portano le costituzioni ad intersecarsi fra loro. In quest’ottica possiamo prendere in considerazione le costituzioni carbonica, sulfo-carbonica, fosforica e sulfo-fosforica.  

Descrizione delle costituzioni

La costituzione carbonica mostrerà a prima vista una fisico che tende ad ingrassare accompagnato solitamente da una statura media o inferiore alla media. Il tono muscolare è scarso, il viso è tondo e il collo è corto così come le mani. Di personalità calma e pigra con tendenza alla sedentarietà, molto metodici e ordinati.

I soggetti sulfo-carbonici sono più attivi, sempre in movimento, tonici e di corporatura visibilmente forte. Il viso spesso è quadrato e le spalle sono robuste. Di indole combattiva e impulsiva, molto attivi e resistenti alla fatica.

La costituzione fosforica appare elegante e longilinea. Il viso è spesso di forma triangolare e il collo è lungo. Le mani sono magre e lunghe, il torace è esile. Poco resistenti alla fatica, i fosforici sono spesso ipersensibili e dalla attività mentale intensa.

I soggetti sulfo-fosforici sono contraddistinti dalla proporzionalità fra le varie parti del loro corpo. L’equilibrio visibile nel loro fisico rispecchia un equilibrio anche a livello psichico pur tendendo all’irritabilità . Reattivi e vivaci.

Per quanto riguarda la costituzione fluorica, oggi viene vista più come una tendenza fisiopatologica che una costituzione a sé. Ciò vuol dire che in ognuna delle costituzioni possono esserci determinati aspetti o caratteristiche che possono far emergere “note fluoriche”, ovvero manifestazioni o potenziali manifestazioni a tendenza degenerativa fisica o psichica.

Dott.ssa Cristina Scaglianti -Farmacista specializzata in Omeopatia

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BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA

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Medicina integrata e Fitoterapia

Effetto antiaging dei legumi.

L’invecchiamento è un processo inevitabile, influenzato da fattori genetici, di stile di vita e ambientali. Questo fenomeno è una caratteristica intrinseca della vita. Di conseguenza, la possibilità di manipolarlo ha affascinato gli umani probabilmente da tempo immemorabile. Prove recenti stanno plasmando un quadro in cui regimi calorici bassi ed esercizio fisico possono migliorare la senescenza sana e sono state suggerite diverse strategie farmacologiche per contrastare l’invecchiamento.

Ogni organo invecchia ad una velocità diversa, a causa di vari fattori:

  • Azione dei radicali liberi
  • Fattori neuroendocrini
  • Invecchiamento dei telomeri
  • Usura dell’organismo a causa dello stile di vita
  • Difese immunitarie minate
  • Processi biochimici di ossidazione, glicazione e metilazione oltre a infiammazione cronica e squilibrio ormonale.

Gli step indispensabili da seguire sono: una dieta corretta, approccio alla nutraceutica ed attività fisica aerobica e anaerobica.

Sono diversi i fattori coinvolti in questo fenomeno al quanto complesso:

  • Glicazione
  • Inflammaging
  • Stress ossidativo
  • Invecchiamento cerebrale
  • Caloric restriction.

Misure dietetiche appropriate o supplementazioni con micro- e macronutrienti specifici potrebbero quindi aprire nuove strade per la prevenzione e la gestione del declino cognitivo e dei processi neu­rodegenerativi. TUTTO QUESTO È ALLA BASE DELLA DIETA MEDITERRANEA!

LA DIETA MEDITERRANEA.

La dieta mediterranea rappresenta un modello alimentare tipico dei paesi dell’area mediterranea ed è raccomandato dalle Società Scientifiche Internazionali, nelle Linee Guida dirette alla popolazione generale, in ambito di prevenzione primaria e secondaria.

Alimenti inclusi nella dieta mediterranea.

La Dieta Mediterranea tradizionale non è solo un modo di mangiare ma un insieme di conoscenze, abitudini sociali e tradizioni culturali storicamente tramandate dalle popolazioni che si affacciano nel Mare Nostrum quindi, più che di dieta intesa come regime restrittivo o limitante, si può parlare di uno “Stile di Vita” la cui importanza è stata riconosciuta a livello mondiale dall’Unesco, che nel novembre 2010 ha riconosciuto la Dieta Mediterranea come “patrimonio immateriale dell’umanità“.

Presenta queste caratteristiche principali:

  •  Abbondanza di cibi di origine vegetale (verdura, ortaggi, frutta fresca e secca, legumi, pane e pasta da farina integrale non ricostituita e altri cereali integrali come orzo, farro, avena, i quali assicurano sia un basso Indice Glicemico che un ruolo equilibratore e saziante);
  •  Consumo prevalente di cibi freschi e di stagione, quasi sempre di provenienza locale e quindi a chilometro zero;
  •  Utilizzo dell’olio d’oliva come fonte principale di grassi;
  •  Pesce, carne bianca e uova da galline ruspanti, consumati qualche volta a settimana;
  • Consumo quotidiano ma moderato di formaggi e yogurt da latte proveniente da animali al pascolo, ricco di acidi grassi omega 3 e vitamine antiossidanti;
  •  Basso consumo di carne rossa (era consumata solo la domenica nelle famiglie più agiate ed occasionalmente dalle famiglie meno agiate, allorché gli animali da cortile e da lavoro venivano sacrificati perché non erano più in grado di dare un reddito);
  • Uso regolare di erbe aromatiche che permettono di creare una dieta di ottimo sapore e di grande appetibilità, riducendo il bisogno di usare sale e condimenti grassi in quantità eccessiva;
  •  Assunzione moderata di vino durante i pasti;
  •  Ridottissimo consumo di dolci, i quali venivano consumati solo in occasioni delle feste di famiglia e patronali.

In rapporto alla salute, va tenuto presente, anche, il concetto di “stile di vita mediterraneo”, caratterizzato da un’adeguata attività fisica, intesa come esercizio fisico regolare, sufficiente e continuo.

I nutrienti contenuti negli alimenti corrispondenti a queste abitudini dietetiche sono:

  •  Proteine poche e prevalentemente di origine vegetale;
  •  Carboidrati a basso indice e carico glicemico, con zuccheri semplici quasi assenti;
  •  Rapporto acidi grassi monoinsaturi/saturi alto;
  • Quantità e rapporto acidi grassi omega 3/omega 6 molto maggiore di quello dell’alimentazione dei nostri giorni che tendente all’unità;
  •  Beta carotene, tocoferoli, vitamina C abbondanti;
  •  Polifenoli elevati (che fanno della Dieta Mediterranea una dieta funzionale);
  •  Calcio, magnesio e potassio alti;
  •  Sodio basso
Piramide alimentare.

La Dieta Mediterranea è anche una dieta prevalentemente crudista, quasi tutti i piatti sono cotti a temperature basse per molto tempo. Si ritiene che gli effetti della dieta mediterranea sulla neurodegenerazione siano dovuti non solo a un’azione antiossidante con rimozione di radicali liberi, ma anche a riduzione della neuroinfiammazione. Un’esagerata risposta neuroinfiammatoria potrebbe dipendere da sovralimentazione in età infantile, causa di precoce obesità. Pertanto, una sana educazione alimentare sin dall’età infantile e l’adesione continuativa a una dieta di tipo mediterraneo rimangono, ad oggi, i migliori presidi per prevenire le malattie neurodegenerative.

Tra gli alimenti della dieta mediterranea figurano proprio i legumi. Spesso denominati la “carne dei poveri”, hanno una duplice funzione, sia per la presenza di carboidrati a lento assorbimento, sia per la buona quota proteica che possiedono. L’associazione di cereali e legumi è completa dal punto di vista proteico, poiché fornisce all’organismo tutti gli aminoacidi essenziali di cui abbiamo bisogno. I legumi hanno discrete quantità di sali minerali, alcune vitamine e fibra alimentare, che aiuta a raggiungere il senso di sazietà. Inoltre contribuiscono a modulare la risposta glicemica del pasto.

BENEFICI DEI LEGUMI SECCHI NEL PROCESSO DI INVECCHIAMENTO: MECCANISMO D’AZIONE E P.A.

legumi (piselli, fave, fagioli, ceci, lenticchie, soia) sono i semi delle piante appartenenti alla famiglia delle Papilionacee e sono una miniera dal punto di vista nutrizionale.

Legumi

I legumi sono i germogli prodotti da una delle tante sottospecie della vastissima famiglia delle Leguminose, racchiusi e protetti in involucri dalla forma allungata chiamati baccelli. Essi rappresentano, assieme ai cereali, i soli vegetali commestibili a non essere considerati semplicemente degli ortaggi, si tratta, infatti, di alimenti in realtà molto complessi e ricchi dal punto di vista nutrizionale. I legumi sono forse gli alimenti più completi e salutari offerti all’uomo dalla natura: fondamentali per la crescita, ottima fonte di energia, poche calorie e buoni valori nutrizionali. Pur condividendo con essi molte proprietà, i legumi non possono e non devono essere considerati semplicemente ortaggi. Infatti, analizzando la composizione in macronutrienti si evince come l’energia proveniente dai legumi è ripartita quasi esclusivamente tra proteine e carboidrati, eccetto per la soia che ha un alto contenuto di lipidi. Questa composizione in generale indica che i legumi sono in grado di fornire sia energia di pronto utilizzo (carboidrati) che materiale per la costruzione di strutture cellulari e muscolari (proteine).

Calorie per 100g di legumi.

Facendo il paragone con gli ortaggi, quello che salta subito all’occhio è la notevole differenza in termini di apporto proteico. La maggior parte delle verdure, infatti, non fornisce al nostro organismo una percentuale di proteine tale da poter coprire a pieno il nostro fabbisogno giornaliero di tali nutrienti. Ecco perché i legumi rappresentano un caso eccezionale. La quantità di proteine che apportano è così alta da risultare, infatti, molto più simile a quella contenuta negli alimenti di origine animale, che notoriamente rappresentano la fonte principale. Pur apportando notevoli quantità di proteine, i legumi sono considerati fonti proteiche di discreta qualità, in quanto mancano nella loro composizione di alcuni aminoacidi essenziali. Sono privi di colesterolo ed il loro contenuto di grassi è ridottissimo. Si tratta in ogni caso di grassi insaturi, quelli “buoni”, il cui consumo è associato al benessere di cuore e arterie, nonché al miglioramento delle funzioni cognitive e visive.

I maggiori benefici sembrano essere dovuti alla presenza di:

  • FIBRE: sia insolubili che favoriscono il senso di sazietà e agevolano il transito intestinale, che solubili, che alimentano i batteri presenti nell’intestino rendendolo così più attivo.
  • FITOCOMPOSTI: sono composti di origine prettamente vegetale, quali i fitosteroli. L’effetto dei fitosteroli è quello di ridurre l’assorbimento del colesterolo da parte dell’intestino promuovendo invece la sua eliminazione per via fecale.
  • COMPOSTI FENOLICI: è ad essi che i legumi devono il loro tipico colore. La loro importanza è legata alla loro capacità di comportarsi da antiossidanti riducendo così i danni causati dai tanto temuti radicali liberi.
  • ISOFLAVONI: chimicamente rientrano nella classe dei flavonoidi. Gli isoflavoni, definiti fitoestrogeni, sono molecole di origine vegetale capaci di provocare effetti analoghi a quelli degli ormoni sessuali femminili (estrogeni).
  • INIBITORI DELLE PROTEASI: sono sostanze che agiscono bloccando selettivamente le proteasi dell’uomo, cioè gli enzimi deputati alla scissione delle proteine in aminoacidi. Le più note sono le lecitine.
  • SAPONINE: sono le sostanze responsabili della schiuma che i legumi fanno durante la cottura. Le saponine agiscono sequestrando ed eliminando le sostanze lipofile presenti nel sangue, come trigliceridi e colesterolo.
  • ACIDO FITICO: presente in alta percentuale nei germogli, ha la funzione di formare dei complessi con il fosforo che così viene immagazzinato per garantire al vegetale in crescita la giusta quantità. L’acido fitico ha come effetto negativo quello di ridurre l’assorbimento di micronutrienti come ferro e zinco.
  • MICRONUTRIENTI: sono quegli elementi chimici presenti in bassissime quantità ma con un grande potere biologico quali: acido folico, ferro, zinco, calcio.

La combinazione unica di macronutrienti e “composti minori” conferisce ai legumi proprietà così straordinarie da essere considerati dei veri e propri nutraceutici, cioè degli elementi che, al pari di farmaci, vengono usati per prevenire ed in alcuni casi curare patologie.

Benefici dei legumi.

Inoltre, i legumi sono una fonte di lisina, AA che garantisce l’assorbimento adeguato del calcio e stimola l’ormone della crescita. Negli adulti, mantiene l’equilibrio dell’azoto ed aiuta la formazione del collagene, rallentando l’invecchiamento cellulare. Rafforza il sistema immunitario, facilitando la produzione di anticorpi.

Lisina.

AIUTANO A COMBATTERE L’OBESITÀ

L’obesità, considerata a tutti gli effetti una malattia, è infatti una condizione che compromette la salute delle persone che ne sono affette al punto tale da essere annoverata tra le principali cause di mortalità a livello mondiale. Alcuni studi hanno rivelato che un aumento nella frequenza di consumo dei legumi può fare davvero la differenza portando ad un dimagrimento più facile e duraturo. La loro azione scaturisce dalla combinazione di diversi fattori:

RIDOTTO CONTENUTO CALORICO

Si calcola che i legumi apportino in media soltanto circa 3 kcal per grammo. Buona parte dell’energia è fornita dalle proteine che, rispetto agli zuccheri, non inducono rilascio di insulina e non sono quindi coinvolti nella formazione del tessuto adiposo. Inoltre le proteine hanno un effetto più saziante rispetto a carboidrati e lipidi.

INDICE GLICEMICO PARTICOLARMENTE BASSO

L’indice glicemico è la capacità degli alimenti che contengono carboidrati di innalzare i livelli di glicemia con conseguente aumento dei livelli di insulina. Quest’ultima determina l’accumulo degli zuccheri in eccesso sottoforma di grassi di deposito. Di conseguenza quanto più è alto l’incide glicemico di un alimento tanto più facilmente farà ingrassare. I legumi hanno indice glicemico più basso. Inoltre, sono in grado di ridurre l’indice glicemico anche di altri alimenti, se mangiati insieme. Questa loro caratteristica è legata alle molte fibre presenti, in grado di ridurre l’assorbimento degli zuccheri.

BASSO CONTENUTO DI ZUCCHERI PRONTAMENTE DISPONIBILI

Gli zuccheri contenuti nei legumi sono zuccheri complessi (amido) che forniscono energia a lento rilascio, e oligosaccaridi non digeribili (stachiosio, raffinosio e verbascosio) che non forniscono energia ma vanno invece ad alimentare i batteri della flora intestinale. Saccarosio e glucosio, principali responsabili del rapido innalzamento glicemico, sono presenti solo in bassa percentuale.

MOLTISSIME FIBRE

Visto l’elevato quantitativo di fibre, i legumi esplicano un’azione saziante, favorendo il transito intestinale e riducendo l’assorbimento di grassi e zuccheri.

SONO ADATTI AI DIABETICI PERCHÉ ABBASSANO LA GLICEMIA

Il diabete è una disfunzione caratterizzata a un costante eccesso di glucosio nel sangue (iperglicemia) che non riesce ad essere utilizzato correttamente da organi e tessuti come fonte energetica. Le conseguenza, in assenza di un corretto controllo degli zuccheri introdotti, possono essere molto serie, coinvolgendo organi importanti come i reni, il cuore, gli occhi e il cervello. La presenza di zuccheri poco disponibili, la consistente presenza di fibre ed il conseguente basso indice glicemico, rendono i legumi l’alimento ideale nei soggetti affetti da diabete, soprattutto quello di tipo mellito 2.

ABBASSANO IL COLESTEROLO.

I legumi tendono a ridurre notevolmente il colesterolo grazie all’azione chelante delle saponine e della lecitina, molecole che assorbono il colesterolo sia quello endogeno prodotto dal corpo che quello esogeno cioè introdotto con la dieta.

PREVENGONO LE MALATTIE CARDIOVASCOLARI.

I problemi legati ad un malfunzionamento di cuore ed arterie sono nella maggior parte dipendenti da altri fattori quali obesità, diabete ed elevati livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue. I legumi migliorano tutte queste condizioni, possono quindi essere considerati l’elisir di lunga giovinezza per il sistema cardiocircolatorio.

AIUTANO A RIDURRE IL RISCHIO DI CANCRO.

Un maggior consumo di legumi è stato associato ad un minor rischio di cancro al colon, alla prostata, allo stomaco, al pancreas ed al seno. La capacità di questi alimenti di contrastare lo sviluppo, e in alcuni casi la crescita tumorale, è legata al loro alto contenuto in micronutrienti (es. acido folico) e soprattutto in saponine, composti fenolici, acido fitico, isoflavoni e inibitori delle proteasi. Questi ultimi sono capaci di interferire con la crescita delle cellule tumorali e, addirittura, di bloccare gli oncogeni ancora quiescenti.

RIDUCONO I SINTOMI DELLA MENOPAUSA.

Gli isoflavoni, i cosiddetti ormoni vegetali, sopperendo alla naturale carenza ormonale hanno la capacità di ridurre i sintomi della menopausa.

POSSONO ESSERE CONSUMATI DAI CELIACI.

I legumi non contengono glutine e per questo possono essere tranquillamente consumati da tutti coloro che hanno problemi di intolleranza a questa sostanza.

EFFETTI COLLATERALI E CONTROINDICAZIONI.

  • Gonfiore addominale e flatulenza.
  • Difficoltà di digestione.
  • Reazioni di avvelenamento: tutti i legumi contengono fitoemoagglutinina, una sostanza altamente tossica, responsabile di danni a cellule del sangue e villi intestinali così seri da poter provocare morte. Viene inattivata con la cottura.

Nonostante tutti gli evidenti benefici legati ad un aumento del consumo di legumi questo può causare qualche problema in alcuni soggetti.

  • SOGGETTI CON PROBLEMA DI GOTTA: le purine contenute nei legumi che normalmente vengono espulse con le urine, tendono, in alcuni soggetti, ad accumularsi nel sangue causando un aumento di acido urico che è causa della gotta.
  • FAVISMO è una malattia genetica ereditaria causata dalla mancanza di un enzima (la glucosio-6-fosfato-deidrogenasi) che è normalmente presente nei globuli rossi. Chi è affetto da tale malattia non deve mangiare fave e piselli altrimenti può incorrere in emolisi, cioè distruzione dei globuli rossi e conseguente anemia.

I legumi assumono una rilevanza importante nella medicina Antiaging. La presenza di alcuni aminoacidi essenziali, la ricchezza in oligoelementi ma soprattutto la ricchezza in alcuni antiossidanti naturali, come gli isoflavoni, costituiscono le principali caratteristiche funzionali di tali alimenti. Per questo motivo, se ne consiglia l’uso frequente, anche 2-3 volte a settimana. Recenti studi attribuiscono ai legumi anche un importante attività antinfiammatoria, che potrebbe ampliare le potenzialità dietoterapeutiche di questi “poveri” ma preziosi alimenti.

CONCLUSIONE

In sostanza, l’invecchiamento è un processo naturale irrisolvibile, al quale non possiamo sottrarci. Ma benché tutti speriamo di vivere a lungo, poco facciamo per farlo. Anzi, spesso lo stile di vita e quello alimentare non sono improntati nemmeno a vivere bene. Non ha senso prolungare la vita fino a cento anni, per dire, se ne devi passare 20 in condizioni menomate. Vivere a lungo sì, ma soprattutto vivere bene!

Dott.ssa Giusy Trivigno – Tecnico Erborista

Scrivimi pure su: Instagram, Linkedin o all’email giusytrivigno98@libero.it

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Capasso, F., Grandolini, G., Izzo, A., 2006. Fitoterapia. Impiego razionale delle droghe vegetali. Aggiornamento della II edizione di Fitofarmacia (F.Capasso,G.Grandolini) a cura di Springer Verlag: Roma.

Catizone, P., Barbati, L., Marotti, I., Dinelli, G., 2013. Produzione ed impiego delle piante officinali. Bologna: Pàtron.

Crous-Bou M et al. Mediterranean diet and telomere length in Nurses’ Health Study: population based cohort study. BMJ. 2014 Dec 2;

Del Balzo V et al.. Mediterranean diet pyramids: towards the Italian model. Ann Ig. 2012 Sep-Oct;

Formenti A. e Mazzi C.,2004. Cereali e legumi nella dieta per la salute. Milano.

Knight A et al. A randomised controlled intervention trial evaluating the efficacy of a Mediterranean dietary pattern on cognitive function and  psychological wellbeing in healthy older adults: the MedLey study. BMC Geriatr. 2015 Apr 28;

Rossi Laura, I legumi: ingredienti antichi, protagonisti ritrovati della dieta sana. Centro di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, Roma

Vasto S et al. Mediterranean diet and longevity: an example of nutraceuticals? Curr Vasc Pharmacol. 2014 May 14;

www. doctorsedoulas.it/i-legumi-fanno-bene

http://www.nutridoc.it/articoli/legumi-proprieta-controindicazioni

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cicoria
Medicina integrata e Fitoterapia

La cicoria: erba amara per la salute del nostro organismo!

La cicoria comune (Cichorium intybus L.) è una pianta conosciuta fin dai primissimi tempi della storia umana. Viene citata ad esempio nel Papiro di Ebers (circa 1550 a.C.) e Plinio stesso nei suoi scritti ne parlava in quanto conosciuta nell’antico Egitto; il medico greco Galeno la consigliava contro le malattie del fegato, senza contare tutti i riferimenti in epoca romana.

Cichorium intybus L.

Caratteristiche botaniche

La cicoria è una delle piante spontanee commestibili più comuni e apprezzate. È presente in tutta Italia e fa parte della tradizione popolare e contadina. È piuttosto facile da riconoscere per chi vuole raccoglierla, soprattutto quando è in fioritura, grazie ai suoi splendidi fiori celesti, anch’essi commestibili. La cicoria di campo è anche una pianta ricca di proprietà benefiche, da sempre usata in fitoterapia. Dunque una meraviglia della natura che vale la pena conoscere!

La cicoria selvatica è una pianta perenne, con un ciclo biennale. Nel primo anno, la pianta sviluppa una rosetta basale di foglie, nel secondo anno, invece, sviluppa il lungo fusto fiorale. Compresa di fusto, la pianta può arrivare ad un’altezza di 1,5 m, ma di solito si mantiene entro il mezzo metro. La radice è un lungo fittone, con numerose radici secondarie rizomatose. Queste, sono ricche di un tipico lattice bianco, amaro e appiccicoso. Il fusto, quando si sviluppa, è sottile e tenace, ricoperto di peluria. Di solito è eretto, ma con andamento zigzagante e una modesta ramificazione.

Le foglie della cicoria selvatica sono di due tipi, quelle della rosetta basale e le altre inserite sul fusto. Le prime si formano in autunno e sono in genere frastagliate o dentate, solcate da un’evidente nervatura mediana, con superficie rugosa nella pagina inferiore. Sono piuttosto lunghe, fino a 30 cm. La superficie è glabra, ma può essere pelosetta se il clima di crescita è arido. Le foglie del fusto sono di dimensioni decisamente inferiori, praticamente delle foglioline. Hanno il margine intero, lanceolate e amplessicauli. La cicoria ha dei fiori spettacolari, ligulati e di un delizioso colore azzurro, con diverse tonalità. La fioritura avviene dall’estate fino al mese di ottobre ed è molto visitata dalle api e dagli altri insetti impollinatori. Il fiore ha la particolarità di aprirsi al mattino e di richiudersi a ore fisse del pomeriggio, a secondo della latitudine.

Caratteristiche botaniche di Cichorium intybus L.

Proprietà della cicoria

Nelle radici della cicoria sono presenti delle sostanze amare, ma anche zuccheri (contiene tre tipi di zucchero: destrosio, levulosio e pentosipentoso), colina, inulina, potassio, calcio, ferro, acido dicaffeiltartarico, cicorina, tannino, acido cicorico, amido, protidi, vitamine (B, C, K, P).

La fitoterapia utilizza la radice della cicoria come fonte di inulina, un polisaccaride presente in alta quantità che si accumula nei vacuoli delle cellule, dove costituisce una sostanza di riserva.  In medicina è possibile sfruttare il fatto che una volta introdotta nel corpo umano non si idrolizza, non viene quindi degradata né assorbita, raggiunge il colon e si comporta come una fibra solubile. Ed è per questo indicata nella prevenzione e cura della stitichezza cronica, colon irritabile, meteorismo, flatulenza e diverticolite. È stato ampiamente dimostrato che l’inulina è l’unica fibra alimentare in grado di ripristinare la normale flora batterica intestinale.

Struttura dell’inulina.
  • Favorisce la attività fisiologica della colecisti e grazie alla presenza di sostanze amare stimola la digestioneil drenaggio del fegato. Riduce lo stimolo della fame inducendo sensazione di pienezza. 
  • Facilita l’assorbimento del calcio ed altri minerali.
  • È efficace in presenza di problemi digestivi (dispepsia, stipsi, colon irritabile, flatulenza, meteorismo), insappetenza, sovrappeso, gastrite, epatite, problemi alla cistifellea, enterocolite, vermi intestinaliemorroidi.
  • Ha proprietà ipoglicemizzantilassative, colagoghe (facilita la secrezione biliare verso l’intestino) e cardiotonica (regola la frequenza cardiaca). Dai fiori si possono estrarre dei liquidi utili per curare alcuni tipi di oftalmie. La polpa della radice può essere utile per alcune infiammazioni (proprietà antiflogistica).
  • È utile nell’anemia, nell’acne, artrite, astenia, disturbi della milza, depressione, emicrania, stanchezza, febbre, affezioni urinarie.

Attività biologica

La cicoria viene utilizzata per il trattamento dei disturbi dispeptici e per contrastare la perdita dell’appetito, grazie:

  • All’azione leggermente coleretica e colagoga di cui è dotata;
  • Alla sua capacità di stimolare la secrezione di succhi gastrici e il transito intestinale.

Più precisamente, tali proprietà sono ascrivibili perlopiù ai lattoni sesquiterpenici (quindi, alle sostanze amare) contenuti all’interno delle sue radici; ma sembra che anche gli acidi organici, le fibre e i flavonoidi possano essere implicati nelle suddette attività benefiche.

Inoltre, da studi condotti su animali, è emerso che la cicoria sia in grado di ridurre la forza di contrazione e la frequenza cardiache, pertanto esercita effetti di tipo cronotropo e inotropo negativi.

Altri studi condotti su animali, invece, hanno dimostrato che gli estratti di cicoria possiedono potenziali proprietà ipocolesterolemizzanti e la potenziale capacità di rallentare il decorso del diabete, ritardando l’insorgenza delle sue complicanze.

Infine, dalle varie ricerche condotte è stata messa in luce anche una potenziale attività epatoprotettiva della cicoria, che sembra essere esercitata attraverso una riduzione dello stress ossidativo causato da radicali liberi.

Ad ogni modo, nonostante i risultati incoraggianti ottenuti, prima di arrivare ad approvare ufficialmente le suddette applicazioni terapeutiche della cicoria, ulteriori ricerche e nuovi studi clinici devono ancora essere effettuati.

Nella moderna fitoterapia la cicoria viene utilizzata sotto forma di estratti secchi titolati, tisane, decotti, estratti fluidi e tintura madre. Le dosi di assunzione normalmente consigliate sono pari a: 6 grammi di cicoria in 200 ml di acqua bollente (tisana), 2-6 gocce di estratto fluido di Cicoria (1g = 32 gocce), 40 gocce di Cicoria tintura madre tre volte al giorno.

Effetti collaterali e controindicazioni

Se assunta alle dosi consigliate, la cicoria, non dovrebbe provocare effetti indesiderati di alcun tipo. Tuttavia, in seguito al contatto della cute con la pianta, potrebbero verificarsi reazioni di sensibilizzazione. Non assumere in caso di ipersensibilità accertata verso uno o più componenti, gastriti od ulcera peptica. Per la generosa presenza di inulina, l’impiego della cicoria va evitato in caso di fermentazioni intestinali abbondanti.

Interazioni farmacologiche

L’inulina si comporta come una fibra, quindi, a dosaggi alti e per periodi prolungati la cicoria può ridurre l’assorbimento dei farmaci contemporaneamente assunti.

Dalla pianta al caffè

Il caffè di cicoria si utilizzava già parecchi secoli fa quando, soprattutto le classi più povere, non si potevano di certo permettere i costosi chicchi di caffè che provenivano dalle Americhe. Si “ripiegava” allora sulle radici di cicoria con cui preparare una bevanda dal sapore gustoso da sorseggiare durante le pause dal duro lavoro nei campi o dopo i pasti.

Caffè di cicoria.

Anche oggi con le radici della Cichorium Intybus raccolte in autunno, pulite, essiccate e poi torrefatte si può preparare questa bevanda completamente priva di caffeina. Il suo sapore ha un retrogusto amaro come quello della specie da cui deriva ma c’è chi vi percepisce anche un sentore di caramello o liquirizia. Il caffè di cicoria, tra l’altro, offre una serie di proprietà da non sottovalutare.

Il caffè di cicoria vanta diverse proprietà e benefici dovuti ai principi attivi presenti nella pianta. Questa bevanda è particolarmente ricca di: sali minerali, sostanze amare, polifenoli, fibre (in particolare inulina). Ed è proprio la sinergia di tutte queste sostanze benefiche a rendere il caffè di cicoria alleato della nostra salute.

  • Favorisce la digestione. Sorseggiando la cicoria, infatti, si garantisce una digestione migliore, in particolare dei grassi.
  • Migliora le funzioni intestinali. Il caffè di cicoria agisce positivamente sulla regolarità intestinale e favorisce la buona salute della flora batterica. Questo significa non solo un maggiore benessere dell’intestino ma anche un sistema immunitario più forte.
  • Sostiene il lavoro del fegato. Il caffè di cicoria è alleato del fegato. Non a caso si ricava da un’erba amara e, com’è noto, questo sapore aiuta e sostiene l’organo deputato all’eliminazione delle tossine, favorisce la disintossicazione del sangue e di conseguenza di tutto l’organismo.
  • Tiene a bada la glicemia. Grazie alla presenza di inulina (fibra solubile) questa bevanda aiuta a tenere a bada i livelli di zuccheri nel sangue.
  • Antiossidante. Il caffè di cicoria ha potere antiossidante, dunque contrasta i radicali liberi e di conseguenza l’invecchiamento cellulare.
  • Non contiene caffeina.

Controindicazioni del caffè di cicoria

È sconsigliata l’assunzione di caffè di cicoria in gravidanza dato che questa bevanda potrebbe andare a stimolare prematuramente le contrazioni uterine. Da evitare anche in caso di gastrite o ulcera. Non avendo caffeina, non provoca insonnia e può essere bevuto anche la sera, come bevanda calda.

Dott.ssa Giusy Trivigno – Tecnico Erborista

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BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

AA.VV., Flora Alpina. Volume secondo, Bologna, Zanichelli, 2004, p. 620.

Giacomo Nicolini, Enciclopedia Botanica Motta. Volume primo, Milano, Federico Motta Editore, 1960, p. 598.

Roberto Chej, Piante medicinali, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1982.

Sandro Pignatti, Flora d’Italia. Volume terzo, Bologna, Edagricole, 1982, p. 222, ISBN 88-506-2449-2.

Wolfgang Lippert Dieter Podlech, Fiori, TN Tuttonatura, 1980.

www.coltivazionebiologica.it

www.my-personaltrainer.it

www.naturopataonline.org

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Medicina integrata e Fitoterapia

Lo sapevi che il melograno (Punica granatum L.) è un valido alleato contro il morbo di Alzheimer?

Il melograno è un frutto utilizzato sin dall’antichità ed a cui vengono attribuite molte leggende e tradizioni. Possiede una vasta tradizione etnomedica e rappresenta un serbatoio fitochimico di valore medicinale. Inoltre, l’azione sinergica dei costituenti del melograno sembra essere superiore a quella dei singoli.

La moderna fitoterapia, medicina, farmaceutica e cosmetica attribuiscono oggi al melograno, numerose proprietà. Si tratta di proprietà benefiche che possono essere ricondotte alla presenza di un eccezionale fitocomplesso che fa di questo frutto un vero toccasana per il benessere e la bellezza del nostro organismo. In modo particolare ho approfondito i meccanismi d’azione che dimostrano come Punica granatum sia capace di contrastare l’Alzheimer.

Da: foodblog.it

Alzheimer: perdere tutto anche se stessi!

Il morbo di Alzheimer appartiene alla grande famiglia delle malattie neurodegenerative. Questo deterioramento è dovuto alla vulnerabilità delle cellule cerebrali e all’aumento dello stress ossidativo durante il processo di invecchiamento.

La malattia di Alzheimer è caratterizzata microscopicamente da due lesioni tipiche: le placche senili (o amiloidi) in sede extracellulare, costituite dall’accumulo del peptide β -amiloide (Aß) e gli ammassi neurofibrillari intracellulari. Il peptide β-amiloide è un frammento che deriva dal taglio della proteina transmembranaria APP (Amyloid Precursor Protein) ad opera dell’enzima ß-secretasi, dal quale si generano frammenti di Aß, aventi diversa lunghezza: Aß40 e Aß42; in particolare quest’ultimo tende ad accumularsi in fibrille amiloidi, evidenziabili come placche senili, in aree cerebrali come l’ippocampo, l’amigdala e la neocorteccia. L’altra lesione tipica della malattia di Alzheimer è rappresentata dagli ammassi neurofibrillari, presenti in sede intraneuronale e costituiti principalmente da proteina τ fosforilata. Le placche senili e gli ammassi neurofibrillari ostacolano il trafficking cellulare, portando ad errori di comunicazione tra i neuroni, compromettendo il flusso di sostanze nutritive e, infine, con l’evolvere della malattia, conducendo a una grave perdita neuronale.

A livello macroscopico, invece, sono evidenziabili: atrofia cerebrale, un ingrandimento dei solchi parietali e un ingrossamento delle cavità ventricolari. Quindi, la corteccia si accartoccia, danneggiando le aree coinvolte nel pensiero, la pianificazione ed il ricordo. I ventricoli, che sono gli spazi riempiti di fluido nel cervello, divengono più ampi. In questo modo si perde gran parte del tessuto in tutto il cervello. (https://www.humanitas.it/malattie/alzheimer)

Da: centroalzheimer.org

In Alzheimer’s disease, il peptide β-amiloide è implicato in stress ossidativo e produzione di radicali liberi. Inoltre, lo stress ossidativo sembra mediare la tossicità del peptide β-amiloide attraverso la produzione di radicali liberi, suggerendo un legame fisiopatologico tra il peptide β-amiloide e lo squilibrio tra produzione di ossigeno reattivo e sistema di protezione (Kumar, et al., 2009).

Il morbo di Alzheimer rientra tra le patologie neurodegenerative per le quali non si conosce una cura farmacologica specifica: ad ogni modo, i farmaci utilizzati in terapia possono alleggerire i sintomi, rallentare le manifestazioni cliniche o comunque prolungare i tempi delle prime fasi della malattia che sono costituite da sintomi più lievi e sfumati. Da non dimenticare, comunque, che non è stato individuato alcun farmaco in grado di bloccare l’andamento patologico degenerativo. (https://www.docgenerici.it)

La natura: un valido alleato della nostra salute!

Sebbene non ci siano modi comprovati per ritardare l’insorgenza o rallentare la progressione della malattia di Alzheimer, alcuni studi suggeriscono che la dieta può agire sulla prevenzione. La fitoterapia da anni propone possibili candidati che siano capaci, almeno, di contenere lo sviluppo di questo “mostro invisibile” che, addirittura, annulla l’identità di chi ne soffre. 

Il melograno rappresenta un frutto ultra-benefico, ricco di vitamine e sostanze virtuose, per cui consumarlo il più possibile, magari bevendone il succo o utilizzando l’olio estratto dai suoi semi, è un’ottima abitudine per l’organismo. È ricco di punicalagina, un polifenolo dalle riconosciute proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. I polifenoli hanno guadagnato un notevole interesse per la loro capacità di ridurre i segni distintivi della malattia e il loro potenziale per rallentare il declino cognitivo. I polifenoli, accessibili al cervello con molteplici effetti sui percorsi coinvolti nella neurodegenerazione e nell’invecchiamento, si sono dimostrati efficaci nel trattamento di malattie legate all’età, come l’Alzheimer. (Jayasena, et al., 2013).

In modelli sperimentali, infatti, si sarebbe osservata una riduzione sensibile delle concentrazioni di proteina β-amiloide. (https://www.viversano.net/).

Composizione chimica di Punica granatum.

L’analisi qualitativa, effettuata con la cromatografia liquida ad alta prestazione (HPLC) ha dimostrato che gli estratti di melograno contengono componenti attivi in quantità significative di ellagitannini, come punicalina e punicalagina, e flavonoidi, come canferolo e derivati della quercetina. La principale funzione dell’acido ellagico è proprio quella di essere un potente antiossidante in grado di combattere, insieme alle sostanze endogene dell’organismo lo stress ossidativo che normalmente si produce dal normale metabolismo dell’organismo o da stimoli esterni ad esso. Oltre a dimostrare potenti proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, l’acido ellagico e la punicalagina sono inibitori della β-secretasi, enzima che si occupa di tagliare la proteina transmembranaria APP e formare β-Amiloide.

Da: wikipedia
Da: wikipedia

Molti dimostrano come il melograno abbia efficacia nel contenere la malattia. È stato appurato che i polifenoli agiscono su molte delle vie coinvolte nella patogenesi della malattia di Alzheimer, influenzando positivamente lo stress ossidativo, l’aggregazione amiloide, l’infiammazione e la funzione mitocondriale. L’utilizzo di combinazioni sinergiche di polifenoli può, dunque, rivelarsi utile nello sviluppo di strategie di trattamento per la malattia di Alzheimer; potrebbero quindi essere usati come base per un farmaco idoneo a combattere la neuro-infiammazione (Hills, 2015).

MECCANISMO D’AZIONE DIRETTO: uno dei più potenti antiossidanti naturali.

Le proprietà antiossidanti di Punica granatum sono già state ampiamente riconosciute dalla comunità scientifica: si è dimostrato, infatti, capace di debellare i radicali liberi e quindi ritardare l’invecchiamento cellulare, supportare meglio il sistema immunitario e proteggere dall’insorgenza di numerose malattie, tra cui l’Alzheimer. Il succo di melograno ha mostrato un’attività antiossidante tre volte superiore a quella del vino rosso e del tè verde. (Martinoli, 2014)

Da: mypersonaltrainer.it

MECCANISMO D’AZIONE INDIRETTO: dall’intestino al cervello.

Si sarebbe, inoltre, osservata una riduzione sensibile delle concentrazioni di proteina β-Amiloide, elemento chiave nell’istologia di questa patologia. Infatti, uno studio ha scoperto una proprietà straordinaria della melagrana in relazione alle nuove strategie anti-invecchiamento. Gli ellagitannini, particolari composti polifenolici, contenuti nel frutto vengono trasformati dai nostri batteri intestinali in una sostanza detta Urolitina A, la quale riavvia un processo cellulare che in età avanzata subisce un notevole rallentamento. L’Urolitina A riesce a stimolare con successo la mitofagia, donando all’organismo una maggiore energia, quindi muscoli più prestanti, neuroni più performanti. (Yuan, et al., 2016)

Diversi studi, così, si sono proposti di attestare come la mitofagia inibisse la patologia dell’amiloide-β e della proteina τ e invertisse i deficit cognitivi nei modelli di malattia di Alzheimer. Nel 2016 si sono avuti i primi risultati positivi su topi e vermi nematodi.

La mitofagia diminuisce l’Aβ e l’Aβ insolubilie previene il deterioramento cognitivo in un modello murino APP/PS1 attraverso la fagocitosi microgliale delle placche Aβ extracellulari e la soppressione della neuroinfiammazione. Il miglioramento della mitofagia abolisce l’iperfosforilazione della proteina τ correlata all’AD nelle cellule neuronali umane e inverte il deterioramento della memoria nei nematodi e nei topi transgenici.

Poi nel 2019 l’urolitina A è stata somministrata per via orale a 60 soggetti anziani sani nell’ambito di un esperimento in doppio cieco. I risultati di questo studio clinico per la prima volta nell’uomo, in cui è stata somministrata urolitina A, sia come dose singola che come dosi multiple per un periodo di 4 settimane, sono stati promettenti.

E’ interessante notare che solo una persona su due ha i batteri adatti a compiere questo lavoro. I ricercatori stanno lavorando per identificare questi batteri adatti, una volta identificati hanno presupposto di trapiantarli nelle persone carenti oppure di somministrare direttamente il prodotto finito. (https://www.rsi.ch/)

Da: rsi.ch
Da: rsi.ch

È ovvio che questo fitocomplesso e la punicalagina non possono curare la malattia di Alzheimer, ma potrebbero prevenire o rallentare il suo sviluppo. Il melograno, non solo è un frutto delizioso, ora si sa anche che aiuta a preservare la memoria e la salute del nostro cervello, è dunque un valido alleato contro il morbo di Alzheimer (Hills, 2015).

Effetti collaterali e raccomandazioni all’uso.

Il melograno è un frutto che può essere tranquillamente consumato a dosi normali, tuttavia è possibile evidenziare alcuni effetti collaterali e raccomandazioni all’uso.

  • Il succo di melograno aiuta ad abbassare la pressione sanguigna, bisogna fare attenzione quando si beve regolarmente questo succo, in quanto può causare un abbassamento pericoloso della pressione sanguigna se già si soffre di ipotensione.
  • Alcune persone potrebbero avere una reazione allergica al consumo di succo di melograno o semi di melograno.
  • Il consumo eccessivo di melograno, in particolare dei principi attivi ricavati dalla corteccia, può provocare un’intossicazione con vertigini, cefalea, sonnolenza e difficoltà respiratoria.
  • In caso si stiano assumendo farmaci anticoagulanti è consigliabile consultare il proprio medico prima di assumere melograno, visto il buon contenuto di vitamina K (Hills, 2018).

Dott.ssa Giusy Trivigno – Tecnico Erborista

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BIBLIOGRAFIA

  • Hills, J., 2015. Melograno: il frutto che può aiutare nell’Alzheimer.. Healthy and Natural World., 9 Febbraio.
  • Hills, J., 2018. Proven Health Benefits of Pomegranate (Fruit, Juice, Seeds) Based on Scientific Studies.. Healthy and Natural World..
  • Jayasena, T. et al., 2013. The role of polyphenols in the modulation of sirtuins and other pathways involved in Alzheimer’s disease. Ageing Research Reviews, 12(4), pp. 867-883.
  • Kumar, S., Maheshwart, K. K. & Singh, V., 2009. Protective effects of Punica granatum seeds extract against aging and scopolamine induced cognitive impairments in mice.. Complementary and Alternative Medicines., 6(1), pp. 49-56.
  • Yuan, T. et al., 2016. Pomegranate’s Neuroprotective Effects against Alzheimer’s Disease Are Mediated by Urolithins, Its Ellagitannin-Gut Microbial Derived Metabolites.. ACS Chemical Neuroscience, 7(1), pp. 26-33.

Sitografia

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Medicina integrata e Fitoterapia

La Nascita dell’Omeopatia

Nel precedente articolo, “Omeopatia: partiamo dal principio”, abbiamo visto come già Ippocrate nel III secolo a.C abbia introdotto e utilizzato il principio di similitudine. Abbiamo poi citato la figura di Paracelso come precursore dell’Omeopatia per la sua metodica di utilizzo dei rimedi naturali molto vicina a quello che poi sarebbe diventato il metodo di preparazione dei rimedi omeopatici.

Arriviamo dunque alla fine del Settecento quando Hahnemann, medico tedesco, decide di abbandonare l’attività medica per la perdita di fiducia nei metodi utilizzati all’epoca, principalmente salassi e clisteri.

Si ritira per dedicarsi alla traduzione di opere straniere. Nel 1790, Hahnemann stava traducendo la “Materia Medica” di Cullen, un medico scozzese, e la sua attenzione viene catturata da un capitolo dedicato alla corteccia di China nel quale Cullen sottolineava le proprietà fortificanti della China sullo stomaco. Di fronte a questa affermazione Hahnemann rimase stupito perché, lui stesso, aveva utilizzato il rimedio quando in gioventù aveva contratto la “febbre intermittente terzana” che aveva trattato appunto con la corteccia di China, ma che al tempo stesso gli aveva provocato bruciore di stomaco.

Incuriosito da questa contraddizione, decise di ripetere l’esperimento assumendo nuovamente la China. Dopo un po’ di tempo iniziò ad avvertire una serie di disturbi del tutto simili a quelli già provati con la febbre intermittente come per esempio: brividi, debolezza, sonnolenza e sete. Questa prova su di sé gli fa annotare in fondo alla pagina dell’opera di Cullen la frase che di seguito vi riporto: “la corteccia peruviana, che viene utilizzata come rimedio contro la febbre intermittente, agisce in quanto è in grado di indurre dei sintomi simili a quelli della febbre intermittente nell’uomo sano”.

Ecco come questo appunto di Hahnemann, sul libro che stava traducendo nel 1790, segna il punto di partenza del metodo che comincerà a sperimentare da quel momento in avanti e che si basa sul principio di similitudine.

Dopo 6 anni, nel 1796, Hahnemann descrisse il principio di similitudine nel lavoro scientifico “Studio su un nuovo principio per scoprire le proprietà curative delle sostanze medicinali, seguito da qualche osservazione sui principi ammessi fino ai nostri giorni” ed il suo metodo sperimentale (testato su se stesso e su altri) era descritto così: “Per approfondire gli effetti dei farmaci, per adattarli alle malattie, ci si dovrebbe affidare il meno possibile al caso, ma, al contrario, procedere sempre secondo ragione…Non ci resta pertanto che sperimentare sull’organismo sano i farmaci di cui si può conoscere il potere terapeutico”. Pertanto, Hahnemann, continuò a sperimentare e a curare i suoi pazienti con i rimedi preparati secondo il metodo omeopatico fino alla sua morte nel 1843.

La storia continua

L’evoluzione dell’omeopatia non finisce con la morte di Hahnemann . Ci sono stati, e ci sono anche oggi, altri medici che l’hanno studiata e utilizzata dopo di lui. Uno dei più noti è probabilmente James Tyler Kent, medico americano, che nel 1897 pubblica il “Repertorio della materia medica omeopatica”. Questo manuale è stato tradotto in più lingue e, ancora oggi, rappresenta un punto di riferimento tra le opere della medicina omeopatica.

Un altro nome che ritengo doveroso citare è quello del medico francese Léon Vannier che, nel 1912, fondò la rivista “L’Homeopathie Francaise” e che con il suo lavoro si impegnò a rendere sempre più accessibile e moderna la medicina omeopatica adattandola agli studi della sua epoca.

La curiosità è evoluzione

La curiosità, che spero di essere riuscita a risvegliare almeno in alcuni di voi è, secondo me, la protagonista indiscussa di questa storia. Non da sola, ma insieme a tanta competenza, pazienza e costanza. Tutte caratteristiche che dovrebbe avere ogni persona che ha il compito di prendersi cura di altre persone. Parlo di persone e non parlo di medici, farmacisti, infermieri, psicologi, caregiver o altro. Parlo di persone perché è questo che siamo prima di ogni altro ruolo che rivestiamo. Parlo di persone perché sono persone quelle che si affidano a noi chiedendoci un consiglio. Il mio vuole essere un invito a riscoprire la curiosità verso quello che siamo e quello che proviamo. Conoscere e scoprire continuamente, senza giudizio, ma con la curiosità dello scienziato che non sa cosa troverà alla fine del suo esperimento, ma che è disposto ad osservare e anche ad accettare che se non è in grado di capire una cosa, magari è solo questione di tempo, di pazienza e di costanza.

Dott.ssa Cristina Scaglianti -Farmacista specializzata in Omeopatia

Contatti: Su Linkedin e Instagram mi trovi come Cristina Scaglianti, seguimi anche su www.farmacistaomeopata.it e www.instagram.com/farmacistaomeopata

BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA

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