Medicina e salute

La mucosa orale: afte e stomatite

Durante il cambio stagione, soprattutto in inverno, molte persone iniziano a manifestare dolori e situazioni infiammatorie a carico della mucosa orale; talmente tanto debilitanti che a volte è impossibile anche mangiare e bere. Si tratta infatti di affezioni e a questa categoria appartengono le afte e la stomatite.

Cosa sono le afte?

Appaiono quasi come delle piccole ulcere, possono essere singole oppure multiple, molto fastidiose e spesso dolorose, sorgono generalmente lungo il palato e lungo la parete più interna delle guance, possono essere anche sulle gengive e nella parte più interna delle labbra.

In genere hanno, la maggior parte, un diametro inferiore al centimetro e guariscono circa in due settimane senza lasciare alcuna cicatrice. Sono di diversa tipologia e compaiono solitamente a seguito di una piccola o impercettibile rottura della mucosa orale precedute qualche giorno prima da una sensazione di fastidio e di dolore o anche di bruciore lieve non di molta importanza.

Spesso sono ricorrenti: si ripresentano in maniera periodica con una frequenza che può variare da persona a persona in funzione anche di molteplici situazioni esterne come, ad esempio, lo stress.

Quali sono i sintomi?

Sintomo caratteristico di afte è la presenza di un dolore intenso e localizzato in uno oppure in più punti precisi all’interno della bocca. A volte assieme al dolore compaiono un pò di bruciore, del formicolio e una sensazione di secchezza. Tutto ciò comporta difficoltà sia nel mangiare che nel parlare.

Si può spesso osservare una piccola ulcera poco profonda dal colore bianco o a volte giallastro e tutt’intorno un piccolo alone rossastro. Nella prima fase si forma una patina biancastra formata da strati di fibrina, proteina coinvolta nel processo di coagulazione del sangue. La loro durata varia dai 10 ai 15 giorni, non sono dure e non sanguinano.

I fattori scatenanti

I fattori scatenanti possono essere tanti, non sono tutti ben definiti, ma tra più comuni abbiamo:

  • la predisposizione genetica,
  • lo stress,
  • i disturbi ormonali,
  • la presenza di un herpes labiale (possono formarsi a seguito di un herpes),
  • l’uso prolungato di farmaci come gli antidepressivi,
  • la presenza di protesi dentarie o anche di apparecchi dentari messi in  maniera non corretta,
  • piccoli morsi accidentali della bocca o minuscoli traumi  di origine varia come scottature, 
  • allergie alimentari come quella ai pomodori e la stessa celiachia.

Come si cura?

Di solito le afte vanno a regredire in modo spontaneo. Sebbene la durata sia variabile, così come lo è il fastidio, si vanno a ad utilizzare proprio per alleviare il dolore e poter bere o mangiare e parlare vari prodotti.

Molto usati sono i gel a base di aloe vera con sostanze disinfettanti e lenitive, collutori, sciroppi, esistono anche dei piccoli cerotti che le vanno a isolare le afte. Nelle forme più forti, sotto indicazione del medico, si può fare ricorso a cortisonici.

Fondamentale per la cura e la prevenzione sono la riduzione di cibi troppo caldi o troppo freddi, pure cibi molto piccanti o acidi come per esempio spezie, agrumi in genere, mangiare molta frutta e verdura, bere molta acqua e ridurre lo stress.

É molto importante anche mantenere una corretta igiene orale utilizzando spazzolini con setole morbide. Nei casi più gravi sotto consiglio del medico può essere indicato un trattamento laser per ridurre la sensazione dolorosa e favorire la chiusura delle piccole lesioni.

Che cos’è la stomatite?

A seguito di una o più afte, la mucosa orale può infiammarsi in modo molto doloroso. Ma quali sono le cause? Sono molteplici. Dipende da carenze di tipo nutrizionale quindi da un apporto non sufficiente di vitamine ma da intolleranze alimentari e da allergie non ancora identificate. Possono esserne causa, inoltre, un’insufficiente igiene orale o delle protesi, o delle infezioni presenti nel cavo orale.

Qual è la sintomatologia?

Spesso all’interno della bocca ci sono altre piccole ulcere, piccole cheiliti, gengiviti, però si cominciano osservare dei gonfiori a carico dei linfonodi accompagnati da febbre e sintomi di sonnolenza, campanello d’allarme di patologie più importanti quali malattie infettive, disturbi del metabolismo, deficit del sistema immunitario e carenze vitaminiche. 

La cura e prevenzione

Esistono in commercio preparati antinfiammatori, antisettici e antimicrobici associati a piccoli dosaggi di anestetici locali per sfiammare, disinfettare e ridurre il dolore  all’interno del cavo orale in forma di collutori, spray, gel oppure compresse. Fondamentale nella cura e nella prevenzione sono l’igiene orale e un’alimentazione ricca di vitamine.

Dott.ssa Orsola Procopio  – Farmacista

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Medicina e salute

La stenosi aortica nel paziente anziano

Il  progressivo incremento dell’età media della popolazione occidentale rende sempre maggiore la prevalenza di malattie cardiache di origine degenerativa che dipende dall’ “invecchiamento” degli apparati valvolari. 

L’ anatomia cardiaca è tale per cui è possibile individuare quattro “camere” (Fig. 1) (atrio e ventricolo destro; atrio e ventricolo sinistro), tra loro in comunicazione per mezzo di apparati valvolari (rispettivamente valvola tricuspide per le sezioni destre e valvola mitrale per le sezioni sinistre).

Fig 1: Anatomia delle camere cardiache e degli apparati valvolari

Ciascun ventricolo è peraltro in comunicazione con un grosso vaso sempre grazie all’interposizione di un apparato valvolare (valvola polmonare interposta tra ventricolo destro ed arteria polmonare, valvola aortica tra ventricolo sinistro ed aorta). 

Analogamente a delle vere e proprie “porte”, gli apparati valvolari sono oggetto di patologia (alcune su base congenita-malformativa, altre da esiti di malattie infettive, altre ancora da “invecchiamento”) con la conseguenza di una perdita di funzione che può comportare: 

  • Difficoltà nell’ apertura- condizione nota come “stenosi”; 
  • Difficoltà nella chiusura- condizione nota come “insufficienza”. 

La malattia degenerativa aortica: stenosi aortica—-

L’ invecchiamento della valvola aortica si manifesta con una condizione di stenosi, ovvero una mancata apertura delle cuspidi. Nella sua attività contrattile, il cuore in sistole- ovvero la “spremitura” ventricolare atta a “spingere” anteriormente il sangue in aorta e di lì all’ intero organismo- trova un “barrage”, un vero e proprio ostacolo, al passaggio di sangue attraverso il piano valvolare. 

Il processo degenerativo valvolare si manifesta di fatto come un progressivo deposito di calcio a carico dell’ anello valvolare aortico e delle stesse cuspidi (per intenderci, le “ante” e le “cerniere” di un’ipotetica porta) che, diventando via via sempre più rigidi, “duri” ed anelastici, impediscono una corretta apertura sistolica (fig. 2A, 2B).  

Fig.2A: Anatomia valvola aortica normale stenotica.
Fig.2B: Depositi di microcalcificazioni in stenosi valvolare aortica dell’anziano

Cosi come progressivo è il processo degenerativo, anche la riduzione della gittata cardiaca si verifica gradualmente e questo giustifica i 10-20 anni in cui la patologia, pur essendo presente, si aggrava pur in assenza di sintomi.  

Trascorso il periodo di latenza, il paziente, più frequentemente uomo in età maggiore di 70 anni, riferisce affanno nel compimento di sforzi anche modesti, dolore toracico anginoso, sincope. Ciascuno di questi sintomi- espressione di una ormai superata capacità di compenso cardiaca- riflettono un’ipoperfusione del muscolo miocardico, coronarica ed encefalica e sono associati ad una ridotta aspettativa di vita e morte improvvisa (Fig.3).  

Fig.3: Quadro clinico nella stenosi valvolare aortica

Quando insospettirsi?

Un paziente che riferisca affanno, variamente accompagnato da dolore toracico immodificato dagli atti respiratori e/o svenimento, è sicuramente un paziente che va posto all’ attenzione dello specialista cardiologo. 

Questi, raccolta l’anamnesi, andrà a visitare il paziente (alla ricerca del tipico soffio sistolico su focolaio aortico) e completerà la sua indagine con esecuzione di elettrocardiogramma (per escludere un problema infartuale coronarico) ed ecocardiogramma

L’ ecocardiogramma permette di visualizzare la valvola (valutare l’ entità dei depositi di calcio su annulus e cuspidi valvolari), misurare la superficie realmente transitabile dal sangue per ogni atto sistolico (Area Valvolare) rapportandola eventualmente anche alle dimensioni corporee del paziente (Area Valvolare Indicizzata), stimare il Gradiente pressorio massimo e medio trans-valvolare (cioè l’ entità dell’ ostacolo incontrato dal sangue), le conseguenze indotte dalla stenosi aortica sul cuore in toto (evoluzione dilatativa, deterioramento della contrattilità) (Fig.4). 

Fig.4: Anatomia ecocardiografia di stenosi valvolare aortica. Calcificazioni e area valvolare.

Tutte queste informazioni permettono di stimare il grado di severità della stenosi aortica in Lieve, (Grad. Medio<25mmHg; Area valvolare>1,5 cmq), Moderata (Grad. Medio 25-40mmHg; Area valvolare 1-1,5 cmq), Severa (Grad. Medio>40mmHg; Area valvolare<1 cmq).  

La stenosi aortica: quali prospettive?

É bene far comprendere al paziente che, per quanto con rapidità differente, il processo degenerativo valvolare aortico è inarrestabile, quindi è necessario che si mantenga un follow up clinico, cardiologico ed ecocardiografico puntuale. 

Allo stato attuale l’ unica terapia per la stenosi valvolare aortica dell’adulto resasi SEVERA è la sostituzione valvolare aortica, chirurgica (Fig.5) o percutanea a torace chiuso (TAVI, Fig.6) con posizionamento di una protesi artificiale ed un rapporto rischio/beneficio da valutare su ogni singolo paziente- mentre, in pazienti sintomatici in cui le condizioni generali siano tali da rendere il rischio operatorio elevatissimo, è ipotizzabile una valvuloplastica percutanea. 

Fig.5: Impianto di valvolare aortica biologica per via sternotermica
Fig.6: Impianti di protesi valvolare aortica biologica per via transapicale

Dott.ssa Lillà Amorese – Cardiochirurgo

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Medicina e salute

Tiroidite di Hashimoto: i probiotici sono un bene!

Quando si parla di tiroidite, ci si riferisce ad una infiammazione della tiroide, causata più comunemente da una infezione oppure una malattia autoimmune. La tiroidite più famosa è la “Tiroidite di Hashimoto”, causa più frequente di ipotiroidismo.

Succede che l’organismo sviluppa una reazione autoimmune per motivi non noti, e gli anticorpi attaccano la tiroide. Nella metà dei soggetti con questa patologia, la tiroide è ipoattiva inizialmente; nella restante parte dei soggetti invece, la tiroide funziona normalmente e poi diventa ipoattiva.

Possono sussistere anche altre patologie endocrine come l’artrite reumatoide, il lupus o il diabete, colpendo maggiormente le donne.

Quali sono i sintomi?

Nella maggior parte dei casi si manifesta l’ingrossamento della tiroide, con lo sviluppo del cosiddetto “gozzo” e, se la tiroide è ipoattiva, i soggetti avvertono intolleranza al freddo e stanchezza.

Coloro che presentano una condizione di ipertiroidismo, potrebbero sviluppare intolleranza al calore, palpitazioni e nervosismo.

Quali sono le cause?

Molteplici sono i fattori che possono influire sullo sviluppo di questa patologia, come per la maggior parte delle malattie.

In questo caso vi sono fattori genetici (geni di istocompatibilità come HLA I e II, geni immunoregolatori, geni specifici della tiroide e geni associati alla sintesi degli anticorpi della perossidasi tiroidea); fattori ambientali (assunzione di iodio, fumo, alcool, selenio, vitamina D, infezioni e terapie che modulano il sistema immunitario); fattori esistenziali (sesso femminile, età, gravidanza, Sindrome di Down).

L’alterazione del microbiota intestinale influisce sullo sviluppo della Tiroidite di Hashimoto?

Degli studi recenti hanno evidenziato una possibile relazione tra un’alterata composizione del microbiota intestinale nella patogenesi e nella progressione di malattie autoimmuni, come Hashimoto (HT).

Il nostro sistema immunitario innato e adattivo è regolato dal microbiota che permette lo sviluppo del GALT (tessuto linfatico associato all’intestino). Quest’ultimo controlla i recettori toll-like (TLR) nella mucosa intestinale sviluppando la tolleranza agli autoantigeni.

Quando si sviluppa una disbiosi (alterazione nella composizione batterica intestinale), si ha un aumento della condizione infiammatoria, con aumento della permeabilità e produzione di cellule pro-infiammatorie. Tutto questo ha un impatto sulla tiroide.

Lo studio condotto da Zhaoet al. e Ishaq et al. ha riscontrato in pazienti HT ipotiroidei una disbiosi e una crescita spropositata di batteri; Lauritano et al. ha notato che la crescita batterica in connessione con l’ipotiroidismo è sviluppata maggiormente nell’intestino tenue.

Perché c’è questa connessione?

Tutto questo può essere dovuto all’attività della deiodinasi (che converte la tiroxina nella sua forma attiva: triiodotironina) che è stata trovata anche nella parete intestinale, e che potrebbe contribuire ai livelli corporei di triiodotironina.

Altro fattore che potrebbe influenzare il microbiota è il suo effetto sull’attività della dopamina, che può inibire il TSH (ormone che stimola la tiroide).

Quali sono i micronutrienti coinvolti nella funzione tiroidea?

Iodio (substrato degli ormoni tiroidei), selenio, zinco e ferro svolgono un ruolo importante nella funzione tiroidea.

Il microbiota influenza l’assorbimento di questi minerali e, se si verifica una disbosi, come conseguenza si potrebbe avere un’alterazione di questi micronutrienti.

Di fatti, nella tiroidite di Hashimoto, i livelli di lactobacilli e bifidobatteri risultano essere inferiori rispetto alla media e questo è scientificamente provato che hanno una correlazione negativa con il ferro alimentare e una positiva con il selenio e lo zinco.

Quindi, la composizione intestinale e la regolazione dei minerali possono avere un impatto su Hashimoto.

Una carenza di iodio può sviluppare il gozzo, i noduli e anche il cancro, ma è anche vero che elevati livelli di questo micronutriente, somministrati come terapia medica, potrebbero alterare il microbiota e quindi permettere, allo stesso tempo, lo sviluppo di patologie tiroidee.  

Sarebbe necessaria la supplementazione di probiotici per ristabilire la flora batterica intestinale e avvantaggiare la funzione tiroidea, garantendo effetti benefici nelle malattie tiroidee.

Dott.ssa Valeria Santarcangelo – Biologa nutrizionista 

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Medicina e salute

REAL FANS: in antichità come si controllavano i dolori?

Fin dall’antichità erano noti i benefici derivati dalle sostanze ricavate dalle cortecce dei salici, ma solamente il 10 Agosto del 1897 si ebbe una delle scoperte più importanti della storia farmaceutica, grazie alla scoperta del ricercatore della Bayer Felix Hoffman, nasce l’aspirina il primo farmaco antinfiammatorio non-steroideo (FANS).

Ma cosa sono i FANS?

I FANS ovvero i farmaci antinfiammatori di tipo non steroideo, sono dei farmaci che hanno anche effetti antipiretico ed antidolorifico, esse lavorano andando ad inibire in maniera non selettiva le ciclossigenasi (COX) riducendo la biosintesi delle prostaglandine iperalgesiche e pro-infiammatorie.  

Le COX sono fondamentali isoenzimi sui quali agiscono i FANS. Sono stati individuati due tipi di COX:

  • COX1 la quale è espressa costitutivamente ovvero, è sempre espressa.
  • COX2 la quale è inducibile ovvero essa si troverà nel sito infiammato.

La maggior parte dei FANS agiscono sia sulle COX1 che sulle COX2 ad eccezione, ad esempio, dell’indometacina la quale agisce principalmente sulle COX1 o del rofecoxib agisce preferenzialmente sulle COX-2. Un vantaggio degli inibitori COX2 è che causano una minore tossicità rispetto agli inibitori COX1.

Cascata infiammatoria

Quali sono le caratteristiche dei FANS e come si comportano nei confronti del dolore?

La maggior parte di questi farmaci sono ben assorbiti e la presenza o meno di cibo non influenza la loro biodisponibilità, vengono metabolizzati  mediante fase I o fase II, inoltre la maggior parte di loro vengono eliminati mediante minzione.

In relazione al dolore, si assumono i FANS per trattare stadi acuti blandi o acuto e la prima cosa che succede quando si verifica una percezione di dolore è che si vanno ad attivare i nocicettori, i quali trasmettono il segnale al midollo spinale.

Esistono gli effetti collaterali da assunzione di FANS?

Così come tutti i farmaci, anche con i FANS si osservano degli effetti collaterali, che interessano:

  • Il tratto gastro-intestinale in quando, l’assunzione di FANS, riduce la produzione di muco protettivo causando gastro lesività.
  • I reni in quanto si può verificare vasocostrizione ed edema fino a nefrite interstiziale.
  • I FANS possono portare problemi di coagulazione perché prolungano il tempo di sanguinamento con effetti anticoagulanti.
  • Possono portare a reazioni di ipersensibilità che comportano eruzioni cutanee fino a shock anafilattico.
  • In casi estremi è possibile che si manifesti la Sindrome di Reye che consiste in epatiti fulminanti con edema cerebrale (particolarmente dei bambini).

Differentemente dagli alti FANS, i salicilati, se somministrati a dosi elevate, hanno un attività terapeutica non più solamente antinfiammatoria, ma anche utilizzabile per curare l’artrite reumatoide, febbre reumatica ed altre condizioni infiammatorie associate.

Un ulteriore studio ha notato come, la somministrazione di questi farmaci a giorni alterni, va a diminuire l’incidenza di cancri al colon.

Dott.ssa Oriana Vitale – Tecnico erborista, specializzato in Biotecnologia del farmaco

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Medicina e salute

Arriva il caldo…e la pressione si abbassa? Cause e Rimedi

Arriva l’estate, con l’innalzamento della temperatura e del tasso di umidità. È proprio durante questo periodo che aumentano le probabilità di soffrire d’ipotensione, ossia improvvisi cali della pressione.

Questo accade poiché, per adattarsi, l’organismo innesca dei meccanismi di difesa per disperdere il calore, attraverso:

  1. La vasodilatazione, ossia la dilatazione dei vasi sanguigni.
  2. La sudorazione, che provoca la perdita di acqua e sali minerali, aumentando il rischio di disidratazione.

Si parla di pressione bassa quando i suoi valori sono inferiori alla norma, ossia la pressione arteriosa massima (sistolica), a riposo, scende al sotto dei 90 mmHg e la minima (diastolica) dei 60 mmHg.

Ci sono molti rimedi per prevenire l’abbassamento della pressione; eccone alcuni:

  • Bere molti liquidi durante la giornata, almeno 2 litri, per mantenersi adeguatamente idratati. Sono consigliate tisane e infusi a base di salvia, rosmarino, ginseng e tormentilla.
  • Mangiare alimenti leggeri e di facile digestione, come frutta e verdura di stagione, evitando gli alimenti ipercalorici, piccanti, ricchi di grassi e sale.
  • Non praticare attività fisica nelle ore centrali della giornata.
  • Rinfrescare i locali dove si trascorre la quotidianità.
  • Evitare il contatto diretto con i raggi solari nelle giornate particolarmente calde.
  • Non alzarsi troppo velocemente o fare scatti da una posizione sdraiata o supina, specialmente al mattino.
  • Mantenere alti i livelli di potassio e magnesio, molto utile è l’utilizzo di integratori specifici.

Come misurare la pressione arteriosa?

La pressione del sangue nelle arterie può essere misurata in modo diretto, introducendo un tubicino (catetere) nell’arteria stessa e collegato ad un dispositivo misuratore (trasduttore di pressione). Questo, però, avviene solo in particolari circostanze, come ad esempio nel corso di interventi chirurgici.

La comune misurazione della pressione arteriosa è effettuata invece in modo indiretto, utilizzando appositi apparecchi che sono in grado di valutare la pressione del sangue dall’esterno, in modo non cruento. Di tali apparecchi, quello più preciso e comunemente usato sino ad ora è lo sfigmomanometro a mercurio, composto da un bracciale di gomma collegato da un lato ad una piccola pompa a mano, dall’altro ad un manometro a colonna di mercurio.

La misurazione viene effettuata applicando il manicotto di gomma al braccio del paziente, tra l’ascella e la piega del gomito. All’altezza di quest’ultima, dove si apprezza la pulsazione dell’arteria del braccio (arteria omerale) si posiziona la campana del fonendoscopio, cioè dello strumento destinato a raccogliere e trasmettere all’orecchio i rumori generati dal passaggio di sangue nell’arteria stessa. Contemporaneamente si palpa il polso dal lato del pollice, per percepire la pulsazione dell’arteria radiale.

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Si inizia la misurazione gonfiando il bracciale di gomma con la pompetta ad esso collegata (mentre ciò avviene, il mercurio sale nella colonnina di vetro, segnalando il valore di pressione presente nel bracciale) e arrivando fino al punto in cui la pulsazione dell’arteria del polso scompare ed il fonendoscopio non trasmette più alcun rumore; a questo punto si insuffla ancora un po’ di aria nel bracciale, superando di circa 20 mmHg il punto in cui il polso radiale è scomparso.

Ora, agendo sulla piccola valvola presente sulla pompetta, si fa uscire molto lentamente l’aria dal bracciale (indicativamente, la colonnina di mercurio deve scendere di circa 2 millimetri al secondo). Quando la pressione dell’aria nel bracciale sarà uguale a quella arteriosa, un po’ di sangue riuscirà a passare nell’arteria producendo un rumore: il primo rumore udito chiaramente corrisponderà alla PRESSIONE SISTOLICA (detta anche MASSIMA).

Riducendo ulteriormente la pressione i rumori diventeranno inizialmente più intensi, quindi via via più deboli: la completa scomparsa dei rumori corrisponderà alla PRESSIONE DIASTOLICA (detta anche MINIMA).

La pressione viene quindi indicata con due valori (ad esempio 120/80): il primo valore indica la pressione sistolica, mentre il secondo quella diastolica.

Devono essere effettuate almeno due misurazioni successive e, se la pressione differisce di molto (per convenzione, in misura maggiore di 5 mm Hg) nelle due circostanze, si deve procedere con ulteriori misurazioni fino a che i valori misurati risultino abbastanza stabili.

Guida ad una corretta misurazione della pressione

Durante tutta la misurazione della pressione e fino al completo sgonfiaggio del bracciale, è bene tenere presente le seguenti semplici raccomandazioni:

  1. Il paziente dovrebbe essere rilassato, seduto comodamente, in ambiente tranquillo, con temperatura confortevole da almeno cinque minuti.
  2. Non si dovrebbero assumere bevande contenenti caffeina nell’ora precedente, né aver fumato da almeno un quarto d’ora (anzi, non si dovrebbe fumare mai!).
  3. Il braccio deve essere appoggiato ed il bracciale deve essere all’altezza del cuore (vedi figura). Non importa quale braccio venga usato per la misurazione, ma bisogna ricordare che esistono a volte differenze sensibili nei valori misurati nelle due braccia. In tali casi, si dovrà utilizzare per la misura il braccio con la pressione più elevata.
  4. Le dimensioni del bracciale di gomma devono essere adattate alla dimensione del braccio del paziente. Nel caso di bambini o di adulti molto magri, è necessario utilizzare bracciali di dimensioni minori di quelle standard, mentre nel caso di persone molto robuste o di pazienti obesi, il bracciale dovrebbe avere una lunghezza superiore.

Sono oggi disponibili anche apparecchi per l’auto misurazione domiciliare della pressione arteriosa che consentono una rilevazione automatica o semiautomatica. Dei numerosi modelli in commercio, la maggior parte utilizza un bracciale simile a quello già descritto; si tratta in generale di apparecchi che forniscono una misurazione attendibile.

Esistono anche dispositivi che effettuano la rilevazione della pressione al polso o al dito della mano.

Integratori per la pressione bassa

I migliori integratori per chi soffre di pressione bassa sono:

  • Integratori idrosalini. Sono i classici integratori di sali minerali per la pressione bassa, ricchi di sodio, potassio e magnesio, spesso arricchiti anche con glucosio, che ripristinano l’equilibrio idrosalino dell’organismo, favoriscono l’aumento del volume plasmatico e diminuiscono la gravità dell’ipotensione. Il magnesio, infatti, contribuisce a trasformare gli zuccheri in energia e a contrastare la stanchezza. Il potassio, invece, aiuta a regolare la pressione.
  • Caffeina, teobromina o teofillina. In piccole quantità hanno un effetto vasocostrittore, che può aumentare leggermente la pressione sanguigna. Al contrario, l’eccesso incrementa la diuresi favorendo la disidratazione.
  • Vitamine, creatina e aminoacidi. Associati ai sali minerali, forniscono anche un apporto energetico contrastando spossatezza e debolezza muscolare.
  • Estratti vegetali. Un principio attivo presente nei frutti di cardo mariano, la tiramina, ha un’azione tonico-vascolare in grado di aumentare la pressione sanguigna; l’eleuterococco, conosciuto come il “ginseng siberiano”, secondo alcuni studi è un tonico che contrasta debolezza e fatica, aumenta la capacità di lavoro e di concentrazione ed è un ottimo ricostituente durante gli stati di convalescenza, infatti viene impiegato contro l’ipotensione e l’astenia funzionale.

Se i sintomi dovessero persistere, è consigliato consultare il medico per valutare eventuali approfondimenti diagnostici e terapia farmacologica. E tu, come combatti la pressione bassa in estate?

Dott.ssa Laura Marino   Farmacista

BIBLIOGRAFIA

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Medicina e salute

I Nei

I nevi comunemente chiamati nei, così come le lentiggini, non sono altro che delle ipercromie cutanee ovvero delle aree che hanno la caratteristica di avere una differente colorazione che è più intensa rispetto al resto di tutta la cute dovuto ad un eccesso di melanina.

I nei hanno la particolarità di non ridursi nemmeno nei periodi in cui la pelle non viene esposta al sole, compaiono fin dalla prima infanzia, generalmente dopo il primo anno di vita, e di solito tendono ad aumentare col passare degli anni.

Mediamente una persona adulta ne ha circa tra i 25 e 30 che hanno una forma più o meno regolare e delle dimensioni di un massimo di circa 6 mm.

Che cosa sono?

I nei sono macchie della pelle, il loro colore va dal bruno o al rosato, hanno bordi ben definiti, dovuti ad un raggruppamento consistente di melanociti, le cellule adibite alla produzione di melanina. Possono presentarsi o completamente piatti oppure con dei piccoli rilievi.

È molto importante controllare un’eventuale comparsa dei nei perché la maggior parte è una formazione benigna, però bisogna osservare i loro cambiamenti e le loro modifiche strutturali poiché possono dare origine a dei melanomi, i tumori più aggressivi della pelle.

Inizialmente può avere l’aspetto di un neo normale ma poi si può modificare e mostrare la propria vera natura. Fondamentali sono i controlli soprattutto di quelli nuovi.

I sintomi

La comparsa o l’aumento numerico di un neo non sono associati a nessun sintomo. Infatti, non causano fastidi di alcun genere. L’aumento avviene entro i quarant’anni di vita e nella terza e quarta età possono scolorirsi fino a sparire.

Nella maggior parte dei casi  appaiono dopo il primo anno di vita, di rado sono presenti nei lattanti o nei neonati e in questi casi si parla di nei congeniti, diversamente sono acquisiti.

Quando il numero supera il 50 si parla di “tanti” nei e questo potrebbe essere un indicatore del fatto che una persona è più predisposta a sviluppare un melanoma rispetto ad altre.

Le cause

Dal momento che la comparsa di un neo è dovuta dalla genetica, la quantità potrebbe dipendere da vari fattori come, per esempio, l’abitudine di esporsi diverse ore al sole anche se di fatto possono comparire su persone che non hanno questa consuetudine.

Le cure

I nei non vengono sottoposti a specifico trattamento, però richiedono grandi precauzioni e accortezze quando ci si espone al sole, ovvero bisogna evitare le ore centrali della giornata in cui i raggi sono più intensi, usare sempre una crema con fattore protettivo alto. Anche se si hanno pochi nei e soprattutto se la carnagione è chiara. Le ustioni solari costituiscono un fattore importante per lo sviluppo del melanoma.

Esistono delle caratteristiche che vengono valutate e osservate, elencate in ordine alfabetico, ciascuna delle quali è considerata un segnale d’allarme da sottoporre tempestivamente all’attenzione dei medico specialista in dermatologia.

  • A: Asimmetria. La forma non è rotonda ma allungata o a stella.
  • B: Bordi irregolari. I contorni non sono ben definiti, si presentano frastagliati.
  • C: Colore non uniforme. In vari punti è più scura.
  • D: Dimensioni superiori a 0.6 cm.
  • E: Evoluzione. L’aspetto si è modificato nel tempo.

È fondamentale imparare a conoscere e prendersi cura della propria pelle fin da piccoli. Fare prevenzione deve diventare parte della mentalità di ciascuno di noi!

Dott.ssa Orsola Procopio  – Farmacista

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Medicina e salute

Cancerogenesi: come si sviluppa un tumore

Tutti gli esseri viventi sono formati da cellule che si riproducono per rimpiazzare elementi cellulari, distrutti per processi fisiologici o patologici, e per far aumentare di dimensioni organi e apparati. 

Da ogni cellula madre derivano due cellule figlie geneticamente identiche tra loro ed anche alla cellula madre. Contenere l’esatta copia del DNA significa per le cellule figlie conservare la stessa struttura e le stesse funzioni della cellula madre. Pertanto, se durante la divisione cellulare il DNA non viene copiato correttamente le cellule figlie potrebbero avere forma e funzioni anomale.

In questo caso si parla di mutazione genica o cromosomica, a seconda se l’alterazione riguarda un singolo gene oppure il numero o la struttura dei cromosomi. Il nostro organismo è in grado di rilevare e correggere questi errori, ma non sempre questo avviene e si assiste allo sviluppo di un tumore. 

La cancerogenesi 

La cancerogenesi è il processo che porta un tessuto sano a diventare tessuto tumorale. Il tutto origina da una prima e unica cellula sana che subisce una mutazione, cioè quando un fattore esterno o ereditario modifica il DNA della cellula e la trasforma, dando vita a un tessuto, a seguito del moltiplicarsi di questa cellula.

Lo sviluppo di un tumore si articola in tre fasi :  

  1. Fase di avvio: una o più cellule sane si trasformano in cellule mutate a caratteristiche neoplastiche, cioè immortali, non differenziate ed incapaci di svolgere il ruolo che competeva alle cellule sane. La mutazione che dà inizio al cancro può essere causata da fattori come le radiazioni o il contatto con sostanze chimiche (via genotossica), o essere casuale (via non genotossica). In quest’ultimo caso la probabilità del danno al DNA aumenta in presenza di sostanze che  stimolano la replicazione cellulare riducendo così i tempi necessari alla riparazione delle mutazioni e inibendo l’apoptosi. 
  1. Fase di promozione (o fase di latenza), una cellula iniziata si moltiplica fino a dar luogo ad una lesione preneoplastica; è caratterizzata da replicazione incontrollata e riduzione della fase G1, fase immediatamente successiva alla nascita cellulare e caratterizzata da intensa attività biochimica che permette alla cellula di crescere. È detta fase di latenza perché una neoplasia diviene clinicamente evidente quando le cellule tumorali superano il miliardo o quando si superano le femtomoli per unità di superficie. Quindi questa fase può durare anche 40 anni durante i quali alcuni composti endogeni (INF-), esogeni (antitumorali) e del sistema immunitario tentano la riparazione del danno. talune sostanze o circostanze possono accelerare in maniera più o meno marcata, lo sviluppo neoplastico (ad esempio fumo, bevande alcoliche, alimenti, ecc.). 
  1. Fase di progressione Fase terminale dello sviluppo di una neoplasia, in cui le cellule tumorali acquisiscono caratteri sempre più evidenti di malignità dando vita ad una lesione neoplastica. Le cellule proliferano in maniera incontrollata, con anaplasia (perdita di funzione) ma soprattutto  diffondono localmente, ovvero diventano metastatiche. Solo i tumori maligni hanno capacità di formare metastasi, ovvero tumori secondari originati da cellule che si sono staccate da un tumore primario in un certo organo e sono poi migrate in un’altra sede.

Il processo di disseminazione delle cellule tumorali dal tessuto sede del tumore primario verso altri tessuti sani, le cui cellule possono essere indotte a formare tumori secondari, è detto metastatizzazione. Ogni tumore tende a dare metastasi in ben specifici tessuti, ad esempio per analogia della cresta embrionale, nonché per presenza di strutture molecolari in grado di riconoscere le cellule metastatiche primarie.  

Le cellule tumorali possono dare metastasi secondo quattro modalità:  

  • 1. Invasione locale, invadendo i tessuti circostanti, compresi vasi ematici e linfatici.  
  • 2. Diffusione linfatica, a carico dei linfonodi (irradiati nella radioterapia, per tale ragione). 
  •  3. Diffusione vascolare, mediante vene che drenano il tumore. Importanza, a tale scopo, assume il processo angiogenico;   
  • 4. Diffusione transcelomatica, ovvero attraverso le cavità toraciche e addominali (pleura, peritoneo, pericardio). 

Ma quali sono gli agenti cancerogeni? Per questo dovremo attendere ancora un po’! 

Dott.ssa Chiara Valentina Lefemine – Insegnante, laureata in CTF

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Medicina e salute

La Talassemia

Nota col termine “anemia mediterranea” in realtà sono un gruppo di malattie ereditarie conseguenza di una mutazione di geni che codificano per l’emoglobina, in particolare, per la produzione delle globine alfa e beta, proteine che intervengono nella formazione dell’emoglobina. Sono trasmesse dai genitori, che si comportano da “portatori sani”, ai figli e si manifestano fin dalla nascita.

Le varie forme si contraddistinguono dalla presenza di una anemia cronica derivante da un difetto nella produzione di emoglobina, la proteina che è situata all’interno dei globuli rossi e che ha la funzione di trasportare l’ossigeno a tutti i tessuti. In genere la gravità è variabile. I globuli rossi sì caratterizzano dall’essere più piccoli e presentano una morfologia anomala ed una vita media inferiore al normale.

Come conseguenza, la quantità e la qualità di emoglobina, presenti nell’organismo dei portatori di talassemia risulta inferiore a quelli che sono i valori corretti ed indispensabili per l’attività cellulare e per una corretta ossigenazione del sangue. Inoltre, la patologia a carico dell’emoglobina conduce gravi danni ai globuli rossi che vanno incontro ad un fenomeno chiamato emolisi ossia una distruzione precoce.

da microcitemicidicapitanata.it

La forma beta si distingue in due forme: la talassemia minor e la talassemia major.

La talassemia minor

Una persona che ha ereditato i geni e quindi la malattia da uno soltanto dei genitori e quindi solo un gene è alterato, si dice che sia affetto da talassemia minor.

Questa è la forma meno grave, infatti l’emoglobina presente in circolo è comunque ridotta però la quantità è sufficiente per garantire il funzionamento fisiologico all’interno dell’organismo umano.

I globuli rossi si presenteranno di dimensioni più piccole della media e con una minore quantità all’interno di emoglobina, però saranno in numero superiore al normale per sopperire questa mancanza.

Le persone affette dalla talassemia minor sono dunque considerate portatori sani e i loro figli potranno risultare affetti solo se entrambi i genitori saranno portatori.

La talassemia major

Una persona che ha ereditato la malattia da parte di entrambi i genitori ha come conseguenza entrambi i geni malati. È la forma più grave, dal momento che l’organismo non sarà capace di sintetizzare una quantità sufficiente di emoglobina e di conseguenza la forma di anemia piò essere grave e il disturbo potrebbe anche, nei casi più gravi, essere incompatibile con la vita stessa.

da gastroepato.it

Chiunque è affetto da talassemia minor viene considerato come portatore sano della malattia, e sarà in grado di condurre una vita del tutto normale e sempre ovviamente considerando la propria predisposizione.

Nell’eventualità dovesse decidere di mettere al mondo un figlio deve considerare il fatto che può trasmettere la malattia al nascituro e le probabilità sono maggiori quando entrambi i genitori risulteranno portatori sani.

Se uno dei due genitori è portatore e il figlio eredita un gene normale e uno malato, quindi sarà portatore sano della malattia al 50% oppure può ereditare entrambi i geni normali. Nel caso in cui entrambi i genitori siano portatori sani entrambi trasmetteranno il gene malato quindi, il piccolo nascerà affetto da talassemia major nel 25% delle possibilità.

Se uno dei due genitori trasmette un gene sano e l’altro il gene malato il piccolo potrebbe essere portatore sano di anemia mediterranea nel 50% dei casi. Se invece sia il padre che la madre trasmettono entrambi il gene sano, il bimbo nascerà perfettamente sano e questo si verifica nel 25% dei casi.

da healthy.thewom.it

I sintomi

Le persone che sono affette dalla talassemia major hanno un difetto genetico specifico, difetto che porta alla malattia subito dopo la nascita quando l’organismo inizia a formare l’emoglobina matura oppure adulta.

I sintomi generalmente sono specifici, sono legati proprio alla carenza di emoglobina e quindi sono stanchezza, malessere vari, rialzi termici e anche disturbi della dentizione, ma uno dei campanelli d’allarme più importanti sarà quando l’aspetto del colorito diventerà sempre più pallido.

Nelle fasi più conclamate si avrà un aumento del volume della milza, del fegato, un addome gonfio e sporgente, un ispessimento delle ossa facciali e della teca cranica. Situazioni che si verificano perché il midollo tenta di produrre più globuli rossi e anche il fegato e la milza cercano di riacquistare una funzione ematopoietica.

Le cure possibili

La terapia per la talassemia sono le frequenti trasfusioni di globuli rossi perché in questo modo si fornisce all’organismo l’emoglobina che da solo non è in grado di produrre però, in questa modalità, si accumula nell’organismo del ferro inutilizzato.

In genere, in un organismo sano, il ferro presente all’interno dei globuli rossi che muoiono, viene recuperato e riutilizzato per produrre nuovi globuli rossi. Nel caso di una talassemia major invece il turnover è molto accelerato, i globuli rossi vengono prodotti e distrutti in grande eccesso e di conseguenza la quantità di ferro che si libera e si deposita negli organi come il fegato, il cuore e questo porta effetti molto dannosi come l’insufficienza cardiaca ed epatica.

Per queste motivazioni si associa alla terapia un farmaco ferro chelante per eliminare l’eccesso attraverso le urine e le feci.

da beta-talassemia unitedonlus.org.

Trasfusioni e terapia chelante non fanno guarire dalla malattia, limitano quelli che sono i danni a lungo termine e devono essere continuate per tutta la vita.

Una soluzione definitiva per la talassemia è rappresentata dal trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche che risiedono nel midollo osseo e sono capaci di produrre tutte le cellule del sangue da un donatore compatibile.

In passato, le persone affette dalle varie forme di talassemia avevano delle aspettative di vita molto basse ed andavano incontro a numerose complicanze, derivate soprattutto da un accumulo eccessivo di ferro all’interno dei tessuti.

Infatti, erano costretti a frequenti trasfusioni per mantenere un’adeguata ossigenazione del sangue. Invece, ai nostri giorni, grazie all’evoluzione scientifica e alle innovazioni nella medicina, le cure a disposizione sono molteplici e le aspettative di vita sono quasi paragonabili a quelle di una persona sana.

Dott.ssa Orsola Procopio  – Farmacista

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Medicina e salute

Ananas e Rivoluzione

Gli Antibiotici sono tra i farmaci più conosciuti, essi vengono somministrati per combattere le infezioni batteriche, ma ci siamo mai chiesti come sono stati scoperti e da chi?

Una nuova era farmaceutica

Così come tutte le migliori scoperte, gli antibiotici furono scoperti per puro caso nel 1928 da Alexander Fleming uno scienziato inglese. Egli lasciò per qualche giorno le sue colture di stafilococchi, le quali vennero contaminate dal cibo, si presuppone furono resti di ananas.

Al suo ritorno in laboratorio Fleming notò all’interno della coltura la presenza di muffa e che, i batteri in prossimità di tale muffa erano lisati. Pertanto, dedusse che la muffa avesse avuto un effetto letale sugli stafilococchi. Nacque così la Penicillina, chiamata in questo modo per il genere fungino a cui essa apparteneva “Penicillium”.

Nello stesso anno, Chaine e Florey isolarono il principio attivo del fungo “Penicillium notatum” mettendo a punto delle procedure di estrazioni e di produzione industriale della penicillina. Nasce così l’epoca degli antibiotici.

Ma come agisce la penicillina?

La penicillina così come tutti gli antibiotici β-lattamici agisce come inibitore selettivo ed irreversibile degli enzimi fondamentali per la sintesi del peptidoglicano.

Più in particolare tali farmaci agiscono su enzimi quali i transpeptidasi che favoriscono la formazione dei legami crociati in modo da portare ad un disequilibrio che conduce alla morte della cellula. Per tale motivo posso definirsi farmaci battericidi.

La penicillina, è anche denominata Penicillina G, essa è attiva solamente sulla parete dei batteri gram+, presenta una bassa emivita, circa 30/40 minuti e viene somministrata solo per via parenterale in quanto è una penicillina acido-labile, dunque, se somministrata per via orale, la penicillina G viene degradata dal pH gastrico poiché si rompe l’anello β-lattamico, rendendo il sistema triciclico inattivo.

Diverse formulazioni

Le eccessive somministrazioni della Penicillina G, portano ad una scarsa compliance del paziente, quindi si sono attuate diversi metodi di formulazione che hanno permesso una somministrazione di Penicillina G ridotta.

Ricordando infatti che la Penicillina G è escreta a livello renale dunque, per andare ad aumentarne l’emivita, si co-somministra la Penicillina con un acido debole in modo da “bloccare” la secrezione della Penicillina G attraverso i tubuli renali. Nasce così il PROBENECID.

Un ulteriore modifica alla formulazione per far si che aumenti l’emivita della Penicillina G è quella di utilizzare delle forme salificate. Queste formule vengono somministrate per via intramuscolare, esse sono in grado di rilasciare costantemente ed in maniera molto lenta il principio attivo.

I Sali con cui si può co-somministrare la Penicillina o con la procaina in un rapporto 1:2 o con la benzatina in un rapporto 1:1. Solitamente si preferisce la co-somministrazione di Penicillina G e procaina in quanto si ha un’emivita superiore alle 24 ore.

antibiotici e rivoluzione!

Ovviamente la struttura della Penicillina G è stata modificata nel corso degli anni, e ci ha permesso di ottenere diverse forme di Penicillina che ci consentono un emivita maggiore ed una somministrazione diversa, come accade per la Penicillina V.

La Penicillina V, si differenzia dalla Penicillina G per la presenza di un sostituente fenossolico, questo sostituente impedisce che la molecola subisca una degradazione acida a livello dell’anello β- lattamico, si migliora così la biodisponibilità e anche la clearance del paziente in quanto essa può essere somministrata per via orale.

I farmaci citati sono solo due antibiotici a cui si fa riferimento, ma esistono ad oggi, diverse categorie di farmaci che presentano delle strutture chimiche, somministrazioni e meccanismi d’azione diversi dalla Penicillina e che vengono ampiamente utilizzati.

Dott.ssa Oriana Vitale – Tecnico erborista, specializzato in Biotecnologia del farmaco

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Medicina e salute

Sindrome di Cushing: seguire una dieta sana ed equilibrata può essere un’arma segreta!

In cosa consiste la Sindrome di Cushing?

La malattia di Cushing è dovuta ad un’eccessiva produzione di cortisolo, il cosiddetto “ormone dello stress”, generalmente secondaria ad un adenoma ipofisario, ma può essere dovuta anche alla somministrazione terapeutica di corticosteroidi.

Con il termine sindrome di Cushing indichiamo un quadro clinico causato dall’eccesso di cortisolo dovuto a qualsiasi causa, mentre con il termine morbo di Cushing ci riferiamo a una iperfunzione della corteccia surrenalica a causa dell’eccesso di ormone adrenocorticotropo ipofisario. Coloro che sono affetti dal morbo, hanno generalmente un piccolo adenoma ipofisario.

L’eccesso di cortisolo è correlato all’aumento di tessuto adiposo, ecco perché il paziente affetto da Cushing è quasi sicuramente obeso.

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Quali sono i segni e i sintomi?

Sicuramente uno dei segni tipici è la facies lunaris (faccia lunare con aspetto pletorico), obesità tronculare (cuscinetti di grasso prominenti nella zona sopraclaveare e cervicale dorsali) e arti sottili (dita ed estremità distali).

È possibile che si presentino condizioni come atrofia e astenia muscolare, ma anche cute sottile e atrofica con bassissimo potere di cicatrizzazione. Potrebbero comparire smagliature purpuree sull’addome.

Altre caratteristiche tipiche sono:

  • Intolleranza al glucosio
  • Calcoli renali
  • Ipertensione
  • Ridotta resistenza alle infezioni
  • Osteoporosi
  • Disturbi psichiatrici
  • Blocco dell’accrescimento (nei bambini)
  • Irregolarità mestruali (nella donna)
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Si può intervenire con dei piani nutrizionali per ridurre la situazione patologica?

L’aspetto nutrizionale è importante, difatti, una volta diagnosticata la malattia, il primo passo da fare è prescrivere una dieta ricca di proteine e potassio. Considerando i sintomi caratteristici, è necessario che il paziente consumi alimenti ricchi di omega-3 come il pesce, per controllare l’ipertensione, e carboidrati a basso indice glicemico come cereali integrali, per normalizzare i livelli glicemici.

L’utilizzo degli anticoagulanti potrebbe essere necessario poiché il paziente corre il rischio di sviluppare trombosi; per questo motivo è importante limitare il consumo di alimenti ricchi di Vitamina K, infatti, questo micronutriente (fondamentale per i fattori di coagulazione) potrebbe interferire con l’effetto farmacologico.

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La sindrome di Cushing è caratterizzata dall’obesità centrale che potrebbe contribuire allo sviluppo della dislipidemia (alterazione dei livelli lipidici). Ecco perché sarebbe necessario ridurre i livelli di colesterolo LDL e aumentare quelli di colesterolo HDL, cercando di consumare alimenti ricchi di acidi grassi polinsaturi essenziali ti tipo omega-3, omega-6 (presenti nella frutta secca), e ricchi di fibra (cereali, frutta e verdura).

Insomma, la dieta mediterranea è quello stile di vita che tutti dovremmo seguire. La sua azione protettiva non fa altro che ridurre il rischio di sviluppare malattie metaboliche e le complicanze ad esse connesse.

Dott.ssa Valeria Santarcangelo – Biologa nutrizionista 

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