Medicina e salute

NPS: conoscerle per evitarle

Al giorno d’oggi sentiamo tanto parlare di nuove sostanze psicoattive, di quanto siano pericolose e dell’attenzione sempre crescente che richiedono man mano che prendono piede sul mercato nazionale.

Ma cosa sono veramente?  

Secondo il sito dell’osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, vengono definite tali (o più comunemente NPS), tutte quelle sostanze dotate di attività farmacologiche e tossicologiche pericolose per la salute comune, ma che non possono essere inserite nella definizione di droghe illecite in quanto formalmente non sono sostanze proibite. 

La sfida più grande ad oggi è proprio quella di poterle inserire nella lista delle sostanze illecite, in concomitanza con la loro comparsa sul mercato. Tale compito è svolto dal Sistema internazionale di Allerta Precoce (S.N.A.P.P. ISS), che nasce dalla cooperazione tra il Dipartimento delle Politiche Antidroga e l’Istituto Superiore di Sanità, e che lavora in maniera capillare eseguendo un monitoraggio costante con l’obiettivo di contrastare questo fenomeno che è sempre più in crescendo.

Ma vediamo un po’ di quali sostanze stiamo parlando

Principalmente catinoni e cannabinoidi, ma anche fenetilamine, piperazine, ketamine e similari, sono sostanze di natura sintetica, disponibili sia pure che come preparati. Si tratta spesso di agonisti dei recettori cannabinoidi, con effetti simili a quelli provocati da benzodiazepine e oppioidi, ma più potenti e meno controllati, per questo molto pericolosi. Alcune NPS mimano l’azione stimolante di droghe come MDMA, anfetamina e cocaina mentre altre hanno effetti LSD-simili come allucinogeni e dissociativi. La totale mancanza di controllo sia degli effetti primari che di quelli secondari, rende queste sostanze ancor più pericolose di quelle da cui derivano o di cui mimano gli effetti. Gli effetti principali e anche i più gravi sono a carico del sistema nervoso e del sistema cardiovascolare, e che in molti casi possono essere letali.

Spesso a peggiorare la situazione è la facilità con cui tali sostanze sono reperibili sul mercato, soprattutto quello online, dove è più facile raggirare i controlli, e dove tali sostanze riescono a mantenere uno status legale in quanto vendute sotto forma di sali da bagno, prodotti cosmetici, deodoranti e affini. Riportano false etichettature che descrivono sostanze ben diverse come contenuto e le etichette sono spesso corredate dalla dicitura ”uso non umano”, al fine di eludere i controlli. In questo modo riescono a raggiungere chiunque ne faccia uso, espandendosi in maniera tanto capillare quanto pericolosa, soprattutto tra i giovani, che rappresentano i maggiori consumatori.

Perchè sono così pericolose?

La fascia d’età più interessata è quella tra i 15 e i 19 anni. Ma spesso a preoccupare non è soltanto l’uso personale che ne viene fatto, ma anche quello su terze persone spesso non consenzienti, e ancor peggio ignare del pericolo a cui sono esposte. Di particolare rilevanza è il contesto in cui queste sostanze vengono maggiormente consumate, e le possibili associazioni con bevande alcoliche e superalcoliche. Tali associazioni sono ancora più pericolose delle sostanze singole, in quanto si può andare incontro ad una sinergia degli effetti che in alcuni casi può rivelarsi anche fatale. NPS benzodiazepin-simili e simil-oppioidi che innescano meccanismi depressivi a livello centrale, se assunte contemporaneamente con alcolici, possono portare ad un iniziale stato di euforia e disinibizione, seguito da una fase depressiva a carico delle funzioni vitali (come quella respiratoria) che può portare a conseguenze molto gravi, e irreversibili in alcuni casi.

L’ultimo report dell’ESPAD (European School Survey Project on Alcohol and other Drugs) ha messo in luce le tendenze in voga tra i giovani (soprattutto nella fascia d’età 15-19 anni) che vedono una diminuzione nel consumo di tabacco e alcol; rimane confermato, ma con un aumento del trend (in Italia riguarda il 27% degli studenti, contro il 16% nel resto d’Europa) l’utilizzo di sostanze illecite come cannabis, cocaina ed ecstasy. Ma il dato più allarmante è relativo all’aumentato consumo di nuove sostanze psicoattive, e l’Italia si trova al sesto posto su 35 circa l’uso di tali sostanze. E’ proprio da questi dati che emerge la necessità di contrastare il più possibile la diffusione di tali sostanze e contemporaneamente di inserirle nella lista delle sostanze proibite al fine di contrastare questo trend in continuo e pericoloso aumento.

Dott.ssa Pamela Babino, QC Scientist

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Mi sento gonfio come un pallone : il problema del gas intestinale

Per quanto possa essere un disturbo ampiamente diffuso il meteorismo non è mai stato valutato in maniera sistemica fino agli anni ’60. In questo articolo ci soffermeremo con un assetto decisamente medico su tutto ciò che concerne il gas intestinale sfatando miti e cercando di comprenderne la sua fisiologia.

Di cosa è composto?

Andando ad analizzare l’intero tratto gastrointestinale ci si accorge che la quantità di gas presente all’interno è relativamente ridotta. Il volume del gas presente all’interno di tale tratto dipende dall’equilibrio tra il processo di immissione di aria all’interno del corpo e sua emissione. L’ingresso di gas può derivare dalla deglutizione, fermentazione batterica, diffusione dal torrente sanguigno e da reazioni chimiche, invece una sua uscita potrebbe essere riconducibili ad eruttazioni , consumo batterico, assorbimento sanguigno ed evacuazione anale.

La variabilità dei fattori caratterizzanti la composizione dei gas a livello intestinale non ostacola l’assetto omeostatico che esiste alla base del processo. Studi effettuati mediati Tomografia Computerizzata hanno dimostrato come il volume di gas intestinale a digiuno si aggiri intorno ai 100-200 ml, mentre si registrano aumenti del 65% dopo l’ingestione di un pasto.

Risultato immagini per gas intestinale composizione

Sono stati analizzati 10 soggetti sani a digiuno ed è stato riscontrato in questi ultimi che, mediante lavaggio intestinale con infusione rapida intraluminale di argon nel digiuno, i gas maggiormente rappresentati erano :

  • Azoto
  • Ossigeno
  • Metano
  • Idrogeno
  • Anidride carbonica

Bisogna specificare che l’azoto presente nella miscela è predominante rispetto all’ossigeno e che le concentrazioni riconducibili agli altri erano abbastanza variabili.

La composizione del gas a livello intestinale non è la stessa di quella del gas eliminato a livello anale.

Analisi metabolica del gas a diversi livelli del tratto GI

Prima di tutto bisogna immaginare il compartimento gastrointestinale diviso in tre parti :

  • Stomaco
  • Intestino tenue
  • Colon

Si tenga presente che l’eccesso di gas in un compartimento ed il passaggio nel successivo è garantito dal movimento peristaltico caratteristico dell’apparato gastrointestinale. La capacità di diffusione di un gas dipende da numerosi fattori come ad esempio la differenza di pressione parziale, la solubilità in acqua e dell’esposizione al gas alla superficie mucosa.

L’anidride carbonica per una data differenza di pressione parziale diffonde più rapidamente rispetto ad altri gas come idrogeno, azoto, metano ed ossigeno.

Altra caratteristica interessante che vi è alla base del metabolismo gassoso dell’apparato gastrointestinale è che sia l’idrogeno che il metano, assorbiti dall’intestino, non vengono metabolizzato e vengono escreti come tali. Questo vuol dire che una analisi dell’aria espirata diventa un modo semplice per quantificare il volume di tali gas a livello GI. Il prodotto di espirazione a base di idrogeno deriva dal tasso di ventilazione alveolare e dalla concentrazione di questo a livello alveolare. Poichè il tasso di ventilazione alveolare è relativamente costante nelle persone sedentarie, questo può essere utilizzato come indice di valutazione per quantificare il tasso di H2 presente a livello GI.

La differenza di pressione parziale tra lume e sangue permette la diffusione di questi gas tra i due compartimenti, dunque è importante capire e quantificare quest’ultima per comprendere il movimento che vi è alla base della cinetica di questi gas.

Viaggio di una particella di gas all’interno del nostro tratto GI

Seguendo il percorso che gas percorre all’interno del nostro tratto GI intestinale ci si accorge che il primo compartimento coinvolto in tale processo è lo stomaco. All’interno di questo organo la quota di gas è relativamente piccola e si aggira intorno ai 10-20 ml e la sua localizzazione dipende essenzialmente dalle contrazioni delle pareti e dalle forze gravitazionali. In clinostatismo nel fondo dello stomaco vi è la formazione di una bolla d’aria, cosa che in posizione supina non accade in quanto l’aria va a distribuirsi nella porzione anteriore del corpo dello stomaco e dell’antro vicino alla parete addominale.

Risultato immagini per intestino colon

Il fattore su cui ognuno di noi dovrebbe ragionare risiede nel fatto che la quota di gas presente all’interno dello stomaco deriva essenzialmente dalla deglutizione e viene eliminato attraverso l’eruttazione o svuotamento del duodeno o assorbimento.

Dunque è l’aria ingerita che costituisce la bolla gastrica presente nello stomaco e tale affermazione risulta confermata dalla quasi assenza di questa in pazienti con acalasia avanzata.

Anche la composizione dell’aria introdotta dall’esterno mediante deglutizione risulta avere una composizione totalmente diversa. Essa risulta avere una quota più alta percentuale di ossigeno e più bassa di anidride carbonica. Si suppone. a tal proposito, che la CO2 presente a livello dello stomaco in realtà derivi per diffusione dal sangue alla bolla gastrica.

Continuando il nostro viaggio andiamo a ritrovarci all’interno dell’intestino tenue. Studi hanno dimostrato che mediamente 10-20 ml di gas sono contenuti normalmente all’interno di quest’ultimo e che sono presenti delle bolle sparse piccole lungo tutto il lume intestinale.

Le immagini radiologiche inoltre dimostrano che analisi idroaeree intestinali in posizione eretta indicano che il liquido sia presente sotto la bolla di gas ed è visibile solo in determinate condizioni patologiche come ileo o ostruzione.

La produzione di anidride carbonica presente nell’intestino deriva essenzialmente dalla reazione tra acido cloridrico e bicarbonato. Il primo è prodotto dalla secrezione acida gastrica o dagli acidi grassi rilasciati durante la digestione dei trigliceridi, mentre il secondo deriva dal trasporto biliare, pancreatico o secrezione intestinale.

Una analisi volumetrica condotta mediante TC dimostra che il gas presente all’interno dell’intestino tenue resta essenzialmente costante. Questo risultato sembrerebbe coerente con la capacità diffusiva dell’anidride carbonica che passa facilmente dal comparto luminale a quello sanguigno.

Il volume di gas non subisce delle grandi variazioni anche in situazioni post-prandiali se si è in presenza di una microflora batterica normale.
Altri studi sono necessari per correlare variazioni della flora batterica con l’aumento del quantitativo gassoso presente lungo il tratto GI.

Scendiamo lungo il colon e ci accorgiamo che qui il quantitativo di gas intestinale è nettamente superiore rispetto alla parte alta del tratto GI. Il volume di gas presente si aggira tra i 50-100 ml ed inoltre immagini di TC hanno mostrato come questo contenuto a digiuno ed a 120 min dal pasto porti ad un aumento di gas nel colon pelvico. Deve essere specificato che l’aumento è registrato anche prima della ipotetica fermentazione dei substrati da parte della flora microbica. Questo fattore si traduce in una spinta di N2 e CO2 dal tenue al colon nelle fasi successive all’ingestione di un pasto.

Componenti importanti del chimo arrivano in sede intestinale a livello del colon e diventano substrati per i batteri presenti portando alla produzione di : idrogeno, anidride carbonica, metano, piccole quantità di zolfo e altri gas come l’ossido nitrico .

Questi gas come l’NO ed i solfuri possono avere degli effetti sull’ospite. Teoricamente la produzione di gas batterici e di anidride carbonica, idrogeno e metano possono portare ad una riduzione delle pressioni parziali di azoto ed ossigeno portando ad una diffusione dal torrente ematico in sede luminale.

L’ossigeno che passa in sede luminale viene consumato dai batteri presenti in tale sede, mentre l’idrogeno ed il metano raggiungono delle concentrazioni esplosive, fattore che potrebbe essere deleterio per esami diagnostici. Tale problematica potrebbe essere evitata mediante opportuna preparazione prima della colonscopia.

Bisogna specificare che il volume netto di gas prodotto deve essere messo in relazione alle specie batteriche presenti, alla quantità di substrati fermentabili ed alla situazione individuale del paziente.

Quali cibi possono fermentare nel colon?

Diversi sono gli alimenti che possono fermentare in sede intestinale al livello del colon come ad esempio alcuni carboidrati che vengono assorbiti solo parzialmente. La maggior parte degli individui presenta inoltre una diminuzione genetica nella produzione di lattasi, enzima necessario al metabolismo del lattosio. L’ingestione di prodotti a base di lattosio, in questi soggetti, spesso porta ad un aumento del volume di gas a livello del colon.

La frutta e la verdura contengono molti oligosaccaridi non digeribili come stachiosio e raffinosio che vengono facilmente fermentati dai batteri intestinali. Una frazione di carboidrati complessi presenti nel frumento come pasta e pane bianco, nell’avena, nelle patate e nel mais non viene assorbita dal tenue e fermenta successivamente.

La presenza di amido in una forma fisica resistente all’amilasi, enzima fondamentale per la sua scissione e metabolismo, causa aumento del volume di gas in tale sede.

La farina di riso è l’unico carboidrato che viene assorbito quasi totalmente.

Nelle bevande analcoliche vi è una grande quantità di fruttosio presente e poche persone riescono a metabolizzarlo senza problemi. Il sorbitolo impiegato come zucchero a basso contenuto calorico, tuttavia nel colon fermenta perchè diventa substrato per i batteri presenti.

Anche le fibre fermentabili diventano fonte di gas, anche se lo psyllium comporta solo un aumento minimo di H2 all’escrezione.

Una dieta ad alto residuo e contenente prodotti alimentari fermentabili contribuisce alla produzione di gas, inoltre questo processo è sostenuto anche dai normali componenti alimentari che possono interferire con la scissione dell’amido.

Le fibre stesse possono alterare l’assorbimento di altri alimenti come l’amido, ed un inibitore dell’amilasi pancreatica presente all’interno del chicco di fagiolo ne rallenta la digestione dello stesso e dunque l’assorbimento.

Si tenga presente che lo stesso muco intestinale può essere un substrato fermentabile. Tale teorica sembra avere un razionale se correlato all’alta escrezione di H2 osservata nella SIBO e nella malattia celiaca non trattata.

La composizione della microflora intestinale influenza la produzione e la composizione di gas

La composizione della nostra flora batterica può variare considerevolmente ed avere un certo grado di individualità, Le condizioni ambientali alla nascita e durante la vita adulta, l’utilizzo di antibiotici, lo stile di vita influenzano in maniera sostanziale la composizione della nostra flora batterica. Nel colon la microflora a livello luminale produce gas intestinali. L’attuale conoscenza sui microrganismi presenti nel colon è limitata ma esistono numerosi studi che si impongono di chiarire quale sia il ruolo e l’attività metabolica della microflora intestinale.

Risultato immagini per flora batterica composizione

Il colon ospita una numero considerevole di batteri e di specie che fermentano substrati indigeriti, con conseguente rilascio di idrogeno ed anidride carbonica.

Il metabolismo batterico sembra essere l’unica fonte di produzione di idrogeno intestinale. La fermentazione batterica a livello intestinale può coinvolgere anche delle vie che non prevedono formazione di gas. Alcuni microrganismi invece di produrre gas li consumano a livello endoluminale come idrogeno, anidrire carbonica e ossigeno. I ceppi maggiormente coinvolti nel consumo di idrogeno sono essenzialmente tre :

  • Acetogeni : consumano idrogeno ed anidride carbonica per sintetizzare acidi grassi a catena corta
  • Metanogeni : utilizzano idrogeno per ridurre solfato a solfuro
  • Solfato-riduttori : utilizzano idrogeno per ridurre anidrire carbonica a metano. Nello specifico 5 moli di gas vengono impiegate per produrre una mole di metano con una riduzione di gas intestinale.

Esistono differenze sostanziali tra i vari ceppi in quanto si osservano caratteristiche biochimiche individuali per ogni ceppo che ne giustificano le differenti composizioni del gas intestinale.

Solo il 40% degli adulti presenta delle concentrazioni di metano rilevabili nel respiro in relazione al numero di ceppi metanogeni presenti nella loro flora.

I batteri solfato-riduttori e metanogeni competono per l’idrogeno; i metanogeni tendono a localizzarsi nel colon distale, mentre i solfato-riduttori si osservano a livello prossimale.

I metanogeni consumano H2 con maggiore facilità rispetto agli altri ceppi batterici e la bassa escrezione di idrogeno è ricollegabile alla forte prevalenza di ceppi che lo metabolizzano consumandolo.

E’ stata confermata la correlazione tra aumento di ceppi metanogeni e stipsi. Questa osservazione è stata spiegata con il ruolo importante che ricopre il metano nella diminuzione del transito intestinale, o di contro della proliferazione dei metanogeni in soggetti con un basso transito.

L’alimentazione può essere fondamentale nella variazione della composizione del nostro microbiota. Una cronica somministrazione di disaccaridi a bassa metabolizzazione come lattulosio o lattosio porta ad una diminuzione della quota di H2 escreta con il repsiro, se misurato con dose test.

Questa osservazione è riconducibile ad un aumento di ceppi come Bifidobacterium spp. ,che fermentano il lattosio senza rilasciare idrogeno, sia di microrganismi che consumano gas.

Uno studio ha dimostrato che una dieta ricca di residui flatulogenici porta ad un incremento relativo di metanogeni in soggetti sani.

Gli odori non dipendono dai gas presenti in misura prevalente

Per quanto erroneamente si possa pensare l’odore caratteristico del gas intestinale non dipende essenzialmente da nessuno dei gas presenti in misura prevalente. Questo vuol dire che sono i gas presenti in tracce a dare l’intensità e rendere il gas odorifero. Essenzialmente i colpevoli sono due molecole : l’idrogeno solfuro ed il metanetiolo.

Risultato immagini per cattivo odore

Questi due composti sono prodotti di rilascio del metabolismo batterico di composti endogeni ed esogeni come il solfato, cisteina e mucina. La metionina sembra essere il substrato preferito per la produzione di metanetiolo.

Sia il metanetiolo che l’idrogeno solfuro presentano una tossicità simile al cianuro e proprio per questo motivo la mucosa intestinale, per proteggersi, ha sviluppato un meccanismo efficiente che li trasforma prontamente in tiosolfato, in modo che solo una piccola quota viene escreta con il respiro

Tra 40 ml e 120 ml

L’evacuazione di gas a livello anale è il frutto di un movimento di questo lungo il tratto GI. il gas che non viene assorbito e metabolizzato viene escreto attraverso l’ano. Mediamente un soggetto con una dieta normale tende ad espellere circa 40 ml/ora dopo 6 ore dalla colazione, mentre con una dieta ad alto residuo può aumentare a circa 120 ml/ora. La quota può aumentare ulteriormente di due o tre volte in relazione alla variazione della dieta del soggetto. Il processo non risulta influenzato nè dall’età nè dal sesso ed inoltre il quantitativo di azoto e di ossigeno non risentono dell’alimentazione. La quota di N2 eliminata quotidianamente è di circa 200 ml attraverso l’ano ed è indipendente dalla dieta. L’ossigeno eliminato attraverso l’ano è in quota molto ridotta ma neanche questo varia in relazione all’ingestione di cibi differenti. Sia l’ossigeno che l’azoto derivano essenzialmente dall’aria ingerita e dalla diffusione sanguigna.

I volumi di ossigeno, azoto e metano possono essere molto variabili nel flato individuale. In particolari sono stati messi in relazione alla capacità fermentativa della microflora batterica ed alla presenza di substrati non fermentabili in questa sede.

La proporzione nell’eliminazione di tali gas è in relazione alla loro produzione, inoltre in soggetti che presentano alta produzione di idrogeno vi è solo un 20 % di questo eliminato a livello orale, mentre la restante parte viene eliminata a livello anale. Al contrario in soggetti con bassa produzione di H2, oltre il 65% viene eliminato oralmente.

Si tenga presente che il meccanismo di assorbimento di idrogeno al livello della mucosa intestinale non è saturabile e per tale motivo una quota decrescente di H2 eliminato a livello orale è probabilmente riconducibile ad una maggiore propulsione di questo verso l’ano.

Le escrezioni di anidride carbonica risentono ugualmente alto tenore di produttività in tale sede e rapida evacuazione conseguenziale.

Dr.Vincenzo Zottoli – Biologo- Farmacista – Master Internazionale di secondo livello in alimentazione e Dietetica Clinica

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Che peso sullo stomaco!

Interpretazione medica

A livello medico il concetto di gastrite è riconducibile a diverse descrizioni specifiche del processo patologico. Gli addetti ai lavori la definiscono come un’alterazione endoscopica della mucosa gastrica, altri ancora utilizzano il concetto di infiammazione istologica a carico della mucosa.

Sembra che la descrizione più coerente del processo sia l’ultima.
Bisogna tener presente che, per quanto assurdo possa sembrare, la gastrite raramente si va a correlare con sintomi quali epigastralgia, nausea e vomito. Proprio per questo motivo la maggior parte dei soggetti che soffre di gastrite presenta un quadro tendenzialmente asintomatico. In un recente studio sembra vi sia una correlazione tra la malattia di Huntington e gastrite nonostante i sintomi fossero lievi ed in alcuni soggetti un quadro asintomatico.

Altra distinzione interessante da fare è quella basata su alterazioni istologiche ed endoscopiche. In un studio che coinvolgeva circa 400 pazienti affetti da gastrite, solo il 14% presentava della alterazioni istologiche contro il 20% che invece mostrava anomalie macroscopiche. Dunque anche la correlazione tra alterazione istologica ed endoscopica è molto debole e non può essere considerato un criterio diagnostico di riferimento.

Per diagnosticare con sicurezza una gastrite è necessario che il paziente sia sottoposto a biopsia gastrica da effettuare in sede di gastroscopia. Le sedi scelte per le 5 biopsie ( numero di riferimento diagnostico) devono essere necessariamente notificate al patologo che le prenderà in considerazione in sede di analisi istologica del tessuto effettuando un confronto con i risultati derivanti dall’indagine strumentale.

La classificazione di Sidney ha la finalità di unificare la terminologia per la gastrite endoscopica ed istologica e gastropatia (gastrite acuta erosiva). L’impiego di tale classificazione solo a scopo di ricerca deriva dalla complessità nel mettere in relazione i due aspetti della patologia ed inoltre risulta difficoltoso avere un numero adeguato di biopsie derivanti da specifiche regioni dello stomaco.

La gastrite è un processo acuto o cronico?

La gastrite può avere un aspetto patologico caratteristico sia di processi acuti che cronici. Le considerazioni istologiche e funzionali a livello tissutale sono molto diverse in termini di agenti causanti la malattia ed evoluzione della stessa.

Tratteremo singolarmente i due processi elencandone le caratteristiche patologiche .

Gastrite acuta

La gastrite acuta caratterizzata da un infiltrato di leucociti neutrofili nella mucosa gastrica è piuttosto rara. Questa peculiarità la differenzia dalla più comune gastrite “attiva”, in cui sono presenti oltre ai neutrofili anche plasmacellule e linfociti tipici dell’infiammazione cronica correlate ad infezione da Hp (Helicobacter Pylori).

Spesso i processi acuti di gastrite sono facilmente riconducibili a delle infezioni derivanti da organismi invasivi. La gastrite (suppurativa) flemmonosa è un’infezione della sottomucosa e della muscolare propria gastrica, risparmiando così la mucosa.

I principali organismi coinvolti nello sviluppo di tale processo patologico sono:

  • Streptococchi gruppo A
  • Funghi
  • Gram-negativi
  • Gram-positivi
  • Anaerobi

Si tenga presente che tale condizione può simulare un processo tumorale e può inoltre estendersi ad organi vicini infettandoli. Essa può coinvolgere stomaco e fegato fino alla milza, dando luogo ad un ascesso in alcuni casi. In tale condizione può essere coinvolto anche l’esofago che potrebbe essere anche l’apparente fonte di infezione.

La gastrite acuta flemmonosa e necrotizzante si associa a varie condizioni fra le quali un’esposizione a sostanze corrosive, quantità ingenti di alcol, infezione del tratto respiratorio superiore, AIDS ed altre condizioni immunosoppressive, trapianto di fegato.

Una forma particolare di tale malattia è la gastrite enfisematosa causata da organismi produttori di gas, caratterizzante la parete dello stomaco e del sistema venoso portale.

Una analisi radiologica del paziente può mostrare lo stomaco con bolle di gas che alterano le stesse pareti e che appaiono come cisti piene di aria.

Nonostante la gastrite enfisematosa potrebbe risolversi con la guarigione, spesso questa condizione può progredire fino ad arrivare alla gangrena gassosa ed essere fatale per il paziente.

I principali fattori di rischio della gastrite flemmonosa enfisematosa sono :

  • Ingestione materiale corrosivo
  • Gastroenterite
  • Infarto gastrointestinale
  • chirurgia gastroduodenale

Come si presenta il paziente con gastrite enfisematosa?

I principali segni che riconducono ad un quadro patologico tipico della gastrite enfisematosa sono :

  • ascite purulenta
  • febbre
  • ipotensione
  • dolore acuto addominale in sede epigastrica
  • peritonite

La diagnosi può essere effettuata mediante esame radiografico diretto, ecografia o TC, biopsia gastrica ed esame colturale.

Macroscopicamente si presenta:

  • Ispessimento parete dello stomaco
  • Edema
  • Multiple perforazioni
  • Essudato granulare verde-scuro

Microscopicamente si presenta:

  • Infiltrato polimorfonucleati
  • Organismi Gram- positivi e/o Gram-negativi
  • Trombosi vascolare
  • Estese aree di necrosi

Il tasso di mortalità di tale malattia si attesta intorno al 70% probabilmente in relazione alla sua diagnosi tardiva. Si tenga presente che tale condizione è curata mediante drenaggio dello stomaco, resezione e somministrazione antibiotica ad alto dosaggio (ampio spettro).

La malattia può essere associata anche a leucemia granulocitica e a neutropenia. Tale evenienza può rappresentare un evenienza isolata e meno comune rispetto ad una infiammazione del cieco neutropenica o enterocolite.

In questa sezione è stata descritta solo una delle tante condizioni acute di gastrite.

Gastrite cronica

La gastrite cronica è molto più comune rispetto a quella acuta e ricopre un ruolo di maggiore rilevanza da un punto di vista patologico in quanto risulta essere un fattore predisponente verso altre condizioni, come :

  • Neoplasie gastriche benigne o maligne
  • Malattia ulcerosa peptica
  • Polipi gastrici iperplastici

Helicobacter Pylori

La gastrite da Hp è abbastanza comune ai processi di gastrite cronica ed essa risulta essere caratterizzata in alcuni casi da infiltrazioni a livello mucosale di plasmacellule contenti corpi di Russell ( gastrite con Corpi di Russell) . Un’altra forma di gastrite è quella riconducibile alla formazione di noduli o anche detta gastrite nodulare che può regredire dopo l’eradicazione del microrganismo dallo stomaco.

La gastrite nodulare risulta essere particolarmente coinvolta in altri processi patologici come morbo di Crohn, gastrite sifilitica, gastrite linfocitaria , gastrite collagenosica e la forma secondaria di amiloidosi.

Gastrite cronica atrofica

Il rapido turnover della mucosa gastrite permette a quest’ultima di andare a mantenere uno stato fisiologico in termini di funzionalità e di struttura. L’alterazione di tale processo di sostituzione è alla base della condizione patologica tipica di questo quadro clinico.

Quando l’infiammazione cronica colpisce lo stomaco, il processo rigenerativo viene alterato e con esso il tasso di perdita cellulare risulta particolarmente spiccato rispetto a quello di turnover omeostatico tipico fisiologico. In risposta a ciò può avvenire un assottigliamento della mucosa gastrica ed una metaplasia intestinale.
L’assottigliamento della mucosa gastrica e la metaplasia intestinale sono due processi che, insieme all’infiammazione cronica, vengono definite gastrite cronica atrofica o atrofia gastrica.

La gastrite atrofica deve essere tenuta in considerazione per due motivi principali :

  1. Le cellule ghiandolari specializzate sono colpite dall’assottigliamento gastrico e dalla metaplasia portando ad una diminuzione o assenza dei loro prodotti secretivi con conseguente acloridia, ipocloridia e alterazione della secrezione del fattore intrinseco. Quest’ultimo risulta essere importante se messo in correlazione con il malassorbimento della B12 derivante da tale processo.
  2. I pazienti con gastrite atrofica e metaplasia intestinale hanno un aumentato rischio di sviluppare displasia gastrica e cancro dello stomaco.

Nel 2005 furono utilizzati due metodi per refertare istologicamente le gastriti atrofiche tenendo conto del processo di assottigliamento della mucosa gastrica e della metaplasia intestinale.
Con il metodo OLGA- System ovvero Operative Link On Gastritis Assessment si è tentato andare a stadiare quello che è il rischio e la progressione della gastrite atrofica a cancro gastrico. In questo sistema effettivamente si aveva una certa coerenza nel correlare il rischio di neoplasia gastrica ad atrofia.

Successivamente si è valutato di inserire come criterio diagnostico anche la metaplasia intestinale perchè di più facile interpretazione da parte dei patologi. A tal proposito il metodo OLGIM ovvero Operative Link on Gastric intestinal Metaplasia non mostrava una sicurezza infallibile nella correlazione in quanto poteva essere meno sensibile nei pazienti con alto rischio di cancro gastrico.

A livello medico sono state riconosciute due tipologie di gastriti atrofiche corniche.

La gastrite atrofica con metaplasia ambientale o EMAG o ancora Enviromental Metaplastic Atrophic Gastritis, che presenta delle caratteristiche completamente diverse dalla AMAG o Autoimmune Metaplastic atrophic Gastritis anche detta atrofia diffusa del corpo.

Queste due tipologie di gastriti sono distinte mediante dei metodi laboratoristici, istologici endoscopici e mediante criteri clinici ben precisi.

Nelle EMAG di solito si osservano infezioni da Hp cosa che invece in AMAG non si osserva, in quanto vi è un infiltrazione di plasmacellule B e cellule T contro vari agenti delle cellule parietali. E’ difficile andare a distinguere i due processi in maniera netta in quanto presentano una sovrapposizione in alcune caratteristiche patologiche.

In EMAG l’infezione da Hp potrebbe scomparire e lasciare comunque in circolo la presenza di anticorpi che sono invece presenti già nel quadro iniziale in AMAG.

E’ stata ipotizzata una correlazione su base di mimetismo molecolare tra anticorpi contro Hp e pompa protonica, causando così una forma di AMAG.

Le due forme di gastrite atrofica cronica verranno trattate negli articoli successivi singolarmente.

Dr. Vincenzo Zottoli – Farmacista – Biologo – Master in Dietetica e Nutrizione Clinica

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Medicina integrata e Fitoterapia

Interviste con la scienza

Intuito, immaginazione scientifica e coraggio: fusi nello stupore.
E’ proprio da qui che sono partita.
Ho guardato la scienza con stupore, mi sono immaginata seduta su una poltrona, a tu per tu con i miei “intervistati”, fattori di crescita, ormoni, fitocomplessi, enzimi, farmaci, protagonisti assoluti di storie e mondi tanto affascinanti quanto sconosciuti.
Fare domande e stupirsi.
Mai quanto questa frase di Wislawa Szymborska esprime (con un gioco di parole al contrario) la spinta, che accomuna tutti i curiosi come me, ad avere un pensiero che vada più in la’.


“Ieri mi sono comportata male nel cosmo
Ho passato tutto il giorno a fare domande senza stupirmi di niente”.


Un risultato che sembra strano e sembra non tornare: il coraggio serve a capire che, anche se non e’ una grande scoperta, e’ comunque un piccolo tassello che si sta portando avanti nella conoscenza.

Il punto e’ sempre e solo uno: spostare un po’ più in la’ le domande a cui ci sembra di non poter rispondere.

Seduta su quella poltrona, ho deciso di invertire la rotta, con un cambio di prospettiva che desse voce ai veri protagonisti, e di parlare una lingua un po’diversa dal solito linguaggio scientifico, che a volte astrae anziche’ avvicinare.

Per entrare in contatto con i “personaggi” da me intervistati, ho deciso di volerli conoscere a fondo e lo voglio fare per poterveli presentare proprio sotto la veste del coraggio, dell’intuizione e di quell’immaginazione scientifica tanto cara a Margherita Hack.

Niente nella vita va temuto
Dev’essere solamente compreso.
Ora e’tempo di comprendere di piu’, cosi’possiamo temere di meno”
. Marie Curie

Dottoressa Giulia Sanino

Psicologia del Benessere

Mente e corpo in movimento


“Ogni movimento, di qualsiasi natura esso sia, è creatore

[ EDGAR ALLAN POE]

Il movimento è quanto di più naturale accada all’uomo.
Non siamo nati per stare fermi, tutto, nella nostra struttura corporea, rimanda al movimento: il modo modo in cui “siamo costruiti” in prima battuta, il sistema scheletrico, muscolare tendineo…una “macchina” progettata in modo che forze di trazione, flessione e torsione si coordinino in modo perfetto.


Il movimento è al tempo stesso strumento ed espressione del nostro essere. Eppure, anche dalle “soste”, come da tutte le cose, c’è molto da imparare. Quando nei mesi scorsi siamo stati costretti ad una “sosta forzata” , molti di noi hanno compreso quanto importante fosse anche semplicemente il normale “camminare” per spostarsi da un punto all’altro.

Proprio il movimento, inteso anche come semplice camminata ci porta infatti in connessione con il mondo che abbiamo intorno, dal quale proveniamo e del quale siamo parte integrante. Prima di parlarvi di “movimento” in senso stretto e appena appena “tecnico” (io non mi occupo di questo se non in margine al mio lavoro) vorrei davvero fermarmi un istante sull’importanza Di una delle sue espressioni più belle: il cammino.

Cammino è la strada che percorriamo, sono gli incontri, è il mondo che abbiamo intorno, è la condivisione di tutto quanto ci appare. Cammino è percorrere sentieri consumati dai passi ed esplorarne di nuovi, è seguire il corso dei pensieri che nascono dal profondo e dai mondi diversi che ciascuno di noi ha attraversato.

Camminare: benefici e vantaggi per corpo e psiche - Wise Society


Cammino è anche sapersi fermare quando i passi non ti portano dove vorresti; quando le forze sembrano venire meno, quando la direzione appare incerta. Mettiamo il corpo in movimento tutte le volte che ci è possibile e, compatibilmente con le nostre esigenze (ma ricordiamoci che è una esigenza anche questa) cerchiamo luoghi ben areati dove si “nutre” anche lo spirito.

Possiamo ad esempio individuare vicino a casa o al lavoro uno spazio verde che fa al caso nostro; per i fine settimana, se gli impegni lo consentono, possiamo vincere la pigrizia e programmare piccole “gite fuori porta” ed informarci sui parchi o i luoghi di interesse naturale più vicini a noi. Non è necessario fare tanto per trarre beneficio: la cosa importante è la quotidianità perché il nostro organismo “usa” il movimento per dare a sua volta movimento ad organi e cellule (è quello che chiamiamo “metabolismo”) ed allo stesso tempo per scaricare attraverso di esso tensioni e cattivi pensieri.


Se abbiamo dei figli questa deve essere una buona abitudine da trasmettere ma anche (e
soprattutto) l’occasione per passare un po’ di tempo insieme lontani da dispositivi elettronici di vario genere e per scoprire le meraviglie della Natura.

Il nostro corpo è stato progettato per muoversi, qualsiasi macchina, se sta ferma troppo a lungo, rischia di rovinarsi e non funzionare più. Camminare, semplicemente camminare, è la forma più naturale e semplice di movimento, ma anche la più efficace: indossando scarpe comode, senza portare pesi, alla velocità che ci consente, parlando, di non “farci venire il fiatone”.

In questo modo il cuore non si affatica ed il sistema circolatorio migliora la propria funzione. Anche l’intestino funzionerà meglio perché riceverà stimolo al suo naturale movimento, così anche l’insulina funzionerà meglio e la glicemia sarà meglio controllata, miglioreranno il tono muscolare e la mineralizzazione ossea, aumenterà la capacità polmonare e funzionerà meglio anche il sistema immunitario.

Inoltre bilancia i due emisferi cerebrali (l’emisfero destro sede delle nostre capacità creative ed il sinistro, sede della razionalità) aumentando memoria e creatività, migliora la lucidità di pensiero, riduce la depressione e migliora l’umore.

Infine migliora la qualità del sonno, altro elemento importantissimo!
E gli oli essenziali?
Che ruolo hanno in tutto questo?

Come sempre un ruolo importantissimo.

Se per camminare scegliamo un luogo ricco di vegetazione la loro naturale presenza nell’aria che respiriamo contribuisce a migliorare la nostra capacità respiratoria ma anche a liberare i pensieri…uno dei miei ricordi più belli è l’aver attraversato, nel sud del Portogallo, una meravigliosa foresta di Eucalipti, un’esperienza unica ed indimenticabile che in giorni come questi, nei quali il viaggiare appare come un qualcosa di lontano e difficile da immaginare, grazie al potere evocativo delle memorie olfattive (mi basta una piccola inalazione a secco da un boccetto contenente olio essenziale di Eucalipto CT Radiata) mi riporta a quei momenti ed alla meravigliosa sensazione di connessione con il mondo circostante. Più semplicemente ci sono, nella nostra meravigliosa penisola boschi cammini ricchi di piante aromatiche, Pini marittimi, Pini silvestri ma anche arbusti come il Ginepro e Rosmarino…camminare e soffermarci a “gustarne” l’aroma evocherà in noi sensazioni potenti.

E poi naturalmente le piante aromatiche e gli oli essenziali ci vengono in “soccorso” anche per i piccoli inconvenienti che il camminare può causare: muscoli affaticati, contratture? Poche gocce di olio essenziale di Eucalipto CT Citriodora (attenzione! Si tratta di un olio essenziale differente dall’Eucalipto CT Radiata citato pocanzi) mescolati ad olio vegetale di Arnica montana risolveranno in brevissimo tempo.

Piedi stanchi e gonfi?

Un pediluvio con due gocce di olio essenziale di Menta Piperita e due gocce
di olio essenziale di Lavanda Vera sciolte prima in un cucchiaio di sale grosso da cucina al quale uniamo un cucchiaio di olio vegetale (anche di oliva). I nostri piedi saranno nuovi!

Articolazioni un po’ “provate” dal cammino?

Ancora olio vegetale di Arnica montana in cui avremo diluito due o tre gocce di olio essenziale di Rosmarino CT Canfora. Pronti a riprendere il giorno dopo!
Insomma anche nel (e “sul”) cammino, gli oli essenziali ci fanno compagnia. In Armonia con la Natura! E ricordate sempre: camminare allena il Corpo, libera la Mente e solleva lo Spirito. In marcia!!!

Dr Stefania Sartoris
Farmacista – Biologo – Naturopata
Professore a Contratto presso il Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco –
Università degli Studi di Torino

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Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Alimentazione e Sport, Medicina e salute

Quale relazione tra Microbiota intestinale e microbioma cutaneo?

Probiotic bacteria, normal intestinal microbiota - Foto stock royalty-free di Addome

I ricercatori di settore investigano sempre piu’ a fondo il ruolo dei batteri costituenti il microbiota intestinale. Molto interessanti sono i rapporti intrecciati da questo “organo” del peso di 1,5 kg circa, comprendente anche virus e funghi, con diversi e lontani distretti corporei. Il microbiota umano vive infatti in diverse parti del corpo:
nella bocca e nello stomaco, nell’intestino tenue e nel colon; nell’orecchio, nel naso e nel polmone; nelle vie urinarie; nella vagina; e anche sulla pelle .Nel colon troviamo soprattutto batteri anaerobi, come Bacteroides, Firmicutes, Actinobacteria e Proteobacteria.

Proprio i Firmicutes e i  Bacteroides rappresentano circa il 90% di queste popolazioni e si è giunti alla conclusione che  il  variare di questo rapporto  possa generare uno stato di disbiosi connesso a patologie non solo dell’apparato digerente, ma anche, ad esempio, a diabete e obesità, dermatiti, patologie cardiovascolari, Alzheimer, Parkinson e altre  malattie sistemiche.

I batteri che vivono sulla pelle

Close up unhappy woman looking at acne spots in mirror - Foto stock royalty-free di Pelle

Concentrandoci sulla pelle, per ogni cm2 sono presenti circa 10 milioni di microorganismi.

Secondo ciascuna condizione della pelle, cambia la popolazione delle specie viventi presenti: zone secche, zone umide, zone seborroiche, zone mucose: a ciascuna di esse appartiene un particolare microbiota.

Ben nota è l’associazione dello Staphylococcus aureus, del Proprionebacterium acnes, della Malassezia in condizioni di disagio come la dermatite atopica, l’acne, la dermatite seborroica e la psoriasi.

Da questi fatti scaturiscono molte e importanti considerazioni, ad esempio quelle su quali siano i  condizionamenti dei cosmetici sul microbioma cutaneo. O ancora come si possa influire su condizioni patologiche della pelle come psoriasi, dermatite, atopia, secchezza attraverso la modulazione del microbioma intestinale.

Woman applying hand cream to relieve the dry skin caused by hand sanitizer - Foto stock royalty-free di Mano

Oltre ad utilizzare prebiotici come l’ inulina, il cacao crudo, i semi di lino e le alghe commestibili, e ad avere un’alimentazione quotidiana ricca di avena, asparagi, porri, aglio, cipolla, cicoria, carciofi topinambur, tarassaco, anche i cibi fermentati come kefir e crauti, ortaggi e frutta, non potrà che fare bene ai nostri batteri.

Alimenti fermentati

Dieta FODMAP: cos'è, quali cibi include e quando adottarla

La storia della fermentazione alimentare è antica quanto la vita stessa. Nell’alimentazione il pane, lo yogurt, I formaggi, il vino e la birra sono solo esempi di come la fermentazione esercitata dai batteri possa influire positivamente sull’edibilità e sul sapore di cibo e bevande, e oggi sappiamo anche di ottimo impatto sulla salute. L’idromele, bevanda alcolica a base di miele ,acqua e lieviti, è la piu’ antica bevanda fermentata comparsa sulla terra. Se ne hanno notizie storiche accertate dall’antico Egitto, dalla Grecia, dall’Inghilterra dei Celti, dai Vichinghi della Scandinavia, dagli antichi popoli slavi e altro ancora.

Una pratica forse poco conosciuta per migliorare lo stato della pelle e nutrire di batteri buoni il derma è quella di fare degli impacchi di yogurt naturale, imbevendo una garza, due volte al giorno per cicli di una settimana, sulla parte di interesse.

Il Test della valvola ileocecale e la falsa appendicite. - Blog sobre  kinesiología Blog sobre kinesiología

L’applicazione locale di alimenti fermentati per trattare stati patologici cutanei sarà argomento di sicuro sviluppo per il prossimo futuro.

Dott.Andrea MorelloFarmacista-Scuola Biennale di Omeopatia e Gemmoterapia -una Scuola triennale di Medicina Ayurvedica

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Medicina e salute, Medicina integrata e Fitoterapia

La Cannabis e l’uomo: un legame millenario

La relazione tra uomo e Cannabis ha avuto inizio circa 5000 anni fa, quando in Asia centrale la coltivazione di questa pianta era principalmente destinata alla produzione di fibra tessile. Le caratteristiche psicotrope della Cannabis, dovute alla presenza del THC (Tetraidrocannabinolo), furono scoperte per la prima volta in India dove veniva impiegata per scopi religiosi e per le sue proprietà terapeutiche. Il padre della medicina cinese Shen Nung (Cina 2737 a.C), inserisce la Cannabis all’interno dell’antica farmacopea delle erbe medicinali cinesi il “Pen T’sao Ching” come rimedio per il trattamento di gotta, reumatismi, malaria, stipsi e debolezza mentale (Parella, Breve storia della Cannabis). Fu grazie alle migrazioni delle tribù nomadi che la Cannabis seguì l’uomo nel bacino del Mediterraneo e giunse fino all’ Europa occidentale e al Medio Oriente. Uno dei più antichi e famosi riferimenti scritti sull’uso della pianta lo si ritrova in un testo di Erodoto risalente al 500 a.C (Storie, IV, 74-5), in cui racconta che gli Sciiti usavano consumarla durante i banchetti e le cerimonie funebri per mettere allegria (Samorini – Gli Sciiti e la canapa). Dall’Egitto, la diffusione proseguì nel resto del continente Africano soprattutto per l’uso terapeutico: per Pigmei, Zulù e Ottentotti divenne un indispensabile medicamento in casi di crampi, epilessia, gotta (Parrella, Breve storia della Cannabis). La coltivazione di Cannabis da fibra, per la sua qualità in termini di resistenza ed elasticità, fu incrementata in Europa centrale e meridionale. In Italia, in particolare, la canapa (nome comune della Cannabis Sativa L.) per scopo tessile, è stata un’enorme risorsa per la produzione di vestiti di pregiata manifattura ed ampiamente utilizzata nella navigazione, veniva impiegata per la realizzazione di corde e vele delle navi mercantili e da guerra delle fiorenti Repubbliche Marinare.

Abito e tessuti di canapa realizzati artigianalmente al telaio

Nel XII secolo i tribunali dell’Inquisizione colpirono duramente la cultura e l’uso della Cannabis, al punto tale che sia in Spagna che in Francia fu vietato qualsiasi uso della pianta. La repressione ecclesiastica non fu tale da impedire l’espandersi della Cannabis nel nord Europa, dove le estese coltivazioni in vari Paesi ne garantirono la diffusione e l’uso dei suoi derivati in tutto il mondo. Nonostante nel 1484 una bolla papale ne vietò l’uso ai cattolici, la Cannabis si diffuse comunque negli ambienti intellettuali dove il consumo a scopo ricreativo divenne una vera e propria moda: famoso è il “Club des Hashischins”, o mangiatori di Hashish, frequentato da poeti e scrittori del calibro di Victor Hugo, Alexandre Dumas, Charles Baudelaire e Honoré de Balzac. Per restare in ambito letterario, la Bibbia di Gutenberg fu redatta su carta di canapa. Fu grazie alle campagne militari di Napoleone Bonaparte in Egitto, che dall’Ottocento in poi la Cannabis acquistò un particolare interesse a livello medico soprattutto in seguito ai numerosi racconti aneddotici sui suoi innumerevoli effetti benefici. Fu nel corso del XIX secolo che la medicina occidentale la adottò ufficialmente come farmaco per la sua particolare efficacia antiemetica, analgesica, anticonvulsiva e per contrastare emicrania, debolezza muscolare e dismenorrea. Era di uso comune utilizzare farmaci costituiti da estratti di Cannabis. All’inizio degli anni ’30, in seguito all’ingresso della canapa nell’industria cartiera, si assistette ad un ulteriore incremento delle coltivazioni sia in America centro-settentrionale che nell’Europa centrale. L’utilizzo fu talmente diffuso che anche la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti fu stesa su carta di canapa. Fu agli inizi del XX secolo, a partire dagli USA, che una serie di circostanze storico-politiche determinarono un’inversione di marcia sul largo impiego della Cannabis. La canapa fino ad allora era una fonte abbondante di materia prima per numerosi settori industriali con una caratteristica unica: una risorsa ecosostenibile e rispettosa dell’ambiente.

Rappresentazione della pianta di Cannabis Sativa nella Farmacopea fiorentina del XVI secolo

Dr. Giuseppe Battafarano- Biotecnologo medico e farmaceutico

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Medicina integrata e Fitoterapia

Consigli vegetali per la “depurazione” nel paziente adulto con acne

Cos’è l’acne?

Con la parola «acne» ci si riferisce a varie affezioni infiammatorie cutanee che coinvolgono il follicolo pilifero e le ghiandole sebacee; e, nonostante sia una dermopatia tipica dell’età giovane, non è appannaggio unico dell’adolescenza. Molte e frequenti ne sono, infatti, le forme che colpiscono in età successiva: un’acne presente in una persona che abbia più di 25 anni può già definirsi di tipo adulto. Diventa importante dare congrue informazioni ai pazienti non più giovani, soprattutto quando i loro sintomi acneici non sono una continuazione della dermatosi adolescenziale. Si possono così sfatare molti miti e correggere convinzioni errate, quali per esempio il rapporto fra la malattia e la detersione cutanea o l’alimentazione; in ogni caso è bene che il paziente venga preso in cura dal dermatologo.

Spesso ciò rimane arduo da attuare, poiché tali adulti si trovano smarriti e perplessi nei confronti di questa “giovanile” comparsa a “fior di pelle”, si chiedono se sia a causa di ciò che mangiano o dei loro ormoni, oppure perché hanno un’igiene insufficiente. Per rispondere nel modo migliore è importante quindi giungere a una diagnosi che identifichi le cause della condizione acneica tardiva e permetta di fornire delle raccomandazioni igieniche e alimentari, oltre che delle prescrizioni mediche e cosmetiche capaci di ridurre i sintomi e prevenire gli eventuali danni estetici. Un primo consiglio è quello di eliminare, se identificato, il fattore scatenante. Ricordiamo a tal proposito che l’insieme costituito dal follicolo pilifero con la ghiandola sebacea (perciò detto “unità pilo–sebacea”) può infiammarsi a causa di un’infezione topica, e l’acne si manifesta con i caratteristici foruncoli; oppure a causa di un aumento della secrezione di sebo. Questa iperproduzione è influenzata principalmente dagli ormoni sessuali soprattutto androgeni; al di là di questo importante stimolo fisiologico, esso può essere determinato da una detersione inadeguata e da piccoli traumi locali ripetuti (tipo gli sfregamenti continui). Alimentazione carente in alcuni nutrienti, un sistema immunitario torpido, agenti esterni quali smog o xenobiotici possono causare acne poiché predispongono all’infiammazione dell’unità pilo–sebacea. Nei casi adulti l’iperseborrea è raramente chiamata in causa per l’acne. Nelle donne possono essere malattie delle ovaie (come la sindrome dell’ovaio policistico), oppure, come nell’uomo, le malattie che colpiscono il surrene o il sistema immunitario. Anche la presenza gastrica dell’Helicobacter pylori, anche quando non determini gastropatia, è stato recentemente imputato di essere associato a manifestazioni acneiche negli adulti. Cause meno gravi e più frequenti sono rappresentate dall’uso di cosmetici inadatti, da alcuni medicamenti che per via orale la provocano come effetto collaterale o per uso topico poiché occludono i pori dell’unità pilo–sebacea, dal clima caldo–umido, dall’inquinamento ambientale e da lavori che prevedono il maneggiare sostanze occlusive. Anche la predisposizione genetica gioca un importante ruolo. Tuttavia, in alcuni casi la causa rimane sconosciuta, e si è di recente riscontrato che un atteggiamento psichico caratterizzato dalla difficoltà di esprimere le proprie emozioni esponga alla somatizzazione di questo inestetismo. Le lesioni acneiche dell’adulto sono solitamente caratterizzate da piccoli noduli cutanei duri e localizzati sul volto soprattutto sulla zona mentoniera, o cisti; raramente hanno componente purulenta.

È opinione comune che mangiare troppo o spesso cibi come il cacao, i salumi e i fritti, usare spezie piccanti e bere alcolici e caffè aggravi o addirittura causi l’acne. Studi scientifici anche recenti hanno parzialmente confutato tali supposizioni, suffragando piuttosto che un’alimentazione bilanciata in nutrienti e ricca di sostanze antiinfiammatorie possa migliorare lo stato flogistico anche dell’acne. L’integrazione può rivelarsi importante sotto molteplici aspetti. La fitoterapia è generosa nei confronti di chi soffre in età adulta di acne, e suggerisce a buon diritto, in prodotti cosmetici e/o in supplementi orali, gli estratti, possibilmente secchi e titolati in princìpi attivi, degli immunostimolanti Astragalo ed Echinacea, dei sebo–regolatori maschili Pygeum e Serenoa, antiossidanti e “depurativi” (coleretico–colagoghi come il Tarassaco, diuretici come la Betulla). Positiva nel controllo della produzione di sebo e nel rinforzo del sistema immunitario si è dimostrata l’integrazione di zinco e selenio, vitamine H e B12, antiossidanti e grassi poliinsaturi della serie omega–tre. Pertanto è ben accetta un’alimentazione ricca di pesce, cavoli e broccoli, frutta e verdure fresche e di stagione, aglio e avocado. In tale sede, ci vogliamo soffermare principalmente proprio sul ruolo che la moderna fitoterapia ha nell’aiutare l’espletamento fisiologico degli organi emuntori dell’organismo variamente provato. Alcune piante officinali possono essere, difatti, un valido strumento per aiutare il corpo a liberarsi delle “tossine” in eccesso.

Le piante utili

Rimedi naturali: fitoterapia o omeopatia? Facciamo chiarezza - Natura e Cura

Alcuni vegetali, in particolare, riescono ad espletare la cosiddetta azione “coleretico–colagoga”, poiché in grado di aumentare la produzione (epatica) e il deflusso (dalla cistifellea) della bile. In termini colloquiali si dice a volte che tali piante “depurano” il fegato. 

Carciofo (Cynara scolymus). L’estratto secco delle foglie caulinari titolato in acido clorogenico ha dimostrato attività coleretica ma anche, seppur blandamente, diuretica e antiflogistica. Pertanto è un’interessante pianta da tenere in considerazione con la triplice finalità di drenante, antinfiammatorio ed epatoprotettivo. Un estratto di foglie di Cynara scolymus, a basse concentrazioni (<01mg/mL) determina una inibizione del 20% dell’attività dell’idrossimetilglutaril–CoA reduttasi, l’enzima limitante la sintesi del colesterolo endogeno a livello epatico. Lo screening di diversi costituenti di Cynara scolymus nelle stesse condizioni sperimentali, ha dimostrato che il cinaroside e, in particolare, il suo aglicone luteolina, sono i responsabili dell’inibizione, mentre l’acido clorogenico è meno efficace. Le foglie si raccolgono da marzo a maggio, rapidamente essiccate all’ombra e conservate in scatole chiuse. La droga contiene: cinarina (principio attivo amaro), inulina, zuccheri, pectine, mucillagini, ferro, potassio, magnesio, sodio, manganese, zinco, inulasi, invertasi, proteasi, ossidasi, cinarasi, cinaroside, scolimoside, acido glicolico, acido glicerico, acido caffeico, acido malico, acido lattico, vitamina A, vitamina B1, vitamina B5, vitamina C. Alle foglie sono riconosciute proprietà colagoghe, coleretiche, febbrifughe, epatoprotettrici, digestive, ipocolesterolemiche, antireumatiche, antiuriche. Le foglie fresche sono macerate per circa tre settimane in soluzione idroalcolica di grado opportuno per ottenere un grado finale di circa 50°. La preparazione contiene: cinaroside, scolimoside, cinaratrioside, luteoloside, cinarina, acido caffeico, acido clorogenico, acido chinico, cinaropicrina, cinaratriolo, grosheimina, acido α–idrossimetilacrilico, acido lattico, acido glicolico, steroli, alcoli triterpenici, ascorbinasi, ossidasi, tannini, sali minerali. Fumaria (Fumaria officinalis). Nel primo secolo d.C. la citava Dioscoride per il suo effetto benefico sulla secrezione biliare; e Galeno affermava che ogni miscela per la depurazione del sangue avrebbe dovuto contenere un po’ di fumaria. Della pianta sono state sperimentalmente confermate le attività coleretico–colagoga, epatoprotettiva e antispastica intestinale. L’uso della medicina popolare che la impiega nel trattamento di dermatosi e dispepsie potrebbe essere giustificato dall’azione depurativa sul fegato. I componenti principali sono: protopina, sinactina, coridamina, coptisina, fumarilina, fumaricina, sanguinarina, rutina (alcaloidi in parte di tipo protipinico, derivati benzilisochinolinici e indeno–benzazepine), flavonoidi, acido fumarico, acido caffeico, acido clorogenico, acido malico, esteri idrossicinnamici dell’acido malico, potassio, sodio, calcio, nitrati, cloruri, polifenoli, colina, mucillagini. Tarassaco (Taraxacum officinale). Detto anche “dente di leone”, è una pianta spontanea molto comune. Le sue foglie sono apprezzate nelle insalate poiché conferiscono sapore amaro alle altre erbe di campo; il suo utilizzo (radici e foglie) come rimedio contro i disturbi epatici risale al Medioevo. Oltre all’inulina, le parti utilmente impiegate possiedono altre sostanze capaci di stimolare l’escrezione di bile dal fegato. La droga contiene: inulina, inosite, fitosteroli, tarassina, colina, sostanze resinose, acidi grassi, vitamina C, mucillagini, zuccheri, tannini. Le foglie condividono le medesime proprietà medicinali delle radici, ma dato l’alto contenuto di vitamina C, sono anche antiscorbutiche. La tintura madre si ottiene macerando le parti sotterranee fresche, raccolte in autunno, con una soluzione idroalcolica di gradazione opportuna per avere un grado finale di circa 60°. La preparazione contiene: taraxasterolo, psi–taraxasterolo, psi–taraxasterolo–acetato, arnidiolo, faradiolo, β–amirina, tetraidroridentina, B, taraxolide–β–D–gluconiranoside, acido taraxinico–β–D–glucoside, acido 11,13–didrossi–taraxinico–β–D–glucopiranoside, apigenin–7–glucoside, luteolin–7–glucoside, taraxacoside (piranoderivato dell’acido p–idrossi–fenilacetico), acido caffeico, acido clorogenico, stigmasterolo, sitosterolo, inulina, aminoacidi, sali minerali. Alla tintura madre sono riconosciute proprietà colecistocinetiche, depurative, diuretiche, antiinfiammatorie, protettrici dai radicali liberi, ipocolesterolemiche e ipoglicemiche.

La forza della natura racchiusa nelle gemme

La cosiddetta «gemmoterapia», ossia l’uso curativo di derivati a base di gemme vegetali, può essere utile nel contrastare alcune manifestazioni cliniche a carattere edematoso. Il medico belga Paul Henry nel 1956 presentò al mondo scientifico una particolare interpretazione terapeutica dell’utilizzo dei rimedi vegetali. Tale peculiarità era costituita dall’avvalersi pressoché esclusivamente delle parti embrionali delle piante: gemme, giovani getti (gemme appena schiuse) e rametti, scorza delle radici, radichette, linfa, semi e, meno frequentemente, scorza dei giovani fusti; egli, cioè, per creare innovativi fitomedicamenti attinse tra quello che più potesse esprimere le potenzialità nascenti di un organismo vegetale. Nei giovani vegetali, infatti, i princìpi attivi presenti in grande quantità sono soprattutto gli agenti di crescita, idonei a fornire nello sviluppo della pianta la spinta e le risorse per l’architettura di una parte vegetale adulta. Le parti vegetali raccolte nel loro tempo balsamico, che di solito coincide con l’inizio della primavera, sono sottoposte, allo stato fresco, alla ripulitura, alla triturazione, alla determinazione del grado d’umidità e infine alla macerazione. Il materiale vegetale è posto a macerare per tre settimane in una miscela d’alcol, acqua e glicerina, la cui quantità è calcolata in modo da ottenere un prodotto finale che corrisponde a venti volte il peso della materia prima riportata allo stato secco. Si procede a una decantazione seguita da una filtrazione a pressione costante, a quest’operazione si fa seguire un riposo del filtrato per quarantotto ore ed una ulteriore filtrazione. Si ottiene così il macerato glicerico (mg) di base, dal quale, con opportuna diluizione, si otterrà il prodotto pronto all’uso. La diluizione richiesta per i gemmoderivati è la prima decimale hannemanniana (1 dh): ciò sta a indicare che una parte del preparato di base è diluita con nove parti di una miscela contenente cinquanta parti in peso di glicerina, trenta parti di alcol e venti parti d’acqua.

Prodotti della gemmoterapia classica finalizzati al drenaggio sono considerati: la gemma di Castanea vesca, la linfa della betulla (Betula pendula) e il gemmoderivato da Sorbus domestica. In àmbito meramente fitoterapico, piante che espletano significativamente azione diuretica sono, fra le tante: la pilosella, la gramigna, il frassino, il meliloto, l’ortosiphon, oltre ad altre popolarmente usate e scientificamente validate come ortica, equiseto, i peduncoli della ciliegia e le “barbe” (stili) del mais; come alimenti l’asparago nonché la cicoria: quest’ultima la possiamo collocare, in termini generali, come “depurante” dato che oltre ad aiutare alcuni funzioni epatiche, consumata con un significativo introito idrico, facilita il transito intestinale e indirettamente aumenta il volume urinario.

Un ventaglio di principi attivi

Asparago (Asparagus officinalis). Ortaggio comune nella tavola degli italiani, è ricco di vitamina C, fibre, minerali (tra cui calcio e potassio), carotenoidi e acido folico. Anche sotto forma di comune alimento gode di proprietà diuretiche, ampiamente sfruttate dalla etnofarmacologia di molti Paesi europei. In àmbito terapeutico stretto, dell’asparago si impiegano le radici (da piante di almeno tre anni), che si raccolgono da ottobre a tutto l’inverno, si essiccano al sole e si conservano in sacchetti o in scatole; alla tintura madre, ottenuta tramite macerazione di tale parte in soluzione idroalcolica opportuna, sono riconosciute proprietà diuretiche: i polisaccaridi fruttosanici escreti dall’apparato urinario inibiscono osmoticamente, in sede renale, il riassorbimento attivo del sodio; inoltre i flavonoidi e altre sostanze interagiscono con le proteine di trasporto attivo e con i recettori degli ormoni regolatori della diuresi, promuovendo un incremento dell’eliminazione di cloruri, azotati e fosfati. Betulla (Betula pendula). Drenante gemmoterapico per antonomasia è la linfa di Betulla: ha un’azione sui liquidi interstiziali che si accumulano al di fuori dei vasi conferendo alla gamba quel “gonfiore” che è determinato, appunto, da un edema interstiziale. È quindi utilizzata anche per il trattamento della panniculopatia fibrosclerotica. La tintura madre si prepara con le foglie e con gli amenti raccolti (separatamente) in primavera e in estate, la soluzione finale ha un grado alcolico di 45°–50°. La preparazione contiene: quercetina, quercetin–3–O–arabinoside, ipericoside, rutina, miricetin–3–digalattoside, kaempferolo–3–O–glucoside, esperetina, betuletolo, olio essenziale (sesquiterpeni, metilsalicilato derivante da gaulterina e triacontano), acido ascorbico, acido clorogenico, alcoli triterpenici dammaranici, betulinolo, saponine, leucoantociani, polipeptidi. Castagno (Castanea vesca). La gemma di castagno è un valido drenante linfatico, utile negli stati di ritenzione dei liquidi soprattutto negli arti inferiori, coadiuvante nelle insufficienze venose, cellulite, gambe pesanti soprattutto dopo prolungata stazione eretta, nei periodi premestruali, o nelle donne che assumono anticoncezionali orali. I componenti principali della droga sono: acido gallico, tannino, inosite, pectine, arabinosio, glucosio, saccarosio, resine, magnesio, ferro. Cicoria (Cichorium intybus). Le foglie della cicoria sono usate nella fitoalimurgia italiana per preparare insalate rustiche, spesso insieme alle foglioline di rosolaccio, valerianella e tarassaco. La moderna fitoterapia utilizza le sue radici come fonte della fibra solubile inulina: coadiuvata da un significativo introito idrico, stimola la fisiologica peristalsi e il conseguente transito intestinale, e quindi, indirettamente, esalta la funzionalità renale; ben si presta anche a fungere da integratore di fibre. Della cicoria s’impiegano soprattutto le radici, ma anche le foglie e i fiori. Le radici sono raccolte da settembre a ottobre nel primo anno o in primavera nel secondo. La droga contiene principalmente: colina, sostanze amare, pentosani, acido dicaffeiltartarico, inulina, potassio, ferro, calcio. Alle radici sono riconosciute proprietà depurative, ipoglicemizzanti, colagoghe e lassative, è, inoltre, un ottimo lassativo per bambini. Il decotto della pianta intera si è dimostrato molto utile nelle dispepsie, nell’inappetenza e nelle costipazioni dovute a insufficienza epatica. La polpa fresca delle radici è applicata in empiastro sulle parti infiammate e arrossate come antiinfiammatorio. Le foglie sono raccolte da agosto a settembre, la droga contiene: protidi, lipidi, carboidrati assimilabili, fibre, sodio, potassio, magnesio, calcio, manganese, ferro, rame, zinco, fosforo, cloruri. Alle foglie sono riconosciute proprietà toniche, stimolanti le funzioni digerenti e del fegato, depurative, diuretiche e blandamente lassative. I fiori sono raccolti da giugno a settembre, e a loro sono riconosciute proprietà colagoghe, disinfiammanti e disinfettanti. La cicoria ha un valore energetico (per 100 g di foglie) di 16 kcal (67 kj). In particolare contiene (per 100 g): sodio 4 mg, Frassino (Fraxinus excelsior). Il decotto e la tintura madre delle foglie del frassino si sono rivelati utili nel trattamento della ritenzione idrica e nel caso di iperuricemia. Del frassino si usano le radici, la corteccia seconda dei giovani rami (di 3–4 anni), le foglie, i frutti, le gemme e la manna. Le radici si raccolgono in primavera e in autunno, si essiccano al sole e si conservano in sacchetti. La droga esercita azione diuretica. La corteccia si raccoglie in primavera e si essicca rapidamente all’ombra, conservandola in sacchetti. I componenti principali sono: fraxina (che per idrolisi si scinde in fraxetina e glucosio), fraxinidina, malato di calcio, tannini. Alla corteccia si riconoscono proprietà eupeptiche, toniche, febbrifughe e antidiarroiche, antiedematose e antiflogistiche. Le foglie si raccolgono da maggio a luglio, si essiccano al sole e si conservano in scatole di cartone. La droga contiene: quercitrina, inosite, mannite, gomme, tannini, acido malico malato di calcio, olio essenziale (formato soprattutto da terpeni), fosforo, potassio, vitamina K2. Le foglie hanno azione diuretica, antigottosa, lassativa, diaforetica. I frutti sono raccolti da luglio a settembre, essiccati all’ombra e conservati in scatole di cartone. Contengono principalmente olio essenziale, grassi, mannite, gomme. La droga esercita azione antigottosa, antireumatica, diuretica, uricolitica, diaforetica e blandamente lassativa. Meliloto (Melilotus officinalis). Se ne utilizzano le sommità fiorite. Le attività farmacologiche dimostrate per l’estratto (titolato in cumarina) sono quelle antinfiammatoria, anti–edema, diuretica e flebotonica. La parte utilmente impiegata contiene glucosidi cumarinici (melilotoside, melilotina ecc.), che per idrolisi enzimatica liberano cumarina; 3,4–diidrocumarina, metile diidrocumarina, 2–esadecanone, limonene, flavonoidi (derivati del canferolo, derivati della quercetina), sapogenine, il triterpene melilotogenina, tannini, acidi fenolcarbossilici, cinnarigenina, resine, amidi, olio essenziale. Al meliloto sono riconosciute anche proprietà rilassanti, ansiolitiche, antispastiche, astringenti e carminative. Ortosiphon (Orthosiphon stamineus). L’ortosiphon è detto anche “tè di Giava” per la sua provenienza da umidi luoghi di Giava (oltreché dall’India e dall’Australia). Gli indigeni giavanesi trattano la pianta con l’essiccazione similmente al tè allo scopo di conservarne l’aroma e le virtù curative. Tali proprietà furono apprezzate dagli Olandesi che colonizzavano le “Indie olandesi”; in seguito ne importarono la pianta in Europa. Nel 1936 ad opera di Mercier e Leclerc, questo rimedio dalle spiccate proprietà diuretiche fu introdotto nella farmacopea francese. Le sue applicazioni spaziarono da quell’epoca dalle insufficienze cardiache a quelle renali agli edemi, nonché per la sua capacità di depurare l’organismo dall’acido urico anche nella gotta, reumatismi, malattie articolari su base infiammatoria in genere. La pianta è ricca in saponine e potassio: probabilmente è questa combinazione a conferire alla pianta l’attività diuretica. Attualmente è tra i più noti e richiesti drenanti, spesso presente in molte tisane composte. La droga contiene flavonoidi (sinensetina, eupatorina, scutellarina tetrametiletere, ramnazina, ecc.), staminolo, neoortosifolo A, neoortosifolo B, ortosifoli (da A a E), acido rosmarinico, dicaffeoltartrato, sali di potassio.

Dr. Francesco Di LudovicoMedico chirurgo, Omeopata, esperto in Fitoterapia, Omotossicologia e Discipline integrate

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Psicologia del Benessere

“Ho l’ansia, ma non dirmi di calmarmi!” Focus farmaceutico sui farmaci sedativo-ipnotici: un mondo ai limiti della calma

Generalità

L’ansia è definibile come uno stato caratterizzato da un senso di estrema attenzione apprensiva. Questa non è sempre deleteria in quanto, in quantità ragionevoli, può avere degli effetti positivi sull’individuo ( preparazione di un esame). L’insorgenza delle caratteristiche patologiche del processo mentale dell’ansia si verificano quando, questo stato di estrema apprensione, risulta inappropriato o eccessivo rispetto alla situazione che si sta vivendo.
Esempi di queste situazioni possono essere gli attacchi di panico notturni o ancora le fobie specifiche come l’irrazionale paura di uscire di casa.

In tal senso secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali uno stato anormale di ansia viene definito come quello che rende il soggetto incapace di svolgere le normali azioni sociali quotidiane ed occupazionali.
I sintomi dell’ansia non devono dipendere da sostanze eccitanti come la caffeina o da patologie come nel caso dell’ipertiroidismo. Dunque quando si parla di ansia ci si riferisce a fobie specifiche e disturbi di ansia generalizzati, disturbi ossessivi-compulsivi, attacchi di panico con o senza agorafobia o ancora ansia relativa a stress post-traumatico.

Praticamente capita spesso di imbattersi in soggetti che presentano fobie sociali come paura di stare o di parlare in pubblico, scappare da situazioni che vengono ritenute dal soggetto in grado di causargli attacchi di panico ed alti livelli cronici di dispiacere.

A livello eziologico i soggetti affetti da ansia patologica non presentano lesioni neuroanatomiche ma presentano, a livello neurofunzionale, una differente utilizzazione del glucosio in particolari aree del cervello. In particolare l’ippocampo e la corteccia prefrontale sono coinvolti nei processo di ansia, panico e disturbo ossessivo compulsivo.

Esiste una correlazione tra depressione ed ansia ma non è stato ancora stabilito se una sia parte dell’altra e l’ordine di insorgenza. A livello molecolare diversi sono i composti coinvolti nella neurotrasmissione alterata dell’ansia :

  • Adenosina
  • Colecistochinina
  • Neuropeptide Y
  • Fattore di rilascio della corticotropina
  • GABA
  • Noradrenalina
  • Serotonina

Lo studio farmacologico del coinvolgimento di tali molecola ha permesso di capire importanti relazioni funzionali ed anatomiche come ad esempio che la stimolazione del locus ceruleus, zona che contiene il più alto numero di corpi cellulari contenenti noradrenalina nel SNC, genera uno stato di agitazione e paura negli animali da laboratorio.

I recettori GABA

Il neurotrasmettitore principale che risulta coinvolto nei processi inibitori del SNC è il GABA o acido-gamma-amminobutirrico.
Bisogna specificare che circa un terzo di tutte le sinapsi nel SNC utilizzano questo tipo di molecola per la comunicazione intercellulare.
Esistono diverse classi di recettori GABA :

  • GABA a : Recettore ionotropico
  • GABA b : Recettore metabotropico
  • GABA c : giocano un ruolo cognitivo e nella memoria
Recettori GABA A

I recettori GABA A appartengono alla famiglia dei recettori ionotropici attivati da ligando. Questa tipologia di proteine sono caratterizzate dall’avere un’ansa N-terminale contenente cisteina e per tal motivo vengono chiamati recettori “Cys-loop”.
Strutturalmente sono costituiti da cinque subunità polipeptidiche eteropentameriche che circondano un canale centrale permeabile allo ione cloruro.

Numerosi studi strutturali hanno dimostrato che le subunità sono caratterizzate da una porzione extracellulare e da quattro elementi transmembrana cilindrici ad alfa elica e da una grande ansa citoplasmatica intracellulare. Il canale responsabile della conduttanza è formato dal secondo dei quattro elementi di ogni subunità costituente il recettore.

La prima subunità fu identificata nel 1987 e sequenziata lo stesso anno.

Studi farmacologici dimostrarono l’esistenza di 19 tipologie diverse di subunità:

  • α 1-6
  • β 1-3
  • γ 1-3
  • δ
  • ε
  • π
  • θ
  • ρ 1-3

La tipologia di recettore GABA a maggiormente rappresentato in un cervello adulto di ratto (60%) è costituito dalle seguenti subunità: α1,β2,γ2.

La porzione strutturale N-terminale è quella che maggiormente caratterizza il legame con differenti farmaci neuroattivi come barbiturici, neurosteroidi,β-caroline e benzodiazepine.
Le benzodiazepine sono i farmaci maggiormente prescritti per i disturbi di ansia e la struttura dei loro recettori, soprattutto a livello della subunità α e γ può influenzare l’affinità e l’efficacia del ligando.

Il recettore per le benzodiazepine è dunque definito principalmente dalle subunità α e γ dove è presente il sito di legame.
Concettualmente parlando lo studio di struttura del recettore per le benzodiapezine ha portato alla scoperta degli “agonisti inversi”.
Una molecola che agisce come agonista inverso porta ad una diminuzione della conduttanza dello ione cloro modulando in senso negativo il legame del GABA al recettore GABA a.

Gli agonisti al recettore per le benzodiapezine hanno portato a risposte neurofisiologiche terapeutiche per combattere l’ansia, traducendosi in un aumento della conduttanza dello ione cloro attraverso il canale centrale del recettore.

Le molecole che agiscono in tal senso hanno attività anticonvulsivante ed ansiolitica, al contrario degli agonisti inversi che aumentano l’attività ansiogenica. In caso di sovradosaggio farmacologico da benzodiazepine, molecole come il flumazenil, agiscono come antagonisti.
La molecola antagonista è una molecola che agisce evitando il legame del GABA al suo recettore evitandone la risposta, ma non viene modificata l’attività intrinseca del recettore stesso.

Studi sul legame BZR(Recettore per le benzodiazepine) e molecola sono alla base della comprensione del processo neurofisiologico dell’ansia.
La presenza di un recettore per le benzodiazepine suggerisce l’esistenza di ligandi endogeni per il recettore GABA a. Un eccesso relativo di un antagonista o agonista inverso ed un calo di molecole ad attività agonista potrebbe essere ricollegabile agli stati neuropatologici caratterizzanti il processo dell’ansia.

Recettore GABA B

I recettori GABA B presentano un meccanismo di trasduzione del segnale completamente diverso rispetto ai precedenti. In tal senso c’è da specificare che i GABA B esistono in due sottotipi diversi: GABA B (1) e GABA B (2).

Nel caso dei GABA B(1) sappiamo che esistono due : 1a ed 1b.

Queste sono derivanti dallo stesso gene ma diverse nel dominio extracellulare N-terminale.

Successivamente fu dimostrato che rispetto ai recettori GABA B nativi, tali isoforme, espressi in cellule eterologhe, presentavano una minore affinità nei confronti del loro ligando di circa 150 volte.

La loro “cattiva” efficienza di recettori risultava da un accoppiamento inefficiente tra recettore e sistemi effettori come G αi e G α0. Tali recettori ricombinanti, espressi in cellule eterologhe, restano intrappolati al livello del RE. Inoltre i recettori GABA B(1) non migrano sulla superficie cellulare senza la presenza di GABA (2).

Studi dimostrarono che tali recettori si esprimono come eterodimeri/omodimeri formati da due sottotipi GABA B;

GABA B(2) + GABA B (1a) /GABA B (1b)

Questo assetto farmacologico di trasduzione del segnale spiegherebbe la molteplicità funzionale di questa famiglia di proteine che funziona in tandem e mai come singola proteina.

Principio attivo

Le benzodiazepine sono il prototipo degli agenti antiansia. Il loro bersaglio farmacologico risulta essere il recettore GABA A, ma sebbene la ricerca sia rivolta anche verso altri tipi di bersagli molecolari, come i recettori serotoninergici, per ora l’efficacia, la sicurezza e la prontezza d’azione delle benzodiazepine non è stata ancora replicata.

La prima benzodiazepina scoperta ed utilizzata in ambito clinico nel 1960 fu il clordiazepossido. La sicurezza di questa nuova classe di composti farmacologici fu importantissima per sostituire altre classi di composti come i barbiturici.

Dal clordiazepossido derivarono diversi composti benzodiazepinici tutti con caratteristiche diverse. A livello farmaceutico la scelta di un composto deve essere fatta anche in base alla sue caratteristiche in termini di velocità di assorbimento, presenza o meno di metaboliti attivi e grado di lipofilia.


Un composto molto lipofilo e senza metaboliti attivi potrà essere utile come ipnotico, ma sarà meno utile come molecola per contrastare lo stato cronico di ansia.

Di contro, una molecola poco liposolubile con metaboliti attivi e difficilmente assorbibile sarà utile per combattere gli stati di ansia, ma meno utile come sonnifero.

La loro efficace azione contro l’ansia patologica non ha fatto guadagnare a queste molecola il titolo di “ansiolitici perfetti”. Questo avviene perchè l’ansiolitico perfetto è quella molecola che non presenta effetti comportamentali riferibili a stati mentali al di fuori di quello dell’ansia. Questo tipo di selettività sarà raggiunta nel futuro solo se si conoscerà con precisione la correlazione tra azione clinica recettoriale e composizione del recettore stesso in termini di subunità specifiche.

Da un punto di vista storico, tornando indietro negli anni 50′, Sternbach si accorse che i gruppi basici erano dotati di una certa capacità biologica.

Tale osservazione fu fondamentale per arrivare alla formulazione del composto chiamato in codice RO 50690.
Questo composto derivava dalla reazione del 6-cloro-2clorometil-4-fenilchinazolina-3ossido con una metilammina.
Nel 1957 fu studiata l’attività farmacologica di tale prodotto che mostrava proprietà sedative, ipnotiche ed antistricnino-simili al meprobamato, un propandiolo che presenta attività tranquillante solo a dosi tossiche.

Il composto RO50690 mostrando queste caratteristiche interessanti arriva sul mercato nel 1960 con il nome di Librium.
Il clordiazepossido, come venne chiamato successivamente, conservava oltre l’azione farmacologica terapeutica benefica anche molti lati “scomodi” da un punto di vista farmacodinami e farmacocinetico. Gli esperimenti successivi furono condotti per migliorare la sua “eleganza farmaceutica”.
Variazioni strutturali portarono ad un composto ancora oggi in uso come il diazepam.
Il diazepam, scoperto nel 1959, mostrava delle caratteristiche strutturali che ridimensionavano le problematiche relative al clordiazepossido.

La scoperta di questo nuovo composto sovvertiva un pò quanto detto in precedenza da Sternbach e cioè che i gruppi basici fossero tutti dotati di un’attività biologica.
La struttura del diazepam non presenta gruppi basici ma ha mostrato una potenza dalle 3-10 volte superiore rispetto al clordiazepossido. Il mercato farmaceutico nel 1963 apre le porte al diazepam commercializzato con il nome di Valium.
I progressi scientifici farmaceutici fatti finora portarono ad una svolta nel 1981.
Questa fu una data molto importante per lo studio di composto benzodiazepinici in quanto fu scoperto il flumazenil.

Tale composto risulta mostrò delle attività specifiche di antagonista puro in quanto non veniva influenzato dall’azione del GABA o da altri ioni che portano a modifiche strutturali del recettore.

L’antagonista puro si comporta come una molecola insensibile alle variazioni conformazionali del recettore , in questo caso del BZR, e questo portò alla consapevolezza che tale molecola potesse essere usata in caso di sovradosaggio di benzodiazepine.

L’azione del flumazenil fu paragonata ad altre molecole che presentavano azione “negativa” nei confronti del recettore come il RO 15-4513, ma si dimostrò che i meccanismi erano completamente diverse.
Il RO 15-4513 fu catalogato come “agonista inverso parziale” ovvero una molecola capace di agire modificando il legame del GABA con il suo recettore e di conseguenza la conduttanza del cloro in senso negativo ma in maniera parziale. Questa consapevolezza fu confermata dalla prova sperimentale derivante da studi effettuati su ratti nei quali produceva effetti ansiogeni.

Meccanismo d’azione

benzo.org.uk : Le Benzodiazepine come agiscono e come sospenderne  l'assunzione, Prof C H Ashton DM, FRCP, 2002

Le benzodiazepine agiscono come dei ligandi del BZR localizzato sul recettore GABA A. In realtà queste molecole non agiscono direttamente modificando la conduzione del cloro attraverso la membrana, ma agiscono sul legame tra GABA e suo recettore e di conseguenza modulando la conduzione dello ione a livello transmembranario.

Nello specifico agonisti ed agonisti parziali agiscono potenziando il legame del GABA e quindi la sua azione portando alla classica azione ansiolitica. Al contrario agonisti inversi ed agonisti inversi parziali agiscono in modo da modulare negativamente il legame tra GABA e suo recettore portando ad effetti ansiogeni.
Gli antagonisti competitivi, invece, si comportano in maniera diversa in quanto non vanno ad agire sull’affinità di legame tra GABA e recettore bensì andando ad ostacolare il legame di altre molecole con funzione di agonista.

Studi strutturali della proteina recettoriale e di risposta alle differenti molecole hanno consigliato un modello funzionale basato sulla presenza dello stesso recettore in diversi stati :

  • Stato attivo o agonista
  • Stato neutro o riposo
  • Stato inattivo o agonista inverso

Le differenti molecole che hanno proprietà di ligandi agiscono andando a stabilizzare uno dei tre stati. Per esempio gli agonisti ed agonisti parziali vanno a stabilizzare lo stato attivo in modo da provocare una risposta massimale o sub-massimale nella conduzione del cloruro transmembrana.

Al contrario gli agonisti inversi o agonisti inversi parziali agiscono stabilizzando lo stato inattivo, mentre molecole che sono catalogati come antagonisti competitivi non presentano alcuna preferenza di legame e non inducono alcuna variazione di conformazione strutturale.

Il legame delle benzodiazepine al recettore BZR può essere reso insensibile andando ad agire su un residuo di istidina della subunità alfa sostituendolo con un residuo di arginina.

Il legame avviene all’interfaccia tra la subunità alfa e quella gamma e studi meccanicistici molecolari, hanno dimostrato come le caratteristiche strutturali del recettore, in termini di tipologie di subunità proteiche, si traduce in differenti sottotipi recettoriali con azioni fisiologiche differenti.

Nello specifico in differenti studi condotti su scimmie è stato notato che l’azione sedativa è riconducibile a recettori che danno effetti sedativi, mentre recettori con le subunità α 2,3 e 5 presentano azione ansiolitica e di rilassamento muscolare.
Il futuro della farmacologia delle benzodiazepine sarà quello di andare a stabilire quali siano le funzioni delle diverse subunità nella composizione recettoriale e la diversa affinità a molecole sempre più specifiche.
Questo obiettivo finale servirà per garantire l’azione farmacologica mirata ad una determinata risposta fisiologica senza inficiarne una correlata.

Alcune molecole che in vitro mostravano una selettività abbastanza alta per il recettore GABA A andando ad avere una presunta azione ansiolitica, poi in vivo hanno mostrato una minore efficacia rispetto alle benzodiazepine standard.
La composizione proteica del recettore risulta fondamentale per l’efficienza di accoppiamento delle varie subunità. Questa deduzione fu successiva all’osservazione di un disaccoppiamento del complesso recettoriale BZR con GABA A in risposta alla somministrazione cronica di benzodiazepine.

Si tenga presente che l’affinità, l’efficacia e l’attività intrinseca per la molecole benzodiazepinica dipende dalla natura di entrambe le subunità alfa e gamma.

Relazione struttura attività

La struttura di base da cui si parte per la descrizione della RSA (Relazione Struttura Attività) tipica delle benzodiazepine è il composto chiamato 5-fenil-1,4 benzodiazepin- 2-one.
Partendo da tale molecola differenti studiosi come Sternbach indicarono le caratteristiche strutturali che permettono a questi composti di avere tale azione farmacologica.
Studi di modellistica molecolare sono stati effettuati per arrivare ad estrarre le caratteristiche comuni che permettevano ai migliaia di derivati benzodiazepinici di legarsi al proprio recettore.

In base a tali studi è stato possibile stabilire un continuum di attività farmacologica dai vari ligandi del BZR sul recettore GABA A.
Il differente stato in cui può trovarsi il recettore GABA A e cioè di agonista- antagonista- agonista inverso, aveva fatto pensare che ligandi che agissero come tali potessero legare siti diversi del BZR.
In realtà andando ad effettuare delle piccole modificazioni strutturali in differenti molecole è possibile cambiare l’attività da agonista ad antagonista. Questa osservazione sperimentale dimostrava come in realtà il sito di binding recettoriale si sovrapponeva per le varie categorie di ligandi.
Ad ogni modo i vari studi strutturali si basarono sulla descrizione di un’attività funzionale derivante dal legame di un dominio di binding singolo.

A tal proposito le strutture fondamentali per la descrizione della relazione struttura attività delle molecole benzodiazepiniche sono :

  • Anello A
  • Anello B
  • Anello C
Anello A

L’anello A è il requisito minimo affinchè avvenga il legame tra le benzodiazepine ed il sito BZR sul recettore GABA A. Questo anello è aromatico ed interagisce in maniera π/π con aminoacidi aromatici sul sito BZR. I sostituenti sull’anello A presentano caratteristiche diverse da cui scaturiscono effetti diversi, ma questi risultano poco prevedibili se considerati solo da un punto di vista elettronico o sterico. Di sicuro sperimentalmente è stato osservato che una sostituzione in posizione 7 di un gruppo elettronegativo come un alogeno o un nitrogruppo, porta a derivati con attività ansiolitica aumentata.
Di contro sostituenti in posizione 6, 8 e 9 vanno a diminuire l’azione del farmaco in termini di legame e di effetto. In ultima analisi la sostituzione dell’anello intero con un derivato eterociclico porta a composti che presentano minore affinità di legame in vitro e minore attività farmacologica in vivo.

Anello B

L’anello B presenta una struttura che risulta anch’essa fondamentale per il legame al recettore GABA A. Si ritiene infatti che un gruppo accettore di protoni come quello carbonilico sia un requisito importante. La funzione carbonilica risulta essere sullo stesso piano dell’anello A, inoltre la sostituzione dell’ossigeno con lo zolfo porta a composti come il quazepam che presenta una moderata selettività verso precise sottopopolazioni di GABA/BZR. Se andassimo a sostituire l’azoto imminico riscontreremo una diminuzione dell’azione antagonista, ma non avremo effetti su quella agonista.

I derivati sostituiti con un ossidrile in posizione 3 presentano una potenza paragonabile a quelli non idrossilati ma aumentano la loro escrezione con tale sostituzione.

L’azoto ammidico in posizione 1 non è indispensabile per il legame e può essere anche sostituito formando dei derivati N-alchilati. Bisogna specificare che nonostante le alchilazioni non portino a delle variazioni in termini di azione, la sostituzione con gruppi voluminosi come quello terz-butilico riducono drasticamente l’attività in vivo.

Anello C

L’anello 5-fenilico non è necessario per il legame con il recettore BZR ma può contribuire in maniera positiva al legame mediante interazioni idrofobiche e steriche. La sua relazione angolare con l’anello A è importante e la sostituzione in para dell’anello C porta ad una diminuzione dell’attività agonista, ma i sostituenti in orto non modificano alcuna attività. Tale concetto porta a riflettere sul fatto che la sostituzione in para sia limitata stericamente e non elettronicamente.

Nel caso dell’ s-triazolo e dell’imidazolo, come derivati benzodiazepinici, sono caratterizzati da una condensazione con un’anello eterociclico a livello del legame 1,2 si ottengono composti con una elevata affinità per il recettore BZR.

Le principali benzodiazepine di riferimento sono:

  • S-triazolobenzodiazepine : triazolam, alprazolam ed estazolam
  • Imidazobenzodiazepina: midazolam

Da un punto di vista stereochimico possiamo dire che le benzodiazepine presentano non presentano centri chirali, ma nonostante questo l’anello a 7 atomi può adottare una delle due possibili conformazioni seguenti :

Studi strutturali hanno visto mediante l’introduzione di un metile in posizione 3 ha portato alla formazione di un centro chirale. L’enantiomero 3-S risulta essere maggiormente stabilizzato e presenta per tal motivo una maggiore affinità per il BZR.
Nello specifico il S-3-metildiazepam stabilizza la conformazione a dell’anello B, mentre l’enantiomero R stabilizza quella b.

Si tenga presente che i due enantiomeri a barca “a” e “b” in vivo sono ampiamente convertibili l’una nell’altra, dunque diventa difficile stabilire quale sia quella maggiormente implicata nel legame e nella risposta recettoriale.
Esperimenti di risonanza magnetica nucleare hanno mostrato ad ogni modo che, nonostante vi sia una selettività di un enantiomero rispetto ad un altro, a livello commerciale i vari composti sono presenti come miscele racemiche.

Le proprietà chimiche delle benzodiazepine influenzano in maniera considerevole quello che sarà il comportamento farmacocinetico. Possiamo affermare che la maggior parte di esse presentano un coefficiente di ripartizione olio/acqua abbastanza alto. Tale caratteristica porta ad un rapido assorbimento del composto, ma nonostante ciò esistono delle eccezioni come il clorazepato che viene prima metabolizzato portando all’N-desmetildiazepam e successivamente è assorbito rapidamente.

La lipofilia influenza il legame con proteine plasmatiche che varia dal 70% per i più idrofili fino al 99 % per i più lipofili. A livello epatico la metabolizzazione porta a composti microsomiali con successiva glucuronil trasferasi producendo derivati glucuronidi polari che sono escreti rapidamente a livello urinario. La velocità di escrezione ed il metabolismo dei differenti composti varia a seconda del derivato specifico.

Effetti a livello degli organi ed Applicazioni terapeutiche

Effetti sugli organi


Ipnosi

Per definizione tutti i farmaci con azione sedativa ed ipnotica sono capaci di indurre il sonno a dosaggi sufficientemente elevati. La loro azione dipende dal dosaggio, dalla frequenza e dal tipo di molecola che andiamo a somministrare al paziente.

In generale gli effetti delle benzodiazepine sulla sequenza del sonno sono i seguenti:

  1. Diminuzione del tempo di latenza prima del sonno
  2. Aumento della durata dello stadio 2 di sonno NREM (non rapid eye movement)
  3. Diminuzione della durata del sonno REM (rapid eye movement)
  4. Diminuzione del sonno ad onde lente dello stadio 4 di sonno NREM

Gli effetti più utili clinicamente sono sicuramente la diminuzione del tempo di latenza prima del sonno e l’aumento della fase NREM.
Nonostante queste azioni farmacologiche non è stata ancora compresa quale sia l’azione sul sonno REM e su quello ad onde lente. Sperimentalmente è stato notato che una interruzione del sonno REM provoca ansia ed irritabilità, seguita da ansia da “rimbalzo”. Questo fenomeno è osservabile con l’interruzione della somministrazione dei sedativi ipnotici più vecchi utilizzati ad alto dosaggio come il triazolam, che presenta una breve durata d’azione.
Le azioni osservabili per quanto riguarda il rimbalzo REM con zolpidem sono scarsamente osservabili, anche se episodi di insonnia si osservano con dosaggi maggiori.

Nonostante la loro azione sul sonno ad onde lente non sono stati osservate delle variazioni nella secrezione ipofisaria o surrenalica. Sperimentalmente la somministrazione per più di una o due settimane di sedativi ipnotici usati come induttori del sonno porta allo sviluppo di un certo grado di abitudine farmacologica.

Si tenga presente che altri derivati non benzodiazepinici usati come ipnotici presentano delle caratteristiche individuali sulla sequenza del sonno. L’Eszopiclone aumenta il tempo di sonno totale, principalmente attraverso aumento dello stadio 2 di sonno NREM, e a basse dosi basse ha scarsi effetti sulla sequenza normale del sonno. Quando viene somministrato ad alto dosaggio, come da raccomandazione medica per tale finalità, esso agisce sulla durata del sonno REM.

Derivati come lo zaleplon ed il zolpidem portano ad una riduzione del tempo di latenza prima del sonno con effetti minimi sul sonno REM e su quello NREM per il primo, il secondo ha scarsi effetti solo sul sonno ad onde lente.

Anestesia

I sedativi-ipnotici sono molecole capaci ad alto dosaggio di indurre una depressione centrale capace di portare il paziente fino allo stadio III dell’anestesia generale.
Nell’utilizzo come anestetici sia i barbiturici che le benzodiazepine devono avere delle caratteristiche sia fisiche che chimiche ben determinate. Viene preso in considerazione il tempo di azione di una determinata molecola e la capacità di distribuirsi nell’organismo. Alcuni barbiturici come il tiopental ed metoesital sono molto liposolubili e come tali penetrano abbastanza facilmente nel SNC, ma al tempo stesso riescono a distribuirsi facilmente in tessuti limitrofi, da qui la loro rapida induzione del processo anestetico ma anche una breve durata di azione.

Nel caso delle benzodiazepine, quelle come il diazepam o ancora come il lorazepam e midazolam sono maggiormente utilizzate come induttori dello stato anestetico in combinazione con altri farmaci. Il dosaggio alto delle benzodiazepine contribuisce alla depressione respiratoria post-operatoria e ciò è probabilmente dovuto alla lunga emivita ed all’azione dei metaboliti attivi derivanti dal processo metabolico delle molecole benzodiazepiniche. Le azioni depressive a livello centrale possono essere antagonizzate da farmaci come il flumazenil.

Sedazione

Le benzodiazepine come anche i barbiturici sono capaci di indurre sedazione nel paziente ed avere così un’azione “calmante”. Sperimentalmente l’azione farmacologica si esplica anche con una diminuzione della capacità psicomotoria e cognitiva. Bisogna a questo punto specificare che le benzodiazepine ed i sedativo-ipnotici sono capaci di abolire un atteggiamento precedentemente inibito attraverso il meccanismo della punizione. Questa tipologia di caratteristica non risulta essere riconducibile ad altri farmaci quali antidepressivi triciclici ed antistaminici. Una ulteriore caratteristica delle benzodiazepine è quella di causare “amnesia anterograda” ovvero l’incapacità di ricordare ciò che avviene o si programma durante l’azione del farmaco.


Effetto Anticonvulsivo

Cosa fare (e non fare) durante una crisi epilettica: le regole del soccorso  | Pazienti.it

Molte benzodiazepine e nello specifico il clonazepam, diazepam, nitrazepam e lorazepam possono essere utili nel trattamento degli stati convulsivi, sebbene non producano una marcata depressione del sistema nervoso centrale. Farmaci come il fenobarbital ed il metabarbital sono utilizzati anch’essi nelle convulsioni tonico-cloniche. Per quanto riguarda Zolpidem, Zaleplon ed Eszopiclone non sono dotati di attività anticonvulsivante probabilmente per la loro marcata selettività nei confronti del recettore per il GABA a rispetto alle benodiazepine.

Respirazione e Sistema cardiovascolare

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Nei pazienti sani a dosaggi terapeutici la depressione del centro del respiro al livello del bulbo è paragonabile a quella che si osserva durante il sonno naturale. Si tenga presente che tale azione può essere massiva nel paziente con malattia polmonare, mentre a dosaggio tossici questa può causare la morte. Gli effetti cardiovascolari non sono stati osservati a dosaggi terapeutici, ma in pazienti con ipovolemia o insufficienza cardiaca congestizia si sono verificati casi di depressione cardiovascolare probabilmente sempre riconducibile all’azione sui centri vasomotori del bulbo.
A livelli tossici può essere indotto un effetto sia vasomotorio che cardiovascolare che può portare al collasso cardiocircolatorio.

La via di somministrazione in tal senso è molto importante, in quanto, è stato osservato che la via endovenosa amplifica gli effetti a carico di cuore e polmoni.

Effetti miorilassanti

Farmaci e Integratori Miorilassanti: a cosa servono e quali sono i più  comuni.

Alcuni farmaci come il meprobamato e quelli appartenenti alla classe delle benzodiazepine,somministrati ad alti dosaggi, sono capaci di indurre effetti miorilassanti andando ad agire sulla placca neuromuscolare, sulla trasmissione internunciale e sui riflessi polisinaptici. Questa caratteristica li rende utili nel trattamento degli stati convulsivi, mentre altre molecole come Zaleplon, zolpidem e eszopiclone non hanno questo tipo di caratteristica come già specificato precedentemente.

Ansia e benzodiazepine

Farmaci per l'ansia: quali sono e gli effetti indesiderati | Ohga!

L’ansia è uno stato molto diffuso nella società moderna ed è caratterizzata da uno stato di attenzione che supera la soglia di “normalità”. Questo stato di “veglia” accentuato si traduce in effetti psicologici, motori e fisiologico-comportamentali. Il paziente ansioso presenta una consapevolezza psichica del suo stato e spesso si osserva una certa rigidità motoria ed iperattività del sistema nervoso autonomo.

Per quanto riguarda l’ansia spesso capita che essa è una manifestazione secondaria di una malattia organica come angina pectoris, infarto acuto del miocardio ed ulcera duodenale. Spesso invece si possono verificare stati ansiosi riconducibili a delle situazioni specifiche come un esame, una visita medica, un intervento chirurgico o ancora dei drammi e presenza di malattie a livello familiare. Per quello che è stato osservato un’ansia eccessiva si traduce nel cosiddetto GAD o Disturbo Generalizzato d’ansia caratterizzato da attacchi di panico, fobie ed agorafobia.

Nonostante le molecole benzodiazepine presentino lo stesso meccanismo d’azione, è stato notato che l’alprazolam presenta una certa selettività per problemi di agorafobia ed attacchi di panico. Sono farmaci che vanno prescritti per periodo brevi, salvo altra indicazione del medico per una somministrazione su lungo periodo. Bisogna informare il paziente che il concomitante utilizzo di prodotti da banco come antistaminici o anticolinergici ed un utilizzo concomitante di alcol può amplificare l’azione depressiva a livello centrale.

Recentemente sono stati ritenuti utili anche gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina per alcuni tipi di fobie e stati di ansia generalizzati, anche se la loro efficacia è scarsa negli episodi di attacchi acuti di ansia.

La somministrazione dei farmaci per il trattamento dell’ansia deve garantire un’attività mentale normale durante le ore diurne o comunque di vita quotidiana, a tal proposito i farmaci vengono meglio tollerati se somministrati giornalmente la sera prima di coricarsi in modo da mantenere una minima copertura durante la giornata.

Disturbi del sonno

Per curare ansia e insonnia bene le benzodiazepine ma non superare i 28  giorni - SaluteOkay

Le benzodiazepine ed altri derivati non benzodiazepinici vengono utilizzati per la cura dell’insonnia.

Lo stato di insonnia primaria vera e propria è molto rara, di solito tale disturbo è riconducibile ad altre patologie mediche e disturbi psichiatrici concomitanti.

Per tale motivo si consiglia di dormire in un luogo ordinato e confortevole, evitare sostanze eccitanti prima di coricarsi ed abituare il corpo ad andare a letto sempre alla stessa ora. Di solito molecole come Eszopiclone, Zaleplon e Zolpidem sono farmaci di elezione per il trattamento dei disturbi del sonno in quanto presentano una celere azione nell’indurre il sonno diminuendo il tempo di latenza precedente all’inizio del fenomeno. Tali molecole presentano minori effetti collaterali soprattutto del giorno successivo relativo alla sensazione di confusione e post-sbornia, disforia e depressione dell’ideazione.
Questi eventi si verificano maggiormente con le benzodiazepine, soprattutto quelle che presentano una lenta velocità di eliminazione come il lorazepam o quelle che nella loro azione contemplano la formazione di derivati metabolici con un’azione ansiolitica preponderante come il quazepam e flurazepam.

Il farmaco di elezione negli USA per la cura dei disturbi del sonno è lo Zolpidem.
Si tenga presenta che la mancata regressione del disturbo in 7-10 gg può essere suggestivo di un disturbo psichiatrico primario che deve essere trattato. E’ inutile ostinarsi con tale farmacoterapia in quanto è ritenuta pratica medica a rischio.
Le benzodiazepine causano la cosiddetta insonnia da “effetto rebound” causata dalla marcata interruzione da parte del paziente e dalla loro azione sul sonno sia REM che ad onde lente. Prima di valutare la reale efficacia di un farmaco bisognerebbe conoscere la reale fisiologia del sonno, cosa che ancora oggi resta poco chiara.

Effetti collaterali

Gli effetti tossici a livello clinico osservati con i sedativo-ipnotici sono sicuramente da correlare alla dose somministrata ed ad una depressione del sistema nervoso centrale. A basse dosi possono causare:

  • Confusione
  • Alterazione della capacità di giudizio
  • Diminuzione attività motoria
  • Modificazione delle relazioni interpersonali
  • Capacità lavorativa

Alcuni episodi sonnambulistici sono stati osservati quando vengono utilizzati come trattamento per i disturbi del sonno, tanto che nel 2007 la FDA ha reso pubblica questa spiacevole evenienza.

Le benzodiazepine causano amnesia anterograda ,come già specificato, e questo porta il paziente ad una diminuzione dell’acquisire nuove informazioni lasciando invece intatte quelle assunte precedentemente.

Tra le benzodiazepine la “meno sicura” da questo punto di vista resta l’alprazolam.

Era in cassa integrazione ma faceva affari con la droga dello stupro. Il  Gbl in codice si chiamava prosecco

Per la loro capacità di indurre degli stati confusionali e di post-sbornia causando amnesia molte di queste molecole sono utilizzate come “droga dello stupro”. La maggior parte degli effetti collaterali relativi al loro utilizzo sono riconducibili a molecole con lunga emivita o in pazienti che presentano una bassa velocità di metabolizzazione come quelli anziani.

A tal proposito è consigliabile dimezzare la dose nel paziente anziano o nell’individuo che presenta un’alterata capacità metabolica. Le benzodiazepine vengono utilizzate anche a scopo suicidario, nonostante vengano ritenute dei farmaci abbastanza “sicuri” da questo punto di vista. Il numero di eventi infausti è di circa 0,3 morti per 1 milione di compresse di diazepam ed è un numero abbastanza basso se si confronta con i barbiturici quali secobarbital che presenta un rapporto di 11,6 per milione di compresse vendute.

La concomitante assunzione da parte del paziente di alcool etilico potenzia gli effetti inibitori livello respiratorio, cardiaco e centrale dunque il loro profilo di sicurezza cala drasticamente in tale condizione.

Ansiolitici: la verità sugli effetti | Pazienti.it

La dose letale dei sedativo-ipnotici varia in relazione alla molecola in questione ma anche in relazione al paziente. Basti pensare che una dose già 10 volte superiore a quella terapeutica può essere causa di morte in pazienti che assumono sedativo-ipnotici, eccetto le benzodiazepine che come già citato restano dei farmaci ritenuti “sicuri”. La depressione cardiaca in relazione ad una loro azione tossica in pazienti particolari potrebbe portare il medico ad optare per la somministrazione di inotropi positivi come la dopamina, che consentano di mantenere un adeguato flusso renale ed attività cardiaca.

Nella maggior parte dei casi di overdose viene utilizzato il flumazenil che presenta attività antagonista ma bassa emivita e per tale motivo è una molecola che deve essere somministrata più volte e capace di indurre una sindrome di astinenza nei casi di somministrazione di benzodiazepine a lungo termine.

L’azione del flumazenil sulla depressione respiratoria non è prevedibile e per tale motivo resta obbligatorio monitare i parametri respiratori nel paziente che presenta un dosaggio tossico.

L’uso clinico del triazolam ha portato a “seri” problemi centrali come aggressività, delirio e violenza, nonchè disinibizione comportamentale sovrapponibile ad altri sedativo-ipnotici.

Difficilmente sono state segnalate delle reazioni cutanee o comunque effetti extra-centrali, ma ad ogni modo la riportata teratogenicità dei farmaci sedativo-ipnotici ha portato la FDA a classificare alcune benzodiazepine all’assegnazione alla categoria D ed a quella X in termini di rischio in gravidanza.

Mi daranno dipendenza?

BENZODIAZEPINE E RISCHIO DI DIPENDENZA | Cesda – Centro studi ricerca e  documentazione su droghe, dipendenze e hiv/aids

Per rispondere a questa domanda bisogna prima introdurre il concetto di “tolerance” ovvero abitudine farmacologica, processo molto comune per i sedativo-ipnotici in somministrazione continuata e a lungo termine. Questo tipo di processo insorge quando si aumenta la dose per ricavarne beneficio per il trattamento di ansia e sonno.

E’ importante sottolineare che tra etanolo e benzodiazepine esiste una tolleranza crociata. Lo sviluppo della tolleranza farmacologica per i sedativo-ipnotici viene interpretato tenendo conto di aspetti diversi:

  • Alterazioni di risposta nei siti di azione a livello del sistema nervoso centrale => Tolleranza farmacodinamica
  • Aumento della velocità di metabolizzazione a seguito di somministrazione cronica => Tolleranza metabolica
  • Nel caso delle benzodiazepine è stata osservata una downregolazione recettoriale a livello centrale.

Le loro proprietà sedative, euforizzanti, disinibitorie ed ipnotiche sono alla base dei processi di abuso indotti da tale sostanze.
La conseguenza dell’abuso è definita in termini sia psicologici che fisiologici:

  1. L’insorgenza di un aspetto psicologico può essere all’inizio comparabile con lo stesso atteggiamento ossessivo compulsivo degli accaniti fumatori o bevitori di caffè

2. Il passo successivo è l’insorgenza di una dipendenza di tipo fisico e tolleranza farmacologica

Quando insorge un tipo di dipendenza fisica è necessaria una somministrazione continua del farmaco in modo da evitare i tipici segni di una sindrome da sospensione.

La sindrome da astinenza riconducibile alla sospensione della somministrazione è caratterizzata da:

  • Insonnia
  • Eccitabilità che può portare a stati convulsivi
  • Aumentata ansia

Le differenze che si riscontrano nell’intensità dei sintomi riportati dipende molto dalla emivita dei singoli principi attivi. La maggior parte degli episodi caratterizzanti di sindrome da astinenza si sono verificati soprattutto con farmaci a bassa emivita, di contro farmaci con lunga emivita sono maggiormente tollerati perchè permettono un calo graduale del principio attivo.

I principali indiziati sotto tale aspetto sono :

  • Triazolam = episodi di sindrome di astinenza anche tra le due somministrazioni a causa di una emivita di sole 4 ore
  • Zolpidem, Zaleplon ed Eszopiclone = episodi di sindrome di astinenza riscontrabili a causa di improvvisa cessazione della loro somministrazione.

Dr.Vincenzo Zottoli – Farmacista – Biologo

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Psicologia del Benessere

Studenti, Stress e “Pet Therapy”

Stress e cortisolo

Il termine stress descrive, sia la complessa reazione che avviene a livello neurofisiologico nell’organismo, sia i fattori interni ed esterni che la causano. Per meglio comprendere la reazione di stress e le sue cause è opportuno considerare i mediatori biologici implicati tra qui il cortisolo. Si tratta di un ormone steroideo secreto dalle ghiandole surrenali, che durante la risposta stressante tendono ad aumentarne la produzione, poiché esso è in grado di aumentare la funzionalità dell’organismo, contribuendo quindi a generare lo stato di attivazione fisiologica caratteristico.

Il cortisolo, tuttavia, sul lungo periodo può avere conseguenze negative sull’organismo, rendendo ad esempio meno efficace la risposta del sistema immunitario con possibile incremento della pressione cardiaca e induzione a un umore depresso, il quale quest’ ultimo a sua volta impedisce alla persona di attivare risorse psicologiche positive per fronteggiare la pressione ambientale, generando così un circolo vizioso.

Studenti, stress e cortisolo.

Una categoria soggetta sempre maggiormente allo sviluppo dello stress sono gli studenti universitari, specialmente durante gli ultimi anni di specializzazione. Uno studio del 2018 condotto su 131 studenti, si è focalizzato sui livelli di stress e sull’effetto di un intervento di 15 minuti di pet-therapy condotto tramite un gruppo di cani. In questo caso, i livelli di stress sono stati analizzati tramite il livello di cortisolo e strumenti di valutazione dei livelli di ansia, frequentemente associata ai sintomi di stress. E’ stata osservata negli studenti una riduzione significativa dei sintomi di stress successivamente l’interazione con i cani, con un parallelo abbassamento dei sintomi di ansia e dei livelli di cortisolo. In ogni caso, questo risultato ha evidenziato come un intervento breve e relativamente poco costoso, possa favorire un miglioramento nella popolazione universitaria, che sperimenta un quotidiano stress cognitivo dovuto ai ritmi di studio e alla preparazione degli esami.

 Pendry conduce un ‘altra ricerca su 249 studenti, divisi in quattro gruppi analizzando i livelli di cortisolo salivare pre/post-intervento (sessione di 10 minuti in compagnia di cani). Il primo era invitato ad accarezzare (petting) gli animali, il secondo era chiamato a osservare il primo gruppo mentre interagiva con gli animali, al terzo venivano mostrate delle immagini degli stessi animali mentre il quarto costituiva il gruppo di controllo, che non ha interagito né osservato in alcun modo gli animali. Il risultato riscontava che maggiore era la prossimità e l’interazione con l’animale minore era il livello di cortisolo registrato.

Quindi il cane riduce lo stress?

Ebbene SI!!

A patto che l’animale non disturbi emotivamente la persona in oggetto, è chiaro quindi che il cane fornisce un importante contributo sia nella prevenzione che nella modulazione dello stress, dato la sua capacità intrinseca di stimolare l’individuazione di strategie di coping più funzionali attraverso una riconfigurazione dello stato emotivo della persona. In questo modo, essa interviene non solo sull’aspetto fisiologico, ma anche su quello psicologico, che come si è visto costituisce il principale fattore di regolazione e attivazione dello stress negli esseri umani.

Un ulteriore aspetto da approfondire in studi futuri sono gli effetti degli interventi su diverse popolazioni cliniche, poiché, a seconda del disturbo in esame, le risposte dei partecipanti all’interazione con l’animale potrebbero variare, occorre inoltre  considerare anche la tipologia di stress e l’intensità dei livelli di cortisolo preintervento, poiché sarebbe importante capire l’effetto della pet-therapy su partecipanti che presentano elevati livelli di cortisolo, dovuti ad esempio a condizioni di stress cronico.

In sintesi la pet therapy legata allo stress è un potente strumento terapeutico, alla portata di tutti e di ridotto costo di cui ancora non conosciamo la completa potenzialità applicativa.

Pierangelo Valaperta– Dr in Psicologia

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