Psicologia del Benessere

Che cos’è l’Amore?

Perché l’amore è una caratteristica squisitamente umana? Perché ci innamoriamo di una persona e non di un’altra?

L’amore è prima di tutto la capacità di amare l’altro, diverso da noi in quanto altro da me.

In generale, non è possibile identificare l’amore con un’unica qualità emotiva, esiste infatti: l’amore per un figlio, l’amore per un amico, l’amore per una donna/uomo, l’amore verso Dio.


Ph Francesco Primerano ©

L’amore è incontrare l’altro e farsi incontrare in una dimensione di apertura reciproca; questo spesso diventa qualcosa di molto difficile e le relazioni d’amore sono a volte un terreno di lotta o, in alcuni momenti, un gioco tra due equilibristi: stare insieme è molto difficile e richiede anche molto coraggio.

L’Amore è sentire il proprio sentirsi attraverso e CON l’altro, avvertito come unico ed esclusivo; questa unicità di conseguenza si modella e si costruisce attraverso l’unicità della relazione stessa perché non c’è una relazione uguale all’altra (non viviamo mai due relazioni che sono uguali, anche se entrambe sono importanti e intense), e questa relazione è esclusiva proprio per i protagonisti della relazione stessa che sono, anche loro, insostituibili, come ognuno di noi.

Nell’Amore l’altro diventa il portatore di una realtà unica che io voglio conoscere e comprendere. L’esperire il Tu come persona, e non come oggetto o strumento da “usare”, il saper ascoltare e vedere il suo raccontarsi, implica da una parte l’interrogarsi sul mondo dell’altro, e dall’altra il riconoscimento e l’accettazione che l’altro è “altro da me”: l’altro infatti non è accessibile perché egli soltanto ha accesso alla sua esperienza, l’altro non è cambiabile né intercambiabile e soprattutto su di lui non posso esercitare nessun tipo di controllo o dominio.

L’amore chiede, inoltre, un altro aspetto che è fondamentale in tutte le relazioni importanti: la messa in discussione di noi stessi e di chi eravamo prima di incontrare l’altro. Ogni volta che incontro l’altro, l’altro si apre e ogni suo disvelarsi porta una nuova articolazione della mia interiorità, un nuovo racconto di me, che rinnova l’equilibrio raggiunto nella relazione e che continuamente mi mette in gioco nel processo di reciprocità a due.

Perché allora stare insieme è difficile e faticoso? Perché l’amore è avere il coraggio di cogliere e vedere la diversità dell’altro, perché in questa mia capacità di riconoscerla e preservarla io posso mettere in discussione il mio modo di vedere e interrogarmi poi sul perché l’altro guarda e sente in modo diverso da me. E tutto questo è per entrambi una possibilità di crescita personale.

Dott.ssa Aurora Sergi – Psicologa &Psicoterapeuta

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

fragilità
Psicologia del Benessere

Fragilità

Fare i conti con le nostre fragilità non è semplice.
Non è semplice farle vedere all’altro e non è semplice per noi vederle e riconoscerle.
Il periodo storico in cui viviamo non lascia molto spazio al nostro sentirci fragili. La nostra società viene definita la società della performance o dell’apparenza: una società in cui bisogna far vedere solo l’immagine migliore di noi stessi, una realtà in cui non sono concesse sbavature, mancanze, imperfezioni, non c’è posto per ciò che “sgarbatamente” chiamiamo difetti.
Il tutto però, sta accadendo ad un caro prezzo: la nostra unicità.

Parco Nazionale del Pollino – Calabria
Ph Francesco Primerano ©

Vivere attraverso l’immagine migliore di noi stessi ci porta ad avere un’unica idea di bellezza, un’idea che vale per tutti, facilmente raggiungibile a patto che vengano rispettati alcuni criteri. Ed ecco allora che i nostri corpi in primis vengono modellati e mostrati solo attraverso determinate forme. I nostri corpi e quello dell’altro si somigliano sempre di più, le differenze vengono quasi azzerate e il bello è molto riduttivo e semplice.

Esibizione e competizione guidano le nostre giornate e continuiamo a correre verso la vittoria e verso la prossima “vetrina”.
In tutto questo non c’è spazio per le nostre debolezze, così le copriamo e le nascondiamo, e ogni volta che lo facciamo mettiamo da parte noi stessi e chi siamo.

Sono infatti le nostre fragilità a definirci, a farci sentire chi siamo, anche se spesso le vediamo come qualcosa da combattere e mettere fuori gioco.

Le nostre fragilità siamo noi.
Quando ci innamoriamo, non ci innamoriamo forse delle imperfezioni dell’altro? Quando scegliamo una persona, non la scegliamo anche per le sue debolezze?

Ferruzzano (RC)
Ph Francesco Primerano ©

Se non ci fossero le imperfezioni, non ci sarebbero differenze, non ci sarebbe distanza tra me e l’altro, non ci sarebbe quella diversità necessaria affinché ci sia una relazione.
Se non ci fossero le fragilità non ci sarebbe scelta, qualità, e scegliere una persona sarebbe come sceglierne un’altra. Tutti saremmo uguali, belli allo stesso modo, ma identici, comuni.

E allora curiamo le nostre imperfezioni e … scopriamole!

Dott.ssa Aurora Sergi – Psicologa &Psicoterapeuta

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Psicologia del Benessere

L’inevitabilità del cambiamento

La nostra vita è costantemente in divenire, in transizione, in evoluzione. La vita è un cambiamento continuo e vivere ed esistere significa fare i conti continuamente con questo divenire. La vita stessa è un divenire. 

In tempi angoscianti e incerti come quello che stiamo vivendo ora da quando è iniziata la pandemia, o anche quello che abbiamo vissuto qualche anno fa con la crisi economica, proviamo quasi disperatamente a cercare punti di riferimento duraturi, stabili, auspicabilmente immobili. Ma a volte ci sfugge che ciò che caratterizza la nostra vita e la rende tale è l’inevitabilità del movimento, sempre e comunque, anche dentro e a prescindere da quelle piccole stabilità quotidiane che cerchiamo e costruiamo con cura.

Bova (RC)
Ph Francesco Primerano ©

Il cambiamento però fa paura. Il cambiamento spesso ci paralizza e ci porta a costruire racconti di noi che non sempre sono autentici, racconti che a lungo andare possono diventare una vera trappola, una trappola costruita da noi stessi e dalla nostra resistenza al cambiamento. 

Il cambiamento in genere presuppone una scelta e il coraggio di decidere. E scegliere spesso non è semplice perché la scelta ci espone all’altro e presuppone di lasciare o rinunciare a qualcosa, spesso a qualcuno.

Il cambiamento è guidato o bloccato dalla nostra emotività: spesso, infatti, ha a che fare con le nostre fragilità e contemporaneamente con il nostro essere coraggiosi e autentici. Quando decidiamo di cambiare facciamo i conti con le nostre debolezze, ci mettiamo in discussione per comprenderle e comprendere poi che sono quelle a renderci unici.

Il cambiamento è necessario per riconoscersi e riconfermarsi ogni volta.  

Gallicianò (RC)
Ph Francesco Primerano ©

E allora forse, ogni crisi, politica, sociale, personale che sia, si può comprendere e “risolvere” solo a partire dalla considerazione che di fisso, certo e stabile vi è solo il cambiamento e il coraggio di vederlo, sceglierlo e viverlo.

Dott.ssa Aurora Sergi – Psicologa &Psicoterapeuta

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Psicologia del Benessere

Attacchi di panico.

Probabilmente, la maggior parte di noi, avrà avuto almeno una volta nella vita un attacco di panico o un malessere paragonabile ad una crisi acuta di ansia simile al panico.

L’attacco di panico spesso è un sintomo e, in quanto tale, non si presenta mai senza motivo anche se non sempre sono chiari i contesti e le situazioni che possono provocarlo.

Più che fare un elenco delle sensazioni e dei segni che contraddistinguono l’attacco di panico (chi l’ha avuto almeno una volta sa benissimo di cosa parlo), mi piacerebbe raccontarvi il fenomeno dell’attacco di panico che è comunque sempre e necessariamente legato alla storia unica di ciascuno di noi.

Prima di tutto, due parole sul corpo, estremamente attivato durante un attacco di panico.

Nel nostro quotidiano affaccendarci, il nostro corpo, non viene quasi mai avvertito e la consapevolezza della sua esistenza è quasi preriflessiva. Ci riposizioniamo poi sul corpo attraverso diverse modalità: un mal di testa, una malattia fisica, facendo sport o quando il corpo diventa motivo di attenzione da parte degli altri.

L’attacco di panico, inoltre, ha a che fare con la perdita di controllo e tale sensazione è sia emotiva (paura di impazzire o di morire), sia viscerale (palpitazione, tachicardia, sudorazione) e in quei momenti è molto comune vedere nell’attacco di panico la manifestazione di una malattia improvvisa.

Ma il punto è che: l’attacco di panico è un sintomo chiaramente esistenziale.

In genere si presenta nelle nostre vite quando ci sentiamo “costretti” nelle nostre possibilità d’azione, quando non ci sentiamo più comodi nelle scelte fatte o che pensiamo di aver fatto, quando smettiamo di scegliere chi siamo veramente. Esempi possono essere una relazione affettiva che non funziona ma dalla quale è difficile allontanarsi, una progettualità che non è più davvero nostra.

Ed ecco che l’attacco di panico, che vorremmo disperatamente eliminare, diventa la possibilità, l’occasione per fermarsi, comprendere, chiedere aiuto e cambiare.

E allora, forse, nella vita di ognuno di noi c’è un attacco di panico che aspetta solo di essere colto, “accolto” e compreso.

Dott.ssa Aurora Sergi – Psicologa &Psicoterapeuta

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Psicologia del Benessere

Fenomenologia dell’autismo

Pizzo Calabro, Calabria
©Francesco Primerano

Quando si parla di autismo, più che di un disturbo specifico, si parla di uno spettro, sia per le sue manifestazioni molto varie e sia perché esistono vari livelli di gravità; da forme più sfumate ad altre più acute: dalla fatica a relazionarsi con il mondo circostante (a livello sociale, comunicativo e cognitivo), alla presenza di un corredo di abilità, come concentrazione a lungo termine, identificazione delle idee logiche, elevate abilità matematiche, elaborazione delle informazioni visive.

In linea generale, quindi, l’autismo è una condizione che influisce tipicamente sull’abilità della persona di comunicare, di avere relazioni con gli altri e di rispondere in modo appropriato all’ambiente circostante. Nello specifico, però, le persone con autismo presentano anche delle caratteristiche senso-motorie peculiari che co-determinano una coerente e difettuale apertura di mondo. Una conseguenza di ciò è per esempio il modo in cui gli oggetti si manifestano ai loro occhi: relativamente decontestualizzati portando ad un uso povero dell’oggetto in questione, come se la persona fosse chiusa rispetto alle differenti possibilità d’azione che i diversi oggetti sono in grado di offrire. Allo stesso modo, le stereotipie e i comportamenti ripetitivi dimostrano che l’ambiente sembra aprirsi solo parzialmente come luogo di manifestatività e di attrazione di possibilità d’azione.

Cosa succede nel cervello di un paziente autistico?

Quanto detto sopra è anche in parte spiegato da uno sviluppo atipico del sistema nervoso e dell’organismo nel suo insieme. Da tempo infatti le teorie psicologiche sull’origine dell’autismo sono state superate essendo ormai chiaramente riconosciuta la base neurobiologica di questo disturbo, con la presenza di una forte predisposizione genetica. In particolar modo le parti del cervello che risultano essere maggiormente colpite sono: il cervelletto (implicato nelle capacità di attenzione e nel comportamento motorio), l’amigdala (coinvolta nel riconoscimento e nell’espressione delle emozioni), alcune parti del lobo temporale (adibite allo sviluppo del linguaggio e della percezione sociale) e la corteccia prefrontale (coinvolta in diverse abilità quali l’attenzione, la pianificazione e il comportamento sociale) (Geschwind & Levitt 2007). L’autismo, poi, oltre a colpire direttamente queste aree, comporta disfunzioni a livello delle connessioni di queste aree, non consentendo quindi di lavorare in maniera coordinata (Murias et al. 2007). 

Il mondo del paziente autistico

Per comprendere il mondo del paziente con autismo, bisogna fare prima di tutto una premessa filosofica. 
Il nostro modo di fare esperienza, che si chiama ipseitàaccade contemporaneamente a una certa apertura di mondo. Questo significa che io non posso fare esperienza senza un mondo che mi circonda, quindi la mia ipseità e l’apertura di mondo si co-appartengono e si co-determinano; è come dire che io posso fare esperienza solo se c’è una certa apertura di mondo, dove per mondo si intendono le persone, gli oggetti, i luoghi e i significati che hanno per me. Nell’autismo accade che un’alterazione genetica causa una patologia di questo modo di fare esperienza con conseguenti aperture di mondo difettuali. Questo spiega e rende conto dell’incapacità di queste persone di accedere alla rete coerente di rimandi che caratterizza il nostro essere-nel-mondo: in pratica il loro stare al mondo è diverso dal nostro. Il loro mondo, infatti, si manifesta secondo parzialità e questo porta di conseguenza a un modo di fare esperienza focalizzato e decontestualizzato che dà poi origine ai sintomi di cui parlavamo sopra.

Esiste una psicoterapia dell’autismo? 

Pollino, Calabria
©Francesco Primerano

Prima di rispondere a questa domanda, facciamo un passo indietro.

L’inizio di una psicoterapia presuppone in linea generale una richiesta di aiuto e le persone chiedono aiuto il più delle volte per la comparsa di un sintomo. Il sintomo in questione, è importante sottolinearlo, non è un qualcosa che si aggiunge alla persona, ma è un segno che rimanda a qualcos’altro; il sintomo, spesso, assume la forma di un’alterazione del proprio modo di sentirsi e di essere. Questa perdita del senso di stabilità personale, questo sentirsi quasi alienati da se stessi, porta il paziente a vivere un’esistenza inautentica ed è questo che genera il sintomo.  La psicoterapia poi si basa sul racconto che il paziente fa della sua sofferenza e ha il compito di comprendere tale racconto così come si manifesta, con i suoi modi di fare esperienza e lasciandosi guidare dalla sua storia di vita; è infatti la storia di vita l’unica a far emergere il senso della sofferenza del paziente, il suo mondo e gli specifici significati esistenziali che rendono il malessere del paziente comprensibile. Quando ciò avviene ci troviamo di fronte a ciò che viene chiamata patologia storica, cioè un malessere che dipende dai modi del paziente di tradurre la sua esperienza in racconto; in tali situazioni la psicoterapia porterà alla riappropriazione delle proprie esperienze nell’ambito di una nuova e più identitaria rifigurazione narrativa.

Dall’altra parte, però, può succedere che sin dalla nascita il nostro essere-nel-mondo accada secondo modalità organismiche difettuali, con conseguenti alterazioni dello sviluppo del sé e dell’identità personale generando ciò che viene chiamata patologia non storica; tale condizione implica una primaria alterazione dell’ipseità ed è ciò che succede anche nell’autismo. Le persone con autismo infatti presentano un deficit di cognizione sociale perché già a monte presentano una peculiare e deficitaria modalità di accedere alla comprensione pratica del mondo. Questo impedisce di conseguenza non solo di accedere alle possibilità d’azione che sono accessibili a tutti coloro che condividono il loro mondo, ma impedisce anche di avere un rapporto con il tempo e quindi avere degli orizzonti d’attesa (progetti), come se il futuro non esistesse e non si appalesasse. In quanto esseri umani esistiamo in conseguenza del nostro passato e ci progettiamo continuamente verso un futuro prossimo o lontano che sia.

Gravi patologie come l’autismo, quindi, traggono beneficio da trattamenti che sono perlopiù basati sulla riabilitazione e la psicoterapia è solo una delle terapie che formano il quadro complessivo del progetto riabilitativo. Ecco perché con questi pazienti si parla più spesso di riabilitazione piuttosto che di psicoterapia, riabilitazione intesa come sostegno, una riabilitazione che, appunto, ri-abiliti il paziente accompagnandolo a “stare” nel mondo. 

È come se per gli altri fosse tutto semplice … di tutte le cose che faccio, io prendo solo le cose negative, gli altri invece è come se facessero le cose con facilità … anche il loro modo di raccontare quello che fanno, sembra tutto così facile e ovvio … per me è tutto difficile, non riesco a capire cosa bisogna fare … Lo so, io so di essere un po’ particolare, che sono un po’ un caos (…) 

Ma io non so cosa mi piace, cioè, so che ho l’università e che devo andare avanti ma poi non so … alcune volte la mia vita mi sembra … “poca”. 

A. F., stralci di colloquio

Aurora Sergi

Psicologa, Psicoterapeuta

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Psicologia del Benessere

Il tempo ai tempi del coronavirus

Dublino, Irlanda
©Francesco Primerano

Il tempo durante il Coronavirus si è fermato, bruscamente, improvvisamente, indefinitamente.

Heidegger diceva che la temporalità è il senso più profondo dell’Esserci per noi uomini, consapevoli di dover morire. Questo essere-per-la-morte ci rende diversi da qualsiasi altro animale. L’uomo, infatti, può relativizzare ogni possibilità della sua esistenza, rendendola finita. Ed è grazie a questo processo che riesce a comprendere ed assumere consapevolmente queste possibilità esistenziali senza irrigidirsi, né rimanere incastrato in nessuna di esse. 

La pandemia ha fermato tutto: per diversi mesi tutto ha subìto un arresto forzato, non previsto, non programmato. E noi non eravamo pronti, nessuno di noi era pronto. Eppure, chi con grandi sforzi e rinunce, chi con naturalezza e anche, sì, un leggero piacere, ci siamo ricollocati in una quotidianità fatta di nuovi spazi, nuove azioni, nuovi modi di relazioni e, soprattutto, scandito da un nuovo tempo. 

Riorganizzare il tempo

Riorganizzare le giornate ha significato prima di tutto rivedere il tempo del lavoro. Processo che non ha risparmiato nemmeno la psicoterapia: terapeuti e pazienti, tutti abbiamo dovuto abbattere le nostre resistenze e adattarci ad una nuova modalità di stare in relazione, immaginata come fredda, meccanica, distante, rallentata: la smart therapy.

L’inizio non è stato facile per nessuno, e molti pazienti hanno iniziato più per rassegnazione che per vero interesse. Alla mia proposta di proseguire con la smart therapy molti hanno risposto “Piuttosto che rinunciare completamente, preferisco provare …”. E ci abbiamo provato. Ci abbiamo provato volta dopo volta, incontro dopo incontro, lasciando che qualcosa di inatteso emergesse: una nuova narrazione individuale del tempo. 

Il tempo sospeso

Mi sembra di vivere la mia vita in sospensione, senza capire come le mie giornate riescano comunque a passare”.

Il tempo sembra aver assunto in questi mesi di pandemia, un nuovo ritmo, artificiale, artefatto, lento e sconosciuto ed è come se non riuscissimo a far andare d’accordo la nostra esistenza con questa nuova percezione del tempo: sembra mancare l’armonia tra il nostro tempo interiore e il tempo esterno, quello del mondo. Ed ecco emergere l’esperienza dell’essere sospesi tra questi due tempi che non riescono più ad andare insieme.

Il tempo rubato

Non riesco a fare programmi perché non sappiamo quello che potrà succedere domani o fra qualche giorno, e se bloccano di nuovo tutto?”. 

Il coronavirus ha rubato la nostra progettualità, ci ha obbligato a fare una cosa che non siamo in grado di fare essendo sempre gettati nel mondo e nelle nostre possibilità (Heidegger, Essere e tempo, 1927): stare nel qui ed ora, in quel presente immediato e vicino programmando la giornata e pensando a domani solo domani stesso.

E infine, il tempo stringe

Il tempo stringemai come adesso sento che devo darmi una mossa”.

Se da una parte vi è la sensazione che il tempo sembri non passare mai, in attesa della fine della campagna vaccinale che sancirà (forse) la fine della pandemia, dall’altra ci accorgiamo che il tempo, com’è ovvio che sia, scorre inesorabile. Ma, rispetto a prima, è come se facessimo esperienza di un tempo che scorre più velocemente, un tempo che quasi ci costringe a fare i conti con noi stessi, a prendere decisioni rimandate da tempo, a esporci confessando a qualcuno ciò che sentiamo da tempo, a lasciare e chiudere situazioni che non ci appartengono più.

Aspromonte, Calabria
©Francesco Primerano

Un nuovo modo di essere nel mondo

Ma qualunque sia stata e sia ancora l’esperienza di questo tempo, qualunque sia stato il modo in cui abbiamo vissuto questa crisi di portata mondiale, forse il punto è che per ognuno di noi tutto questo potrebbe essere un’occasione, una possibilità per fare un’esperienza nuova di noi: del vuoto, delle mura domestiche, del nostro incontro con l’altro, della noia, del mondo e del tempo, e quindi anche del nostro essere nel mondo, del nostro esserci.

Aurora Sergi

Psicologa, Psicoterapeuta

Psicologia del Benessere

Che cos’è la noia?

Conosciamo la noia come il sentimento che insorge quando non siamo sufficientemente stimolati. Ma come si spiega che essa insorge anche in persone e contesti nei quali tali stimoli sono presenti in misura eccessiva? Heidegger dice che la noia, di cui riconosce almeno tre forme, deriva dal fatto che ogni “Esser-ci” ha il suo tempo (Essere e Tempo, 1927).

Buriasco, Piemonte
©Francesco Primerano

La noia con l’altro

La prima forma di noia può emergere quando siamo di fronte ad un improvviso dilatarsi del momento. Questo accade, ad esempio, quando si attende a lungo il treno in stazione. Questo dilatarsi svuota il tempo dalla pienezza degli oggetti, ed è allora che sorge la noia, sintomo che nel suo modificare il tempo ci ha lasciati “privi di mondo”. È un tempo pesante, che ci tiene in sospeso e trattiene, senza nemmeno la consolazione né la distrazione delle cose, che si negano al loro solito uso. Questa noia è paralizzante.

La seconda manifestazione è meno intuitiva, perché è generata dal totale abbandono alle cose, per cui esse appaiono insignificanti, nonostante l’appagamento estetico che ci offrono. Lo scenario familiare a tutti è quello di una serata tra amici: partecipiamo volentieri alle serate con gli amici, vi ci immergiamo con il desiderio di “perdere o far passare il tempo”, di allontanarci dallo scorrere dell’esistenza, e da noi stessi. Partecipare passivamente al fluire degli eventi che hanno luogo attorno a noi toglie l’inquietudine – la spinta – del cercare.
Qui il tempo si mostra, ma non scorre; offre un appagamento superficiale, che lascia inascoltate le più intime esigenze, e genera insoddisfazione.

La noia per vivere

L‘altra forma di noia descritta da Heidegger ha una dimensione esistenziale: siamo abbandonati da un mondo che non ci rappresenta più, ma che ancora conserva le chiavi di lettura di ciò che proviamo.
Questa è la noia autentica, più profonda, che si presenta quando siamo soli; questa noia assoluta è però anche la più salvifica, perché, in qualche modo, ci protegge dall’invadente vuoto in cui ci troviamo e perché rivela l’uomo nella sua totalità, avvicinandolo alla finitezza delle relazioni e, quindi, alla morte. Quando ciò accade, ci si sente svuotati dalla frenesia e dall’affaccendarsi “mondano”.

Santa Marina Salina, Isole Eolie – Sicilia
©Francesco Primerano

L’annoiarsi e il tempo

Infine, due parole sul tempo. Il tempo è ciò che rende possibile la nostra esistenza e le dà un senso. È ciò che accomuna tutte le forme di noia che, come altre emozioni (per esempio, ansia, angoscia, malinconia, ecc.), sono esperienze che vanno vissute, anche se per pochi istanti, nella solitudine della propria intimità.
Nella nostra società, dove si dev’essere sempre pronti e accessibili, dove siamo spesso affannati, stipati da cose e da persone, affaccendati e in perenne movimento, c’è ancora spazio per questa potente compagna esistenziale che è la “noia per vivere”? Siamo capaci di vivere la noia che si fonda contemporaneamente sulla solitudine e sul vivere il proprio tempo? Perché la si teme? Non sono forse proprio i momenti in cui ci si annoia che permettono di dare senso all’esistenza? Di aprirla e renderla possibile? Di farci comprendere dove siamo diretti?

Secondo Heidegger, e anche secondo me, sì: la noia, a differenza di ciò che si crede, non paralizza, ma muove, ci affranca dalle possibilità nulle e ci rende liberi per quelle autentiche.
E allora, forse, una volta ogni tanto ognuno di noi dovrebbe annoiarsi o, almeno, provare a concederselo. Oggi ancora di più.

Aurora Sergi

Psicologa – Psicoterapeuta

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Psicologia del Benessere

PERCHÉ LE PERSONE CHIEDONO AIUTO?

Perché le persone chiedono aiuto a uno psicoterapeuta? I motivi possono essere molti. Il più delle volte per la comparsa di un sintomo, solitamente percepito come un’alterazione del proprio modo, unico e personale, di essere. “Non mi sento più come prima”, “Qualcosa sembra cambiato in me”, “Non mi riconosco più”. Queste spesso sono le descrizioni del malessere di chi decide di iniziare una terapia. La perdita del senso di stabilità personale, questo sentirsi in qualche misura alienati da sé stessi, che nulla ha a che fare con la patologica depersonalizzazione, genera la sensazione di vivere una vita inautentica. In questa vita che sembra non appartenerci più, le scelte non sono più dettate dal nostro sentire, ma da ciò che “gli altri si aspettano da me” o dal perché “solitamente si fa così”.

Pizzo sopra la fossa – Stromboli, Isole Eolie
©Francesco Primerano

Aiuto nel ritrovare se stessi

Cogliere lo scarto fra ciò che si vuole e ciò che si deve non è facile né ovvio come può sembrare. Bisogna comprendere i propri desideri, la propria emotività, i propri affetti e, più in generale, i progetti esistenziali e inserirli nel contesto della famiglia, dell’amicizia e del lavoro. Per questo difficile lavoro è utile l’aiuto di un professionista, un professionista del benessere, come lo psicoterapeuta.

Il punto di partenza della Psicoterapia

La narrazione del paziente è il punto di partenza della terapia. Essa rappresenta il testo da cui parte il lavoro terapeutico e da cui riparte l’intera esistenza di un individuo. La stesura e la narrazione di questo testo intimo, con un testimone autorevole e accogliente, lo psicoterapeuta, permette al paziente di comprendere. Comprendere il proprio malessere, la sua origine e, soprattutto, il senso che esso ha per lui. Uno dei risultati più sorprendenti della psicoterapia è scoprire quanto sofferenza e disagio siano d’aiuto: preziosi alleati nel percorso di crescita personale.

Fossa delle Felci – Salina, Isole Eolie
©Francesco Primerano

La Psicoterapia come esercizio di libertà

La riconfigurazione della vita del paziente, che in terapia è un testo scritto a quattro mani, “illuminerà” l’essere-nel-mondo del paziente. Questa riconfigurazione farà emergere il senso della sua sofferenza, rendendola comprensibile, spiegabile e trattabile. In questo modo, la psicoterapia restituisce al paziente la consapevolezza di un rinnovato senso esistenziale, offrendogli l’opportunità di guardare a nuovi orizzonti d’attesa, che, per quanto coerenti con la propria storia e il proprio sentire emotivo, sono anche l’occasione di ri-nascere, questa volta in modo identitario e autentico. In fondo, la psicoterapia non fa che ricordare ai pazienti che sono esseri liberi.

Dott.ssa Aurora Sergi
Psicologa – Psicoterapeuta

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Psicologia del Benessere

CHE COS’È LA PSICOTERAPIA?

Quando si pensa di rivolgersi a uno psicoterapeuta, gli interrogativi “dove?“, “chi?” e “come?” della psicoterapia spesso sono i più grandi ostacoli alla richiesta di aiuto, anche quando se ne sente davvero il bisogno. Nell’immaginario collettivo la psicoterapia ha luogo in una stanza in cui campeggia il lettino. Si viene accolti da una persona di poche parole, che trascorrerà quasi tutto il tempo in silenzio. E nel silenzio misurerà le nostre parole, le nostre scelte, le nostre relazioni: la nostra vita. Ma è davvero così, come lo rappresentano nei film?

Faggio Comune – The Dark Hedges, Irlanda del Nord
©Francesco Primerano

Il luogo della Psicoterapia: sentirsi comodi

Riguardo all’arredamento, non c’è una regola fissa. Molto dipende dall’approccio del terapeuta, dalla sua formazione, ma anche più semplicemente dai suoi gusti. Così possiamo trovarci una poltrona e un lettino, due poltrone, una poltrona e un divano o anche due sedie e una scrivania.
Qualunque sia la scelta dell’arredo, lo scopo è sempre quello di far sentire comodi gli attori della relazione: il paziente e lo psicoterapeuta. Non uso a caso la parola comodo. Viene dal latino cum = con + modus = misura, cioè “a misura di“. La stanza e, per estensione, la terapia, sono luoghi letteralmente al servizio del paziente, perché ci si senta comodi, a proprio agio.

Il Chi della Psicoterapia: qualcuno che ci comprenda

Lo psicoterapeuta non è un detective della psiche e nemmeno uno stregone che custodisce i segreti dell’esistenza umana. Lo psicoterapeuta comprende l’altro.
La comprensione richiesta allo psicoterapeuta ha due accezioni: intendere e contenere, capire e accogliere.
Alla comprensione intesa come il contenere e l’accogliere il paziente, il terapeuta arriva grazie all’attenzione, alla benevola curiosità e al riconoscimento dell’unicità del paziente stesso. Alla comprensione intesa come intendere o capire arriva attraverso la formazione, richiesta e necessaria a chiunque voglia affrontare questa professione con la giusta serietà.

Due parole sulla formazione

In Italia l’esercizio dell’attività psicoterapeutica richiede dapprima la laurea in psicologia o in medicina e chirurgia. Successivamente l’acquisizione di una specifica formazione professionale almeno quadriennale presso scuole di specializzazione (Legge 18 febbraio 1989, n. 56).
Solo dopo questa lunga formazione, che fa la differenza tra psicologo e psicoterapeuta, si può ottenere l’Abilitazione alla Psicoterapia e l’annotazione in un apposito Albo, consultabile da chiunque voglia verificare il possesso di questa abilitazione da parte del professionista cui si voglia affidare.
Esistono numerosi approcci psicoterapeutici (scuole per psicoterapeuti), perché numerosi sono i modi di approcciarsi alla psiche e al suo disagio, ma tutti hanno l’obiettivo di favorire il benessere e la realizzazione del potenziale di ogni persona. Di che approccio sia lo psicoterapeuta non deve preoccuparsi il paziente. Mancandogli le competenze necessarie non può pienamente comprendere la differenza tra una teoria e l’altra, un approccio e l’altro. È compito dello psicoterapeuta stesso che, una volta ascoltatolo, lo indirizzerà eventualmente all’approccio a lui più adatto.

Pino Loricato, Parco del Pollino, Calabria – Basilicata
©Francesco Primerano

I tempi della Psicoterapia: a ognuno il proprio

Un colloquio dura orientativamente dai 45-55 minuti, ma non è una regola fissa, come non c’è una regola sulla durata complessiva della psicoterapia. Non di rado accade che il paziente arrivi con una richiesta e nel tempo ne pone una nuova. Ogni nuovo quesito segna la definizione di un nuovo percorso, con nuovi tempi, nuovi ritmi e nuove progettualità.
In breve, ci possono essere svariate regole che orientano, tutelano e diversificano le psicoterapie. L’unica regola che non cambia mai è che l’esistenza del paziente è unica e irripetibile. E unico sarà il percorso che lo porterà a comprendere se stesso e a sentirsi autentico.

Dott.ssa Aurora Sergi – Psicologa & Psicoterapeuta

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