Alimentazione e Sport

PSICOLOGIA E DIETA: PERCHÈ SI CONTANO LE CALORIE?

Il conteggio delle calorie è un comportamento molto frequente. C’è chi conta le calorie per motivi di salute e chi invece lo fa per mantenere il proprio “peso forma” ed evitare quindi di ingrassare.

In quest’ultimo caso tale comportamento, è figlio di una società improntata sulla perfezione e che comunica ideali di bellezza basati sulla magrezza.

L’attenzione alle calorie diviene in questo caso, un modo per poter raggiungere questi ideali e rientrare nei canoni proposti dalla società.

Non solo il conteggio calorico, ma di frequente si va incontro ad una vera e propria categorizzazione dei cibi, ovvero quella che vede schierati da una parte i cibi considerati “buoni” (ipocalorici, integrali, biologici ecc) e quelli invece considerati “cattivi” e quindi da evitare assolutamente (cibi calorici, dolci ecc).

Questa cura così minuziosa all’alimentazione, dà la percezione di esercitare un controllo sul proprio comportamento alimentare, ma soprattutto sulla propria forma fisica, e quindi di poter essere padroni del percorso verso il raggiungimento del proprio obiettivo che viene percepito anche più facilmente raggiungibile.

In alcuni casi, inconsapevolmente, si crea una dinamica che conduce ad autovalutarsi in termini positivi – e quindi avere più valore come persona – proprio per questa “abilità di controllo” nei confronti dell’alimentazione.

Questo comportamento può davvero essere utile ai fini del proprio benessere?

Inizialmente il controllo dell’alimentazione può dare illusione di felicità e soddisfazione, proprio perché permette di sentirsi padroni del proprio peso e della propria forma fisica, ma alla lunga diviene sempre più difficile aderire a tali prescrizioni.

Il nostro corpo infatti non “ragiona” in termini di taglie o centimetri, ma in termini di bisogni.

Forse vi stupirò nel dirvi che fino circa l’età di tre anni, possediamo una sorta di “nutrizionista interno”, ovvero, un meccanismo che ci permette di mantenere l’omeostasi (l’equilibrio) e quindi, ci porta a mangiare quando abbiamo realmente fame, a fermarci quando sazi e ad introdurre le giuste quantità di cibo (quelle che realmente ci servono). Va da sé che questo permette altresì di mantenere un peso equilibrato e anche una buona forma fisica.

Poi intervengono fattori socio-culturali e familiari che operano una mediazione su un comportamento naturale e istintivo come quello di mangiare. Viene persa così la sua naturalezza e quindi anche la capacità di autoregolazione.

La società ci invita a fare diete restrittive per aderire agli ideali estetici che essa stessa impone. Il territorio in cui si vive ha precise tradizioni culinarie e perciò ci abitua al consumo frequente di alcuni cibi rispetto ad altri. La famiglia, ci tramanda alcune “regole alimentari” che riguardano diversi aspetti come: orario dei pasti, quantità, pietanze da prediligere rispetto ad altre.

Insomma capite bene come l’alimentazione sia influenzata da tanti fattori che la trasformano da atto naturale, a comportamento complesso.

Inoltre non dimentichiamoci delle emozioni. Anch’esse hanno un impatto importante sul rapporto con il cibo. A volte infatti lo utilizziamo come riempitivo di vuoti emotivi. In questi casi sostituisce risposte specifiche per quella specifica emozione. Se si è arrabbiati, si mangia. Se si è tristi, si mangia. Se si annoiati, si mangia. Dimenticando che per ogni emozione c’è in realtà una specifica risposta che può alleviarla.

Detto questo quindi, tornando alla domanda iniziale (questo comportamento può davvero essere utile ai fini del proprio benessere?), la risposta è sicuramente: no.

Un’estrema rigidità e la restrizione alimentare, non sono sostenibili nel lungo periodo. Il nostro corpo ha necessità diverse ogni giorno, di quantità così come di cibi. Se lo “costringiamo” all’assunzione di quantità e sostanze (nutrienti) che noi decidiamo essere giuste, si andrà incontro ad una “meccanizzazione” dell’alimentazione, e quindi anche all’incapacità di ascoltare il proprio corpo e comprenderne i bisogni.

Il paradosso del divieto alimentare

C’è poi un’altra questione importante, che riguarda questa volta i cibi considerati “vietati”, quelli di cui ci si priva perché ritenuti nemici della salute…e della linea.

Nel momento in cui ci si vieta un alimento, si comincia a desiderarlo fortemente, proprio perché tutto ciò che è proibito alimenta un forte desiderio. È un meccanismo psicologico sul quale non abbiamo ahimè alcun controllo.

Se per esempio ci troviamo a chiacchierare con un amico/a e si confidasse per ore raccontandoci questioni di ogni tipo e poi ad un certo punto ci dicesse: “però su questa cosa non farmi ulteriori domande”…sicuramente cominceremmo a tempestarlo/a di quesiti. C’è sicuramente una buona dose di curiosità, ma il meccanismo psicologico che si innesca, è quello del ripristino della libertà. Non sopportiamo che qualcun altro ci dica cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. E questo vale anche per quando siamo noi stessi a imporci le regole…e i divieti. Insomma, un piccolo quantitativo anche di quei cibi considerati “non salutari” non può sicuramente mettere a repentaglio un regime alimentare equilibrato, e però può essere un valido alleato per il benessere psicologico.

L’alternativa alla rigidità

Più che adottare uno stile alimentare improntato sulla restrizione, è auspicabile orientarsi alla flessibilità, ma soprattutto all’ascolto del proprio corpo e dei suoi bisogni. Questo non significa che non bisogna avere un piano alimentare, ma seguirlo con flessibilità, evitando di vietarsi specifici alimenti (a meno che non lo si faccia per motivi di salute), ma soprattutto senza colpevolizzarsi nel momento in cui si dovesse sgarrare.

Veronica Rossi

Psicologa clinica e sessuologa (Terni e Roma)

Instagram: psicologia_con_ironia

dottoressa.veronicarossi@gmail.com

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo.
Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

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