Psicologia del Benessere

Shopping terapeutico: il benessere che si cela dietro ad un acquisto

Quella voglia e quel desiderio improvviso di andare a fare shopping… quel senso di pace e soddisfazione dopo aver acquistato qualcosa, soprattutto se un indumento personale… quel senso di benessere che ci fa pensare e dire: “adesso sto proprio bene!”

In quest’articolo, vi parlerò dello Shopping Terapeutico e dei suoi benefici sulla nostra sfera emozionale.

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Lo shopping: cos’è?

Lo shopping, ossia, il compiere degli acquisti, è una pratica ormai facente parte regolarmente e con altissima frequenza nella nostra quotidianità.

Le nostre abitudini, che siano poste attraverso il tempo dedicato al lavoro o al tempo dedicato allo svago, prevedono al loro interno, delle frazioni temporali dedicate agli acquisti, di qualcosa che vada a soddisfare le necessità personali di quel preciso istante nel quale ne sentiamo il bisogno: dal caffè, alla bevanda fresca, all’acquisto di un libro che ha suscitato la nostra attenzione, all’acquisto di un pacchetto vacanze per la propria settimana di ferie e così via.

Inconsapevolmente o forse non troppo, utilizziamo gli acquisti, come appiglio per soddisfare dei bisogni, che sulla base del grado di necessità vengono suddivisi su scala prioritaria in relazione al grado di soddisfacimento che ne consegue, proprio come suggerisce Maslow nella sua teoria gerarchica dei bisogni, sulla quale presto farò un articolo, perciò, ti invito nel voler continuare a seguirmi e seguire Pharmaddicted!

Ma perché può essere terapeutico lo shopping?

Purché non diventi compulsivo, vari studi e ricerche confermano che ricorrere allo shopping, sia un vero e proprio toccasana per il benessere psicofisico di un individuo. Inoltre, vi sono delle relazioni benefiche tra il miglioramento della propria autostima, l’abbassamento dei livelli di ansia con il ricorrere regolarmente e secondo necessità reali, all’effettuare delle compere, o perlomeno dedicare del tempo a badare alle proprie esigenze.

Un curioso studio, condotto dall’Università di Michigan, ha dimostrato come le persone che cedano alla tentazione di ricorrere a degli acquisti, rispetto ad altre che resistano allo stimolo suscitato ad esempio da qualche vetrina, siano più felici e meno stressate rispetto al secondo gruppo. Perciò, lo shopping ha benefici anche sul nostro umore, specialmente se vi si ricorre nelle cosiddette “giornate no”!

Perché è utile distinguerlo dallo shopping compulsivo

È risaputo che è sempre bene stare lontani dagli eccessi. Il giusto sta nel mezzo. Il beneficio terapeutico lo si ottiene quando, lo shopping, viene utilizzato come forma di svago ed attività con la quale si può staccare la spina dei pensieri, dalla quotidianità che a causa dei ritmi frenetici e ci espone frequentemente a fonti di stress. Ma allo stesso tempo, lo shopping non assume più le vesti di una ricorrenza terapeutica e benefica, nei casi in cui, ricorrere a degli acquisti diventa una necessità, un desiderio urgente ed irrefrenabile.

In merito a ciò esistono dei campanelli d’allarme, posti dal nostro organismo ma anche in termini di atteggiamenti, che se saputi cogliere, ci avvisano d’eventuali esagerazioni. Vediamo quali sono i più frequenti:

  • La sensazione che un nuovo acquisto sia fortemente necessario;
  • Provare invidia per oggetti appartenenti ad altre persone;
  • Pensare sempre allo shopping anche mentre si sta facendo altro;
  • Sforare continuamente il budget preventivamente posto.

Cosa dobbiamo imparare

Fonte immagine: wellwateredwomen.com

Impariamo a sensibilizzare la nostra attenzione, nel cercare di cogliere quali tipi di sensazioni e segnali giungano dal nostro interno. Cerchiamo di creare unione, tra quello che pensiamo di volere e quello che vogliamo. Ritroviamo l’equilibrio e cerchiamo di mantenerlo, facendo forza sulle relazioni ed il confronto, con le persone alle quali vogliamo bene e che ci vogliono bene. La retta via è sempre pronta ad accoglierci, sta a noi perseguirla, anche nel caso dello shopping!

A presto, con i prossimi articoli!

Dottor Francesco Angotti – Scrittore e professionista in ambito economico

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Medicina e salute

Cancerogenesi: come si sviluppa un tumore

Tutti gli esseri viventi sono formati da cellule che si riproducono per rimpiazzare elementi cellulari, distrutti per processi fisiologici o patologici, e per far aumentare di dimensioni organi e apparati. 

Da ogni cellula madre derivano due cellule figlie geneticamente identiche tra loro ed anche alla cellula madre. Contenere l’esatta copia del DNA significa per le cellule figlie conservare la stessa struttura e le stesse funzioni della cellula madre. Pertanto, se durante la divisione cellulare il DNA non viene copiato correttamente le cellule figlie potrebbero avere forma e funzioni anomale.

In questo caso si parla di mutazione genica o cromosomica, a seconda se l’alterazione riguarda un singolo gene oppure il numero o la struttura dei cromosomi. Il nostro organismo è in grado di rilevare e correggere questi errori, ma non sempre questo avviene e si assiste allo sviluppo di un tumore. 

La cancerogenesi 

La cancerogenesi è il processo che porta un tessuto sano a diventare tessuto tumorale. Il tutto origina da una prima e unica cellula sana che subisce una mutazione, cioè quando un fattore esterno o ereditario modifica il DNA della cellula e la trasforma, dando vita a un tessuto, a seguito del moltiplicarsi di questa cellula.

Lo sviluppo di un tumore si articola in tre fasi :  

  1. Fase di avvio: una o più cellule sane si trasformano in cellule mutate a caratteristiche neoplastiche, cioè immortali, non differenziate ed incapaci di svolgere il ruolo che competeva alle cellule sane. La mutazione che dà inizio al cancro può essere causata da fattori come le radiazioni o il contatto con sostanze chimiche (via genotossica), o essere casuale (via non genotossica). In quest’ultimo caso la probabilità del danno al DNA aumenta in presenza di sostanze che  stimolano la replicazione cellulare riducendo così i tempi necessari alla riparazione delle mutazioni e inibendo l’apoptosi. 
  1. Fase di promozione (o fase di latenza), una cellula iniziata si moltiplica fino a dar luogo ad una lesione preneoplastica; è caratterizzata da replicazione incontrollata e riduzione della fase G1, fase immediatamente successiva alla nascita cellulare e caratterizzata da intensa attività biochimica che permette alla cellula di crescere. È detta fase di latenza perché una neoplasia diviene clinicamente evidente quando le cellule tumorali superano il miliardo o quando si superano le femtomoli per unità di superficie. Quindi questa fase può durare anche 40 anni durante i quali alcuni composti endogeni (INF-), esogeni (antitumorali) e del sistema immunitario tentano la riparazione del danno. talune sostanze o circostanze possono accelerare in maniera più o meno marcata, lo sviluppo neoplastico (ad esempio fumo, bevande alcoliche, alimenti, ecc.). 
  1. Fase di progressione Fase terminale dello sviluppo di una neoplasia, in cui le cellule tumorali acquisiscono caratteri sempre più evidenti di malignità dando vita ad una lesione neoplastica. Le cellule proliferano in maniera incontrollata, con anaplasia (perdita di funzione) ma soprattutto  diffondono localmente, ovvero diventano metastatiche. Solo i tumori maligni hanno capacità di formare metastasi, ovvero tumori secondari originati da cellule che si sono staccate da un tumore primario in un certo organo e sono poi migrate in un’altra sede.

Il processo di disseminazione delle cellule tumorali dal tessuto sede del tumore primario verso altri tessuti sani, le cui cellule possono essere indotte a formare tumori secondari, è detto metastatizzazione. Ogni tumore tende a dare metastasi in ben specifici tessuti, ad esempio per analogia della cresta embrionale, nonché per presenza di strutture molecolari in grado di riconoscere le cellule metastatiche primarie.  

Le cellule tumorali possono dare metastasi secondo quattro modalità:  

  • 1. Invasione locale, invadendo i tessuti circostanti, compresi vasi ematici e linfatici.  
  • 2. Diffusione linfatica, a carico dei linfonodi (irradiati nella radioterapia, per tale ragione). 
  •  3. Diffusione vascolare, mediante vene che drenano il tumore. Importanza, a tale scopo, assume il processo angiogenico;   
  • 4. Diffusione transcelomatica, ovvero attraverso le cavità toraciche e addominali (pleura, peritoneo, pericardio). 

Ma quali sono gli agenti cancerogeni? Per questo dovremo attendere ancora un po’! 

Dott.ssa Chiara Valentina Lefemine – Insegnante, laureata in CTF

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Medicina e salute

La Talassemia

Nota col termine “anemia mediterranea” in realtà sono un gruppo di malattie ereditarie conseguenza di una mutazione di geni che codificano per l’emoglobina, in particolare, per la produzione delle globine alfa e beta, proteine che intervengono nella formazione dell’emoglobina. Sono trasmesse dai genitori, che si comportano da “portatori sani”, ai figli e si manifestano fin dalla nascita.

Le varie forme si contraddistinguono dalla presenza di una anemia cronica derivante da un difetto nella produzione di emoglobina, la proteina che è situata all’interno dei globuli rossi e che ha la funzione di trasportare l’ossigeno a tutti i tessuti. In genere la gravità è variabile. I globuli rossi sì caratterizzano dall’essere più piccoli e presentano una morfologia anomala ed una vita media inferiore al normale.

Come conseguenza, la quantità e la qualità di emoglobina, presenti nell’organismo dei portatori di talassemia risulta inferiore a quelli che sono i valori corretti ed indispensabili per l’attività cellulare e per una corretta ossigenazione del sangue. Inoltre, la patologia a carico dell’emoglobina conduce gravi danni ai globuli rossi che vanno incontro ad un fenomeno chiamato emolisi ossia una distruzione precoce.

da microcitemicidicapitanata.it

La forma beta si distingue in due forme: la talassemia minor e la talassemia major.

La talassemia minor

Una persona che ha ereditato i geni e quindi la malattia da uno soltanto dei genitori e quindi solo un gene è alterato, si dice che sia affetto da talassemia minor.

Questa è la forma meno grave, infatti l’emoglobina presente in circolo è comunque ridotta però la quantità è sufficiente per garantire il funzionamento fisiologico all’interno dell’organismo umano.

I globuli rossi si presenteranno di dimensioni più piccole della media e con una minore quantità all’interno di emoglobina, però saranno in numero superiore al normale per sopperire questa mancanza.

Le persone affette dalla talassemia minor sono dunque considerate portatori sani e i loro figli potranno risultare affetti solo se entrambi i genitori saranno portatori.

La talassemia major

Una persona che ha ereditato la malattia da parte di entrambi i genitori ha come conseguenza entrambi i geni malati. È la forma più grave, dal momento che l’organismo non sarà capace di sintetizzare una quantità sufficiente di emoglobina e di conseguenza la forma di anemia piò essere grave e il disturbo potrebbe anche, nei casi più gravi, essere incompatibile con la vita stessa.

da gastroepato.it

Chiunque è affetto da talassemia minor viene considerato come portatore sano della malattia, e sarà in grado di condurre una vita del tutto normale e sempre ovviamente considerando la propria predisposizione.

Nell’eventualità dovesse decidere di mettere al mondo un figlio deve considerare il fatto che può trasmettere la malattia al nascituro e le probabilità sono maggiori quando entrambi i genitori risulteranno portatori sani.

Se uno dei due genitori è portatore e il figlio eredita un gene normale e uno malato, quindi sarà portatore sano della malattia al 50% oppure può ereditare entrambi i geni normali. Nel caso in cui entrambi i genitori siano portatori sani entrambi trasmetteranno il gene malato quindi, il piccolo nascerà affetto da talassemia major nel 25% delle possibilità.

Se uno dei due genitori trasmette un gene sano e l’altro il gene malato il piccolo potrebbe essere portatore sano di anemia mediterranea nel 50% dei casi. Se invece sia il padre che la madre trasmettono entrambi il gene sano, il bimbo nascerà perfettamente sano e questo si verifica nel 25% dei casi.

da healthy.thewom.it

I sintomi

Le persone che sono affette dalla talassemia major hanno un difetto genetico specifico, difetto che porta alla malattia subito dopo la nascita quando l’organismo inizia a formare l’emoglobina matura oppure adulta.

I sintomi generalmente sono specifici, sono legati proprio alla carenza di emoglobina e quindi sono stanchezza, malessere vari, rialzi termici e anche disturbi della dentizione, ma uno dei campanelli d’allarme più importanti sarà quando l’aspetto del colorito diventerà sempre più pallido.

Nelle fasi più conclamate si avrà un aumento del volume della milza, del fegato, un addome gonfio e sporgente, un ispessimento delle ossa facciali e della teca cranica. Situazioni che si verificano perché il midollo tenta di produrre più globuli rossi e anche il fegato e la milza cercano di riacquistare una funzione ematopoietica.

Le cure possibili

La terapia per la talassemia sono le frequenti trasfusioni di globuli rossi perché in questo modo si fornisce all’organismo l’emoglobina che da solo non è in grado di produrre però, in questa modalità, si accumula nell’organismo del ferro inutilizzato.

In genere, in un organismo sano, il ferro presente all’interno dei globuli rossi che muoiono, viene recuperato e riutilizzato per produrre nuovi globuli rossi. Nel caso di una talassemia major invece il turnover è molto accelerato, i globuli rossi vengono prodotti e distrutti in grande eccesso e di conseguenza la quantità di ferro che si libera e si deposita negli organi come il fegato, il cuore e questo porta effetti molto dannosi come l’insufficienza cardiaca ed epatica.

Per queste motivazioni si associa alla terapia un farmaco ferro chelante per eliminare l’eccesso attraverso le urine e le feci.

da beta-talassemia unitedonlus.org.

Trasfusioni e terapia chelante non fanno guarire dalla malattia, limitano quelli che sono i danni a lungo termine e devono essere continuate per tutta la vita.

Una soluzione definitiva per la talassemia è rappresentata dal trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche che risiedono nel midollo osseo e sono capaci di produrre tutte le cellule del sangue da un donatore compatibile.

In passato, le persone affette dalle varie forme di talassemia avevano delle aspettative di vita molto basse ed andavano incontro a numerose complicanze, derivate soprattutto da un accumulo eccessivo di ferro all’interno dei tessuti.

Infatti, erano costretti a frequenti trasfusioni per mantenere un’adeguata ossigenazione del sangue. Invece, ai nostri giorni, grazie all’evoluzione scientifica e alle innovazioni nella medicina, le cure a disposizione sono molteplici e le aspettative di vita sono quasi paragonabili a quelle di una persona sana.

Dott.ssa Orsola Procopio  – Farmacista

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Cosmesi e Cosmeceutica

Acqua micellare: le 3 caratteristiche principali!

L’acqua micellare, sebbene sia nata più di 100 anni fa, attualmente ha destato un nuovo interesse sul mercato. Questo rinnovato interesse è dovuto non solo alla sua semplicità formulativa, ma anche ad una richiesta da parte dei consumatori di una skin-care più veloce e semplice.

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Quando nasce l’acqua micellare?

Da alcune fonti, pare che l’acqua micellare sia nata in Francia nei primi del ‘900. Le farmacie francesi svilupparono questo tipo di prodotto per assecondare le richieste delle donne parigine, che non sempre avevano acqua corrente a disposizione, infatti nei primi del’900 non sempre vi era in casa un bagno, di avere a disposizione qualcosa che le aiutasse nella detersione del viso in modo delicato e che rispettasse i lipidi cutanei. Diversi anni dopo, Jean-Noel Thorel, è stato indicato come il primo creatore/formulatore dell’acqua micellare.

L’ acqua micellare, negli anni ‘90, ritrova il suo successo grazie ai make-up artists. Essi, infatti avevano la necessità di usare un prodotto che rispettasse la pelle (non irritandola) e che fosse efficace nel rimuovere il trucco delle modelle durante le sfilate in modo da essere nuovamente pronte per una nuova sessione di make-up.

Attualmente, l’acqua micellare, è molto usata soprattutto perché è in grado di rimuovere tutto lo sporco, il sebo ed il make-up, anche il più resistente in modo estremamente delicato rispettando il pH cutaneo ed il suo film idrolipidico, lasciando sulla pelle una sensazione di freschezza e di pulizia.

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Ma cos’è l’acqua micellare?

L’acqua micellare è una soluzione di acqua altamente purificata di grado farmacologico, che risponde a precisi parametri chimico-fisici quali sterilità e apirogenicità a cui vengono aggiunti dei tensioattivi molto delicati e che, ad opportuna concentrazione detta CMC (Concentrazione Micellare Critica) si aggregano formando le micelle.

La parola micella deriva dal latino mica=granello ed è stata usata per la prima volta da Karl Wilhelm von Nageli nel 1858 per descrivere gli aggregati di amido e cellulosa che si formavano in acqua.

McBain usò la stessa parola per indicare gli aggregati che si formavano spontaneamente
tra i tensioattivi. Quindi, nel 1936, G.S. Hartley affermò che le micelle formate dai tensioattivi fossero sferiche e ponessero le parti idrofobiche all’interno della sferetta e le parti idrofile a contatto con l’acqua nella parte esterna della sferetta. Attualmente, sappiamo che le micelle possono avere diverse forme e dimensioni.

Formulando un’ acqua micellare oltre all’acqua ed ai tensioattivi vengono aggiunte diverse altre sostanze a vario titolo intervengono per migliorare la formula, per renderla più stabile, per preservarla e per aggiungere attivi utili per i diversi tipi di pelle.

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Per quali tipi di pelle è consigliata l’acqua micellare?

Come abbiamo visto, la sua nascita è dovuta soprattutto per rispondere ad una richiesta di un prodotto delicato, che fosse ideale per le pelli sensibili. Difatti, questa è una delle principali caratteristiche ricercate quando si acquista questo tipo di prodotto.

Negli anni, con il miglioramento delle formule, è stato possibile aggiungere attivi che fossero idonei per le pelli secche/molto secche, ma anche attivi ottimi per le pelli miste e per le pelli tendenti all’acne.

Per le pelli acneiche, tuttavia, i dermatologi consigliano di far seguire, all’uso dell’acqua micellare, un detergente di tipo tradizionale idoneo per questo tipo di problematica.

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Quali sono le caratteristiche principali di un’acqua micellare?

L’acqua micellare presenta tre caratteristiche principali:

  • Forma micelle grazie alla presenza di tensioattivi inseriti in precise concentrazioni, questo permette al prodotto di solubilizzare ed emulsionare lo sporco o il sebo sulla nostra pelle.
  • Ha un’azione detergente delicata sulla pelle ed è capace di lasciarla idratata e fresca rispettandone Ph.
  • Non sempre è necessario risciacquarla dopo l’uso ed è sicuramente il gesto di detergenza più idoneo per le pelli sensibili, ma può essere usata anche dalle pelli secche e miste, scegliendo le opportune formulazioni.

Grazie a queste sue caratteristiche, unite ad una formula semplice e leggera, si comprende il rinnovato interesse del mercato per questo tipo di prodotto che risulta essere contemporaneamente elegante e funzionale.

Dott.ssa Barbara Frisoli– Farmacista

BIBLIOGRAFIA

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Cosmesi e Cosmeceutica

Come scegliere la giusta protezione solare?

I solari rappresentano i cosmetici estivi per eccellenza e non dovrebbero mai mancare in casa nella stagione estiva e soprattutto in nessuna borsa da mare.

Le protezioni solari ci aiutano, insieme ad un’esposizione al sole consapevole, a proteggere la nostra pelle dalle radiazioni ultraviolette emesse dal sole.

Che cos’è la protezione solare? Tecnicamente per prodotto solare si intende “un qualsiasi preparato, crema, olio, gel, o spray, destinato ad essere posto in contatto con la pelle umana al fine esclusivo o principale di proteggerla dai raggi UV assorbendoli, disperdendoli oppure mediante rifrazione”.

In Farmacia o Parafarmacia troviamo spesso scaffali pieni di flaconi colorati che offrono protezione dai danni del sole, abbronzatura rapida, pelle elastica; crema solare per pelli scure, chiare, irritabili; spray, gel, lozioni. Ma come districarsi nella giusta scelta della protezione solare?

Crema Solare, come scegliere quella giusta?
  1. La prima regola è che da un prodotto solare, anche il migliore, non ci si può aspettare l’impossibile: nessuna crema può proteggerci al 100% dalle radiazioni ultraviolette e dai danni che possono arrecare a chi esagera. Restano fondamentali le vecchie regole: stare all’ombra nelle ore più calde, usare anche cappello, occhiali e altri capi d’abbigliamento.
  2. Leggere l’etichetta: da alcuni anni in Europa la normativa è estremamente rigorosa. Sono sparite le diciture fuorvianti, come il vecchio «schermo totale», così come waterproof (al massimo può essere water resistant). Sono state introdotte scale standard per indicare i filtri solari, in modo che il consumatore possa finalmente confrontare prodotti diversi senza perdersi in numeri e sigle sconosciute.
  3. SPF, o Fattore di Protezione: è un indicatore numerico che esprime il livello di protezione dai raggi solari UVB, ma non da quelli UVA. Quindi, non è un indicatore di protezione completo. Per avere la sicurezza che un solare protegga la nostra pelle sia dai raggi UVB sia UVA bisogna scegliere una protezione solare che oltre ad indicare, in etichetta, il valore SPF, riporti anche il pittogramma UVA cerchiato. L’SPF va scelto in base al proprio fototipo. Le categorie standardizzate sono quattro: protezione bassa (da 6 a 10), media (15-25), alta (30-50), molto alta (50+). 
  4. Conoscere il proprio fototipo. Il fototipo di un individuo è determinato dalla quantità e dalla qualità della melanina presente nella pelle che le conferisce il suo caratteristico ed unico colore. Occhi, incarnato e capelli possono dirci molto del nostro livello di fragilità al sole. In base a queste variabili, infatti, si possono identificare sei fototipi. Tanto più alto è il fototipo, maggiore è il tempo consentito di esposizione al sole prima che insorgano effetti indesiderati come eritema e ustioni solari.
  5. La scadenza è rappresentata dal PAO, period after opening. È indicato in etichetta con un pittogramma a forma di vasetto con all’interno un numero seguito dalla lettera M che indica il numero di mesi per cui, una volta aperto, il prodotto può essere utilizzato in sicurezza.
  6. Al fine di ottenere un’efficace protezione solare, scegliete formulazioni in crema o latte spray perché ci consente di verificare quanto prodotto effettivamente applichiamo sulla pelle.  Infatti, alcune bombolette spray nebulizzano così finemente che non ci rendiamo conto effettivamente di quanto prodotto applichiamo sulla pelle. La crema va riapplicata ogni 2 o 3 ore e ogni volta che ci si bagna, senza dimenticare che gli UV non si lasciano fermare del tutto dall’ombrellone né dal cielo nuvoloso.

La crema solare è un prezioso alleato della salute; estremamente utile. Nonostante infatti il sole faccia bene alla nostra pelle e alle nostre ossa, una esposizione troppo prolungata o troppo violenta ai raggi ultravioletti scatena reazioni dannose. Quindi cosa succede se non usiamo la protezione solare?

  • invecchiamento precoce della pelle, con perdita progressiva dell’elasticità e dell’idratazione: i raggi UVA degradano le strutture di sostegno ovvero elastina e collagene;
  • sviluppo dei tumori meno aggressivi, quelli che originano dal rivestimento cutaneo;
  • aumento dei radicali liberi: peggioramento di stati infiammatori in atto come brufoli, macchie, fotosensibilizzanti;
  • nocivo per gli occhi: gli effetti più frequenti sono la fotocheratite e la fotocongiuntivite, che possiamo paragonare a una vera e propria scottatura degli occhi e sono molto dolorose;
  • scottature,ustioni,eritemi.
Foto invecchiamento

In conclusione, per tenere a bada il foto invecchiamento ed evitare che le imperfezioni più comuni della pelle peggiorino, vi consiglio di usare quotidianamente, e non solo d’estate, una crema solare in base al tuo tipo di pelle. Basta veramente poco: due dita di crema è la quantità sufficiente almeno 15-20 minuti prima di esporsi al sole, il tempo necessario per attivare i filtri solari. CHIEDETE UNA CONSULENZA DERMATOLOGICA OPPURE AL VOSTRO FARMACISTA DI FIDUCIA PER NON COMMETTERE ERRORI.

Dott.ssa Laura Marino   Farmacista

BIBLIOGRAFIA

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Cosmesi e Cosmeceutica

Pelle secca: strategie da adottare

La pelle secca è una condizione molto comune tra la popolazione. Può essere indicativa di patologie come le dermatiti, ma può anche essere causata da fattori ambientali o da frequenti lavaggi con detergenti aggressivi. Principalmente si manifesta con rughe e fragilità cutanea, entrambe dovute alla perdita delle normali proprietà meccaniche.

Aspetti fisiologici della pelle

La cute è il principale tessuto-barriera del nostro organismo che impedisce l’accesso a microrganismi e sostanze tossiche o irritanti e capace di ridurre la perdita di acqua. Per raggiungere quest’ultimo scopo lo strato più esterno della pelle, l’epidermide, subisce un processo di differenziazione per produrre uno strato sottile, con funzione di barriera, che trattiene l’acqua, lo strato corneo. Morfologicamente, l’epidermide è costituita da quattro strati: strato basale, strato spinoso, strato granuloso e strato corneo (il più esterno).

Lo strato corneo è costituito da cellule non vitali chiamate corneociti. Strutturalmente viene paragonato a un muro di mattoni in cui i corneociti costituiscono i mattoni, mentre il cemento è rappresentato da una matrice di lipidi intercellulari specializzati. I corneociti sono essenzialmente costituiti da filamenti di cheratina reticolati da disolfuri e circondati da un involucro corneo formato da proteine strettamente legate tra loro da ponti isopeptidici.

In una pelle sana i corneociti maturi contengono elevate concentrazioni di NMF (Natural Moisturizing Factor), composti idrosolubili che legano l’acqua tanto efficacemente da prevenirne la perdita. La matrice intercellulare che circonda il corneocita è composta da lamelle lipidiche altamente strutturate che forniscono una efficace barriera alla perdita di acqua.

Tuttavia, a causa della sua vicinanza all’ambiente, questa barriera è sempre sottoposta a un forte stress da disidratazione e continuamente soggetta a danni causati da forze esterne. Con l’alterazione di questa barriera e la perdita di acqua dai tessuti, il principale sintomo è quello di una pelle secca, fragile e squamosa, o xerosi.

L’obiettivo del trattamento dermocosmetico della pelle secca

Il trattamento topico della pelle secca ha l’obiettivo, oltre che di riparare la barriera lipidica e trattenere acqua nello strato corneo, anche di alleviare la sensazione di prurito che si accompagna alla pelle secca e che induce il paziente a grattarsi ripetutamente. Questo gesto rappresenta un’aggressione fisica che danneggia lo strato lipidico epiteliale della pelle e, solo quando il paziente smette di grattarsi, la lesione si riduce e la differenziazione epidermica viene ristabilita.

In questa condizione può essere utile applicare alcune sostanze naturali, come la glicina, perché in grado di bloccare il rilascio di istamina dai mastociti e interferire con il rilascio dei mediatori del fenomeno infiammazione-prurito. Si interrompe così il ciclo del “prurito-grattarsi-formazione della lesione epidermica” che altrimenti si autoalimenterebbe. In alternativa si può ricorrere ai corticosteroidi topici, ma solo per brevi periodi di applicazione in modo da evitare effetti indesiderati come l’atrofia cutanea.

Le migliori strategie per trattare la pelle secca

L’idratazione è il passo fondamentale per mantenere lo stato di equilibrio cutaneo e riparare la funzione barriera dell’epidermide, reintegrando il contenuto ottimale di acqua e di altre sostanze che si riducono a seguito di diversi fattori (azione detergente dei solventi, alterazioni dermatologiche, invecchiamento e fattori climatici), per esempio attraverso l’applicazione di lipidi simili per composizione e concentrazione a quelli presenti nella cute.

I cosmetici idratanti sono prodotti topici formulati per aiutare a prevenire la pelle secca riducendo la perdita di acqua per evaporazione e quest’azione, a dispetto di quanto si possa credere, permette alla pelle di reidratarsi dall’interno. Le sostanze chimiche utilizzate nelle varie preparazioni (es. lozioni, emulsioni A/O e O/A) appartengono a tre classi:

  1. Emollienti
  2. Umettanti
  3. Occlusivi

La strategia idratante basata su sostanze liposolubili, ad esempio, ha lo scopo di favorire la ricostituzione del cemento intercellulare e della componente grassa del film idrolipidico, sopperendo quindi a carenze costituzionali o indotte, in termini di composizione e/o quantità; si utilizzano per lo più lipidi fisiologici (es. ceramidi, colesterolo e derivati) in quanto penetrano facilmente nello strato corneo, non sono occlusivi, ristabiliscono una corretta differenziazione epidermica e sono ben tollerati dai pazienti.

Tuttavia, nei casi di forte disidratazione con screpolature, massiva desquamazione e prurito intenso, si può arrivare anche a formulare prodotti anidri in cui l’azione idratante è anche legata all’effetto occlusivo. Gli agenti occlusivi utilizzati nei cosmetici servono a ridurre la perdita di acqua transepidermica (TEWL) attraverso la formazione di un film idrofobico sulla superficie cutanea che intrappola l’acqua negli strati superiori della pelle.

Gli umettanti, invece, sono sostanze igroscopiche, come il glicerolo o il glicole propilenico, che, dopo l’applicazione, grazie ai numerosi gruppi ossidrilici, attraggono l’acqua dal derma fino all’epidermide, mentre una minima quantità di acqua viene assorbita dall’ambiente. Essi agiscono passivamente, dall’esterno, senza intervenire nel processo metabolico della cute, prevenendo l’evaporazione eccessiva di acqua.

Inoltre, è stato osservato che, quando la perdita di elasticità e di funzione barriera non è legata alla perdita di lipidi, l’introduzione di un umettante (glicerolo o urea) come ingrediente attivo nel trattamento della pelle secca rende evidente la sua capacità di correggere questi difetti.

Il glicerolo, infatti gioca un ruolo cruciale nel mantenere lo strato corneo idratato: cambiamenti nell’acquaporina-3, un trasportatore epidermico di acqua/glicerolo, portano a una ridotta idratazione e alla perdita di elasticità cutanea che possono essere corrette solo con l’applicazione topica del glicerolo stesso. Infine, gli emollienti, riempiendo gli spazi tra i corneociti, donano un senso di pelle morbida al tatto, elastica e “riposata”. 

Inoltre, dal momento che la pelle e i suoi diversi strati sono strutture che subiscono rinnovamento continuo, la pelle secca può essere trattata anche con sostanze come il dexpantenolo (precursore dell’acido pantotenico e costituente del conenzima A) che stimola e accelera il processo di rigenerazione epidermica: promuove la proliferazione e la migrazione dei fibroblasti e stimola la sintesi proteica intracellulare.

E quali sono gli ingredienti attivi più indicati nel trattamento dermocosmetico della pelle secca? Lo scopriremo nel prossimo articolo!

Dott.ssa Anna Rossi – Laurea in Farmacia e Master in Scienza e Tecnologia Cosmetiche

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BIBLIOGRAFIA

  • Barco D, Giménez-Arnau A. Xerosis: una disfunción de la barrera epidérmica [Xerosis: a dysfunction of the epidermal barrier]. Actas Dermosifiliogr. 2008 Nov;99(9):671-82. Spanish. PMID: 19087805.
  • Spada F, Barnes TM, Greive KA. Skin hydration is significantly increased by a cream formulated to mimic the skin’s own natural moisturizing systems. Clin Cosmet Investig Dermatol. 2018 Oct 15; 11:491-497. doi: 10.2147/CCID.S177697. PMID: 30410378; PMCID: PMC6197824.
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  • Giovanni D’Agostinis, Elio Mignini, (2017), Manuale del cosmetologo, Tecniche Nuove, Milano.
  • Andrea Bovero, (2011), Dermocosmetologia. Dall’inestetismo al trattamento cosmetico, Tecniche Nuove, Milano.
  • Rigano L, Leporatti R, Lionetti N, Mieli C (2005) Sericina integra. Una molecola bioadesiva dalla seta Cosmet Technol 8(1) 15- 22.

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Medicina e salute

Ananas e Rivoluzione

Gli Antibiotici sono tra i farmaci più conosciuti, essi vengono somministrati per combattere le infezioni batteriche, ma ci siamo mai chiesti come sono stati scoperti e da chi?

Una nuova era farmaceutica

Così come tutte le migliori scoperte, gli antibiotici furono scoperti per puro caso nel 1928 da Alexander Fleming uno scienziato inglese. Egli lasciò per qualche giorno le sue colture di stafilococchi, le quali vennero contaminate dal cibo, si presuppone furono resti di ananas.

Al suo ritorno in laboratorio Fleming notò all’interno della coltura la presenza di muffa e che, i batteri in prossimità di tale muffa erano lisati. Pertanto, dedusse che la muffa avesse avuto un effetto letale sugli stafilococchi. Nacque così la Penicillina, chiamata in questo modo per il genere fungino a cui essa apparteneva “Penicillium”.

Nello stesso anno, Chaine e Florey isolarono il principio attivo del fungo “Penicillium notatum” mettendo a punto delle procedure di estrazioni e di produzione industriale della penicillina. Nasce così l’epoca degli antibiotici.

Ma come agisce la penicillina?

La penicillina così come tutti gli antibiotici β-lattamici agisce come inibitore selettivo ed irreversibile degli enzimi fondamentali per la sintesi del peptidoglicano.

Più in particolare tali farmaci agiscono su enzimi quali i transpeptidasi che favoriscono la formazione dei legami crociati in modo da portare ad un disequilibrio che conduce alla morte della cellula. Per tale motivo posso definirsi farmaci battericidi.

La penicillina, è anche denominata Penicillina G, essa è attiva solamente sulla parete dei batteri gram+, presenta una bassa emivita, circa 30/40 minuti e viene somministrata solo per via parenterale in quanto è una penicillina acido-labile, dunque, se somministrata per via orale, la penicillina G viene degradata dal pH gastrico poiché si rompe l’anello β-lattamico, rendendo il sistema triciclico inattivo.

Diverse formulazioni

Le eccessive somministrazioni della Penicillina G, portano ad una scarsa compliance del paziente, quindi si sono attuate diversi metodi di formulazione che hanno permesso una somministrazione di Penicillina G ridotta.

Ricordando infatti che la Penicillina G è escreta a livello renale dunque, per andare ad aumentarne l’emivita, si co-somministra la Penicillina con un acido debole in modo da “bloccare” la secrezione della Penicillina G attraverso i tubuli renali. Nasce così il PROBENECID.

Un ulteriore modifica alla formulazione per far si che aumenti l’emivita della Penicillina G è quella di utilizzare delle forme salificate. Queste formule vengono somministrate per via intramuscolare, esse sono in grado di rilasciare costantemente ed in maniera molto lenta il principio attivo.

I Sali con cui si può co-somministrare la Penicillina o con la procaina in un rapporto 1:2 o con la benzatina in un rapporto 1:1. Solitamente si preferisce la co-somministrazione di Penicillina G e procaina in quanto si ha un’emivita superiore alle 24 ore.

antibiotici e rivoluzione!

Ovviamente la struttura della Penicillina G è stata modificata nel corso degli anni, e ci ha permesso di ottenere diverse forme di Penicillina che ci consentono un emivita maggiore ed una somministrazione diversa, come accade per la Penicillina V.

La Penicillina V, si differenzia dalla Penicillina G per la presenza di un sostituente fenossolico, questo sostituente impedisce che la molecola subisca una degradazione acida a livello dell’anello β- lattamico, si migliora così la biodisponibilità e anche la clearance del paziente in quanto essa può essere somministrata per via orale.

I farmaci citati sono solo due antibiotici a cui si fa riferimento, ma esistono ad oggi, diverse categorie di farmaci che presentano delle strutture chimiche, somministrazioni e meccanismi d’azione diversi dalla Penicillina e che vengono ampiamente utilizzati.

Dott.ssa Oriana Vitale – Tecnico erborista, specializzato in Biotecnologia del farmaco

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Alimentazione e Sport

Alche che’??? Alchechengi.

Mai sentito parlare dell’Alchechengi? Si tratta di una pianta di origine orientale le cui bacche arancioni hanno una forma molto caratteristica, avvolte da un involucro particolare che le rende simili ad una piccola lanterna.

L’Alchechengi è il frutto della pianta Physalis alkekengi che appartiene alla famiglia delle Solanacee. Assomigliano un po’ a dei pomodorini in un involucro costituito da foglie molto sottili che gli danno il caratteristico aspetto di lanterne, vengono chiamate per questo “lanterne cinesi” e le piante si utilizzano anche per abbellire i giardini orientali.

La pianta dell’Alchechengi è originaria dell’Europa e dell’Asia. Il nome che gli è stato attribuito deriva dalla parola araba latinizzata “al-kakang” che vuole dire proprio lanterna cinese.

Alchechengi , frutto di Physalis alkekengi

Queste bacche sono particolarmente diffuse soprattutto in Oriente ed in America latina dove si consumano frequentemente in autunno e vengono apprezzate non solo per il gusto particolare ma anche per le loro proprietà nutrizionali ed effetti benefici sull’organismo.

Alchechengi, proprietà

L’Alchechengi è un frutto particolarmente apprezzato dalla Medicina Tradizionale Cinese che lo utilizza ad esempio come rimedio naturale depurativo utile a stimolare la diuresi e quindi perfetto nel trattamento di tutte quelle patologie del corpo in cui è presente ristagno di liquidi.

Molto utile anche per le problematiche legate all’eccesso di acido urico dato che le sostanze contenute in queste bacche ne favoriscono l’eliminazione attraverso l’urina. Si utilizza in questo caso non il frutto fresco ma un estratto a base dei suoi principi attivi, più concentrato.

Grazie alla presenza al suo interno di Vitamina C e altri principi attivi che favoriscono il benessere del sistema immunitario, questi frutti sono utili anche per tenere lontani i malanni di stagione oltre che altri tipi di infezioni come le cistiti.

Come sappiamo, inoltre, questa vitamina è in grado di aiutare il corpo in caso di raffreddore, influenza, ecc. favorendo una guarigione più rapida. È per questo che l’Alchechengi può essere considerato un po’ come un’aspirina naturale. Sono inoltre emollienti, leggermente lassativi e ricchi in antiossidanti.

Ricapitolando le proprietà dell’Alchechengi sono:

  • Diuretico
  • Depurativo
  • Favorisce l’eliminazione di acido urico
  • Aiuta il sistema immunitario
  • Aiuta la guarigione in caso di raffreddore, influenza, cistite
  • Emolliente
  • Leggermente lassativo
  • Antiossidante

Alchechengi, benefici

In base alle diverse proprietà di cui dispone, l’Alchechengi può essere un buon rimedio naturale in caso di ritenzione idrica ma può aiutare anche a tenere lontani problemi di calcoli, cistite, gotta e infezioni di tipo virale.

Nell’ambito di una dieta varia ed equilibrata si possono consumare Alchechengi per rafforzare il sistema immunitario e depurare il fegato. Ricapitolando i benefici dell’Alchechengi si evidenziano in caso di:

Alchechengi, valori nutrizionali e calorie

I valori nutrizionali dell’Alchechengi sono molto interessanti. Da notare soprattutto la presenza di vitamina C che risulta essere molto più alta di quella di tanti altri frutti (ad esempio del limone).

100 grammi di Alchechengi contengono:

  • Acqua 85,4 g
  • Carboidrati 14 g
  • Proteine 2,38 g
  • Grassi 0,97 g
  • Vitamina C 11 mg

100 grammi di Alchechengi apportano circa 53 kcal al nostro organismo.

alimento funzionale ricco di nutrienti!

Come si mangia l’Alchechengi?

L’Alchechengi si può mangiare così com’è, l’importante è togliere l’involucro in cui si trovano le bacche. Le foglie che lo rivestono, infatti, non sono commestibili visto che contengono alte dosi di solanina, sostanza tossica.

Le bacche sono gialle-arancioni, non contengono molto succo e hanno un sapore un po’ acidulo che ricorda un po’ quello del pomodoro e del lampone ma anche degli agrumi. Prima di consumarle si consiglia di lavarle molto bene in particolare nella parte in alto, quella che era attaccata alla pianta, dove si potrebbe essere raccolta una sostanza resinosa.

Bisogna assicurarsi che siano di un bel colore arancione e sodi. Non devono avere ammaccature o il calice essere avvizzito. Se ben maturo il frutto si può conservare in frigo per circa 2 giorni, l’alternativa è congelarlo eliminando prima i calici.

Se invece le bacche devono ancora arrivare a completa maturazione si possono lasciare a temperatura ambiente fino a quando non diventano di un bel colore arancione.

Alchechengi in cucina

Il modo più semplice di mangiare Alchechengi è consumare le sue bacche così come sono tagliate a pezzi e magari aggiunte ad una macedonia di frutta, o ricoperte di cioccolata.

Visto il suo sapore molto particolare, potrebbe non essere semplice utilizzare l’Alchechengi in cucina. È possibile utilizzare sia le bacche fresche che quelle secche o in polvere per realizzare infusi o aromatizzare dolci.

Si presta bene a realizzare una confettura che si può poi spalmare sul pane a colazione o merenda ma che si può anche utilizzare per farcire crostate e torte. Come abbiamo già detto gli Alchechengi si sposano molto bene con il cioccolato fondente. Ecco allora una ricetta per ricoprile e farle diventare uno gustoso snack.

Non solo ricette dolci! Con queste bacche si può realizzare senza molta fatica anche un originale e particolarissimo risotto. 

Controindicazioni

A meno che non si abbiano specifiche intolleranze o allergie alle solanacee, il consumo di alchechengi non presenta grosse controindicazioni. Se si assume a scopo curativo e non se ne fa un consumo alimentare saltuario è bene chiedere consiglio al medico se si fa contemporaneamente uso di farmaci (soprattutto diuretici). Ricordiamo che le foglie che circondano le bacche non vanno mai assunte in quanto tossiche possono provocare infatti nausea, vomito, diarrea, mal di testa e altri fastidiosi sintomi.

Dottoressa Caterina Fedele – Tecnologo alimentare

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Alimentazione e Sport

Idratazione e estate

L’equilibrio idrico è molto importante per il nostro organismo ed è regolato da meccanismi di diffusione tra le cellule e l’ambiente circostante (osmosi). L’acqua è fondamentale per la “comunicazione” fra le nostre cellule, costituisce i fluidi corporei, è il mezzo per portare nutrimento agli organi ed eliminare le scorie.

Quando l’acqua nel corpo scarseggia?

Se l’idratazione è insufficiente, si ha una concentrazione maggiore di sali minerali che causa il prelievo di acqua dall’interno delle cellule con restringimento del loro volume. Questo provoca una reazione a catena che porta in contemporanea allo stimolo della sete e al risparmio di acqua da parte dei reni.

La produzione di un’urina più concentrata, porta a un costo maggiore in energia e di una maggiore usura dei loro tessuti. Di conseguenza, bere abbastanza acqua aiuta a proteggere questo organo vitale. Una scarsa idratazione può determinare l’insorgere di spossatezza, crampi muscolari e nausea.

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Quali sono i cibi più ricchi di acqua?

Moltissima è la frutta e la verdura ricche d’acqua nei mesi caldi dell’anno: cetrioli, pomodori, ravanelli, ananas, melone, anguria che oltre all’acqua forniscono minerali come potassio e magnesio.

Inoltre, in estate, sono utilissimi i frutti di bosco, ricchi di antocianine che rafforzano i capillari messi a dura prova dal caldo. Estratti e le centrifughe di verdura e frutta possono essere degli ottimi “integratori” di liquidi e concentrati di sali minerali e vitamine, ma hanno poca fibra ed è buona norma comporre i mix favorendo la verdura rispetto alla frutta per evitare gli eccessi in fruttosio.

Le altre bevande

The e caffè: ricchi di polifenoli contengono però sostanze (caffeina, teofillina) con effetto stimolante sul sistema nervoso centrale, vanno quindi moderate. Attenzione estrema agli energy drink, ricchi di caffeina, altri stimolanti come la taurina e zuccheri.

Bibite e succhi zuccherati: Dovremmo evitare non solo di aggiungere zuccheri a latte, the e caffè, ma anche di consumare bevande industriali che li contengono, spesso in grande quantità: cola, aranciata ecc..ma anche i succhi zuccherati.

Tisane ed infusi: Se senza zucchero possono essere consumati con tranquillità, a patto di non essere sensibili ai principi attivi delle piante da cui sono derivati.

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Alcolici: Sono nemici dell’idratazione, favoriscono una maggiore perdita di liquidi. Inoltre l’alcol è una sostanza tossica e cancerogena. Meglio non bere e se si beve non superare le quantità associate ad un rischio basso: un bicchiere di vino o una lattina di birra al giorno per la donna, due per l’uomo.

Va ricordato che è importante mantenere un’idratazione adeguata in qualsiasi situazione. Infatti, semplicemente respirando, si perdono tra i 250-350 millilitri di acqua al giorno. Per questo motivo bisogna tenere presenti alcuni accorgimenti:

  • È bene idratarsi con più frequenza se si verifica un aumento della sudorazione, o in caso di diarrea o vomito.
  • Bisogna fare attenzione quando si è in montagna, perché in alta quota si tende a urinare più spesso e la frequenza respiratoria aumenta.
  • Il fabbisogno di acqua aumenta durante gravidanza e allattamento, va da 2 fino a 3 litri per le donne che allattano.
  • Se si sente molto caldo, bagnare il corpo per diminuire la temperatura.

Per concludere, l’acqua non solo ha effetti positivi sulla salute e il benessere dell’organismo, ma ha anche risvolti da un punto di vista estetico: rende la pelle più liscia e conferisce forma e rigidità ai tessuti

Dott.ssa Saravo Aurora – Biologa Nutrizionista 

BIBLIOGRAFIA

http://www.fondazioneveronesi.it

http://www.educazionenutrizionale.it

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Alimentazione e Sport

Osteopatia, roba per … bambini

Quando si pensa all’osteopatia nell’immaginario collettivo si pensa subito a qualcosa che riguardi grosse manipolazioni (tecnicamente definite thrust), trattamenti intensi e dolorosi; non di rado è capitato,nella mia decennale esperienza, che molti pazienti mi confessassero la loro “preparazione psicologica” al trattamento a cui ho spesso fatto seguire un dolce sorriso oltre che una spiegazione un po più dettagliata.

Di fronte a questi casi esordisco sempre con un “ ma signor/a si immagini che l’osteopatia per roba per…bambini!” e , effettivamente, non scherzo affatto: difatti l’osteopatia spesso viene identificata più per le tecniche che per la sua filosofia di approccio, ma restando in ambito tecniche non si contano le innumerevoli strategie manipolative “dolci”, appunto per…bambini.

Basta un piccolo giro web su Pubmed per rendersi conto di quante ricerche stiano emergendo rispetto all’osteopatia pediatrica in virtù della sua efficacia sia nel miglioramento del quadro clinico dei nostri piccoli pazienti che dal punto di vista strettamente preventivo.

Ma entriamo più nel dettaglio: perché mai un bambino, un neonato in particolare, dovrebbe avere bisogno dell’osteopata?

Come già accennato, l’intervento dell’osteopata può avere varie ragioni tra cui quella di intervenire su problematiche già in essere, come,per esempio,la plagiocefalia posizionale (la più trattata dagli osteopati e il principale motivo di consulto), ossia una un’anomalia morfologica tipica degli infanti caratterizzata dall’appiattimento della regione posteriore della testa.

Questa deformazione che, tra l’altro, è aumentata esponenzialmente negli ultimi anni a causa della (giustissima) raccomandazione da parte dei pediatri di tenere i bimbi fino ai primi 6 mesi di vita prevalentemente in posizione supina (a pancia in su) per evitare quelle conosciute come “morti in culla”, generalmente hanno remissione spontanea invitando i genitori ad abituare il bimbo a dormire su entrambi i lati anche se ,spesso, si rivela utilissima la mano dell’osteopata per accelerare il riposizionamento cranico e quindi la scomparsa della plagiocefalia.

A tal proposito vien da sé che il fattore tempo risulti determinante: studi hanno dimostrato come il periodo ideale per una totale risoluzione sia tra 0 e i 4 mesi di vita. Occorre precisare che la diagnosi è sempre medica, dunque sarà il neonatologo o pediatra di riferimento a riferire la necessità di un intervento manuale da parte dell’osteopata che, ormai da anni ,ha preso sempre più piede rispetto al famoso “caschetto”. Non è di pertinenza osteopatica ma chirurgica la plagiocefalia sinostotica, ossia una saldatura precoce di una o più suture craniche.

foto di Giuseppe Bux

Ma quali sono le cause della plagiocefalia?

Di quella da posizione supina ne abbiamo già discusso, ma ci possono essere altre motivazioni tra cui:

  • parto cesario
  • difficoltà legate alla fase espulsiva del parto
  • posizioni assunte nel periodo intrauterino
  • parto gemellare

Ma è l’unica problematica trattata? La risposta è NO! l’efficacia della pratica osteopatica si dimostrata di grande supporto ad altre figure oltre a quella medica(una su tutte l’ostetrica!!!) per:

  • coliche gassose
  • reflusso
  • insonnia
  • irritabilità

Si, ma… come???

In questo l’osteopatia è universale e non distingue adulti da infanti: ricerca la salute, spinge il corpo a fare quello che sa fare meglio: ESPRIMERE LA VITA ATTRAVERSO IL MOVIMENTO. Se un corpo è libero da tensioni (pensate che i bambini non ne abbiano solo perché non possono dirlo?), sarà libero di muoversi, di esprimersi, di funzionare bene, di vivere al massimo ed è qui che l’osteopatia è assolutamente e inconfutabilmente vincente.

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Alimentazione e Sport

Alimentazione vegana

Si sente parlare dell’alimentazione vegana ormai da tempo, ma sappiamo in che cosa questa consista? Abbiamo delle idee circa i benefici che derivino dal seguire una dieta su base totalmente vegetale?

Tanti possono essere gli interrogativi e le risposte non saranno mai univoche, ma possiamo cercare quanto più possibile di capirci qualcosa.

Photo by Daria Shevtsova on Pexels.com

L’alimentazione vegana ha delle origini non troppo antiche, difatti solo nel 1944 si forma la “Vegan Society” e si iniziano a definire i pilastri di questo stile alimentare: l’esclusione dei prodotti di origine animale ed anche dei loro derivati (latticini, formaggi, miele, uova).

Partendo da questo modello, si formano anche altre correnti alimentari: l’alimentazione latto-ovo-vegetariana, che vede l’inclusione dei derivati animali, quali uova e prodotti caseari; la dieta ovo-vegetariana, con la sola introduzione delle uova. Vi è poi chi introduce solo pesce, seguendo quindi una dieta pesco-vegana, o ancora la dieta flexitariana, dove vi sono tutti i prodotti di origine animale e i loro derivati, ma consumati in piccola quantità.

Insomma, varie possibilità, che hanno come obiettivo comune un ridotto consumo di prodotti animali e derivati.

Ma torniamo alla nostra dieta vegana e cerchiamo di capire come poterla strutturare in modo corretto, perché, possiamo dirlo, è una dieta adatta a tutti e perseguibile nel tempo, l’importante è rispettare pochi piccoli accorgimenti.

Come organizzare una dieta vegana bilanciata ?

Come per la dieta mediterranea, alla base c’è il consumo di acqua, l’invito alla pratica di attività fisica regolare ed infine, ma non per importanza, la convivialità e il piacere del mangiare sano. Segue poi il consumo quotidiano di frutta e verdura, cereali integrali, legumi ed in cima grassi di origine vegetale, derivanti da frutta secca, oli vegetali come l’olio di oliva, olio di semi di lino ed olio di noci.

Di fondamentale importanza è:

  • l’integrazione della vitamina B12, come integratore singolo e non come multivitaminico;
  • l’introduzione di omega3;
  • il calcio;
  • il ferro.

1-2 cucchiaini di olio di semi di lino spremuti a freddo per una carica di omega3; vegetali a foglia verde scuro, mandorle, semi e crema di sesamo 100% e prodotti vegetali supplementati con calcio (ad esempio latte e yogurt di soia) per il fabbisogno di calcio ed infine vegetali a foglia verde, lenticchie, ceci, pomodori secchi, magari accompagnati con della vitamina C presente nella frutta (arance, limoni, mandarini, fragole, kiwi, pompelmi), ma anche nella verdura (peperoni, pomodori, rucola, cavoli, cavolfiori) per migliorare l’assorbimento del ferro.

Ci sono anche dei fattori inibenti o limitanti l’assorbimento del ferro, per cui sarebbe utile non esagerare nel consumo di tè e caffè, contenenti tannini, evitare associazione con prodotti ricchi in calcio, troppe fibre e fitati, quest’ultimi presenti nei cereali integrali e negli spinaci.

Ma è davvero necessario consumare prodotti come tofu, seitan, tempeh per raggiungere la nostra quota proteica quotidiana? La risposta è no, perché la nostra alimentazione ricca in legumi ci permette tranquillamente di raggiungere il nostro fabbisogno proteico, se è questo a preoccuparci. Però nessuno ci vieta di provare nuovi sapori e nuovi prodotti, l’importante è saper leggere l’etichetta e cercare un prodotto senza troppo sale e con una lista di ingredienti corta.

Vediamo quindi un esempio di una giornata tutta al vegetale

  • COLAZIONE: Cappuccino con del latte di soia, pane integrale con marmellata senza zuccheri aggiunti e crema di mandorle 100%.
  • SPUNTINO: 1 frutto con della frutta secca non salata.
  • PRANZO: Pasta integrale con ratatouille di verdure e ceci al curry, accompagnata con delle verdure crude come carote e caroselli.
  • SPUNTINO: 1 quadratino di cioccolato fondente con 1 frutto.
  • CENA: Panino integrale con burger di lenticchie, accompagnato da un’insalata di rucola con pomodori secchi, arancia, noci.

Ma quali sono quindi gli effetti benefici derivanti dal seguire una dieta vegana?

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Sicuramente una dieta su base vegetale vede un ridotto introito di acidi grassi saturi, di colesterolo ed in generale una ridotta densità calorica dei cibi.

Il tutto si riflette con un mantenimento di un peso corporeo sano, associato anche ad una migliore funzione cardiovascolare e una migliore sensibilità insulinica, oltre ad una riduzione delle patologie croniche, grazie al controllo di fattori di rischio cardiovascolare come obesità addominale, elevata pressione arteriosa, alterato assetto lipidico e glicemico.

Diamo quindi spazio ai prodotti vegetali e cerchiamo di rendere la nostra alimentazione quanto più ricca possibile di frutta, verdura e legumi!

Dott.ssa Martina Rella – Dietista

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Medicina integrata e Fitoterapia

Rimedio naturale per il nostro benessere: il timo.

Thymus vulgaris L. è un arbusto cespuglioso appartenente alla famiglia delle Lamiaceae. Originario dall’area mediterranea, estesa fino alle Canarie, diffuso nei climi caldi-temperati, la varietà serpillo resiste anche a quote alte del Monte Rosa.

Descrizione botanica

La pianta non supera i 30 cm di altezza, si sviluppa su un robusto apparato radicale. Il fusto è legnoso, tortuoso e abbondantemente ramificato. Nella parte inferiore è rivestito di corteccia color cenere, mentre i rami sono ricoperti da peli e si presentano biancastri. Ha foglie coriacee, piccole, subsessili di color grigio-verde, di varie forme a seconda della specie.

I fiori, disposti all’apice dei rami, sono piccoli e tubolari, di colore bianco-rosa, riuniti in glomeruli formanti le infiorescenze, compaiono dall’inizio della primavera a metà dell’estate. Il frutto è composto da quattro acheni marroni inseriti nel fondo del calice del fiore. Il nome deriva dal greco thymus, emanare profumo.

La droga della specie officinale è rappresentata dalle parti aeree e dalle foglie. Pianta aromatica utilizzata nella tradizione popolare mediterranea come spezia in cucina per insaporire piatti a base di carni e minestre, presenta un olio essenziale caratteristico dalle proprietà benefiche, utili per la nostra salute.

Principi attivi

Il timo presenta un eccezionale fitocomplesso, sono numerosi i principi attivi contenuti nella specie:

  • olio essenziale;
  • terpeni biciclici e fenolici (di cui timolo, carcavrolo, canfene, pinene, p-cimene, terpinene);
  • acido oleanolico;
  • acido ursolico;
  • fenolacidi (di cui, acido clorogenico, caffeico, labiatico, rosmarinico);
  • flavonoidi;
  • glucosidi flavonici e flavoni;
  • tannini;
  • Saponine triterpeniche.

L’olio essenziale viene estratto per distillazione in corrente di vapore dalle foglie e dalle sommità fiorite fresche o parzialmente essiccate. Come detto in precedenza, nel timo sono presenti diversi oli essenziali, fino al 50% di timolo, e in misura nettamente minore carvacrolo, terpineolo, borneolo, linalolo, geraniolo, tujanolo; contiene anche tannini ad azione antivirale (3,5-7,5%), flavonoidi, saponine e triterpeni con attività antibiotica.

Ogni olio essenziale è caratterizzato da un chemotipo che ne differenzia le caratteristiche chimiche, di conseguenza quelle terapeutiche; quindi, quando si deve scegliere un olio essenziale di timo, occorre porre molta attenzione al chemotipo prevalente. 

Olio essenziale di Timo

Proprietà

Il Timo presenta proprietà antibatteriche (sui gram +), antimicotiche, antiossidante ed antispasmodiche date dall’olio e dai flavonoidi in esso contenuti. Eupeptico naturale, la pianta è utile nel trattamento dei disturbi digestivi (digestione lenta, flatulenza, eruttazzioni).

Date le sue proprietà antisettiche, espettorante, antitosse, con azione spasmolitica secretolitico, secremotore, il timolo trova impiego nel trattamento di tosse e raffreddore, rimedio naturale nella cura di affezioni del cavo orale (bocca e faringe) come collutorio e gargarismi. Cicatrizzante ed antalgico è utile per disinfettare piccole piaghe e ferite. Rubefacente e antalgico-sedativo, utile nei reumatismi, gotta e sciatalgie.

L’olio essenziale di Thymus vulgaris L. è indicato nella cura di bronchiti, tosse, pertosse, nell’infezioni intestinali, nell’infiammazioni della vescica dati i principi attivi ad azione antibatterica, antivirale, antimicotica, carminativa e analgesica.

I componenti bioattivi dell’olio essenziale trovano impiego in diverse formulazioni erboristiche come: creme e pomate con proprietà antisettiche e cicatrizzanti e nel trattamento delle irritazioni cutanee, nella formulazione di sciroppi per le affezioni delle vie respiratorie.

Come affermato in precedenza, esistono diversi chemotipi di olio essenziale.

  • Se l’olio essenziale di timo è costituito fino al 60% da fenoli viene definito chemotipo timolo; tra tutti, è quello che sviluppa la più potente azione antibatterica.
  • Oli composti sino al 50% da tujanolo hanno effetto rafforzante e tonificante sull’intero organismo, stimolano il sistema immunitario e, cosa molto importante, non sono irritanti per la cute; il tujanolo ha potere antivirale, e per questa ragione è indicato nei casi di bronchite ed influenza.
  • Il chemotipo linalolo contiene sino al 60% di linalolo ed esplica formidabili effetti antisettici, rimanendo al tempo stesso delicato e ben tollerato dalla pelle; è particolarmente efficace contro la Candida albicans e gli stafilococchi, un gruppo di batteri patogeni in grado di provocare malattie della pelle, dell’intestino, della vescica e del tratto urogenitale.

L’ultimo chemotipo importante è quello dove la componente principale è il geraniolo, ben tollerato dall’organismo con una spiccata azione contro batteri, virus e funghi; oltre all’azione antisettica, questa tipologia di olio ha effetti calmanti sul sistema nervoso e favorisce il sonno.

Come spesso accede, studi condotti su pazienti hanno dimostrato che la sinergia tra le varie tipologie di oli essenziali si dimostra molto più efficace rispetto alla somministrazione di un solo chemotipo.

Oltre agli oli essenziali che vengono estratti dal timo, di questa pianta sono utilizzate a scopo farmacologico anche le sommità fiorite: la raccolta avviene tra maggio e luglio, quando i fusti vengono tagliati avendo cura di evitare le parti legnose; dopo l’essicazione questi vengono sminuzzati e conservati all’interno di recipienti in vetro o ceramica.

Meccanismo d’azione

L’azione principale è quella espettorante, dovuta al timolo e carvacrolo che aumentano la secrezione bronchiale e fluidificano il muco. L’olio di timo assunto per via orale viene eliminato attraverso le mucose bronchiali dove esercita la sua funzione antisettica.

L’effetto spasmolitico è attribuibile alla frazione fenolica e l’effetto espettorante alla presenza dei terpeni. All’olio essenziale (timolo e carvacrolo) è attribuita l’azione antitussiva e antibatterica. Mentre, alle saponine è attribuita l’azione espettorante e secretomotoria della mucosa faringo-bronchiale. Studi recenti attribuiscono al timo un’azione immunostimolante.

Tra storia e curiosità

IL Timo è una di quelle piante aromatiche la cui storia si perde nella notte dei tempi. L’utilizzo del Timo è già attestato dall’Età della Pietra, i resti rivenuti testimoniano l’utilizzo di varie specie di timo arsi nei fuochi come repellenti nei confronti degli insetti nocivi.

Dal nome greco thýmon “ciò che è preso in sacrificio”, il timo era talvolta usato nella decorazione pittorica delle tombe. Il filosofo inglese Francis Bacon nei suoi “Saggi” raccomanda l’impiego lungo i sentieri e i giardini di questa pianta che profuma l’aria “deliziosamente”. Nel Regno Unito, la tradizione celtica associa il fiore alle fate, che ne amerebbero la fragranza dolce e delicata.

La flora italiana comprende circa sedici specie di Thymus. Il timo, presenta più di otto chemiotipi, ossia popolazioni di piante che presentano lo stesso aspetto morfologico ma diversa composizione chimica.

Greci e romani si accorsero ben presto delle virtu’ del timo in quanto il suo utilizzo conservava meglio la carne, per questo se ne faceva un largo uso sia per la conservazione dei cibi che per le epidemie che imperversavano all’epoca.

Già in epoca romana se ne raccomandava l’uso contro il mal di testa; la pianta veniva bruciata negli ambienti per tenere lontano gli insetti, e le infezioni. Nell’800 un chimico francese riuscì ad estrarre dal timo l’olio essenziale che chiamò “Timolo”, principale principio attivo della pianta con caratteristiche antibiotiche

Controindicazioni ed effetti collaterali

Del timo non sono note interazioni con farmaci di sintesi, nonostante l’uso sempre più diffuso; gli unici effetti collaterali sono da ascrivere ad un uso eccessivo degli oli essenziali: oltre agli effetti stimolatori sulla tiroide, l’ingestione di quantità eccessive di olio essenziale può provocare, per la presenza di timolo e carvacrolo, disturbi a livello gastrointestinale quali nausea, vomito e cefalea. Nei casi più estremi e gravi di intossicazione si può arrivare alla depressione del sistema nervoso centrale. Viene sconsigliato l’uso in gravidanza ed allattamento.

Dott.ssa Giusy Trivigno – Tecnico Erborista
Scrivimi pure su: Instagram, Linkedin o all’email giusytrivigno98@libero.it

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

AA.VV. Monografie ESCOP. Le basi scientifiche dei prodotti fitoterapici. Planta Medica Edizione, 2006, pp. 607-614.

Firenzuoli F. Fitoterapia. Guida all’uso clinico delle piante medicinali. Terza edizione Ed. Masson 2002.

https:pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/?term=thymus+vulgaris.

Kulisić T et all. 2007, The effects of essential oils and aqueous tea infusions of oregano (Origanum vulgare L. spp. hirtum), thyme (Thymus vulgaris L.) and wild thyme (Thymus serpyllum L.) on the copper-induced oxidation of human low-density lipoproteins, Int J Food Sci Nutr. 2007 Mar;58(2):87-93.

Morelli I. et all. 2005, Manuale dell’Erborista, Milano, Tecniche Nuove.

Sandro Pignatti, 1982 Flora d’Italia. Volume 2, Bologna, Edagricole.

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Alimentazione e Sport

Allenamento a digiuno: fare cardio a digiuno fa dimagrire di più?

Si sente spesso parlare della teoria secondo la quale fare cardio a digiuno fa bruciare più grasso rispetto a fare cardio a stomaco pieno.

“Fare aerobica al mattino prima della colazione è un ottimo modo per dimagrire”. Ma è veramente così?

Fare cardio a digiuno, come una camminata, un’attività a bassa intensità, fa utilizzare al nostro corpo sul momento più acidi grassi. Perché sottolineo sul momento? Vediamo un po’ di fisiologia.

Da: spadreams.it

Fisiologia del tessuto adiposo

Il tessuto adiposo, ovvero il nostro grasso corporeo, è costituito dall’insieme di numerose cellule specifiche, chiamate adipociti, all’interno delle quali si trovano gli acidi grassi.

Quando queste cellule vengono utilizzate non si distruggono ma si svuotano e restano vuote all’interno dell’organismo, pronte ad accogliere nuovi acidi grassi. Quindi, in modo semplice, se facciamo lo sforzo a stomaco vuoto e una volta finito mangiamo come sempre o perlomeno siamo in normocalorica, questi adipociti si rigonfiano e tornano al punto di partenza.

E in ipocalorica? Anche in questo caso, se il peso scende e le circonferenze diminuiscono, è grazie alla dieta che si sta seguendo e non perché ci si è allenati in un momento particolare della giornata. Questo perché il nostro corpo è come un automobile che ha 3 motori e, a seconda dello sforzo che deve affrontare, decide quale motore attivare, nello specifico, in base allo sforzo che si fa il corpo decide quale metabolismo utilizzare.

Da: Adipocita/ Wikimedia

Metabolismi energetici

Esistono tre metabolismi energetici che lavorano in sinergia all’interno dell’organismo. A seconda dello sforzo il corpo decide se utilizzare: il sistema anaerobico lattacido, alattacido e il sistema aerobico. Non c’è una divisione netta ma ognuno collabora con l’altro.

Se eseguo uno sforzo intenso (ad esempio uno scatto) verrà attivato il sistema anaerobico; se eseguo un allenamento ad alta intensità per 15-20 minuti di seguito (ad esempio un circuito HIIT) il corpo userà sia il metabolismo degli zuccheri sia quello delle proteine; se eseguo un’attività leggera (come una camminata) utilizzerà il metabolismo degli acidi grassi.

É vero quindi che se faccio cardio a digiuno il corpo utilizzerà acidi grassi ma il nostro corpo è una macchina perfetta e si autoregola, quindi, visto che ha utilizzato tanti acidi grassi durante il riposo non utilizzerà ancora grassi ma zuccheri e viceversa; quando durante un allenamento intenso verranno utilizzati molti zuccheri e a riposo utilizzerà i grassi, in modo da bilanciare il tutto.

Photo by Andrea Piacquadio on Pexels.com

In conclusione…

Al fine del dimagrimento, utilizzare grassi o zuccheri durante l’allenamento è indifferente. Quello che conta è il bilancio energetico della giornata, della settimana e del mese. Non è importante quindi se mangio o non mangio prima dell’allenamento ai fini del dimagrimento, conta sempre il bilancio energetico sul lungo periodo.

Anzi per assurdo sarebbe meglio non utilizzare i grassi durante l’allenamento perché più abituiamo il corpo a utilizzare gli zuccheri migliore sarà il nostro stato metabolico perché è il metabolismo glucidico che governa il metabolismo lipidico.

Dott.ssa Ilaria Satta – Biologa Nutrizionista

BIBLIOGRAFIA

scienzemotorie.com

projectinvictus.it

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Medicina integrata e Fitoterapia

Questione di insonnia

Dormire bene è fondamentale per vivere una giornata serena e sentirsi carichi di energia. Può capitare che, dopo una giornata di corsa, quando arriva finalmente l’ora di andare a dormire, ci si rigiri nel letto e non si riesca a chiudere occhio.

Secondo diverse indagini, una buona parte della popolazione adulta soffre di insonnia. In Italia l’insonnia più diffusa è quella saltuaria, che si presenta occasionalmente, per periodi brevi.

A cosa serve dormire?

sonno
Perché dormire?

Il sonno è fondamentale per creare nuove connessioni neuronali, le quali si vanno a formare in particolare durante il sonno profondo. Dormire ci aiuta quindi a pensare, ricordare, reagire. Inoltre durante il sonno, il cervello riduce il livello degli ormoni d’allarme, quali adrenalina e cortisolo; in questo modo si contrasta lo stress e migliorano le difese immunitarie.

Che effetti ha l’assenza di sonno?

La carenza di sonno può avere effetti a diversi livelli: da un punto di vista psicologico si avrà maggior rischio di depressione, disturbi d’ansia, tempo di reazione rallentato. Il sistema immunitario avrà un’attività più scarsa, mentre a livello del sistema cardiovascolare, ci sarà maggior rischio di problemi cardiaci e pressione alta.

Perché non riusciamo a dormire?

Tra le principali condizioni associate all’insonnia, troviamo gli stati d’ansia. Si tratta di situazioni in cui si ha la tendenza a preoccuparsi eccessivamente. Questo, oltre ad alterare il sonno, provoca anche una serie di effetti, quali tensione muscolare, irrequietezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione.

Cosa fare per dormire bene?

Ecco di cosa hai bisogno

Abitudini

Innanzitutto è bene mettere in pratica dei comportamenti in grado di agevolare il sonno. Per dormire bene, infatti, bisogna cominciare a modificare abitudini che si hanno durante la giornata.

  • Cenare sempre alla stessa ora, evitando pasti abbondanti e lasciando passare un po’ di tempo prima di andare a dormire, in modo da dare il tempo al nostro organismo di digerire al meglio;
  • Evitare di portare i nostri occhi a contatto con schermi blu, quali quelli del cellulare o del pc;
  • Cominciare ad abbassare le luci qualche ora prima di andare a dormine, in modo da lanciare un segnale al nostro cervello, il segnale che ci si sta preparando per andare a dormire. Il nostro corpo, infatti, ha bisogno di sapere verso cosa si vuole andare e creare abitudini positive è sicuramente un buon modo per indirizzarlo;
  • Praticare attività fisica ad un orario lontano da quello serale, per evitare che l’innalzamento di ormoni, come adrenalina, dopamina e cortisolo, ci tengano svegli;
  • Andare a dormire e svegliarsi ad orari regolari;
  • Evitare di assumere caffeina, fumare e bere alcolici fino a 4-6 ore prima di andare a letto.

Fitoterapia dell’insonnia

Rimedi fitoterapici

Alcuni fitocomplessi possono essere utili in caso di disturbi del sonno in quanto presentano azione spasmolitica, miorilassante e blandamente sedativa. Vediamo dunque quali sono le piante utili in caso di insonnia:

  • Passiflora incarnata (Passiflora), che è indicata contro l’agitazione nervosa e i disturbi del sonno;
  • Eschscholtzia californica (Escolzia), che riduce la fase di addormentamento;
  • Chamomilla recutita (Camomilla) che ha un’azione calmante e aiuta a dormire;
  • Melissa officinalis (Melissa), che calma l’ansia ed ha un’azione spasmolitica;
  • Valeriana officinalis (Valeriana), che calma l’ansia e migliora il sonno.

Nel caso in cui la condizione di insonnia dovesse protrarsi nel tempo, chiedere consiglio al medico, in modo da poter valutare la situazione specifica.

Dott.ssa Graziella Migliorino – Farmacista

BIBLIOGRAFIA

Giua Marassi C. et al, Inquadramento clinico e gestione dei disturbi minori in farmacia, Milano, Edra, 2017.

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Specialisti di settore

Farmacovigilanza: vigilanza e farmaci

Probabilmente, prima dell’arrivo della pandemia SARS-2 e dell’impiego dei vaccini per combattere il virus, tantissimi di noi non avevamo consapevolezza di cosa fosse la “farmacovigilanza” o cosa si intendesse per “evento avverso” o “reazione avversa”.

Vi siete mai chiesti da dove scaturisce l’elenco degli effetti collaterali presenti nel foglietto illustrativo, comunemente e semplicemente detto “bugiardino”?

La conoscenza del profilo di sicurezza di un farmaco e cioè dei suoi effetti collaterali deriva da un’attenta vigilanza sui farmaci e vaccini. Pertanto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la “farmacovigilanza” come la scienza e le attività finalizzate all’identificazione, alla valutazione, alla comprensione e alla prevenzione degli effetti avversi o di qualsiasi altro problema correlato all’uso dei medicinali e dei vaccini, per assicurare che vengano utilizzati in modo che i benefici siano superiori ai rischi.

Come definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la farmacovigilanza comprende:

  • Analisi e difesa dai rischi del farmaco,
  • Attività volte a rilevare, valutare, comprendere e prevenire effetti avversi o altri problemi correlati al farmaco,
  • gestione del rischio , prevenzione degli errori terapeutici, comunicazione di informazioni sui farmaci,
  • promuovere l’uso sicuro ed efficace dei medicinali, in particolare fornendo informazioni tempestive sulla sicurezza dei medicinali ai pazienti, agli operatori sanitari e al pubblico.

Tale monitoraggio si applica all’intero ciclo di vita di un medicinale sia in fase pre-autorizzativa che post-autorizzativa.

Origini, obiettivi e definizioni della Farmacovigilanza

Origini remote della Farmacovigilanza

La Farmacovigilanza ha origini antiche e può esser fatta risalire al 1961, quando, con una lettera al Lancet, un medico australiano aveva osservato che, l’incidenza delle malformazioni congenite dei bambini (1,5%), era aumentata fino al 20% nelle donne che avevano assunto talidomide durante la gravidanza. Fu proprio tale tragedia a dare importanza al monitoraggio dei farmaci dopo la loro commercializzazione. In particolare, questo evento ha cambiato il sistema di Farmacovigilanza, perché la segnalazione spontanea di reazioni avverse ai farmaci è diventata sistematica, organizzata e regolamentata.

Qual è l’obiettivo della Farmacovigilanza?

L’obiettivo della farmacovigilanza è quello di tenere sotto costante controllo il profilo rischio/beneficio dei farmaci facendo in modo che quest’ultimo sia sempre a favore della tutela dei pazienti e della salute pubblica.

In linea con questa definizione generale, l’obiettivo alla base della normativa UE applicabile in materia di farmacovigilanza è prevenire i danni causati da reazioni avverse nell’uomo derivanti dall’uso di medicinali autorizzati all’interno o al di fuori dei termini dell’autorizzazione all’immissione in commercio o dall’esposizione professionale.

I suoi principali obiettivi sonoː

  • ̇Identificazione e quantificazione di reazioni avverse da farmaci (ADR) inattese.
  • ̇̈Monitoraggio continuo della sicurezza di un prodotto, nell’arco della durata del suo utilizzo, per garantire che il rapporto rischio/beneficio ad esso connesso rimanga accettabile. Ciò include il monitoraggio della sicurezza che segue l’approvazione per nuove indicazioni terapeutiche.
  • ̇Individuazione di sottogruppi di pazienti particolarmente a rischio di ADR (rischio correlato alla dose, all’età, al sesso).
  • ̇Definizione dei profili comparativi di farmaci appartenenti alla stessa classe terapeutica.
  • ̇Individuazione di inadeguatezze nella prescrizione e nella somministrazione.
  • ̇Ulteriore approfondimento delle proprietà farmacologiche e tossicologiche di un prodotto e del meccanismo attraverso il quale esso può indurre una ADR.
  • ̇Scoperta di nuove potenziali indicazioni e di interazioni farmacocinetiche e farmacodinamiche.
  • ̇Scoperta di interazioni farmaco-farmaco significative tra il prodotto nuovo e farmaci già presenti sul mercato, in regime di co-somministrazione. È necessario quello di monitorare eventuali interazioni tra farmaci altrimenti difficili da valutare basandosi sui soli dati degli studi clinici obbligatori per l’ottenimento dell’autorizzazione all’immissione in commercio del prodotto farmaceutico.
  • ̇Verifica della tollerabilità a lungo termine e della efficacia dei farmaci nella pratica clinica quotidiana in pazienti non selezionati.

Differenza tra Evento Avverso e Reazione Avversa

Viene definito «evento avverso» (AE) un “qualsiasi evento medico non desiderato, che insorga in un paziente o in un soggetto incluso in uno studio clinico a cui venga somministrato un medicamento e che non necessariamente abbia una relazione causale con il trattamento”. Tale definizione, comprende un’ampia varietà di eventi che possono insorgere nel corso di una terapia farmacologica, come per esempio le reazioni avverse da farmaco, l’insuccesso terapeutico e l’overdose. 

Si definisce «reazione avversa da farmaco» (ADR) “una risposta a un farmaco che è nociva e non intenzionale, e che si verifica alle dosi normalmente utilizzate nell’uomo per la profilassi, diagnosi o terapia di una malattia, o per la modifica di funzione fisiologica”.

La differenza tra un ADR e un AE è cruciale eppure questi termini sono ampiamente utilizzati in modo improprio. In pratica, determinare se un farmaco è spesso responsabile di un particolare evento avverso in un singolo paziente è difficile e bisogna dare un giudizio. Quando il giudizio è che il farmaco è una possibile causa, questo dovrebbe essere definito una sospetta ADR. È l’esperienza e il giudizio professionale del clinico che porta a sospettare che il farmaco sia la causa della reazione, ma quel sospetto potrebbe non essere corretto.

Tuttavia, per effettuare una corretta valutazione del profilo di sicurezza ed efficacia dei farmaci occorre dunque segnalare e raccogliere in un unico database tutte le eventuali “Reazione avversa a farmaco” (ADR) osservate sul territorio.

L’analisi delle segnalazioni di ADR inserite nei vari database di farmacovigilanza permette dunque di evidenziare eventuali farmaci pericolosi per la salute del paziente o di particolari categorie di pazienti a rischio quali, per esempio, bambini, anziani o donne in gravidanza.

Nel caso di variazione del rapporto rischio/beneficio di un farmaco, le agenzie regolatorie procederanno ad una rivalutazione del prodotto farmaceutico, la quale può portare alla modifica del foglietto illustrativo sino, in casi estremi, ad un ritiro dal commercio del medicinale.

Perché è importante la Farmacovigilanza e il monitoraggio del profilo rischio/beneficio di un farmaco?

La Farmacovigilanza può essere considerata come un sistema di monitoraggio permanente, poiché è in grado di fornire, in modo continuativo, le migliori informazioni possibili sulla sicurezza dei farmaci permettendo cosi’ l’adozione di misure opportune e assicurando che i farmaci disponibili sul mercato presentino, nelle condizioni di utilizzo autorizzate, un rapporto beneficio rischio favorevole per la popolazione.

È fondamentale che tutti noi (pazienti, operatori sanitari) siamo sensibilizzati a tale aspetto e contribuiamo nel nostro piccolo al monitoraggio della sicurezza di un medicinale.

Dott.ssa Viviana Riccardi – Quality Assurance

BIBLIOGRAFIA

https://www.aifa.gov.it/farmacovigilanza1

https://it.wikipedia.org/wiki/Farmacovigilanza#:~:text=La%20farmacovigilanza%20(FV)%20%C3%A8%20definita,dei%20vaccini%2C%20per%20assicurare%20che

vivianariccardi@libero.it – Linkedin

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Alimentazione e Sport

Cura della pelle: le vitamine per un fascino “inossidabile”

Il decadimento dei tessuti della nostra pelle è dovuto alla presenza dei radicali liberi e gli scarti che si originano dalle reazioni delle normali attività cellulari. Quando però questi aumentano a causa dello stress, smog, fumo di sigaretta, uso di farmaci e raggi ultravioletti, diventano molto dannosi per le nostre cellule cutanee.

Pelle opaca?

Un colorito spento e grigio è un segnale nei tessuti del nostro organismo. E’ la prima cosa che si osserva. La fretta nel consumo dei pasti riduce il tempo necessario per attivare gli enzimi adibiti alla loro trasformazione.

Tutte le tossine si accumulano in modo particolare nella pelle che diventa il loro deposito. Lo stesso avviene anche alle persone che fumano o vivono in ambienti particolarmente inquinati. L’ossido di carbonio sprigionato dai gas di scarico e dalla sigaretta si combina stabilmente con l’emoglobina, sottraendo al sangue elementi indispensabili per il trasporto dell’ossigeno.

Masticare a lungo è indispensabile per frammentare bene i cibi e dare il tempo all’organismo di attivare tutti i processi enzimatici per la trasformazione. Meglio privilegiare i cibi freschi e i piatti più semplici e ridurre il fumo di sigaretta.

foto da ‘primalevante.it’

Quali sono le vitamine che ridanno vitalità alla pelle?

La vitamina A: necessaria per la costruzione degli epiteli, aiuta la formazione dei costituenti cellulari fondamentali come i proteoglicani. Protegge contro i danni ambientali come per esempio il vento, il freddo o il sole. Interviene nella regolazione del ricambio cellulare dell’epidermide che è appunto lo strato più superficiale della pelle. È una vitamina molto importante per i nostri occhi.

Il nostro organismo ne necessita di circa 800 mcg al giorno, non deve essere assunta in quantità elevate, si trova in cibi come il fegato, uova, latte e formaggi, anguille, tonno, ma anche nei vegetali arancioni come le carote, zucca, albicocche e quelli a foglia verde scuro sotto forma di betacarotene dalla potente azione ossidante.

La vitamina E: è l’antirughe per eccellenza, difende le membrane cellulari dal loro deterioramento ed invecchiamento. Ha un’importante azione idratante e protettiva nei confronti dei raggi UV: infatti, riduce la comparsa delle macchie cutanee. Il bisogno quotidiano è circa 8 mg al giorno. La troviamo nell’olio di germe di grano, olio di girasole ed in generale negli oli vegetali, ma anche nei frutti secchi a guscio come le nocciole e mandorle.

La vitamina D: fondamentale per la formazione del tessuto osseo e nella differenziazione cellulare, si produce grazie all’esposizione alla luce del sole. Il nostro organismo ne necessita circa 5 mcg al giorno. Si trova nei pesci come il salmone, aringhe, nel tuorlo d’uovo e nel fegato.

foto da ‘pro.miodottore.it’

La vitamina C: dall’enorme potere antiossidante, favorisce la formazione del collagene della cute indispensabile per la struttura dei tessuti. Coopera per rafforzare le difese immunitarie dell’organismo e l’assorbimento del ferro. La sua azione sulla pelle è anche protettiva nei confronti dei danni e dell’invecchiamento dei raggi UV. Ribes, kiwi, peperoni, agrumi e molti vegetali la contengono. Ne bastano 60 mg al giorno.

Le vitamine del gruppo B: in particolare, la B5, è considerata come la vitamina antistress poiché necessaria alle ghiandole surrenali e al sistema immunitario. Favorisce la cicatrizzazione dell’epitelio, ha azione rigenerante sull’epitelio, previene gli arrossamenti solari e le dermatiti, soprattutto sul cuoio capelluto.

Ne servono 7 mg al giorno. La B6, è componente essenziale di diversi enzimi, necessaria alla formazione del Dna e dell’ Rna. Interviene durante i processi di crescita, conservazione riproduzione cellulare, in modo particolare regola la produzione del sebo, importante per le pelli grasse: ne bastano 2 mg al giorno. La B8 (Vitamina H) interviene nel metabolismo di proteine, carboidrati e acidi grassi insaturi, la sua azione riguarda l’integrità dei capelli, ghiandole sebacee.

Sono sufficienti 0,15 mg al giorno. L’acido folico (vitamina B9) necessaria per la formazione dei globuli rossi e il rinnovamento delle cellule, e la formazione degli amminoacidi e gli acidi nucleici. Bastano 200 mcg al giorno. Si trovano soprattutto nei lieviti, frutta in guscio, uova.

foto presa da ‘ilgiornaledelcibo.it’

Una buona abitudine alimentare assieme ad un ritmo di vita meno stressante aiutano il nostro organismo non solo a livello mentale ma anche estetico.

Un corretto regime dietetico fa bene non solo agli organi in generale ma anche ai nostri tessuti!

E tu, ti prendi cura della tua pelle a tavola?

Dott.ssa Orsola Procopio 

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Cosmesi e Cosmeceutica

Quali sono le sostanze che compongono un cosmetico?

Da cosa è composto un prodotto cosmetico? Vediamo un po’ più da vicino quali sono i componenti di un prodotto cosmetico!

I cosmetici sono costituiti principalmente da tre categorie di sostanze :

  • Sostanze funzionali, altro non sono che le sostanze che effettivamente producono l’effetto a cui è finalizzato il prodotto che risponde ad un determinato uso.
  • Eccipienti, sono le sostanze che danno la forma al prodotto.
  • Additivi, sono le sostanze aggiunte, essenziali per una corretta produzione, ad esempio i conservanti.

Le sostanze funzionali potrebbero essere definite principi attivi, anche se il termine è più farmaceutico. Ricordiamoci però che, un prodotto cosmetico, secondo le disposizioni della direttiva europea, ha lo scopo di mantenere la pelle e i suoi annessi in buono stato ma non può curare!

Come possono essere i costituenti di un cosmetico e che azioni svolgono?

Queste sostanze possono essere di derivazione minerale (oligoelementi e sali di alluminio), vegetale (oli e burri ) o animale (acido ialuronico,collagene ecc).

Le azioni cosmetiche che svolgono le sostanze funzionali sono molteplici, vediamole in modo sommario: autoabbronzante, abrasiva, acidificante, emolliente, anticellulite, antirughe, antisolare e filtrante UV, deodorante e antitraspirante, addolcente e lenitiva, depilante, idratante, protettiva, schiarente, stimolante e tonificante, seboregolatrice.

Durante la formulazione di un prodotto cosmetico quindi, è molto importante utilizzare le materie prime che conferiscono a quel prodotto delle caratteristiche specifiche, e che allo stesso tempo rendano il prodotto innocuo per la pelle.

Le materie prime cosmetiche sono essenzialmente suddivise in vari gruppi:

  • Sostanze tensioattive, hanno affinità sia con i grassi che con l’acqua, hanno azione schiumogena, sgrassante, solubilizzante e emulsionante. Sono costituiti da tensioattivi idrofili i saponi e i bagnoschiuma, mentre i tensioattivi a moderata idrofilia sono usati come solubilizzanti nei profumi e come emulsionanti nelle creme, e infine i tensioattivi lipofili sono usati come emulsionanti nelle creme grasse.
  • Sostanze emulsionanti, sono sostanze che agiscono rinforzando e stabilizzando le emulsioni.
  • Sostanze viscosizzanti, hanno la funzione di dare corpo e consistenza al prodotto.
  • Sostanze oleose e grasse, sono oli e burri di origine minerale, origine sintetica, vegetale o animale.
  • Sostanze preservanti e conservanti , impediscono l’inquinamento microbico e l’irrancidimento dei cosmetici.
  • Sostanze umettanti, danno plasticità al cosmetico e ne impedisco l’essiccazione poiché trattengono acqua.
  • Sostanze acidificanti, vengono aggiunte per conferite il giusto pH.
  • Sostanze profumanti e coloranti, le prime sono per lo più miscele ottenute da oli essenziali naturali che conferiscono un piacevole profumo del prodotto, i coloranti conferiscono il colore desiderato al prodotto.


La composizione dei cosmetici è un aspetto di fondamentale importanza per la salute dei consumatori. La regolamentazione delle sostanze che possono essere utilizzate come ingredienti di una formulazione cosmetica viene disciplinata attraverso l’aggiornamento e la modifica degli Allegati tecnici al Regolamento (CE) n. 1223/2009.

In questi allegati sono elencate le sostanze che, per legge, non sono ammesse all’interno dei cosmetici. In ogni caso, l’impiego di qualsiasi ingrediente nei prodotti cosmetici, ancorché ammesso, deve essere supportato dalla valutazione della sicurezza del prodotto cosmetico.

Infatti, al fine di dimostrare che i prodotti cosmetici messi a disposizione sul mercato siano sicuri per la salute umana, se utilizzati in condizioni d’uso normali o ragionevolmente prevedibili, tenuto conto, ad esempio, di presentazione, etichettatura, istruzioni per l’uso ed eliminazione, o qualsiasi altra indicazione o informazione da parte della persona responsabile, la persona responsabile garantisce che, prima dell’immissione sul mercato, i prodotti cosmetici siano stati sottoposti alla valutazione della sicurezza sulla base delle informazioni pertinenti e che sia stata elaborata una relazione sulla sicurezza dei prodotti cosmetici a norma dell’Allegato I al Regolamento (CE) n.1223/2009.

L’elenco degli ingredienti presenti in un prodotto cosmetico è definito I.N.C.I. (International Nomenclature Cosmetic Ingredients), gli ingredienti devono essere scritti in lingua inglese e nel caso di estratti vegetali anche in latino. In tal maniera, anche se un prodotto proviene da un paese straniero, si è in grado di conoscerne l’esatta composizione.

Il consumatore deve essere sempre in grado di poter scegliere un cosmetico adatto alle proprie esigenze ed è suo diritto comprendere in maniera immediata la presenza di eventuali allergeni, per questo motivo, nel prossimo articolo impareremo a leggere l’etichetta di un cosmetico!

Dott.ssa Emanuela Prezioso – Tecnologo dei prodotti cosmetici 

BIBLIOGRAFIA

La chimica e cosmetologia con elementi di fisica-A.Picenni

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Medicina integrata e Fitoterapia

Cosa ci insegna l’Omeopatia?

La prima parola che mi viene in mente è: osservare.

L’omeopatia ci insegna ad osservare perché, ancor prima di pensare a che cosa ha bisogno qualcuno che viene a chiederci un consiglio, dobbiamo ascoltarlo. Quando vogliamo ascoltare qualcuno davvero, con tanta attenzione, non lo ascoltiamo solo con le orecchie, ma lo osserviamo. Ascoltiamo con gli occhi, cogliendo quello che non ci dice a parole, ascoltiamo con la mente, concentrandoci sul fatto che ha bisogno di noi, e ascoltiamo con il cuore perché, in quel momento, abbiamo a cura il suo benessere.

Osservare deriva dal latino observare , composto da ob- (di fronte a, nella direzione di ) e -servare (custodire, considerare). È come se nella parola “osservare” fosse già racchiuso il significato di avvicinarsi per accogliere qualcuno o qualcosa. È proprio questo che accade quando chiediamo un consiglio a qualcuno, ci avviciniamo e chiediamo attenzione e se chi abbiamo di fronte ci osserva ci sentiremo considerati.

Considerare il paziente prima di tutto una persona porta a non considerare la sua malattia come unica rappresentazione ed espressione di esso. Questo fa bene sia al paziente, ma anche a chi se ne prende cura. Al primo per prendere distanza dal proprio problema e a non immedesimarsi in esso e al secondo perché guardando prima di tutto la persona potrà prendersi cura non solo del problema, ma anche di chi lo sta vivendo.

Osservare: “Guardare, esaminare, considerare con attenzione, anche con l’aiuto di strumenti adatti, al fine di conoscere meglio, di rendersi conto di qualche cosa, di rilevare i particolari…” (Treccani).

Le domande, l’arma più importante per l’omeopata

Le “strane” domande che sentiamo porci da un omeopata sono gli “strumenti più adatti” per conoscerci meglio e le informazioni più particolari e bizzarre sono quelle di maggiore interesse per lui perché ci differenziano a ci distinguono dagli altri.

Possiamo sentirci chiedere se preferiamo il caldo o il freddo, o i cibi salati o dolci. Possiamo tendere ad isolarci quando soffriamo oppure parlarne per cercare uno sfogo. C’è chi ama restare sveglio fino a tardi e chi non può evitare di alzarsi presto anche senza puntare la sveglia. Sono tutte caratteristiche personali che aiutano l’omeopata a capire da dove partire per scoprire dove arrivare. Caratteristiche della persona, perché è la persona il centro.

Alcune di queste caratteristiche, insieme a quelle prettamente fisiche, possono venire raggruppate per identificare delle macrocategorie di caratteristiche che in omeopatia vengono definite costituzioni.

Cosa sono le Costituzioni?

Il termine “costituzione” di certo non nasce con l’omeopatia, così come l’osservazione e l’individuazione di tali caratteristiche. Già con Ippocrate scopriamo una classificazione nata dall’osservazione di come i quattro elementi naturali (terra, acqua, aria e fuoco) corrispondevano nell’essere umano a quattro elementi fondamentali per la sua vita (linfa, sangue, bile gialla e bile nera) e una predominanza di un elemento su gli altri determinava la definizione di un particolare temperamento fra il linfatico, il sanguigno, il bilioso e l’atrabiliare.

Nei secoli sono stati molti gli studiosi che si sono occupati di studiare l’uomo secondo i modelli costituzionali, tra questi Viola, Pende, Bernard, Martiny. Considerando la costituzione un punto di partenza per l’individuo nel suo stato fisiologico, conoscendola e studiandola, si può avere un quadro più ampio di quelle che potrebbero essere le più frequenti predisposizioni ed evoluzioni del suo stato di salute.

In omeopatia le costituzioni sono conosciute da un punto di vista didattico con i seguenti nomi : carbonica, sulfurica, fosforica e fluorica. Risulta però più realistico tenere in considerazione le sfumature che spesso portano le costituzioni ad intersecarsi fra loro. In quest’ottica possiamo prendere in considerazione le costituzioni carbonica, sulfo-carbonica, fosforica e sulfo-fosforica.  

Descrizione delle costituzioni

La costituzione carbonica mostrerà a prima vista una fisico che tende ad ingrassare accompagnato solitamente da una statura media o inferiore alla media. Il tono muscolare è scarso, il viso è tondo e il collo è corto così come le mani. Di personalità calma e pigra con tendenza alla sedentarietà, molto metodici e ordinati.

I soggetti sulfo-carbonici sono più attivi, sempre in movimento, tonici e di corporatura visibilmente forte. Il viso spesso è quadrato e le spalle sono robuste. Di indole combattiva e impulsiva, molto attivi e resistenti alla fatica.

La costituzione fosforica appare elegante e longilinea. Il viso è spesso di forma triangolare e il collo è lungo. Le mani sono magre e lunghe, il torace è esile. Poco resistenti alla fatica, i fosforici sono spesso ipersensibili e dalla attività mentale intensa.

I soggetti sulfo-fosforici sono contraddistinti dalla proporzionalità fra le varie parti del loro corpo. L’equilibrio visibile nel loro fisico rispecchia un equilibrio anche a livello psichico pur tendendo all’irritabilità . Reattivi e vivaci.

Per quanto riguarda la costituzione fluorica, oggi viene vista più come una tendenza fisiopatologica che una costituzione a sé. Ciò vuol dire che in ognuna delle costituzioni possono esserci determinati aspetti o caratteristiche che possono far emergere “note fluoriche”, ovvero manifestazioni o potenziali manifestazioni a tendenza degenerativa fisica o psichica.

Dott.ssa Cristina Scaglianti -Farmacista specializzata in Omeopatia

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BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA

Semeiotica Medica Comparata – a cura di Osvaldo Sponzilli,  Autori Vari, Nuova Ipsa Editore

Omeopatia e Dermatologia – Bruno Brigo , Tecniche Nuove

https://www.treccani.it/vocabolario/osservare

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Specialisti di settore

Il percorso di un farmaco

Mediamente, ogni giorno, ognuno di noi assume un farmaco, che sia esso un integratore o un farmaco utilizzato per curare alcune patologie.

Ma che cos’è un farmaco, come può essere somministrato e quali sono le vie che segue per poter esplicare la sua attività terapeutica?

Secondo l’OMS, il farmaco è una qualsiasi sostanza o prodotto utilizzato per modificare o esaminare funzioni fisiologiche o stati patologici, il tutto a beneficio del paziente. Facendo riferimento all’OMS, i criteri di valutazione di un farmaco devono riguardare:

  • La sua efficacia
  • Il beneficio che  apporta al paziente

Ma da cosa è composto un farmaco ?

Un farmaco è composto da un principio attivo (pa) ed eccipienti. Per principio attivo intendiamo una qualsiasi sostanza che presenta una determinata attività biologica, essi possono essere sintetici, come nella maggior parte dei farmaci in commercio, semisintetici o naturali. Per eccipiente, invece, si intende una sostanza farmacologicamente inattiva, nella quale si scioglie o si incorpora un principio attivo per migliorare la somministrazione dello stesso.

Come può presentarsi un farmaco?

Un farmaco può presentarsi in diverse formulazioni in modo da essere assunto da diversi pazienti, ci sono formulazioni in compresse, capsule, sciroppi, fiale aerosol, granulati etc.

Un farmaco, per poter esplicare la sua azione rispetto ad una generica sostanza biologicamente attiva, deve presentare proprietà che gli permettano di raggiungere il sito d’azione di un organismo vivente. Queste proprietà vengono descritte dai processi farmacocinetici.

Foto di Oriana Vitale

Quali sono le fasi dell’azione di un farmaco?

  • Applicazione: il farmaco viene introdotto nell’organismo attraverso una via di somministrazione appropriata e nella forma farmaceutica opportuna
  • Fase farmaceutica: è la fase che corrisponde al tempo che trascorre tra la somministrazione e la disponibilità del principio attivo nei fluidi corporei
  • Fase farmacocinetica: è la fase in cui il farmaco è trasportato e distribuito al suo sito d’azione
  • Fase farmacodinamica: è la fase nella quale il farmaco interagisce con il sito d’azione dando inizio alla risposta biologica

Quali sono le vie di somministrazione di un farmaco?

Esistono due grandi vie di somministrazione: enterali e parenterali.

Le vie di somministrazione enterali sono:

  • Orale: è la via di somministrazione più economica e più sicura, per poter effettuare questa somministrazione il paziente deve essere cosciente e collaborante
  • Rettale: in questa via di somministrazione si osserva un assorbimento variabile ma presenta un effetto più rapido rispetto alla via orale
  • Sublinguale: è una via di somministrazione che permette un assorbimento rapido è utilizzata in vie emergenziali.

Le vie di somministrazioni parenterali sono:

  • Endovenosa: non è presente assorbimento il farmaco è immediatamente disponibile nel circolo ematico, utilizzata in casi emergenziali, possono essere utilizzate formulazioni in grossi volumi ma anche sostanze irritanti.
  • Intramuscolare: si osserva un assorbimento rapido per le soluzioni acquose, i primi effetti compaiono dopo 10-30 minuti.
  • Sottocutanea: si osserva un assorbimento rapido per le soluzioni acquose, è una via di somministrazione utilizzata per somministrare farmaci insolubili o per l’impianto di pellets solidi.

Esistono anche altre vie di somministrazione come la via inalatoria, dove i farmaci vengono somministrati sotto forma di gas o aerosol,oppure, la via di somministrazione transcutanea, che presenta un assorbimento molto più lento.

Foto di Oriana Vitale

Di cosa si occupa la farmacocinetica?

La fase farmacocinetica si occupa del trasporto e della distribuzione del pa nel nostro organismo seguendo lo schema ADME, rispettivamente: assorbimento, distribuzione, metabolizzazione ed escrezione.

L’assorbimento è il processo per mezzo del quale un farmaco passa dal sito di somministrazione al plasma seguendo diversi meccanismi di trasporto attraverso la membrana: trasporto attivo, passivo, diffusione attraverso canali.  La velocità con la quale un farmaco viene assorbito varia a seconda della via di somministrazione utilizzata, ma anche dalla presenza di cibi o additivi.

Schema concentrazione plasmatica tempo delle diverse vie di somministrazione

Una volta che il farmaco viene assorbito, deve raggiungere il circolo ematico, si parlerà dunque di Biodisponibilità ovvero la dose di farmaco che raggiunge immodificato il circolo, essa si determina mediante l’area sotto la curva (AUC).

La quota di farmaco libero è quella che si distribuisce ai tessuti viene metabolizzata ed escreta.

Per distribuzione si intendono quei fenomeni che sono alla base del trasferimento dei farmaci dal sangue ai vari compartimenti dell’organismo.

Per essere assorbiti e distribuiti nei vari distretti dell’organismo i farmaci devono possedere delle caratteristiche fisico-chimico che sono diverse da quelle che ne forniscono l’eliminazione. Lipofilia e assenza di cariche elettriche facilitano l’assorbimento, per questo è necessario che l’organismo provveda a delle trasformazioni in modo da rendere la molecola idrofila. Si introduce dunque quello che è il concetto di metabolizzazione, un processo farmacocinetico di biotrasformazione. Questo processo porta alla formazione di metaboliti inattivi, metaboliti attivi, metaboliti parzialmente attivi o metaboliti tossici.

il processo di biotrasformazione avviene prevalentemente ma non esclusivamente a livello epatico, ma anche polmonare, intestinale e renale.

Infine, una volta che il pa viene metabolizzato è pronto ad essere eliminato dal nostro organismo attraverso le feci, la via urinaria o respiratoria a seconda delle sue caratteristiche fisiche.

Bisogna inoltre ricordare che, tutti questi processi descritti non avvengono conseguenzialmente l’uno dall’altro ma in contemporanea tra di loro.

Dott.ssa Oriana Vitale – Tecnico erborista, specializzato in Biotecnologia del farmaco

BIBLIOGRAFIA

Farmacologia di Stefano Govoni

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Medicina e salute

Sindrome di Cushing: seguire una dieta sana ed equilibrata può essere un’arma segreta!

In cosa consiste la Sindrome di Cushing?

La malattia di Cushing è dovuta ad un’eccessiva produzione di cortisolo, il cosiddetto “ormone dello stress”, generalmente secondaria ad un adenoma ipofisario, ma può essere dovuta anche alla somministrazione terapeutica di corticosteroidi.

Con il termine sindrome di Cushing indichiamo un quadro clinico causato dall’eccesso di cortisolo dovuto a qualsiasi causa, mentre con il termine morbo di Cushing ci riferiamo a una iperfunzione della corteccia surrenalica a causa dell’eccesso di ormone adrenocorticotropo ipofisario. Coloro che sono affetti dal morbo, hanno generalmente un piccolo adenoma ipofisario.

L’eccesso di cortisolo è correlato all’aumento di tessuto adiposo, ecco perché il paziente affetto da Cushing è quasi sicuramente obeso.

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Quali sono i segni e i sintomi?

Sicuramente uno dei segni tipici è la facies lunaris (faccia lunare con aspetto pletorico), obesità tronculare (cuscinetti di grasso prominenti nella zona sopraclaveare e cervicale dorsali) e arti sottili (dita ed estremità distali).

È possibile che si presentino condizioni come atrofia e astenia muscolare, ma anche cute sottile e atrofica con bassissimo potere di cicatrizzazione. Potrebbero comparire smagliature purpuree sull’addome.

Altre caratteristiche tipiche sono:

  • Intolleranza al glucosio
  • Calcoli renali
  • Ipertensione
  • Ridotta resistenza alle infezioni
  • Osteoporosi
  • Disturbi psichiatrici
  • Blocco dell’accrescimento (nei bambini)
  • Irregolarità mestruali (nella donna)
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Si può intervenire con dei piani nutrizionali per ridurre la situazione patologica?

L’aspetto nutrizionale è importante, difatti, una volta diagnosticata la malattia, il primo passo da fare è prescrivere una dieta ricca di proteine e potassio. Considerando i sintomi caratteristici, è necessario che il paziente consumi alimenti ricchi di omega-3 come il pesce, per controllare l’ipertensione, e carboidrati a basso indice glicemico come cereali integrali, per normalizzare i livelli glicemici.

L’utilizzo degli anticoagulanti potrebbe essere necessario poiché il paziente corre il rischio di sviluppare trombosi; per questo motivo è importante limitare il consumo di alimenti ricchi di Vitamina K, infatti, questo micronutriente (fondamentale per i fattori di coagulazione) potrebbe interferire con l’effetto farmacologico.

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La sindrome di Cushing è caratterizzata dall’obesità centrale che potrebbe contribuire allo sviluppo della dislipidemia (alterazione dei livelli lipidici). Ecco perché sarebbe necessario ridurre i livelli di colesterolo LDL e aumentare quelli di colesterolo HDL, cercando di consumare alimenti ricchi di acidi grassi polinsaturi essenziali ti tipo omega-3, omega-6 (presenti nella frutta secca), e ricchi di fibra (cereali, frutta e verdura).

Insomma, la dieta mediterranea è quello stile di vita che tutti dovremmo seguire. La sua azione protettiva non fa altro che ridurre il rischio di sviluppare malattie metaboliche e le complicanze ad esse connesse.

Dott.ssa Valeria Santarcangelo – Biologa nutrizionista 

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Alimentazione e Sport

Le spezie, 8 utili alleate nel cancro!

Fin dall’antichità il commercio di sale e spezie ha spinto i mercanti fino ai quattro angoli del globo, quando erano prodotti rari e preziosi.

Sebbene oggi il sale e le spezie siano diventati prodotti di consumo abituale, condire un piatto deve essere un gesto consapevole e bisogna domandarsi se le nostre abitudini siano le più salutari.Il sale è diventato, oggi, la principale sostanza usata per esaltare il sapore degli alimenti.

Che rapporto hai con il sale?

Noi consumiamo in media 10 grammi al giorno di sale (4 grammi di sodio), dei quali oltre il 75% proviene dai prodotti alimentari industriali e viene quindi consumato in modo del tutto inconsapevole.

E’ un apporto eccessivo, quasi tre volte il limite consigliato dagli organismi di sanità pubblica (1,5 grammi al giorno di sodio).

L’eccessivo consumo di sodio è associato ad un aumento della pressione arteriosa e a un maggiore rischio di ictus e altre malattie cardiovascolari. Inoltre, secondo recenti studi, l’eccesso di sodio è legato ad un maggior rischio di cancro allo stomaco poiché induce l’Helicobacter pylori, un batterio che si annida nello stomaco della maggior parte della popolazione, a produrre proteine che generano infiammazione nella mucosa dello stomaco, cosa che aumenta il rischio del tumore.

Il sale, quindi, pur non essendo un agente cancerogeno in se, può favorire la comparsa e l’evoluzione del tumore perché crea le condizioni ottimali in cui l’Helicobacter pylori dispiega il suo potenziale infiammatorio.

L’unico modo efficace per ridurre l’apporto di sale è diminuire il consumo di prodotti industriali e, soprattutto, ricordare che condire un piatto non significa solo salarlo!

Come si può ridurre il sale in maniera intelligente?

Esistono centinaia di spezie e aromi provenienti da tutto il mondo che, oltre al sapore intenso e talvolta esotico, contengono spesso grandi quantità di sostanze che hanno proprietà benefiche per la prevenzione del cancro.Le spezie sono sostanze vegetali che sono state selezionate nel corso dei millenni per il loro sapore e per i loro effetti curativi.

La maggior parte delle spezie esercita una azione antinfiammatoria, che ostacola lo sviluppo delle cellule cancerose.

Grazie al loro contenuto di composti fitochimici, alcune agiscono direttamente sulle cellule cancerose impedendo la proliferazione, provocandone la morte per apoptosi o addirittura arrestando la creazione di vasi sanguigni intorno al tumore, cosa che impedisce l’arrivo del nutrimento alle cellule cancerose.

Vediamo le attività di alcune spezie nel dettaglio

Zenzero

zenzero, zingiber officinale

Lo zenzero è un tubero originario dell’Oriente che contiene quasi 50 tipi di antiossidanti. Da sempre, la radice dalla polpa gialla, è utilizzata per “curare” malanni quali raffreddore, costipazione e dolori intestinali.

In laboratorio, lo zenzero ha rivelato proprietà anticancro grazie al gingerolo. Esperimenti hanno dimostrato che il gingerolo inibisce la crescita del tumore del colon e della mammella.

Attualmente lo zenzero trova impiego nei farmaci anti-nausea o sciogli grasso. Fresco o in polvere è utile per combattere il tumore alla prostata, quello allo stomaco e il senso di vomito conseguente alle terapie anti tumorali.

Curcuma

La curcuma è una pianta nota anche come zafferano delle Indie. Nella cucina orientale è largamente impiegata per la preparazione di piatti salati e dolci.

Anche in questo caso, i benefici della spezia migliora le cure per il tumore al colon, alla prostata, alla pelle e al seno. La forza di questa spezia risiede nella curcumina dall’elevato potere antiossidante e antinfiammatorio.

Una piccola curiosità: sembra, ma non è ancora provato in via definitiva che in India l’Alzheimer sia poco diffuso grazie all’enorme consumo di curcuma.

Rosmarino

rosmarino, salvia rosmarinus

Il rosmarino, tra le spezie più comuni della cucina mediterranea, appartiene alla famiglia delle Labiate al pari di menta, timo, maggiorana e basilico.

Uno studio dell’università di Pisa pubblicato sulla rivista “The International Journal of Biochemistry & Cell Biology” ha messo in luce le capacità antitumorali del rosmarino.

Il carnosolo, un diterpene presente in varie spezie della dieta mediterranea, quali rosmarino e salvia, agisce infatti riattivando la proteina p53, un soppressore tumorale considerato tra i più importanti fattori per il controllo dello sviluppo e della progressione della malattia, che risulta inattivo nel 50% dei tumori umani”.

La ricerca italiana ha trovato conferma in un altro studio, pubblicato sull’autorevole rivista scientifica “Cancer Letters”. Gli scienziati inglesi hanno ribadito che il carnosolo può essere un valido supporto contro il cancro.

Dai test di laboratorio è emerso che il carnosolo è riuscito a bloccare lo sviluppo dei melanomi, dei tumori della bocca e della mammella negli animali. Nel caso di tumore al seno, la riduzione è arrivata a sfiorare l’80%.

Le spezie della famiglia delle Labiate sono ricche di terpeni, molecole aromatiche dotate della capacità di ostacolare l’azione delle sostanze coinvolte nella proliferazione delle cellule tumorali. Esplicano anche un’attività benefica nei casi di intossicazione, flatulenza, disappetenza e problemi digestivi.

Prezzemolo

prezzemolo, petroselinum crispum

Il prezzemolo appartiene alla famiglia delle Apiacee come il coriandolo, il cumino, il finocchio e il sedano.

È molto ricco di apigenina, un polifenolo noto al mondo scientifico per le sue proprietà antiinfiammatorie capaci di prevenire la trasformazione dei tumori da benigni a maligni.

Dai test di laboratorio è apparso in modo chiaro e incontrovertibile che l’apigenina svolge un’attività di contrasto alle cellule tumorali e sull’angiogenesi inibendo la crescita di determinati tumori: al polmone, alla prostata, alla pelle, alla mammella e al colon-retto.

Peperoncino

peperoncino, capsicum annuum

Il peperoncino rosso piccante contiene capsaicina, una sostanza potente molto usata negli integratori alimentari per la perdita di peso.

Sperimentazioni hanno dimostrato la sua capacità di bloccare la proliferazione del tumore del pancreas, di riuscire a inibire il tumore della prostata e ridurre l’enzima PSA cioè l’antigene prostatico specifico.

La capsaicina agisce provocando l’autodistruzione cellulare. In genere, creme a base di capsaicina offrono sollievo nel dolore neuropatico causato da intervento chirurgico per un tumore.

Pepe nero, noce moscata e cannella

pepe nero, noce moscata e cannella

Il pepe nero è una spezia efficace, ma talvolta irritante. È preferibile usarlo in sinergia con altre spezie, in particolar modo la curcuma, perché ne potenzia i benefici e l’assorbimento. In laboratorio ha rivelato una discreta attività antitumorale e immunomodulante.

Il pepe nero contiene piperazina; questa sostanza naturale disturba e riduce i meccanismi di comunicazione delle citochine pro-infiammatorie prodotte dalle cellule maligne.

Secondo i ricercatori, la noce moscata possiede proprietà radioprotettive e antisettiche. La cannella ha effetti antiproliferativi su tumori quali linfoma e leucemia.

Aglio e Cipolla

Non si tratta di spezie, ma di piante. L’aglio è noto fin all’antichità per le sue capacità terapeutiche. Diversi studi hanno confermato che il consumo di aglio crudo riduce l’incidenza delle neoplasie al colon, allo stomaco e all’utero.

La sua azione sarebbe da attribuire ai composti solforati che distruggono le cellule cancerose e ne impediscono la crescita. Un’assunzione regolare (una volta a settimana) di aglio e cipolla diminuirebbe di quasi il 60% il rischio di tumore allo stomaco, di circa il 40% quello alla prostata e del 30% quello al colon.

Dott.ssa Saravo Aurora – Biologa Nutrizionista 

BIBLIOGRAFIA

http://www.korian.it

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Alimentazione e Sport

Disturbi del comportamento alimentare: il binge eating disorder

Il binge eating disorder (BED) è entrato a far parte dei disturbi del comportamento alimentare nell’epoca più recente (2013), poiché in precedenza era un disturbo non largamente riconosciuto ed incluso nei NAS, ovvero i disturbi alimentari non altrimenti specificati.

Che cos’è?

Questo tipo di disturbo alimentare è caratterizzato da fenomeni di abbuffate, dove si sperimenta una perdita di controllo sul proprio comportamento alimentare, a cui non seguono meccanismi di compensazione. Questi fenomeni sono conseguenti ad un’alterata gestione delle emozioni e delle sensazioni che il soggetto sperimenta. Spesso i soggetti con questa patologia presentano un BMI (Indice di Massa Corporea) superiore alla norma, trovandosi pertanto in una condizione di sovrappeso od obesità.

Inizialmente questo tipo di disturbo si riscontrava solo in età adulta, ma studi recenti suggeriscono un esordio della malattia già in età infantile, anche a partire dai 3-4 anni. Qualora il disturbo sia così precoce, il decorso risulterà complesso e richiederà svariati interventi.

L’importanza clinica del BED è legata alla sua frequente comorbilità con l’obesità, le complicazioni del sovrappeso e i sintomi psichiatrici spesso ad esso associati come ansia e depressione, connessi alle eccessive preoccupazioni per il cibo, la forma e il peso del corpo.

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Come si fa la diagnosi

Per effettuare diagnosi di BED è necessario valutare la frequenza e la durata delle abbuffate: per il DSM-5 (Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali, quinta edizione) esse si devono verificare almeno una volta alla settimana per 3 mesi, e se ne valuta la gravità sulla base del numero di episodi di abbuffate per settimana.

L’abbuffata rappresenta la caratteristica principale del BED, va però specificato che non è tanto l’eccesso nel mangiare a caratterizzarla, quanto il vissuto di perdita di controllo, inteso come “la difficoltà a controllare l’impulso ad alimentarsi, la sensazione dolorosa di fare qualcosa che non si vorrebbe fare ma che non si riesce ad evitare”. (Fairburn, 2011). I principali caratteri distintivi di tale episodio sono:

  • Sensazioni inizialmente positive, di breve durata, associate al piacere e all’apprezzamento del cibo che si gusta; seguite poi da disgusto e ribrezzo, per sé e per il cibo;
  • Grande velocità nel mangiare, ingerendo il cibo in modo meccanico, masticando appena;
  • Agitazione e stato di alterato di coscienza, come se si fosse in trance e le azioni venissero in modo automatico e incoercibile;
  • Segretezza dell’atto e furtività nello svolgerlo, accompagnato da un senso di vergogna;
  • Perdita di controllo che può instaurarsi anche molto prima di cominciare a mangiare, rendendo il fenomeno dell’abbuffata quasi impossibile da bloccare.

A seguito dell’abbuffata insorgono una serie di emozioni, spesso negative e spiacevoli, vissute con rassegnazione e con una forte autocritica.

Di base la psicologia di questi pazienti è molto complessa e l’aspetto fisico ricopre un duplice ruolo: difesa e rifugio dal giudizio altrui, ma anche approvazione sociale. L’abbuffata si colloca nel tentativo di colmare un senso di vuoto cronico, il cibo rappresenta una fonte di piacere e viene selezionato sulla base del proprio stato d’animo per regolare le emozioni: se sono negative il cibo sarà uno strumento per alleviare il dolore, se sono positive il cibo sarà una gratificazione.

Vi è poi l’instaurarsi di un circolo vizioso che comprende l’emozione negativa, l’abbuffata e la demoralizzazione, facendo si che il disturbo si mantenga sempre presente nel paziente. Circolo instaurato anche dalla sola presenza di un cibo calorico o considerato proibito, questo perché solitamente i pazienti con disturbo da alimentazione incontrollata adottano anche in maniera intermittente rigide regole dietetiche per cercare di perdere peso e di modificare la propria forma corporea. Per cui episodi di piccole “trasgressioni” da tali regole impostesi, favoriscono il pensiero del “tutto o nulla” e l’abbandono dello sforzo nel controllare l’alimentazione.

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Le cause dell’insorgenza di tale disturbo possono essere svariate, sicuramente l’esposizione ad una esperienza traumatica o ad una serie di eventi drammatici può comportare il suo sviluppo.

La diagnosi viene effettuata dal medico psichiatra e la terapia è solitamente comprensiva di terapia psicologica, psichiatrica e nutrizionale. Negli ultimi anni è stato introdotto un nuovo trattamento che va  a creare strategie terapeutiche più potenti per affrontare l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo, gli eventi e i cambiamenti emotivi associati che influenzano l’alimentazione e per prevenire le ricadute.

Dott.ssa Martina Rella – Dietista

BIBLIOGRAFIA

  • Disturbo da alimentazione incontrollata, che cos’è. Come affrontarlo. Riccardo Dalle Grave.
  • DSM-V
  • PISCOPUGLIA
  • “How patients descrive buliamia or binge eating.” Abraham S.F.
  • “Self-reported traumatic experiences and dissociative symptoms with and without binge-eating disorder.” Dalle Grave R.

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Psicologia del Benessere

Che cos’è l’Amore?

Perché l’amore è una caratteristica squisitamente umana? Perché ci innamoriamo di una persona e non di un’altra?

L’amore è prima di tutto la capacità di amare l’altro, diverso da noi in quanto altro da me.

In generale, non è possibile identificare l’amore con un’unica qualità emotiva, esiste infatti: l’amore per un figlio, l’amore per un amico, l’amore per una donna/uomo, l’amore verso Dio.


Ph Francesco Primerano ©

L’amore è incontrare l’altro e farsi incontrare in una dimensione di apertura reciproca; questo spesso diventa qualcosa di molto difficile e le relazioni d’amore sono a volte un terreno di lotta o, in alcuni momenti, un gioco tra due equilibristi: stare insieme è molto difficile e richiede anche molto coraggio.

L’Amore è sentire il proprio sentirsi attraverso e CON l’altro, avvertito come unico ed esclusivo; questa unicità di conseguenza si modella e si costruisce attraverso l’unicità della relazione stessa perché non c’è una relazione uguale all’altra (non viviamo mai due relazioni che sono uguali, anche se entrambe sono importanti e intense), e questa relazione è esclusiva proprio per i protagonisti della relazione stessa che sono, anche loro, insostituibili, come ognuno di noi.

Nell’Amore l’altro diventa il portatore di una realtà unica che io voglio conoscere e comprendere. L’esperire il Tu come persona, e non come oggetto o strumento da “usare”, il saper ascoltare e vedere il suo raccontarsi, implica da una parte l’interrogarsi sul mondo dell’altro, e dall’altra il riconoscimento e l’accettazione che l’altro è “altro da me”: l’altro infatti non è accessibile perché egli soltanto ha accesso alla sua esperienza, l’altro non è cambiabile né intercambiabile e soprattutto su di lui non posso esercitare nessun tipo di controllo o dominio.

L’amore chiede, inoltre, un altro aspetto che è fondamentale in tutte le relazioni importanti: la messa in discussione di noi stessi e di chi eravamo prima di incontrare l’altro. Ogni volta che incontro l’altro, l’altro si apre e ogni suo disvelarsi porta una nuova articolazione della mia interiorità, un nuovo racconto di me, che rinnova l’equilibrio raggiunto nella relazione e che continuamente mi mette in gioco nel processo di reciprocità a due.

Perché allora stare insieme è difficile e faticoso? Perché l’amore è avere il coraggio di cogliere e vedere la diversità dell’altro, perché in questa mia capacità di riconoscerla e preservarla io posso mettere in discussione il mio modo di vedere e interrogarmi poi sul perché l’altro guarda e sente in modo diverso da me. E tutto questo è per entrambi una possibilità di crescita personale.

Dott.ssa Aurora Sergi – Psicologa &Psicoterapeuta

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Alimentazione e Sport

Il kiwi, una bacca commestibile dai molteplici benefici!

Il kiwi o kivi è una bacca commestibile, prodotta da numerose specie di liane del genere Actinidia, famiglia delle Actinidiaceae. E’ il frutto della Actinidia deliciosa, specie originaria della Cina introdotta in Nuova Zelanda all’inizio del XX secolo.

Attualmente i principali produttori di questo frutto sono l’Italia, la Nuova Zelanda, Cile, Francia, Giappone e Stati Uniti. Le due principali varietà di questa bacca sono: la verde e la gialla o gold.

La prima, la più diffusa, ha la buccia marrone scuro con pelucchi e la polpa verde brillante, semi piccoli e neri disposti a raggiera intorno al centro della bacca, la forma è simile a un uovo o a una piccola patata. La varietà gold ha forma più allungata, la polpa è gialla e non ha pelucchi sulla buccia. Questo frutto ha un sapore acidulo, ma gustoso e rinfrescante.

Quali sono le proprietà nutrizionali?

100 g di kiwi (buccia esclusa) apportano 44 Calorie ripartite come segue:

  • 77% carboidrati
  • 12% lipidi
  • 11% proteine

In particolare, 100 grammi della parte commestibile del frutto apportano:

  • 86,4 g di acqua
  • 1,2 g di proteine
  • 0,6 g di lipidi
  • 9 g di zuccheri solubili
  • 2,2 g di fibre, di cui:
  • 0,78 g di fibra solubile
  • 1,43 g di fibra insolubile

Fra le vitamine e i minerali, 100 g di kiwi (buccia esclusa) apportano:

Il kiwi è inoltre fonte di polifenoli (flavonoidi) e carotenoidi.

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Benefici e controindicazioni

I kiwi sono importanti fonti di potassio, fibre e antiossidanti. Questi ultimi (in particolare la vitamina C) possono contribuire a neutralizzare i radicali liberi che possono danneggiare le cellule e il loro DNA e promuovere lo sviluppo di infiammazione e tumori. La vitamina C del kiwi sembra inoltre proteggere dai sintomi respiratori dall’asma, e insieme ai polifenoli e al potassio può aiutare a proteggere la salute cardiovascolare.

All’interno del kiwi si trovano però anche ossalati, sostanze naturali che in concentrazioni troppo elevate possono contribuire alla formazione di calcoli; per questo motivo il suo consumo può essere controindicato in presenza di problemi a reni o cistifellea, soprattutto se non adeguatamente trattati. Infine, il kiwi contiene molecole associate alla cosiddetta “sindrome lattice-frutta”. In caso di allergia al lattice è quindi bene fare attenzione al consumo di kiwi.

Sfatiamo un falso mito

mal di pancia

E’ vero che il kiwi facilita il transito intestinale?

FALSO. In realta’ irrita la mucosa intestinale (Le favole sull’alimentazione, Caletti-Gazzardi). Il kiwi è un ottimo serbatoio di fibra e agisce tendenzialmente in maniera riequilibrante del transito, pero’ ciò che stimola il movimento intestinale è soprattutto lo stimolo infiammatorio che può dare sollievo nell’immediato e incrementare il fastidio alla lunga.

Dottoressa Caterina Fedele – Tecnologo alimentare

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dermatite
Cosmesi e Cosmeceutica

La dermatite seborroica. 3 consigli pratici per gestirla

La dermatite seborroica (DS) è una condizione infiammatoria cutanea cronica molto comune, recidivante in autunno e in primavera. Tipicamente colpisce le zone del volto e del cuoio capelluto, che sono ricche di ghiandole sebacee, oltre anche alla parte anteriore del tronco, e si manifesta con chiazze eritematose e desquamanti associate al prurito.  

Eziologia e patogenesi della dermatite seborroica

L’eziologia della DS non è ancora del tutto chiara, anche se i più recenti studi avrebbero individuato tre fattori principali coinvolti nello sviluppo della stessa dermatite:

  • Alterata composizione lipidica della superficie cutanea, 
  • Variazioni della microflora cutanea (o microbiota)
  • Suscettibilità individuale.

I pazienti affetti da DS presentano un’alterata composizione del microbiota e si ritiene che alcuni funghi lipofili, specialmente Malassezia globosa e Malassezia restricta, giochino un ruolo importante nell’eziopatogenesi della malattia.

Infatti, il trattamento con antifungini topici è efficace nel controllare i sintomi. Si suppone che tali funghi producano lipasi responsabili della degradazione del sebo cutaneo, dal quale dipendono per la loro crescita, ad acidi grassi liberi che indurrebbero il processo infiammatorio e l’alterazione della barriera cutanea.

La composizione quantitativa del sebo è infatti modificata: alla riduzione di trigliceridi, squalene e cere esterificate si contrappone l’aumento di acidi grassi e del colesterolo con formazione di prostaglandine (soprattutto PGE2), attivazione del turnover cellulare, attivazione della glicolisi e infine incremento della moltiplicazione cellulare.

Recenti studi hanno dimostrato che le lesioni cutanee da dermatite seborroica, sono ricche di batteri del genere: Staphylococcus, Streptococcus, Acinetobacter, e Pseudomonas. L’alterazione del microbiota batterico sembra avere una relazione più forte con la gravità del quadro clinico della DS rispetto all’alterazione della flora fungina, che potrebbe scatenare la malattia per una disregolazione del sistema immunitario (es. immunosoppressione) e/o per fattori genetici.

Aspetti clinici della dermatite seborroica

La dermatite seborroica si manifesta in tre periodi di età: nei primi tre mesi di vita, durante la pubertà e in età adulta, con un apice a 40-60 anni. Ogni volta che ricorrono i seguenti sintomi la diagnosi è DS.

  • Forfora, che si presenta sotto forma di piccole squame biancastre sui capelli e sui vestiti, associata a prurito frequente. Dal punto di vista cosmetico è un problema molto fastidioso che imbarazza il soggetto con DS e lo induce a grattarsi anche in situazioni inopportune.
  • Placche eritemato-desquamanti, con margini irregolari e mal definiti, di colore rossastro e dall’aspetto untuoso. Le lesioni sono localizzate al cuoio capelluto, lungo l’attaccatura dei capelli, alle regioni retro-auricolari, alle sopracciglia e alle pieghe naso-labiali, ma anche alla regione sternale e interscapolare.
  • Seborrea.  La cute può apparire modestamente essudante. E i capelli opachi, untuosi, raccolti in ciocche anche dopo qualche ora dal lavaggio.
  • Caduta dei capelli. Nei pazienti con dermatite seborroica (soprattutto nel caso di DS specifica del cuoio capelluto), il processo infiammatorio libera le citochine che inducono il cosiddetto telogen effluvium o perdita eccessiva dei capelli, aumentando il disagio in pubblico.
Manifestazione tipica della dermatite seborroica

Skincare routine per i soggetti con dermatite seborroica

Il trattamento della dermatite seborroica si concentra sulla gestione dei sintomi, che possono essere tenuti sotto controllo ma mai eliminati. Infatti, è un disturbo cronico-recidivante e, di questo, il paziente va informato sin da subito.

La DS viene trattata in modo continuo con shampoo specifici non medicati, corticosteroidi topici, passando ai farmaci antifungini da somministrare per via topica o per via orale a seconda della gravità delle manifestazioni. L’uso deve essere limitato nel tempo a causa degli effetti collaterali di questi farmaci.

3 consigli pratici per contrastare l’infiammazione, ridurre la seborrea e ripristinare la barriera cutanea nella DS:

  • Per la dermatite seborroica del cuoio capelluto, nella fase di recidiva, (per esempio durante i cambi di stagione) è importante lavare i capelli almeno due volte alla settimana con uno shampoo specifico che permetta di ridurre la proliferazione microbica, la forfora e il prurito. In questo caso si sceglie uno shampoo contenente antimicotici come ketoconazolo (principio attivo farmaceutico) piroctone olamina, climbazolo. Poi, come mantenimento, meglio utilizzare shampoo con tensioattivi delicati che non alterino l’equilibrio già precario della barriera epidermica ed estratti vegetali di pino, ginepro e betulla per limitare l’eccesso di sebo e la presenza di funghi e batteri.
  • La pelle è spesso arrossata dopo aver lavato il viso. Si consiglia, pertanto, di usare detergenti delicati, con sostanze lenitive, purificanti, evitando la presenza di oli, che in alcuni casi sono poco tollerati. Asciugare il viso tamponandolo (mai strofinare). Mentre per ridurre l’effetto untuoso dovuto alla produzione eccessiva di sebo si possono utilizzare formulazioni (gel, emulsioni o lozioni) contenenti sostanze adsorbenti e/o seboregolatrici come bardana, rosmarino, salvia e pino. Nel caso di placche desquamanti anche agenti cheratolitici (es. acido salicilico) vanno presi in considerazione per favorire un’azione esfoliante adeguata.
  • Tra questi ingredienti ce n’è uno in particolare su cui sono stati condotti test in vitro e in vivo. Si tratta del POSTBIOTICO, in grado di proteggere la barriera cutanea in presenza di patogeni, di modulare l’equilibrio del microbiota riducendo l’infiammazione (aumento di IL-10 e deplezione di IL-12p70), di ridurre la TEWL per un effetto idratante e combattere i radicali liberi per un potente effetto scavenger. Il postbiotico può essere presente in cosmetici leave-on e rinse-off.

La migliore sinergia nel trattamento della dermatite seborroica tiene conto di un approccio multidisciplinare, dove azione farmacologica e mantenimento cosmetologico sono strettamente interconnessi e garantiscono la compliance del paziente.

Dott.ssa Anna Rossi Laurea in Farmacia e Master in Scienza e Tecnologia Cosmetiche

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BIBLIOGRAFIA

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Piquero-Casals J, Hexsel D, Mir-Bonafé JF, Rozas-Muñoz E. Topical Non-Pharmacological Treatment for Facial Seborrheic Dermatitis. Dermatol Ther (Heidelb). 2019;9(3):469-477. doi:10.1007/s13555-019-00319-0

Borda, Luis J, and Tongyu C Wikramanayake. “Seborrheic Dermatitis and Dandruff: A Comprehensive Review.” Journal of clinical and investigative dermatology vol. 3,2 (2015): 10.13188/2373-1044.1000019. doi:10.13188/2373-1044.1000019

Clark GW, Pope SM, Jaboori KA. Diagnosis and treatment of seborrheic dermatitis. Am Fam Physician. 2015 Feb 1;91(3):185-90. PMID: 25822272.

Żółkiewicz J, Marzec A, Ruszczyński M, Feleszko W. Postbiotics-A Step Beyond Pre- and Probiotics. Nutrients. 2020 Jul 23;12(8):2189. doi: 10.3390/nu12082189. PMID: 32717965; PMCID: PMC7468815.

Naldi, L. (2015). Dermatite seborroica. Italia: SICS.

Iorizzo M, Tosti A (2008) Clinica della dermatite seborroica. La dermatite seborroica dell’adulto. In: Dermatite seborroica. Pacini Editore, Pisa.

E. Fulgione, G. Penazzi, B. Catozzi, Dermatite seborroica del cuoio capelluto, in <<Cosmetic Technology>>, 1 (2022), pp. 10-15.

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Psicologia del Benessere

4)Il gusto! tra“2 B”: benessere e business

Il Marketing Sensoriale, punta sempre alla conquista del cuore del consumatore finale. Vediamo in questo articolo, che ha come protagonista il senso del gusto, come questo processo avviene e dove agisce!

Cara lettrice, caro lettore, Ti ho riservato una piacevole curiosità, alla fine di questo articolo. Ma prima leggi con attenzione!

“Che sapore delizioso, desidero acquistarlo!”

Senza ombra di dubbio, l’aspetto legato al gusto, riguarda il settore del cibo. Sarà capitato a chiunque, di passeggiare in luoghi fieristici, o semplicemente di passare accanto a degli stand espositivi e notare delle monoporzioni dolci o salate, predisposte all’assaggio (degustazioni).

Bene! Bisogna sapere, che noi abbiamo delle sfumature sensoriali, totalmente istintive e non prontamente controllabili, sulle quali il marketing sensoriale, a seguito di studi, fa leva e perciò, sa dove colpire.

Il principio di fondo è: profumo percepito →  localizzazione →  assaggio →  acquisto!

L’ordine di esecuzione, nella maggior parte dei casi, è sempre il suddetto, salvo che il ciclo si interrompa anticipatamente, per una serie di cause, definite “variabili”, le quali si possono presentare, in uno degli step, precedenti alla fase dell’assaggio.

La fase determinante, quindi, è quella legata al momento dell’assaggio. Infatti, è altamente probabile, che se siamo giunti fino a questo punto, è perché non siamo lì per caso, ma siamo interessati!

Tante volte, per la grande maggioranza dei casi, l’abilità di chi vende, sta proprio nel “raccontare” il prodotto (storytelling), anche senza che vi sia la necessità di farlo assaggiare, conquistando il cliente, attraverso un viaggio alla scoperta del prodotto stesso, richiamando alla mente varie sensazioni positive, accompagnandole con il citare sapori forti e decisi, già noti al potenziale acquirente.

Il gusto nello specifico

Il gusto rappresenta uno dei cinque sensi, insieme alla vista, l’udito, l’olfatto ed il tatto. La sua principale funzione consiste nel farci distinguere, sulla base di ciò che mangiamo e beviamo, i cosiddetti “gusti primari”: amarezza, dolcezza, sapidità ed acidità.

Dal riconoscimento dei gusti primari, ad opera di recettori sensoriali posti sulla lingua, sul palato, nella faringe e laringe, chiamati: calici, bottoni e papille gustative, si originano sapori più complessi.

Lingua e gusto

Ovviamente, la lingua, è l’organo primario, preposto alla percezione dei sapori.

La sua superficie, è suddivisa naturalmente in apposite aree, contenenti gruppi di recettori sensoriali altamente specializzati, nella quale in ognuna di esse vengono riconosciuti i gusti primari sopra elencati.

Volendo entrare ancor più nello specifico, è possibile affermare che:

  • Il gruppo dei recettori preposti al riconoscimento di sapori dolci, è situato sulla punta della lingua;
  • Quelli utili a riconoscere i sapori amari, sono posti sulla parte posteriore, ossia quella davanti all’epiglottide;
  • I gruppi dedicati al riconoscimento dei sapori salati si trovano sui bordi della parte anteriore della lingua;
  • Quelli preposti al riconoscimento dei sapori acidi, si trovano sui bordi della parte posteriore.

Il gusto completa le percezioni sensoriali

Come ben sappiamo, il gusto è il senso principale in questo caso, ma anche l’olfatto partecipa alle percezioni sensoriali, infatti, durante il pasto, alcune particelle degli alimenti che mastichiamo, fuoriescono dalle narici, suscitando una stimolazione dei recettori olfattivi, i quali influiscono sulla percezione dei vari sapori. Allo stesso modo, è importante anche il ruolo della vista, poiché attraverso il focus visivo, ci prepariamo all’assaggio sapendo già cosa aspettarci e quindi predisponendoci in maniera positiva o restia, ad un determinato piatto.

Il gusto tra (B&B): benessere & business

Il fattore legato al gusto, nell’ambito del business, sta convincendo sempre più aziende, anche di settori non alimentari, ad esempio il Fashion, le quali sono sempre più convinte, che sia molto utile la componente: “sense experiences”, ossia (lato consumatore finale), il coinvolgimento di tutti i sensi, attraverso un’esperienza multisensoriale. Un esempio lampante è la decisione presa da Armani, dove nel suo “Emporio Armani Caffè” riesce a fondere gusto e stile, benessere e fashion, riservando un clima unico per i suoi clienti.

Un altro esempio, a noi molto vicino ed anche da tanti anni, è la piacevole pausa di benessere che ci concediamo, assaggiando un “Bacio Perugina”, dove il gusto inconfondibile del cioccolato e la croccantezza del cuor di nocciola, sono accompagnati ed allietati da una dolce coccola emozionale, derivante dalla lettura della citazione riportata sul bigliettino. Così, le emozioni positive suscitate dal gusto dolce del cioccolatino ed il benessere derivante dalla citazione romantica, si fondono in un connubio perfetto, nel quale il marketing sensoriale in tema di business, ha fatto: un centro perfetto!

Curiosità: suppongo, che adesso, nonostante tu sia consapevole di quali “trappole” ci siano dietro il gusto, stai cercando un cioccolatino e magari, proprio un “Bacio Perugina!

Dottor Francesco Angotti – District Manager nel settore Fashion Retail

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cicoria
Medicina integrata e Fitoterapia

La cicoria: erba amara per la salute del nostro organismo!

La cicoria comune (Cichorium intybus L.) è una pianta conosciuta fin dai primissimi tempi della storia umana. Viene citata ad esempio nel Papiro di Ebers (circa 1550 a.C.) e Plinio stesso nei suoi scritti ne parlava in quanto conosciuta nell’antico Egitto; il medico greco Galeno la consigliava contro le malattie del fegato, senza contare tutti i riferimenti in epoca romana.

Cichorium intybus L.

Caratteristiche botaniche

La cicoria è una delle piante spontanee commestibili più comuni e apprezzate. È presente in tutta Italia e fa parte della tradizione popolare e contadina. È piuttosto facile da riconoscere per chi vuole raccoglierla, soprattutto quando è in fioritura, grazie ai suoi splendidi fiori celesti, anch’essi commestibili. La cicoria di campo è anche una pianta ricca di proprietà benefiche, da sempre usata in fitoterapia. Dunque una meraviglia della natura che vale la pena conoscere!

La cicoria selvatica è una pianta perenne, con un ciclo biennale. Nel primo anno, la pianta sviluppa una rosetta basale di foglie, nel secondo anno, invece, sviluppa il lungo fusto fiorale. Compresa di fusto, la pianta può arrivare ad un’altezza di 1,5 m, ma di solito si mantiene entro il mezzo metro. La radice è un lungo fittone, con numerose radici secondarie rizomatose. Queste, sono ricche di un tipico lattice bianco, amaro e appiccicoso. Il fusto, quando si sviluppa, è sottile e tenace, ricoperto di peluria. Di solito è eretto, ma con andamento zigzagante e una modesta ramificazione.

Le foglie della cicoria selvatica sono di due tipi, quelle della rosetta basale e le altre inserite sul fusto. Le prime si formano in autunno e sono in genere frastagliate o dentate, solcate da un’evidente nervatura mediana, con superficie rugosa nella pagina inferiore. Sono piuttosto lunghe, fino a 30 cm. La superficie è glabra, ma può essere pelosetta se il clima di crescita è arido. Le foglie del fusto sono di dimensioni decisamente inferiori, praticamente delle foglioline. Hanno il margine intero, lanceolate e amplessicauli. La cicoria ha dei fiori spettacolari, ligulati e di un delizioso colore azzurro, con diverse tonalità. La fioritura avviene dall’estate fino al mese di ottobre ed è molto visitata dalle api e dagli altri insetti impollinatori. Il fiore ha la particolarità di aprirsi al mattino e di richiudersi a ore fisse del pomeriggio, a secondo della latitudine.

Caratteristiche botaniche di Cichorium intybus L.

Proprietà della cicoria

Nelle radici della cicoria sono presenti delle sostanze amare, ma anche zuccheri (contiene tre tipi di zucchero: destrosio, levulosio e pentosipentoso), colina, inulina, potassio, calcio, ferro, acido dicaffeiltartarico, cicorina, tannino, acido cicorico, amido, protidi, vitamine (B, C, K, P).

La fitoterapia utilizza la radice della cicoria come fonte di inulina, un polisaccaride presente in alta quantità che si accumula nei vacuoli delle cellule, dove costituisce una sostanza di riserva.  In medicina è possibile sfruttare il fatto che una volta introdotta nel corpo umano non si idrolizza, non viene quindi degradata né assorbita, raggiunge il colon e si comporta come una fibra solubile. Ed è per questo indicata nella prevenzione e cura della stitichezza cronica, colon irritabile, meteorismo, flatulenza e diverticolite. È stato ampiamente dimostrato che l’inulina è l’unica fibra alimentare in grado di ripristinare la normale flora batterica intestinale.

Struttura dell’inulina.
  • Favorisce la attività fisiologica della colecisti e grazie alla presenza di sostanze amare stimola la digestioneil drenaggio del fegato. Riduce lo stimolo della fame inducendo sensazione di pienezza. 
  • Facilita l’assorbimento del calcio ed altri minerali.
  • È efficace in presenza di problemi digestivi (dispepsia, stipsi, colon irritabile, flatulenza, meteorismo), insappetenza, sovrappeso, gastrite, epatite, problemi alla cistifellea, enterocolite, vermi intestinaliemorroidi.
  • Ha proprietà ipoglicemizzantilassative, colagoghe (facilita la secrezione biliare verso l’intestino) e cardiotonica (regola la frequenza cardiaca). Dai fiori si possono estrarre dei liquidi utili per curare alcuni tipi di oftalmie. La polpa della radice può essere utile per alcune infiammazioni (proprietà antiflogistica).
  • È utile nell’anemia, nell’acne, artrite, astenia, disturbi della milza, depressione, emicrania, stanchezza, febbre, affezioni urinarie.

Attività biologica

La cicoria viene utilizzata per il trattamento dei disturbi dispeptici e per contrastare la perdita dell’appetito, grazie:

  • All’azione leggermente coleretica e colagoga di cui è dotata;
  • Alla sua capacità di stimolare la secrezione di succhi gastrici e il transito intestinale.

Più precisamente, tali proprietà sono ascrivibili perlopiù ai lattoni sesquiterpenici (quindi, alle sostanze amare) contenuti all’interno delle sue radici; ma sembra che anche gli acidi organici, le fibre e i flavonoidi possano essere implicati nelle suddette attività benefiche.

Inoltre, da studi condotti su animali, è emerso che la cicoria sia in grado di ridurre la forza di contrazione e la frequenza cardiache, pertanto esercita effetti di tipo cronotropo e inotropo negativi.

Altri studi condotti su animali, invece, hanno dimostrato che gli estratti di cicoria possiedono potenziali proprietà ipocolesterolemizzanti e la potenziale capacità di rallentare il decorso del diabete, ritardando l’insorgenza delle sue complicanze.

Infine, dalle varie ricerche condotte è stata messa in luce anche una potenziale attività epatoprotettiva della cicoria, che sembra essere esercitata attraverso una riduzione dello stress ossidativo causato da radicali liberi.

Ad ogni modo, nonostante i risultati incoraggianti ottenuti, prima di arrivare ad approvare ufficialmente le suddette applicazioni terapeutiche della cicoria, ulteriori ricerche e nuovi studi clinici devono ancora essere effettuati.

Nella moderna fitoterapia la cicoria viene utilizzata sotto forma di estratti secchi titolati, tisane, decotti, estratti fluidi e tintura madre. Le dosi di assunzione normalmente consigliate sono pari a: 6 grammi di cicoria in 200 ml di acqua bollente (tisana), 2-6 gocce di estratto fluido di Cicoria (1g = 32 gocce), 40 gocce di Cicoria tintura madre tre volte al giorno.

Effetti collaterali e controindicazioni

Se assunta alle dosi consigliate, la cicoria, non dovrebbe provocare effetti indesiderati di alcun tipo. Tuttavia, in seguito al contatto della cute con la pianta, potrebbero verificarsi reazioni di sensibilizzazione. Non assumere in caso di ipersensibilità accertata verso uno o più componenti, gastriti od ulcera peptica. Per la generosa presenza di inulina, l’impiego della cicoria va evitato in caso di fermentazioni intestinali abbondanti.

Interazioni farmacologiche

L’inulina si comporta come una fibra, quindi, a dosaggi alti e per periodi prolungati la cicoria può ridurre l’assorbimento dei farmaci contemporaneamente assunti.

Dalla pianta al caffè

Il caffè di cicoria si utilizzava già parecchi secoli fa quando, soprattutto le classi più povere, non si potevano di certo permettere i costosi chicchi di caffè che provenivano dalle Americhe. Si “ripiegava” allora sulle radici di cicoria con cui preparare una bevanda dal sapore gustoso da sorseggiare durante le pause dal duro lavoro nei campi o dopo i pasti.

Caffè di cicoria.

Anche oggi con le radici della Cichorium Intybus raccolte in autunno, pulite, essiccate e poi torrefatte si può preparare questa bevanda completamente priva di caffeina. Il suo sapore ha un retrogusto amaro come quello della specie da cui deriva ma c’è chi vi percepisce anche un sentore di caramello o liquirizia. Il caffè di cicoria, tra l’altro, offre una serie di proprietà da non sottovalutare.

Il caffè di cicoria vanta diverse proprietà e benefici dovuti ai principi attivi presenti nella pianta. Questa bevanda è particolarmente ricca di: sali minerali, sostanze amare, polifenoli, fibre (in particolare inulina). Ed è proprio la sinergia di tutte queste sostanze benefiche a rendere il caffè di cicoria alleato della nostra salute.

  • Favorisce la digestione. Sorseggiando la cicoria, infatti, si garantisce una digestione migliore, in particolare dei grassi.
  • Migliora le funzioni intestinali. Il caffè di cicoria agisce positivamente sulla regolarità intestinale e favorisce la buona salute della flora batterica. Questo significa non solo un maggiore benessere dell’intestino ma anche un sistema immunitario più forte.
  • Sostiene il lavoro del fegato. Il caffè di cicoria è alleato del fegato. Non a caso si ricava da un’erba amara e, com’è noto, questo sapore aiuta e sostiene l’organo deputato all’eliminazione delle tossine, favorisce la disintossicazione del sangue e di conseguenza di tutto l’organismo.
  • Tiene a bada la glicemia. Grazie alla presenza di inulina (fibra solubile) questa bevanda aiuta a tenere a bada i livelli di zuccheri nel sangue.
  • Antiossidante. Il caffè di cicoria ha potere antiossidante, dunque contrasta i radicali liberi e di conseguenza l’invecchiamento cellulare.
  • Non contiene caffeina.

Controindicazioni del caffè di cicoria

È sconsigliata l’assunzione di caffè di cicoria in gravidanza dato che questa bevanda potrebbe andare a stimolare prematuramente le contrazioni uterine. Da evitare anche in caso di gastrite o ulcera. Non avendo caffeina, non provoca insonnia e può essere bevuto anche la sera, come bevanda calda.

Dott.ssa Giusy Trivigno – Tecnico Erborista

Scrivimi pure su: Instagram, Linkedin o all’email giusytrivigno98@libero.it

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

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Wolfgang Lippert Dieter Podlech, Fiori, TN Tuttonatura, 1980.

www.coltivazionebiologica.it

www.my-personaltrainer.it

www.naturopataonline.org

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Alimentazione e Sport

Il dolore alla colonna vertebrale, una questione di…pancia!

Quanti di noi spesso hanno lamentato dolori alla nostra tanto cara amata colonna vertebrale senza trovare mai soluzioni davvero durature e definitive?

In Italia sono 6 persone su 10 a soffrire di dolori rachidei, senza distinzione tra uomini e donne e circa 15 milioni sono coloro che ricorrono alle cure medico-farmacologiche e strumentali senza, tuttavia, trovare soluzioni soddisfacenti ma soprattutto durature.

Come mai dunque? Possiamo imputare la responsabilità totale del nostro dolore alla colonna esclusivamente a quelle tanto bistrattate vertebre, protrusioni, ernie? Ma siamo proprio sicuri che siano le uniche cause e magari non abbiano complici nascosti?

Purtroppo, un approccio al dolore cronico sempre più iperspecialistico ha fatto sì che il corpo umano fosse sempre più scomposto in tanti piccoli pezzetti, dimenticandoci che manifesta la sua funzione nella sua unità, nelle sue connessioni, nelle sue interazioni.

In questo articolo voglio parlarvi di una di queste connessioni: la vostra pancia!

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Ebbene si, molto spesso, infatti, non posso che notare il profondo stupore dei miei pazienti quando spiego loro come in realtà il loro mal di schiena, per esempio, possa essere curato a tavola.

“Ma come!” Vi starete chiedendo, “Non è colpa dei miei kg di troppo, la mia cattiva postura, ma soprattutto le mie 12 ernie e 8 protrusioni?

La risposta è, come sempre, dipende!

Il Kapandji sostiene che una vertebra con un disco intervertebrale sano possa sostenere fino a 180kg di carico!

È indubbio che i sopracitati siano fattori che possano avere un ruolo nella manifestazione dei sintomi ma alzino la mano quanti di voi sanno che un colon irritabile possa essere una causa determinante per il vostro mal di schiena, o a quanti è stato spiegato come il reflusso gastroesofageo possa essere causa di dolore cervicale e/o dorsale?

Approfondiamo un attimo la questione: i nostri visceri non sono sacchetti immobili riposti in una piccola dispensa chiamata cavità addominale, tutt’altro, sono strutture che hanno una mobilità ( movimento nello spazio) e motilità ( movimento intrinseco della struttura viscerale, la famosa peristalsi per fare un esempio).

Ora, immaginate di trovarvi in autobus, magari stracolmo, e trovarvi letteralmente accerchiati da tanta di quella gente da entrare in contatto con tutti gli altri passeggeri…cosa succederà ad ogni movimento voluto e non vostro o della persona che vi è affianco? Ci sarà sicuramente una risposta della persona toccata che dovrà adeguarsi allo stimolo ricevuto. Per complicare ulteriormente la questione. Immaginate adesso che la persone con voi all’interno dell’autobus siano molto più grandi dell’autobus stesso, ma che comunque ci stiate dentro…”impossibile!!!”direte.

Ma andiamo avanti…

I nostri cari organi e visceri nella nostra cavità addominale sono numerosi; tra questi, i più importanti sono: lo stomaco, il fegato, il pancreas, la cistifellea, l’intestino, la milza, i reni, le vertebre lombari etc…

Per darvi un’idea delle dimensioni… l’intestino di un soggetto adulto ha una lunghezza di circa 7m, il fegato è la ghiandola più grande del nostro corpo con un peso tra 1 e 1,5 kg.

Ricordate l’esempio dell’autobus? Bene, adesso sostituiamo il mezzo di trasporto con la cavità addominale e i passeggeri con organi e visceri: comincia ad essere più chiaro l’enorme pressione e relazione meccanica fra contenuto (visceri e organi) e contenente (cavità addominale, di cui fanno parte anche le vertebre lombari)?

Photo by Kat Smith on Pexels.com

A questo si aggiunga un dettaglio: l’esistenza di una sacca, il peritoneo, che contiene la maggior parte dei visceri della cavità addominale, e i mesi, veri e propri legamenti che collegano la parte posteriore di questa sacca alla colonna!

Senza contare gli aspetti neurologici e vascolari che tali forze stimolano e la componente metabolica infiammatoria derivante dalla qualità di ciò che mangiamo e dallo stile di vita che conduciamo.

Il risultato è un gioco di forze e di pressioni in cui il fattore determinante diventa la capacità di adattamento e compenso delle strutture interessate, ivi compresi dischi intervertebrali, vertebre, nervi, muscoli che potranno andare incontro ad infiammazione e alterazione per ridotta o saturata capacità compensatoria.

Gli esempi potrebbero essere molteplici, ma the point is che il problema del mal di schiena non è il carico, ma di come è distribuito, e quindi, iniziamo ad occuparci di cosa lo potrebbe alterare?

A voi le conclusioni…

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fragilità
Psicologia del Benessere

Fragilità

Fare i conti con le nostre fragilità non è semplice.
Non è semplice farle vedere all’altro e non è semplice per noi vederle e riconoscerle.
Il periodo storico in cui viviamo non lascia molto spazio al nostro sentirci fragili. La nostra società viene definita la società della performance o dell’apparenza: una società in cui bisogna far vedere solo l’immagine migliore di noi stessi, una realtà in cui non sono concesse sbavature, mancanze, imperfezioni, non c’è posto per ciò che “sgarbatamente” chiamiamo difetti.
Il tutto però, sta accadendo ad un caro prezzo: la nostra unicità.

Parco Nazionale del Pollino – Calabria
Ph Francesco Primerano ©

Vivere attraverso l’immagine migliore di noi stessi ci porta ad avere un’unica idea di bellezza, un’idea che vale per tutti, facilmente raggiungibile a patto che vengano rispettati alcuni criteri. Ed ecco allora che i nostri corpi in primis vengono modellati e mostrati solo attraverso determinate forme. I nostri corpi e quello dell’altro si somigliano sempre di più, le differenze vengono quasi azzerate e il bello è molto riduttivo e semplice.

Esibizione e competizione guidano le nostre giornate e continuiamo a correre verso la vittoria e verso la prossima “vetrina”.
In tutto questo non c’è spazio per le nostre debolezze, così le copriamo e le nascondiamo, e ogni volta che lo facciamo mettiamo da parte noi stessi e chi siamo.

Sono infatti le nostre fragilità a definirci, a farci sentire chi siamo, anche se spesso le vediamo come qualcosa da combattere e mettere fuori gioco.

Le nostre fragilità siamo noi.
Quando ci innamoriamo, non ci innamoriamo forse delle imperfezioni dell’altro? Quando scegliamo una persona, non la scegliamo anche per le sue debolezze?

Ferruzzano (RC)
Ph Francesco Primerano ©

Se non ci fossero le imperfezioni, non ci sarebbero differenze, non ci sarebbe distanza tra me e l’altro, non ci sarebbe quella diversità necessaria affinché ci sia una relazione.
Se non ci fossero le fragilità non ci sarebbe scelta, qualità, e scegliere una persona sarebbe come sceglierne un’altra. Tutti saremmo uguali, belli allo stesso modo, ma identici, comuni.

E allora curiamo le nostre imperfezioni e … scopriamole!

Dott.ssa Aurora Sergi – Psicologa &Psicoterapeuta

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prodotti cosmetici
Cosmesi e Cosmeceutica

Cosa sono i cosmetici?

Li usiamo da quando veniamo al mondo e per tutto il resto della nostra vita fanno parte della nostra quotidianità, oggi vedremo nel dettaglio cosa sono i cosmetici!

Secondo la legislazione europea un cosmetico è qualsiasi sostanza o miscela destinata ad essere applicata sulle superfici esterne del corpo umano (epidermide, sistema pilifero e capelli, unghie, labbra, organi genitali esterni) oppure sui denti e sulle mucose della bocca allo scopo esclusivamente o prevalentemente di pulirli, profumarli, modificarne l’aspetto, proteggerli, mantenerli in buono stato o correggere gli odori corporei.”

Come scegliere il miglior cosmetico?

Ogni giorno ne sentiamo parlare, diverse pubblicità ce ne propongono di svariati, dal dentifricio al deodorante, dallo shampoo al bagno schiuma, ma come fare  a scegliere quello giusto? In base a che cosa scegliamo un  cosmetico ?

Intanto possiamo affermare che  un cosmetico ha almeno tre funzioni principali:

  • Funzione igienica: eliminano lo sporco presente sulla superficie della pelle rispettandone le caratteristiche fisiologiche;
  • Funzione eutrofica: è la proprietà dei cosmetici di agire positivamente sull’epidermide mantenendo i tessuti nella migliore condizione;
  • Funzione estetica: possono influenzare positivamente le funzioni sensoriali di vista e olfatto e agire sulla psicologia del soggetto.

Un cosmetico deve avere alcune caratteristiche, quali un pH fisiologico compreso tra 4,5 e 6, deve essere ipoallergenico, deve avere affinità cutanea e deve favorire, e magari migliorare, le normali funzioni della pelle.

Il regolamento che disciplina i cosmetici

Come accennato prima, esiste un Regolamento Europeo che ha come scopo quello di chiarire le regole relative ai prodotti cosmetici all’interno della comunità europea. Questo è  il Regolamento CE n.1223/2009 che rispetto alle normative precedenti introduce una serie di novità in materia di sicurezza e tutela della salute umana.

Si compone di 10 campi e ha avuto piena applicazione da luglio 2013, in particolare in questa legge sono disciplinate le attività di produzione, il contenuto dei cosmetici, la loro presentazione e relativa pubblicità, la vendita al pubblico e le funzioni di vigilanza e controllo.

Si tratta quindi di prodotti molto complessi, anche dal punto di vista funzionale, benché i componenti essenziali che fanno parte della loro formulazione possono essere in numero ristretto, ritroviamo tantissime sostanze che a volte hanno  semplicemente una  funzione sensoriale o illusoria; molto spesso infatti  ci si illude di poter appianare le rughe o di poter eliminare la cellulite applicando una crema oppure di avere denti sbiancati dopo aver usato un determinato dentifricio, anche per questo è necessario avere un riferimento legislativo, per tutelate il consumatore da etichette ingannevoli per esempio.

Impariamo a conoscere i cosmetici per poterne fare un uso corretto e consapevole !

Dott.ssa Emanuela Prezioso – Tecnologo dei prodotti cosmetici 

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza

cachessia
Alimentazione e Sport

La cachessia nel malato oncologico e terapia nutrizionale.

La cachessia è una sindrome frequentemente riscontrata nei pazienti con cancro in stadio avanzato, con un impatto rilevante sulla prognosi. Oltre il 70% dei pazienti affetti da neoplasia, soprattutto nelle fasi avanzate, sviluppa i segni e i sintomi della cachessia e circa il 20% muore per conseguenze di questa sindrome.

La cachessia neoplastica può esser definita come una sindrome multifattoriale, caratterizzata dalla perdita progressiva di massa muscolare (con o senza perdita di massa magra), che non può essere completamente corretta con un supporto nutrizionale convenzionale e che porta ad un progressivo danno funzionale.

Quali sono gli aspetti caratteristici della cachessia?

Gli aspetti caratterizzanti della cachessia neoplastica sono comunemente la perdita di peso (soprattutto di massa muscolare) e l’infiammazione. Ad esso sono ascrivibili i principali sintomi del paziente cachettico quali anoressia, anemia, fatica che contribuiscono al quadro clinico complesso e alla compromissione della qualità di vita del paziente.

Indipendentemente dalla categoria di BMI del paziente, è dimostrata una correlazione tra l’entità della perdita di peso, ed in particolare della massa muscolare, e la sopravvivenza. L’incidenza di perdita di peso, al momento della diagnosi, varia significativamente, secondo la sede del tumore.

Cachessia: alterazioni metaboliche

Oltre il 70% dei pazienti affetti da neoplasia, soprattutto nelle fasi avanzate, sviluppa i segni e i sintomi della cachessia e circa il 20% muore per conseguenze di questa sindrome. Le alterazioni metaboliche che caratterizzano la cachessia neoplastica includono:

  • Aumentato consumo energetico a riposo
  • Perdita di massa muscolare, risultante dall’aumentata proteolisi e ridotta sintesi proteica
  • Perdita di massa grassa per aumentata lipolisi, conseguente sia a specifici mediatori prodotti dal tumore che all’aumentata gluconeogenesi
  • Ridotto introito di substrati energetici con la dieta, in conseguenza di sintomi come anoressia, nausea e vomito
  • Difficile utilizzazione del glucosio neoformato per ipoinsulinemia e/o resistenza periferica all’insulina
  • Stress ossidativo, con conseguente danno a carico del DNA, delle lipoproteine di membrana e degli enzimi e coenzimi centrali nel regolare le principali vie metaboliche cellulari.

La perdita di peso involontaria è il primo criterio diagnostico della cachessia neoplastica. Una perdita involontaria di peso superiore al 5% del peso nell’arco di 6 mesi o una perdita di peso > 2% in caso di un paziente con BMI<20 o con una diagnosi di sarcopenia.

La valutazione del peso corporeo e delle sue modificazioni nel tempo è raccomandata nel paziente oncologico al momento della diagnosi e periodicamente durante il decorso della malattia al fine di effettuare una diagnosi tempestiva di cachessia neoplastica.

La diagnosi di cachessia deve necessariamente includere altri criteri oltre alla pura perdita di peso, quali la presenza di perdita di massa muscolare, anoressia e infiammazione.

Valutazioni finali sulla cachessia, il trattamento

La valutazione di questi parametri consente di classificare anche il grado di severità della cachessia. Infatti, la cachessia neoplastica evolve attraverso vari stadi: dalla pre-cachessia alla cachessia conclamata fino alla cachessia refrattaria.

Il trattamento dovrebbe essere finalizzato a recuperare il peso corporeo e la massa muscolare o, in via subordinata, ad evitare ulteriori peggioramenti.

Questi obiettivi possono essere raggiunti con un approccio multimodale, stabilito sulla base di un’approfondita valutazione e periodico monitoraggio dei parametri diagnostici. L’affaticamento o cachessia correlata al cancro è una condizione persistente e angosciante che si osserva in molti malati di cancro e sopravvissuti anche anni dopo il trattamento.

Uno dei trattamenti: l’integrazione

Diversi studi dimostrano che i giusti interventi nutrizionali compreso l’uso di integratori di zinco, vitamina C, acidi grassi omega-3, estratti di guaranà, miele tualang o miele lavorato e pappa reale possono contribuire in modo significativo a ridurre i sintomi legati alla fatica o alla cachessia in specifici tipi e trattamenti di cancro. La carenza di vitamina D nei pazienti affetti da cancro che segnalano affaticamento suggerisce anche che l’integrazione di vitamina D può aiutare a ridurre i sintomi della cachessia.

Dott.ssa Saravo Aurora – Biologa Nutrizionista 

BIBLIOGRAFIA

www.addonlife.com

www.istitutogentili.com

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14-allergeni
Alimentazione e Sport

Gli allergeni, questi sconosciuti… Vi presentiamo i 14 più comuni.

Prima di prendere in esami i singoli allergeni, credo sia giusto approfondire prima un aspetto e quindi chiedervi, Che cosa sono le allergie alimentari? 

Le allergie alimentari sono delle reazioni anomale di ipersensibilità nei confronti di alcuni alimenti di normale consumo. Reazioni, che possono essere blande e semplicemente cutanee oppure molto più importanti mediate dalle IgE che possono arrivare addirittura allo shock anafilattico. Spesso l’allergia compare in età adulta dopo una sorta di “sensibilizzazione” verso un tipo di alimento che è stato consumato per anni. Si è notato, infatti, che ad aumenti di consumo di determinati alimenti corrisponde nel trascorrere degli anni una buona probabilità dell’insorgenza di vere e proprie allergie alimentari. 

Le allergie alimentari si caratterizzano da una sproporzionata risposta del nostro sistema immunitario nei confronti di proteine contenute negli alimenti; con reazioni che a volte insorgono rapidamente, altre, invece con sintomi che si rilevano a distanza di ore dall’ingestione. Varie sono le manifestazioni, coinvolgono l’apparato tegumentale (orticaria), respiratorio (asma, rinite, edema della glottide) e gastrointestinale (nausea, vomito, diarrea). Gli alimenti più coinvolti nelle reazioni allergiche sono: latte vaccino, uova, soia, noci e arachidi, pesci e crostacei, grano. 

I 14 ALLERGENI

Gli allergeni alimentari sono essenzialmente proteine, la FDA ed altri organismi hanno creato una lista semplificativa di quelli che sono i più comuni (allegato II del regolamento UE 1169/11)

Quali sono gli allergeni? Passiamoli in rassegna: 

  • Cereali contenenti glutine (grano, segale, orzo, avena, farro, kamut o i loro ceppi ibridati). Questo tipo di disturbo corrisponde ad un nome preciso: la celiachia. È mediata dalle IgA, che si generano in risposta alla presenza delle prolammine dei cereali, in particolare l’α-gliadina del frumento, molto diffusa nei paesi del Mediterraneo. Ma sono coinvolte anche altre proteine come l’ordeina (allergia all’orzo), la secalina (allergia alla segale), l’avenina (allergia all’avena) 
  • Crostacei e derivati (marini e d’acqua dolce, gamberi, scampi, aragoste, granchi, paguri e simili). Interessa soprattutto la popolazione adulta, l’allergene principale è la tropomiosina, una proteina che rimane inalterata anche dopo cottura che si trova nei crostacei e nei molluschi. 
  • Uova e derivati: molto frequente nei bambini, tende a scomparire con lo sviluppo e la crescita, gli allergeni principali si trovano nell’albume e sono costituiti da lisozima, ovalbumina, ovomucoide.Pesci e derivati: più usuale tra gli adulti, l’antigene M, molecola molto resistente a vari trattamenti, è la proteina responsabile e si trova in molti pesci, tra cui il merluzzo, il pesce maggiormente coinvolto nelle reazioni allergiche. 
  • Arachide e derivati: si trovano abitualmente in tracce nei vari prodotti alimentari e sono la causa principale di allergie nei paesi anglosassoni. Identificati con la sigla Ara h (da Arachis hypogaea) seguita dai numeri da 1 a 7, e le più coinvolte sono le Arah1 e Arah2, una vicilina e una conglutina. 
  • Soia e derivati (latte, tofu, spaghetti): riguarda circa il 10-20% dei bambini, gli allergeni sono denominanti Gly m da 1-a 3 (da Glycine max), la Gly m3, profilina è uno dei più coinvolti nelle reazioni. 
  • Latte e derivati: sono gli alimenti più implicati, di solito le allergie al latte vaccino sono più frequenti in età infantile e tendono a scomparire dopo i tre anni, anche se ci sono adulti che si sensibilizzano a tarda età. In questo caso, sono coinvolte tutte le proteine del latte, le caseine (α, β, k-caseina), le sieroproteine (α-lattalbumina, β-lattoglobulina, sieroalbumina).  Mentre le caseine sono resistenti ai trattamenti, la β-lattoglobulina è molto resistente agli attacchi proteolitici da parte degli enzimi gastro-intestinali. 
  • Frutta a guscio e derivati:mandorle (Amygdaluscommunis L.), nocciole (Corylus avellana), noci (Juglans regia), noci di acagiù (Anacardium occidentale), noci  pecan (Caryaillinoiesis (Wangenh) K. Koch), noci del Brasile (Bertholletiaexcelsa), pistacchi (Pistacia vera), noci del Queensland (Macadamia ternifolia), e prodotti derivati La proteina Cor a 1 (da Corylus avellana) è il principale allergene. 
  • Anidride solforosa e solfiti in concentrazioni superiori a 10 mg/kg o 10 mg/l: non hanno natura proteica, però si è esaminato che gli asmatici sono i soggetti più colpiti da tale allergia, usati come conservanti li troviamo in conserve di prodotti ittici, in cibi sott’aceto, sott’olio e in salamoia, nelle marmellate, nell’aceto, nei funghi secchi e nelle bibite. 
  • Sedano e prodotti derivati (nei preparati per zuppe, salse e concentrati vegetali). 
  • Senape e derivati (salse e condimenti vari, mostarda). 
  • Semi di sesamo e derivati (semi interi usati e farine). 
  • Lupini e prodotti a base di lupini: si trova in molti cibi vegan, sotto forma di arrosti, salamini, farine e similari poiché ricco di proteine 
  • Molluschi e prodotti a base di molluschi (cannolicchio, capasanta, dattero di mare, fasolaro, garagolo, lumachino, cozza, murice, ostrica, patella, tartufo di mare, tellina e vongola). 

Ma in che modo sono contenuti negli alimenti? 

Gli allergeni alimentari possono trovarsi in diverse forme all’interno di un prodotto e da ciò insorgono le diverse problematiche, perché: 

  • L’allergene potrebbe essere un ingrediente vero e proprio, basterebbe dunque leggere l’etichetta del prodotto, però, a volte capita che esista una cross-reattività, cioè reattività dovuta ad allergeni diversi che presentano similitudini nella sequenza amminoacidica, un esempio è che il soggetto allergico al latte vaccino reagisce quasi sempre al latte di ovino o caprino; 
  • L’allergene si trova in un ingrediente complesso: spesso identificati nelle etichette col solo nome del complesso; 
  • L’allergene potrebbe trovarsi in tracce, situazione complessa, perché la contaminazione può avvenire sia durante le fasi di lavorazione del prodotto ma anche durante il trasporto causando reazioni inattese. 

Esiste il Regolamento (UE) 1169/2011 “relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori”, entrato in vigore il 13 dicembre 2014, che prevede l’obbligo di indicare sulle etichette dei vari prodotti tutti gli ingredienti presenti che possono causare varie reazioni allergiche per evitare degli spiacevoli inconvenienti. 

Dott.ssa Orsola Procopio 

BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA

https://www.alimeta.it/guida/elenco-completo-allergeni.htm

www.allegriallergia.org

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bulimia nervosa
Medicina e salute

Disturbi del comportamento alimentare, la bulimia nervosa

La bulimia nervosa è una patologia che afferisce ai disturbi del comportamento alimentare ed appare per la prima volta nel manuale diagnostico dei disturbi mentali nel 1980, grazie ai criteri descritti da Gerald Russell in un articolo intitolato “Bulimia nervosa: an ominous variant of anorexia”. In questo studio prospettico sono stati selezionati 30 pazienti utilizzando due criteri principali:

  • Un incontenibile bisogno di mangiare oltre le proprie necessità, seguito da condotte eliminatorie, come vomito autoindotto o uso di lassativi;
  • Una considerevole paura di essere grassi.

Per la prima volta viene conferito un nome a questa patologia già largamente diffusa; infatti, ad oggi in Italia è stimata in almeno 12 nuovi casi per 100.000 persone in un anno per il genere femminile e di circa 0.8 nuovi casi per 100.000 persone in un anno per il genere maschile.

I criteri diagnostici di bulimia nervosa si sono modificati nel tempo e sono ora definiti dal DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali):

  • Ricorrenti episodi di abbuffata, dove per abbuffata si intende il mangiare per un periodo di tempo circoscritto (ad esempio nell’arco di tre ore), una quantità di cibo che è considerevolmente maggiore rispetto a quella che la maggior parte della popolazione consumerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili. Consumo accompagnato dalla sensazione di perdita di controllo durante l’episodio, per cui non si riesce a smettere di mangiare o a controllare quanto e cosa si stia mangiando;
  • Ricorrenti condotte compensatorie a seguito dell’abbuffata, che hanno lo scopo di prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno o estrema attività fisica;
  • Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano entrambe almeno una volta a settimana per tre mesi;
  • I livelli di autostima sono chiaramente influenzati dalla forma e dal peso del corpo.

La bulimia possiede dei livelli di gravità sulla base del numero di episodi di condotte compensatorie per settimana:

  • Lieve: in media 1-3 episodi di condotte compensatorie per settimana;
  • Moderata: in media 4-7 episodi di condotte compensatorie per settimana;
  • Grave: in media 8-13 episodi di condotte compensatorie per settimana;
  • Estrema: in media 14 o più episodi di condotte compensatorie per settimana.

Svariati sono gli effetti collaterali che possono conseguire a questa patologia, sia dal punto di vista sociale, che personale e più prettamente medico. Le conseguenze fisiche della bulimia possono portare a squilibri elettrolitici, derivanti dal vomito autoindotto e dall’uso di lassativi, che possono evolvere sino alla comparsa di aritmie cardiache, arresto cardiaco e anche alla morte. Sempre la stessa causa può anche creare traumi nella cavità orale, come tagli alle mucose e alla gola, erosione dentale, infiammazione dell’esofago e reflusso gastrico cronico, con possibile comparsa di ulcere peptiche. Un segno abbastanza distinguibile nei soggetti bulimici è il segno di Russell: una callosità o delle lesioni sulle nocche o sul dorso della mano, dovuta al ripetuto tentativo di indurre il riflesso del vomito.

La cause di insorgenza di tale disturbo sono svariate e multifattoriali,  vi potrebbe essere una predisposizione genetica, dei fattori sociali che incrementano il rischio come uno scorretto prototipo di bellezza-magrezza proposto dai mass media, dei fattori scatenanti come abusi o traumi, cambiamenti di vita importanti, problemi familiari e interpersonali, il tutto associato anche ad una scarsa autostima e insoddisfazione del sé, con una difficoltà nel riconoscere e comunicare le proprie emozioni.

La diagnosi di bulimia nervosa è appannaggio del medico psichiatra e la cura è su base multidisciplinare: l’insieme di più figure professionali dedicata alla cura del soggetto, può comportare un serie di esiti positivi.

Dott.ssa Martina Rella – Dietista

BIBLIOGRAFIA

  • DSM-V, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali
  • BULIMIA NERVOSA: AN OMINOUS VARIANT OF ANOREXIA NERVOSA- G. Russell
  • MINISTERO DELLA SALUTE

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Alimentazione e Sport

L’alimentazione negli sport di endurance

Gli sport di endurance, detti anche di resistenza, sono tutti quegli sport in cui la prestazione è prolungata nel tempo. Questi sport richiedono sforzi estremi. Tipici esempi sono il ciclismo, la maratona, il triathlon.

Fondamentale in questi sport è la preparazione fisica, la preparazione mentale per poter mantenere la concentrazione a lungo e tollerare la fatica, il giusto recupero dopo l’allenamento o gara e ovviamente la giusta alimentazione che deve garantire il costante ripristino delle riserve energetiche e dei liquidi.

Meccanismi energetici

Per capire quali nutrienti vengono utilizzati durante lo sforzo e quindi come impostare l’alimentazione, è importante capire i meccanismi corporei di produzione di energia che entrano in gioco negli sport di endurance. Esistono 3 tipi di meccanismi energetici:

  • Anaerobico alattacido: rilascia molta energia a partire dalla fosfocreatina ma la sua autonomia è limitata perché si esaurisce al massimo in 10 secondi di sforzo intenso. Non richiede ossigeno e viene ripristinato in tempi brevi. È il metabolismo tipico degli sprint, scatti ecc;
  • Anaerobico lattacido: è una via di mezzo tra i due tipi di metabolismo. Rilascia energia a partire dai carboidrati e dai grassi e produce acido lattico. È dominante in sforzi sub-massimali di 30″- 45″, man mano che lo sforzo aumenta di durata subentra il metabolismo aerobico;
  • Aerobico: ha un’autonomia molto alta e produce energia principalmente da grassi e carboidrati; è il sistema predominante negli sport di endurance. Produce anidride carbonica (che verrà espirata) e acqua. Il fattore limitante di questo metabolismo è la disponibilità di carboidrati.

Questi 3 sistemi lavorano in sinergia tra loro e la variazione nel contributo di energia dipende dall’intensità, dalla durata, dal grado di allenamento e dall’alimentazione.

La composizione corporea ideale

Un atleta di endurance deve muoversi per tempi prolungati quindi il rapporto peso/potenza deve essere ottimale per non avere sprechi di energia. La % di massa grassa deve, indicativamente, aggirarsi tra il 5% e il 12% negli uomini e tra il 12% e il 20% nelle donne. Al di sotto di questa soglia la salute peggiora, aumenta il rischio di infezioni, le difese immunitarie si riducono ed aumenta la probabilità di fratture ossee.

Non vi sono dubbi che alcuni sport si avvantaggino molto di una massa grassa ridotta al minimo, a condizione che ciò non comprometta anche l’efficienza muscolare. In alcuni sport di resistenza estrema che richiedono poca forza, minore è il peso da spostare minore sarà il lavoro muscolare da compiere e migliore risulterà la performance. 

Un maratoneta che si trascina 2 kg di grasso superfluo per 42,5 km è costretto a spendere molta più energia rispetto al suo competitor che non si porta appresso questo “peso eccedente”. Se però la disciplina sportiva richiede anche una certa potenza muscolare (es. ciclismo), una ridotta massa grassa è vantaggiosa solo a condizione che i gruppi muscolari di spinta siano adeguatamente sviluppati per spostare il peso del ciclista (e quello della bici) sia in pianura che in salita. Nello sport non esiste quindi una massa grassa ideale in assoluto, ma la massa grassa ideale per quella determinata specialità.

Alimentazione ottimale

Nell’atleta di endurance l’alimentazione ha l’obiettivo di mantenere un’adeguata composizione corporea e ottimizzare la performance sportiva. Per quanto riguarda i carboidrati, gli sport di endurance dipendono principalmente dal metabolismo di questi che dovrebbero fornire dal 45% al 60% dell’energia totale.

I carboidrati si depositano come riserva su fegato e muscoli, sotto forma di glicogeno, e circolano in moderate quantità nel sangue. Una dieta a basso contenuto di carboidrati può compromettere seriamente la performance.

Molto importante è la scelta del tipo di carboidrati: carboidrati semplici, detti anche “zuccheri” (es. la frutta) vanno assunti preferenzialmente attorno e durante l’allenamento, per via della loro digeribilità ed efficacia di ripristinare le riserve di glicogeno, mentre i carboidrati complessi (es. pane) sono da prediligere dopo l’allenamento.

Per quanto riguarda i grassi, anch’essi hanno un ruolo importante perché man mano che lo sforzo si prolunga nel tempo il metabolismo dei grassi acquisisce un ruolo sempre più importante. L’apporto giornaliero dev’essere attorno al 30%, prediligendo grassi monoinsaturi e polinsaturi, quali olio extravergine d’oliva, pesce e frutta a guscio.

Le proteine sono essenziali per chi fa sport in quanto concorrono a garantire l’adeguato recupero muscolare, essendo i costituenti principali dei muscoli scheletrici, e negli sport di endurance sono anche fonte di energia, anche se minore rispetto ai grassi e ai carboidrati. L’apporto giornaliero consigliato è tra 1,4g-2g per kg di peso corporeo.

Il fabbisogno può essere soddisfatto consumando pesce, carne bianca, uova, legumi. Un ruolo importante è svolto anche da vitamine e sali minerali che negli sport di endurance vengono abbondantemente persi attraverso la sudorazione; quindi, è opportuno ripristinare questi nutrienti per un buon funzionamento di tutti i processi metabolici.

Altro elemento essenziale è l’acqua. Non può assolutamente mancare in questi sport perché la disidratazione è dietro l’angolo; quindi, bisogna assicurarsi di introdurre dai 400 ai 600ml di acqua immediatamente prima dello sforzo e 150-250 ml ogni 15 minuti durante lo sforzo.

Dott.ssa Ilaria Satta – Biologa Nutrizionista

BIBLIOGRAFIA

Nutrition and Supplements Update for the Endurance Athlete: Review and Racommendations. Kennet Vitale, Andrew Getzin, Jun 2019;

International Society of Sports Nutrition Position Stand: nutritional considerations for single-stage ultra marathon training and racing. Review: J Int Soc Sports Nutr. 2019 Nov;

https://giovannagallotta.it/corretta-alimentazione/alimentazione-per-gli-sportivi/306-l-alimentazione-negli-sport-di-endurance

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alimenti funzionali
Alimentazione e Sport

Alimenti funzionali

Gli alimenti funzionali sono nati ufficialmente nel 1988 in Giappone con l’introduzione sul mercato di una bevanda analcolica arricchita di fibra (FIBE MINE) da parte della Otsuka Pharmaceutical.

Da allora, le autorità disciplinarono una nuova categoria di alimenti, chiamata FOSHU (Food for Specified Health Uses) che, in Giappone, ebbe notevole successo in quanto consentiva di ottenere effetti favorevoli sulla salute delle persone, specialmente quelle anziane.

Alcuni dei componenti caratteristici degli alimenti funzionali sono già contenuti naturalmente nell’alimento base ed è il caso degli alimenti funzionali naturali, come ad esempio il salmone.

In altri casi, invece, non si fa altro che aumentare la quantità naturale di sostanza già presente e si parla di alimenti funzionali arricchiti, come lo yogurt con l’aggiunta di prebiotici o probiotici.

Se, invece, si aggiungono sostanze non naturalmente presenti, si ottengono alimenti funzionali supplementati, come latte a cui vengono aggiunti fitosteroli, calcio o Omega 3. Vi è inoltre una quarta categoria rappresentata dagli alimenti fortificati, che sono cibi destinati a compensare una carenza alimentare diffusa nella popolazione come il sale iodato.

Da: www.ilgiornaledelcibo.it

Quali sono le sostanze che possono essere integrate negli alimenti ?

  • Micronutrienti: vitamine C, D, E, gruppo B, minerali quali calcio, selenio, zinco
  • Macronutrienti: Olio di pesce o acidi grassi n-3, altri grassi monoinsaturi o polinsaturi, fibre
  • Antiossidanti: carotenoidi, polifenoli, flavonoidi
  • Probiotici: microorganismi vivi con effetto equilibratore sulla flora intestinale come i lattobacilli e i bifidobatteri
  • Prebiotici: componenti alimentari non digeribili in grado di stimolare la crescita di alcune specie batteriche saprofite del colon e l’inulina
  • Simbiotici: alimenti che contengono probiotici e prebiotici che agiscono in sinergia
  • Altri estratti vegetali: fitosteroli, ecc.

Probiotici e prebiotici

I probiotici sono microrganismi “vivi” presenti nel tratto intestinale, come batteri (tra cui i Bifidobatteri e i Lattobacilli) e lieviti (come il Saccharomyces boulardii), di cui esistono decine di specie diverse.

Sono normalmente presenti nel nostro intestino e hanno la capacità di resistere all’azione digestiva di succo gastrico, enzimi intestinali e sali biliari. Sono in grado di aderire alle cellule intestinali e colonizzarle, dando un effetto benefico per la salute umana, grazie all’antagonismo nei confronti di microrganismi patogeni e alla produzione di sostanze antimicrobiche. In particolare, sono utili per proteggere il sistema digerente durante trattamenti farmacologici.

prebiotici sono elementi essenziali per l’equilibrio del microbiota. Si tratta di sostanze non digeribili dall’organismo, la cui azione favorisce lo sviluppo e l’attività dei probiotici.

Inoltre, hanno anche un’azione di attenuazione degli effetti negativi che lo stress  provoca al nostro organismo. Lo stress, infatti, riduce determinati probiotici, provocando così un’alterazione del microbiota e, conseguentemente, dell’equilibrio dell’organismo stesso. 

Da: www.fondoasim.it

La differenza tra integratori alimentari e nutraceutici

Gli integratori (disciplinati a livello europeo dalla dir. n. 2002/46/CE, e, in Italia, dal D. Lgs. 21 maggio 2004, n. 169), si presentano in forme “compatte” quali polveri, capsule, barrette, gel ecc. e hanno un apporto calorico scarso. Come suggerisce il significato del loro nome, essi integrano una normale dieta, non si sostituiscono ad essa.

nutraceutici, infine, sono degli integratori alimentari dove però le sostanze attive di origine naturale (ottenute soprattutto da ortaggi, frutta, legumi) vengono altamente purificate e concentrate a tutto beneficio della loro efficacia, utilizzando tecniche prese “in prestito” dall’industria farmaceutica (da cui il nome di nutra-ceutica, ideato dal dr. Stephen DeFelice nel 1989).

Nei nutraceutici, dunque, a differenza che nei comuni integratori, lo scopo è quello di far assumere al consumatore sostanze che normalmente già assume con la normale dieta, ma in quantità maggiori e concentrate grazie alla loro sintesi forma farmaceutica (capsule, pasticche o altro).

Dottoressa Caterina Fedele – Tecnologo alimentare

BIBLIOGRAFIA

https://www.lexfood.it/attualita/gli-alimenti-funzionali-caratteristiche-e-normativa/

https://www.humanitas.it/news/probiotici-e-prebiotici-cosa-sono-e-a-cosa-servono/

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Medicina e salute

COVID-19: Un virus reale

Come sappiamo gli ultimi due anni sono stati caratterizzati dalla costante presenza della SARS-CoV-2. Ma che cos’è questo virus, quali sono le sue caratteristiche, come entra in contatto con la cellula ospite?

Insorto nel dicembre del 2019 a Wuhan, solamente nel marzo del 2020 l’OMS ha dichiarato che l’epidemia da COVID-19 era da considerarsi pandemia.

Il virus della SARS-CoV-2, il cui acronimo fa riferimento a sindrome acuta respiratoria grave, appartiene alla famiglia della Coronaviridae, è un virus a RNA singolo filamento e presenta un gran numero di proteine S glicosilate sulla sua superficie le quali, formano delle protuberanze caratteristiche che donano al virus il tipico aspetto di una corona da cui deriva il nome Coronavirus.

La Proteina S, è una proteina di fusione trimerica composta da 1273 Amminoacidi e presenta una conformazione tridimensionale nota come “Mushroom-like”, essa è composta da tre protromeri identici, ovvero tre regioni uguali tra di loro.   

A sinistra SARS-CoV-2, a destra Proteina S. Foto di Oriana Vitale

Come si ha l’infezione da SARS-CoV-2?

La Proteina  S si lega alla cellula ospite riconoscendo l’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE2), la regione deputata al legame nota come regione RBD, si lega all’ACE2 promuovendo la formazione di endosomi che innescano l’attività di scissione e fusione virale a valori bassi di pH. La proteina S subisce dei cambi conformazionali passando da pre-fusion a post-fusion. Solamente in seguito a questo cambio conformazionale si ha il legame con la cellula ospite  favorendo il rilascio del genoma virale al suo interno.

Studi inoltre hanno dimostrato che la regione RBD, presenta una tasca nota come tasca per gli acidi grassi in grado di ospitare acidi grassi “fatty acid like”.

Proteina S con zoom sull’acido linoleico. Foto di Oriana Vitale

Come si trasmette SARS-CoV-2?

La patologia da Corona-virus presenta come caratteristiche un elevata trasmissione, che avviene principalmente attraverso la via respiratoria ma anche mediante contatto diretto con persone o superfici infette.

Oltre ad interessare la via respiratoria, la SARS-CoV-2 manifesta effetti negativi sul sistema cardiovascolare, pertanto risulta essere fondamentale che, una volta avvertiti i primi sintomi i pazienti affetti da SARS-CoV-2 vengano rapidamente trattati con apposite cure in modo da ridurre complicazioni gravi.

Trasmissione di Sars-CoV-2

Insieme alla comparsa del virus si è molto parlato anche della presenza delle varianti che hanno aumentato la permanenza del virus in circolo. Ma cosa sono queste varianti? Perché impediscono al virus di scomparire ed in cosa differiscono tra di loro?

Le varianti non sono altro che dei piccoli e casuali errori genetici, i quali si verificano quando un virus si moltiplica svariate volte nella cellula ospite di diversi organismi. Quando accade ciò si osserva un duplice effetto, ovvero uno positivo per la cellula virale e uno negativo per la cellula ospite. Sono questi i processi che portano allo sviluppo di specie note come varianti.

In questo studio sono state osservate solo alcune varianti le quali presentano mutazioni comuni nella regione RBD. Ricordiamo che queste varianti presentano mutazioni puntiformi, ovvero la sostituzione di un amminoacido con un altro.

  • La variante inglese è comparsa nel settembre 2020 nel sud-est dell’Inghilterra. Si è diffusa velocemente fino a diventare la variante predominante del paese. Essa presenta una mutazione puntiforme quale N501Y.
  • La variante brasiliana è invece comparsa nel Febbraio del 2020 in Brasile e presenta 3 mutazioni puntiformi N501Y, E484K e K417T,.
  • La variante sudafricana è comparsa nel 2020 nella parte occidentale del Sud-Africa e presenta anch’essa 3 mutazioni puntiformi quali N501Y, E484K e K417N.
  • La variate indiana, insorta nell’ottobre 2020 e caratterizzata da diverse mutazioni nella regione RBD rispetto alle altre varianti osservate, che sono E484Q  L452R  T478K.

Tutte queste varianti mostrano diverse mutazioni ma, quelle che interessano questo studio sono quelle che si ritrovano nella regione RBD, che ricordiamo è la regione che favorisce il legame cellula virale alla cellula ospite. Questi studi stanno portando alla luce la diversa capacità delle varianti di legare più o meno meglio alla cellula ospite, anche in base alla presenza dell’acido grasso all’interno della tasca di legame, il quale sembrerebbe essere un importante target farmacologico. Ovviamente per poter avere maggiori conferme saranno necessari ulteriori studi allosterici.

Dott.ssa Oriana Vitale – Tecnico erborista, specializzato in Biotecnologia del farmaco

BIBLIOGRAFIA

Asif Shajahan et al,2020 Deducing the N- and O-glycosylation profile of the spike protein of novel coronavirus SARS-CoV-2

Andrew G.Harrison et al.2020 A dynamic nomenclature proposal for SARS-CoV-2 lineages to assist genomic epidemiology

Amir Tajbakash et al 2021 COVID-19 and cardiac injury: clinical manifestations, biomarkers, mechanisms, diagnosis, treatment, and follow up

Yuan Huang et al 2020 Structural and functional properties of SARS-CoV-2 spike protein: potential antivirus drug development for COVID-19

Gabriele Cerrutti et al 2020  Structural basis for accommodation of emerging B.1.351 and B.1.1.7 variants by two potent SARS-CoV-2 neutralizing antibodies

Christoph J. Hemmer et al 2021 COVID-19: Epidemiologie und Mutationen

Markus Hoffman et al 2021 SARS-CoV-2 variants B.1.351 and B.1.1.248: Escape from therapeutic antibodies and antibodies induced by infection and vaccination

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Medicina e salute

Obesità Sarcopenica (SO): preveniamola insieme!

Il processo di invecchiamento è dovuto a fattori genetici, associati e influenzati da diversi fattori di tipo ambientale. Nel momento in cui si riscontrano problematiche patologiche agli organi, si potrebbero verificare cambiamenti a livello fenotipico, uno in particolare: la variazione della composizione corporea, con aumento o riduzione del tessuto adiposo; quindi, potremmo avere una condizione di obesità o di intenso dimagrimento. Le conseguenze possono avvenire anche a livello osseo e del muscolo scheletrico (il più colpito).

Quando l’aumento spropositato del tessuto adiposo (obesità) è accompagnato da un decremento del muscolo scheletrico con diminuzione dell’attività motoria, si parla di Obesità Sarcopenica (SO).

obesità sarcopenica
L’obesità sarcopenica

Cos’è la sarcopenia?

È un disturbo del muscolo scheletrico progressivo e generalizzato correlato all’età caratterizzato da bassa forza muscolare, bassa quantità e/o qualità muscolare e prestazioni funzionali ridotte. La riduzione della massa muscolare però, non spiega in maniera parallela il declino della funzione muscolare.

Quali sono i rischi della sarcopenia?

Innanzitutto, aumenta la probabilità di effetti collaterali come fratture, disabilità fisica e cadute; ma anche rischi metabolici come malattie cardiovascolari, insulino-resistenza e diabete. Durante la fase di invecchiamento si può verificare una ridistribuzione del tessuto adiposo: il grasso sottocutaneo si deposita a livello viscerale, permettendo l’accumulo di adipociti e lipidi in organi come il fegato, il midollo osseo e il muscolo scheletrico (miosteatosi).

Questa patologia è causata da diversi fattori, come la perdita di motoneuroni (fattori neurologici), modificazioni endocrine, stile di vita sedentario e alimentazione scorretta. Un anziano che presenta un processo di infiammazione, disturbi del microcircolo, disbiosi intestinale, insulino-resistenza, alterazioni metaboliche, chi non pratica attività fisica e che non segue un’alimentazione adeguata, sarà predisposto allo sviluppo della sarcopenia. È il caso di dire che la Sindrome Metabolica (Met-S) è una delle cause dello sviluppo dell’SO.

Queste condizioni potrebbero interagire complessivamente sul muscolo scheletrico e ridurre l’espressione dei fattori di crescita del medesimo, provocando l’aumento del sistema ubiquitina-proteasoma e dello stress ossidativo e l’autofagia. L’equilibrio tra la produzione e la scomposizione delle proteine muscolari viene interrotto e come conseguenza si verifica una disfunzione dei mitocondri con atrofia e disfunzione dei muscoli scheletrici.

È importante sottolineare inoltre che, l’iperinsulinemia compensatoria dovuta all’insulino-resistenza, provoca la riduzione della sintesi proteica e l’aumento della quantità di miostatina, che induce alla riduzione del muscolo scheletrico (organo principale in cui avviene l’assorbimento del glucosio da parte del GLUT4, trasportatore specifico).

L’aumento del tessuto adiposo, tipico dei pazienti affetti da Met-S, provoca uno stato di infiammazione persistente. Quando parliamo di obesità, vuol dire che abbiamo un aumento eccessivo di adipociti bianchi rispetto quelli bruni. I primi hanno solamente la capacità di accumulare energia e di depositarsi a livello sottocutaneo e intorno agli organi viscerali, questo perché contengono un numero molto basso di mitocondri. I secondi hanno la capacità di immagazzinare energia e di convertirla in calore, per via del gran numero di mitocondri che contengono e dai quali proviene il colore brunastro.

Ritornando all’infiammazione, gli adipociti bianchi diventano ipertrofici e iperplastici e sono anche infiltrati da macrofagi infiammatori attivati. Sono associati all’aumento della produzione di cellule pro-infiammatorie e alla soppressione di leptina, ormone che sopprime l’appetito e che influisce negativamente su vari tessuti come quello del muscolo scheletrico, aumentando il rischio di atrofia muscolare e l’inibizione della sintesi proteica nel muscolo scheletrico.

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La SO si può prevenire?

Sì. La SO si può prevenire. È necessario però fare una premessa: la vitamina D, molecola liposolubile, svolge diversi ruoli nel muscolo scheletrico, come il mantenimento dell’eccitabilità contrattile muscolare attraverso il calcio intracellulare. Se l’organismo ha in corso una carenza di questo ormone, si potrebbero sviluppare delle alterazioni della funzionalità muscolare; ecco perché sarebbe opportuno integrare la vitamina D per prevenire queste problematiche che possono contribuire allo sviluppo della Sarcopenia.

Inoltre, è necessario che il paziente obeso a rischio, migliori il proprio stile di vita: praticare attività fisica (anche 30 minuti di camminata) e avere un’alimentazione sana, sono la combinazione giusta per allungare la vita!

Dott.ssa Valeria Santarcangelo – Biologa nutrizionista 

BIBLIOGRAFIA

Nishikawa H, Asai A, Fukunishi S, Nishiguchi S, Higuchi K. Metabolic Syndrome and Sarcopenia. Nutrients. 2021 Oct 7;13(10):3519. doi: 10.3390/nu13103519. PMID: 34684520; PMCID: PMC8541622.

Bilski J, Pierzchalski P, Szczepanik M, Bonior J, Zoladz JA. Multifactorial Mechanism of Sarcopenia and Sarcopenic Obesity. Role of Physical Exercise, Microbiota and Myokines. Cells. 2022 Jan 4;11(1):160. doi: 10.3390/cells11010160. PMID: 35011721; PMCID: PMC8750433.

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Psicologia del Benessere

Il tatto: “cattura” 

Nella società attuale, diviene sempre più apprezzato e popolare, il dedicarsi ai piaceri legati al benessere. Ogni cosa che facciamo, desideriamo che sia avvolta da emozioni e percezioni. Tutto deve essere un’esperienza di benessere: un percorso, che va dalle prove, alle scelte, agli acquisti. Vediamo come il Marketing Sensoriale ci influenza, attraverso il tatto! 

IL TATTO: un senso “primitivo”

Fin dall’antichità, l’uomo ha appreso molto o quasi tutto, attraverso il senso del tatto. Toccando qualsiasi elemento di terra, acqua, fuoco ed aria, l’essere umano ha fondato le basi della propria esistenza, distinguendo ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è duro da ciò che è morbido, ciò che è ruvido da ciò che è liscio, etc. 

Cos’è il tatto

In primis, uno dei cinque sensi, oltre ad olfatto, gusto, vista ed udito. L’area soggetta alla percezione degli stimoli derivanti dalla parte esterna del nostro corpo è la pelle. Grazie al contatto con le cose, il nostro cervello recepisce informazioni sensoriali dal mondo esterno.

Questa funzione è resa possibile, grazie ad un elevato numero di cellule, dette “recettori del tatto”, ognuna con le proprie caratteristiche e peculiarità, riconosciute come: corpuscoli di Meissner, dischi di Merkel, corpuscoli di Pacini, corpuscoli di Golgi-Mazzoni.

Il principio naturale, che governa la presenza dei recettori, li vede distribuiti in misura maggiore negli arti superiori e nella cute del viso, quindi predisponendo queste aree ad un’alta sensibilità. Basti pensare che nei polpastrelli delle dita, ad esempio, i recettori sono più di 130 per cm2. Mentre sono a bassa concentrazione negli arti inferiori e nel dorso. 

Come funzione il tatto nel marketing

Da quanto suddetto, è evidente che il tatto, sia per motivazioni genetiche che per esperienze evolutive, si manifesta come un senso che crea legame e quindi sensazioni e percezioni, con l’elemento interessato.

Sarà sicuramente capitato a chiunque, di palpare un frutto prima di acquistarlo, di toccare il tessuto del maglione che ci piace, per testarne la qualità e la naturalezza del tessuto, o ancora meglio, toccare l’acqua per valutarne la temperatura prima di fare la doccia.

Beh, dal tatto possiamo avere informazioni uniche, che non potremmo quindi scorgere dagli altri sensi, o più in dettaglio, ottenere conferme o negazioni, da deduzioni che ci giungono dall’olfatto o dalla vista.

Quindi in senso personale, il contatto attraverso il tatto è un’esperienza, un viaggio interiore alla scoperta dell’oggetto esterno. Nel marketing, il fenomeno che vede nel consumatore la necessità di scegliere e conoscere un prodotto, attraverso il tatto, prima di acquistarlo è detto: “need for touch”.

Ed è altrettanto vero che, in questi ultimi anni con l’incremento degli acquisti on-line, il “need for touch” è in forte decrescita e disuso, con una sofferenza e/o insofferenza oscillante sulla base delle pretese ed abitudini degli acquirenti. 

Ed il marketing sensoriale? Esempi di come agisce

“La qualità ha un altro tatto!” 

Relazionando qualità e benessere, tatto e marketing, un tipico “ingrediente”, tra i principali e quale esempio lampante, è il packaging. Il packaging come già detto in altri articoli (che vi invito ad andare a leggere su pharmaddicted.com) è la confezione, l’involucro, il rivestimento dei prodotti che noi acquistiamo.

Nel definirlo, non ho usato il termine “semplicemente”, perché tutti sappiamo cosa sia la “confezione” di quello che acquistiamo, ma la scelta di essa, da parte delle aziende, è tutt’altro che semplice.

Infatti, esse stanno strizzando l’occhio, sempre di più, sulla ricercatezza dei materiali da utilizzare. Sempre in termini di tatto, anche il packaging, ci offre la percezione di quale sia la qualità del prodotto ed il valore del brand in questione. Ed anche dalla custodia noi possiamo iniziare il viaggio alla ricerca del benessere percettivo

Un chiaro esempio è il caso di Dolce&Gabbana, che nella sua nuova linea di profumi (Dolce&Gabbana Velvet), ha ideato delle confezioni con tappo rivestito in velluto, allo scopo di trasmettere al cliente, una percezione di lusso, valore e prestigio. 

Il tatto cattura! Ed ora lo sappiamo bene! 

Dottor Francesco Angotti District Manager nel settore Fashion Retail

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Cosmesi e Cosmeceutica

Come rinnovare la nostra pelle?  alfa-idrossiacidi e poli-idrossiacidi

La sensazione della pelle liscia, luminosa e rigenerata grazie all’ausilio di diverse sostanza, sia di origine chimica sia di origine naturale, ci spinge ad informarci e a comprendere maggiormente cosa siano gli  Alfa-idrossiacidi e poli-idrossiacidi in relazione alla loro importanza nella cosmesi.

Ma… cosa sono gli alfa-idrossiacidi ed i poli-idrossiacidi?

Ingredienti di prima scelta nella cosmesi per quanto riguarda l’esfoliazione chimica della pelle. Essi hanno diverse origini, per lo più dal mondo vegetale, ma li troviamo anche come prodotti di particolari reazioni biochimiche e enzimatiche che avvengono all’interno del corpo umano. In questo ultimo caso essi provengono dalla sintesi a partire dai batteri, funghi, virus ed alghe.

Volendo elencare gli alfa-idrossiacidi provenienti dal mondo vegetale, ricordiamo:

  • Acido citrico (dagli agrumi)
  • Acido malico (dalle mele)
  • Acido tartarico (dall’uva)
  • Acido glicolico (dalla canna da zucchero)
  • Acido mandelico (dalle mandorle)

Quelli che provengono invece dal mondo animale, sono :

  • Acido lattico (metabolita della glicolisi)
  • Acido piruvico (metabolita della glicolisi)
  • Acido citrico (intermedio del ciclo di Krebs)

Tutti questi composti, nel loro complesso, svolgono un’azione cheratolitica ed esfoliante sullo strato esterno della pelle. 

GLI ACIDI DELLA FRUTTA ALLEATI DI BELLEZZA

Entrando nello specifico possiamo sostenere che gli alfa idrossiacidi esercitano un’azione di natura plastica cutanea riducendo grandemente la formazione delle “scaglie” desquamanti, conferendo alla pelle compattezza, uniformità di colore e di struttura.

Il grado del  risultato di detti indici ( compattezza, idratazione, luminosità, uniformità di pigmentazione ) è direttamente proporzionale alla concentrazione dell’acido libero riportato nelle formulazioni cosmetiche.

L’effetto che esercita un alfa idrossiacido sulla pelle è dato dal valore di pH della formulazione cosmetica.

Diamo spazio alle prove scientifiche!

Ricerche scientifiche hanno dimostrato che il range di pH più indicato sembra essere quello tra 3.0 e 5.0. Spesso per abbassare il pH di una formulazione viene impiegato l’acido lattico come fattore di correzione.

Occorre però fare attenzione a non prolungare il trattamento cosmetologico con alfa idrossiacidi ( AHA ) a basso pH per non indurre un cambiamento fisiologico del pH cutaneo.

In una formulazione cosmetica gli AHA più utilizzati sono l’acido glicolico e l’acido lattico e l’allestimento di tali formulazioni è disciplinato da un protocollo molto rigido redatto dal Comitato Scientifico ( C.S. )  per la sicurezza del consumatore e dalla Food and Drug Administration. ( FDA ).

Gli alfa-idrossiacidi sono comunemente impiegati nelle formulazioni cosmetiche per il trattamento della riduzione delle rughe , per la tonificazione della pelle, per la riparazione di lievi imperfezioni, quali macchie cutanee, lievi cicatrici in fase non avanzata ed in ultimo per incrementare l’elasticità della pelle.

AHA

Secondo il Comitato Scientifico ( C.S ) , il massimo dell’efficacia sul turnover epidermico si ottiene ad un pH 3, con un range di efficacia tra 2.8 e 4.8; più esattamente il CS ha applicato dei parametri di sicurezza, sull’ottimizzazione dei range di pH quali:

  • Per acido glicolico è ottimale un pH maggiore/uguale  3.8 e una concentrazione al 4%
  • Per il lattico pH maggiore/uguale 5 e ad una concentrazione al 2.5%

Sempre il CS , nei vari studi sulla tollerabilità cutanea agli AHA , ha  osservato e poi stabilito che alte concentrazioni di detti acidi pari al 10%, con un basso pH nella formulazione cosmetica, comporta una eccessiva reattività della pelle durante l’esposizione al sole.

Per tali motivi il CS ha  proposto l’identificazione NOAEL( tabella  identificazione pericolo tossicologico) proprio per individuare i livelli di soglia di concentrazione massima tollerata.

Oggi come vengono usati?

Oggi giorno gli AHA sono ampiamente utilizzati nei cosmetici con un ottimale profilo di sicurezza, riconducendo la classificazione della formulazione come segue:

  • Ad un pH inferiore a 4 e con una concentrazione superiore all’8% , per un’attività esfoliante, per aumentare la luminosità della pelle, per ridurre macchie, cicatrici e rughe cutanee.
  • Ad un pH superiore a 4 e con una concentrazione inferiore all’8% per un’attività idratante con miglioramento dell’elasticità cutanea e morbidezza della pelle.

E ora passiamo ai poli-idrossiacidi

Un’altra classe di idrossiacidi utilizzati in questi ultimi anni sono i POLI-IDROSSIACIDI quali il gluconolattone e l’acido lattobionico.

Il gluconolattone è un lattone dell’acido gluconico con diverse proprietà cosmetiche:

  • Esfoliante delicato
  • Idratante
  • Chelante (lega gli ioni metallici responsabili dell’ossidazione)
  • Antiossidante (neutralizza i radicali liberi, con un potere antiossidante paragonabile a quello delle vitamine E e C).

L’acido lattobionico è un acido poli-idrossibionico derivante dall’unione di un poli-idrossiacido con uno zucchero; nello specifico l’acido gluconico si lega ad un galattosio. Esso svolge le seguenti proprietà:

  • Esfoliante delicato adatto anche alle pelli più sensibili, utile nel trattamento delle macchie cutanee e per contrastare i segni cutanei dell’invecchiamento
  • Proprietà idratanti
  • Proprietà chelanti: forma dei complessi con il Ferro portando alla formazione di radicali
  • Proprietà antiossidanti: chelando il Ferro neutralizza i radicali liberi
  • Proprietà anti-age: forma dei complessi chimici che impediscono la degradazione del collagene
  • Rende la pelle più tonica, compatta ed elastica.
PHA

I poli-idrossiacidi hanno un potere esfoliante delicato rispetto agli alfa-idrossiacidi e questa caratteristica li rende adatti a tutti i tipi di pelle anche a quelle più sensibili e secondo alcuni studi anche a coloro che presentano rosacea o dermatite atopica, sebbene si raccomanda in ogni modo il consulto del dermatologo prima di iniziare il trattamento.

A conclusione di tutte le informazioni ed evidenze scientifiche riportate, va ampiamente sottolineato che l’utilizzo di preparati cosmetici contenenti alfa-idrossiacidi o poli-idrossiacidi, anche in formulazioni standardizzate commerciali e non  solo sottoforma di preparati magistrali, è  soggetto a consiglio da parte del  medico e l’applicazione del trattamento deve avvenire lontano dall’esposizione ai raggi solari o alle alte temperature.

Dott.ssa Michela Gasparrini – Farmacista, consulente  per il benessere e la salute.

BIBLIOGRAFIA

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  • SCCNFP update position paper cancering consumer safety of alpha Hydroxyacids
  • Vidt DG, Bergfeld WF. Cosmetic use of apha Hydroxy Acids. Cleve Clin J Med. 1997; 64 (6): 327-329      doi:10.3949/ccjm.64.6.327
  • Grimes PE, Green BA, Wildnauer RH, Edison BL. The use of polyhydroxy acids ( PHAs ) in photoaged skin. Cutis.2004 Feb;73 ( 2 Suppl ): 3-13
  • Kornhauser A, Coelho SG, Hearing VJ. Application of hydroxy acids: classification mechanisms and photoactivity. Clin Cosmet Investing Dermatol.2010;3:135-142 Pubblished 2010 nov.24 doi:10.2147/CCID.S9042
  • Green BA, YU RJ, Van Scott EJ. Clinical and cosmeceutical uses of hydroxy acids . Clin Dermatol 2009;27(5):495-501 doi:10.1016/j:clindermatol.2009.06.023
  • Algiert-Zielìnska B, Mucha P, Rotsztejn H. Lactic and lactobionic acids as typically moisturizing compounds. Int J Dermatol. doi:10.1111/ijd.14202
  • Green B. After 30 years…..the future of hydroxy acids. J Cosmet Dermatol.2005;4(1):44-45 doi:10.1111/J.1473-2165.2005.00159.x

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Medicina integrata e Fitoterapia

Lo sapevi che il melograno (Punica granatum L.)  è un valido alleato contro il morbo di Alzheimer?

Il melograno è un frutto utilizzato sin dall’antichità ed a cui vengono attribuite molte leggende e tradizioni. Possiede una vasta tradizione etnomedica e rappresenta un serbatoio fitochimico di valore medicinale. Inoltre, l’azione sinergica dei costituenti del melograno sembra essere superiore a quella dei singoli. La moderna fitoterapia, medicina, farmaceutica e cosmetica attribuiscono oggi al melograno, numerose proprietà. Si tratta di proprietà benefiche che possono essere ricondotte alla presenza di un eccezionale fitocomplesso che fa di questo frutto un vero toccasana per il benessere e la bellezza del nostro organismo. In modo particolare ho approfondito i meccanismi d’azione che dimostrano come Punica granatum sia capace di contrastare l’Alzheimer.

Da: foodblog.it

Alzheimer: perdere tutto anche se stessi!

Il morbo di Alzheimer appartiene alla grande famiglia delle malattie neurodegenerative. Questo deterioramento è dovuto alla vulnerabilità delle cellule cerebrali e all’aumento dello stress ossidativo durante il processo di invecchiamento.

La malattia di Alzheimer è caratterizzata microscopicamente da due lesioni tipiche: le placche senili (o amiloidi) in sede extracellulare, costituite dall’accumulo del peptide β -amiloide (Aß) e gli ammassi neurofibrillari intracellulari. Il peptide β-amiloide è un frammento che deriva dal taglio della proteina transmembranaria APP (Amyloid Precursor Protein) ad opera dell’enzima ß-secretasi, dal quale si generano frammenti di Aß, aventi diversa lunghezza: Aß40 e Aß42; in particolare quest’ultimo tende ad accumularsi in fibrille amiloidi, evidenziabili come placche senili, in aree cerebrali come l’ippocampo, l’amigdala e la neocorteccia. L’altra lesione tipica della malattia di Alzheimer è rappresentata dagli ammassi neurofibrillari, presenti in sede intraneuronale e costituiti principalmente da proteina τ fosforilata. Le placche senili e gli ammassi neurofibrillari ostacolano il trafficking cellulare, portando ad errori di comunicazione tra i neuroni, compromettendo il flusso di sostanze nutritive e, infine, con l’evolvere della malattia, conducendo a una grave perdita neuronale.

A livello macroscopico, invece, sono evidenziabili: atrofia cerebrale, un ingrandimento dei solchi parietali e un ingrossamento delle cavità ventricolari. Quindi, la corteccia si accartoccia, danneggiando le aree coinvolte nel pensiero, la pianificazione ed il ricordo. I ventricoli, che sono gli spazi riempiti di fluido nel cervello, divengono più ampi. In questo modo si perde gran parte del tessuto in tutto il cervello. (https://www.humanitas.it/malattie/alzheimer)

Da: centroalzheimer.org

In Alzheimer’s disease, il peptide β-amiloide è implicato in stress ossidativo e produzione di radicali liberi. Inoltre, lo stress ossidativo sembra mediare la tossicità del peptide β-amiloide attraverso la produzione di radicali liberi, suggerendo un legame fisiopatologico tra il peptide β-amiloide e lo squilibrio tra produzione di ossigeno reattivo e sistema di protezione (Kumar, et al., 2009).

Il morbo di Alzheimer rientra tra le patologie neurodegenerative per le quali non si conosce una cura farmacologica specifica: ad ogni modo, i farmaci utilizzati in terapia possono alleggerire i sintomi, rallentare le manifestazioni cliniche o comunque prolungare i tempi delle prime fasi della malattia che sono costituite da sintomi più lievi e sfumati. Da non dimenticare, comunque, che non è stato individuato alcun farmaco in grado di bloccare l’andamento patologico degenerativo. (https://www.docgenerici.it)

La natura: un valido alleato della nostra salute!

Sebbene non ci siano modi comprovati per ritardare l’insorgenza o rallentare la progressione della malattia di Alzheimer, alcuni studi suggeriscono che la dieta può agire sulla prevenzione. La fitoterapia da anni propone possibili candidati che siano capaci, almeno, di contenere lo sviluppo di questo “mostro invisibile” che, addirittura, annulla l’identità di chi ne soffre. 

Il melograno rappresenta un frutto ultra-benefico, ricco di vitamine e sostanze virtuose, per cui consumarlo il più possibile, magari bevendone il succo o utilizzando l’olio estratto dai suoi semi, è un’ottima abitudine per l’organismo. È ricco di punicalagina, un polifenolo dalle riconosciute proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. I polifenoli hanno guadagnato un notevole interesse per la loro capacità di ridurre i segni distintivi della malattia e il loro potenziale per rallentare il declino cognitivo. I polifenoli, accessibili al cervello con molteplici effetti sui percorsi coinvolti nella neurodegenerazione e nell’invecchiamento, si sono dimostrati efficaci nel trattamento di malattie legate all’età, come l’Alzheimer. (Jayasena, et al., 2013).

In modelli sperimentali, infatti, si sarebbe osservata una riduzione sensibile delle concentrazioni di proteina β-amiloide. (https://www.viversano.net/).

Composizione chimica di Punica granatum.

L’analisi qualitativa, effettuata con la cromatografia liquida ad alta prestazione (HPLC) ha dimostrato che gli estratti di melograno contengono componenti attivi in quantità significative di ellagitannini, come punicalina e punicalagina, e flavonoidi, come canferolo e derivati della quercetina. La principale funzione dell’acido ellagico è proprio quella di essere un potente antiossidante in grado di combattere, insieme alle sostanze endogene dell’organismo lo stress ossidativo che normalmente si produce dal normale metabolismo dell’organismo o da stimoli esterni ad esso. Oltre a dimostrare potenti proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, l’acido ellagico e la punicalagina sono inibitori della β-secretasi, enzima che si occupa di tagliare la proteina transmembranaria APP e formare β-Amiloide.

Da: wikipedia
Da: wikipedia

Molti dimostrano come il melograno abbia efficacia nel contenere la malattia. È stato appurato che i polifenoli agiscono su molte delle vie coinvolte nella patogenesi della malattia di Alzheimer, influenzando positivamente lo stress ossidativo, l’aggregazione amiloide, l’infiammazione e la funzione mitocondriale. L’utilizzo di combinazioni sinergiche di polifenoli può, dunque, rivelarsi utile nello sviluppo di strategie di trattamento per la malattia di Alzheimer; potrebbero quindi essere usati come base per un farmaco idoneo a combattere la neuro-infiammazione (Hills, 2015).

MECCANISMO D’AZIONE DIRETTO: uno dei più potenti antiossidanti naturali.

Le proprietà antiossidanti di Punica granatum sono già state ampiamente riconosciute dalla comunità scientifica: si è dimostrato, infatti, capace di debellare i radicali liberi e quindi ritardare l’invecchiamento cellulare, supportare meglio il sistema immunitario e proteggere dall’insorgenza di numerose malattie, tra cui l’Alzheimer. Il succo di melograno ha mostrato un’attività antiossidante tre volte superiore a quella del vino rosso e del tè verde. (Martinoli, 2014)

Da: mypersonaltrainer.it

MECCANISMO D’AZIONE INDIRETTO: dall’intestino al cervello.

Si sarebbe, inoltre, osservata una riduzione sensibile delle concentrazioni di proteina β-Amiloide, elemento chiave nell’istologia di questa patologia. Infatti, uno studio ha scoperto una proprietà straordinaria della melagrana in relazione alle nuove strategie anti-invecchiamento. Gli ellagitannini, particolari composti polifenolici, contenuti nel frutto vengono trasformati dai nostri batteri intestinali in una sostanza detta Urolitina A, la quale riavvia un processo cellulare che in età avanzata subisce un notevole rallentamento. L’Urolitina A riesce a stimolare con successo la mitofagia, donando all’organismo una maggiore energia, quindi muscoli più prestanti, neuroni più performanti. (Yuan, et al., 2016)

Diversi studi, così, si sono proposti di attestare come la mitofagia inibisse la patologia dell’amiloide-β e della proteina τ e invertisse i deficit cognitivi nei modelli di malattia di Alzheimer. Nel 2016 si sono avuti i primi risultati positivi su topi e vermi nematodi.

La mitofagia diminuisce l’Aβ e l’Aβ insolubilie previene il deterioramento cognitivo in un modello murino APP/PS1 attraverso la fagocitosi microgliale delle placche Aβ extracellulari e la soppressione della neuroinfiammazione. Il miglioramento della mitofagia abolisce l’iperfosforilazione della proteina τ correlata all’AD nelle cellule neuronali umane e inverte il deterioramento della memoria nei nematodi e nei topi transgenici.

Poi nel 2019 l’urolitina A è stata somministrata per via orale a 60 soggetti anziani sani nell’ambito di un esperimento in doppio cieco. I risultati di questo studio clinico per la prima volta nell’uomo, in cui è stata somministrata urolitina A, sia come dose singola che come dosi multiple per un periodo di 4 settimane, sono stati promettenti.

E’ interessante notare che solo una persona su due ha i batteri adatti a compiere questo lavoro. I ricercatori stanno lavorando per identificare questi batteri adatti, una volta identificati hanno presupposto di trapiantarli nelle persone carenti oppure di somministrare direttamente il prodotto finito. (https://www.rsi.ch/)

Da: rsi.ch
Da: rsi.ch

È ovvio che questo fitocomplesso e la punicalagina non possono curare la malattia di Alzheimer, ma potrebbero prevenire o rallentare il suo sviluppo. Il melograno, non solo è un frutto delizioso, ora si sa anche che aiuta a preservare la memoria e la salute del nostro cervello, è dunque un valido alleato contro il morbo di Alzheimer (Hills, 2015).

Effetti collaterali e raccomandazioni all’uso.

Il melograno è un frutto che può essere tranquillamente consumato a dosi normali, tuttavia è possibile evidenziare alcuni effetti collaterali e raccomandazioni all’uso.

  • Il succo di melograno aiuta ad abbassare la pressione sanguigna, bisogna fare attenzione quando si beve regolarmente questo succo, in quanto può causare un abbassamento pericoloso della pressione sanguigna se già si soffre di ipotensione.
  • Alcune persone potrebbero avere una reazione allergica al consumo di succo di melograno o semi di melograno.
  • Il consumo eccessivo di melograno, in particolare dei principi attivi ricavati dalla corteccia, può provocare un’intossicazione con vertigini, cefalea, sonnolenza e difficoltà respiratoria.
  • In caso si stiano assumendo farmaci anticoagulanti è consigliabile consultare il proprio medico prima di assumere melograno, visto il buon contenuto di vitamina K (Hills, 2018).

Dott.ssa Giusy Trivigno – Tecnico Erborista

Scrivimi pure su: Instagram, Linkedin o all’email giusytrivigno98@libero.it

BIBLIOGRAFIA

Hills, J., 2015. Melograno: il frutto che può aiutare nell’Alzheimer.. Healthy and Natural World., 9 Febbraio.

Hills, J., 2018. Proven Health Benefits of Pomegranate (Fruit, Juice, Seeds) Based on Scientific Studies.. Healthy and Natural World..

Jayasena, T. et al., 2013. The role of polyphenols in the modulation of sirtuins and other pathways involved in Alzheimer’s disease. Ageing Research Reviews, 12(4), pp. 867-883.

Kumar, S., Maheshwart, K. K. & Singh, V., 2009. Protective effects of Punica granatum seeds extract against aging and scopolamine induced cognitive impairments in mice.. Complementary and Alternative Medicines., 6(1), pp. 49-56.

Yuan, T. et al., 2016. Pomegranate’s Neuroprotective Effects against Alzheimer’s Disease Are Mediated by Urolithins, Its Ellagitannin-Gut Microbial Derived Metabolites.. ACS Chemical Neuroscience, 7(1), pp. 26-33.

Sitografia

Alzheimer: https://www.docgenerici.it/patologie/malattia-di alzheimer/classificazione-in-stadi-della-malattia-di-alzheimer-gds-scala-di-barry-reisberg-

Lesioni Alzheimer: https://www.humanitas.it/malattie/alzheimer

Proprietà del melograno: https://www.viversano.net/alimentazione/mangiare-sano/proprieta-del-melograno/

Urolitina A: https://www.rsi.ch/la1/programmi/cultura/il-giardino-di-albert/tutti-i-servizi/Il-frutto-della-ricerca-8689147.html

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Medicina e salute

Conoscere le malattie infettive: la Toxoplasmosi.

Tra le patologie infettive più note e contraibili in ambiente domestico, una menzione particolare spetta alla Toxoplasmosi, causata da un parassita intracellulare obbligato, il Toxoplasma Gondii.

Circa un terzo della popolazione mondiale ne risulta infetta; l’ 11% della popolazione statunitense sopra i 6 anni risulta sieropositivo. Nella gran parte dei casi il quadro è benigno, fuorché nell’ età gestazionale ed in condizioni di immunodepressione, ad esempio l’AIDS o patologie del sistema T-linfocitario.

Fisiopatologia

Il Toxoplasma Gondi è un parassita ubiquitario tra uccelli e mammiferi (ospiti intermedi) , che vede nei membri della famiglia dei Felidae (gatti domestici) l’ ospite definitivo (fig. 1).

Il gatto generalmente si infetta per il consumo di carni crude di uccelli o topi contenenti bradizoiti. Nel tratto gastroenterico felino comincia il ciclo sessuale che termina con l’ eliminazione per via fecale delle oocisti contenenti sporozoiti. Si stima che le oocisti, straordinariamente resistenti all’ambiente esterno, possano sopravvivere fino ad un anno in ambienti caldo umidi e che un gatto possa eliminare quotidianamente milioni di oocisti fino a tre settimane consecutive.

L’uomo può infettarsi per (Fig.2):

  • Ingestione di oocisti, per consumo di frutta e verdure contaminate da feci feline o gestione inadeguata della lettiera. Lo sviluppo di una risposta immunitaria protettiva e formazione di cisti tissutali;
  • Per trasmissione di tachizoiti al feto se l’infezione sia contratta in gravidanza o si sia riattivata durante questo periodo in una concomitante situazione di immunodepressione;
  • Per il consumo di carne cruda o poco cotta, suina ed ovina, contenente bradizoiti;
  • Raramente per trasfusione di emoderivati o trapianto d’organi contenenti cisti.

Quadri clinici

Nella Toxoplasmosi acuta, l’ infezione decorre in maniera asintomatica e la diagnosi generalmente deriva dal riscontro di un titolo anticorpale significativo IgG anti-TG durante altri accertamenti. Diversamente, linfoadenomegalia cervicale, febbricola, sudorazioni notturne e mal di gola sono i sintomi più frequenti. Più raro è il coivolgimento dei linfonodi addominali ed oculare con retinocoroidite (Fig. 3) ad evoluzione necrotizzante della retina e deficit visivi.

In caso di immunodepressione, il quadro clinico si fa molto più severo, con un coinvolgimento del Sistema Nervoso Centrale (encefaliti, meningiti,emiparesi, deficit visivi e dell’ equilibrio, alterato stato di coscienza, manifestazioni neuropsichiatriche), polmoniti e miocarditi.

Nella toxoplasmosi congenita, retinocoroidite bilaterale, deficit uditivi neurosensoriali, anemia, ittero, microcefalia (Fig. 4) con calcificazioni intracraniche (Fig.5) con deficit di sviluppo neurocognitivo caratterizzano il neonato a termine.

Diagnosi

La diagnosi sierologica si basa sulla determinazione del titolo anticorpale, rispettivamente IgM ed IgG. Le IgM anti-Toxoplasma, seppur poco specifiche, rappresentano i primi anticorpi “di barriera”, sono dosabili già 7-10 giorni dopo l’ infezione acuta, con un picco a circa 5 settimane. A distanza di 1-2 mesi dalla fase di acuzie, compaiono le IgG, dosabili anche a distanza di mesi o anni.

In gravidanza, in aggiunta alla determinazione del titolo anticorpale, la diagnosi si fonda sulla PCR sul liquido amniotico, che individua selettivamente alcuni frammenti del DNA del parassita. Nel neonato si andranno a dosare le IgM, che, date le grandi dimensioni, NON oltrepassano la barriera placentare e sono pertanto indice di una risposta immune primariamente neonatale.

TAC e RMN sono utilizzate per svelare toxoplasmosi del SNC e seguirne l’evoluzione. L’interessamento retinico è diagnosticato dal tipo di lesioni retiniche osservate in oftalmoscopia.

Terapia

Un decorso clinico silente o paucisintomatico non richiedono alcun trattamento. Diverso è il caso di interessamento viscerale o se il paziente sia una donna gravida, un paziente immunocompromesso o un neonato.

In tali circostanze si ricorre all’associazione pirimetamina+sulfadiazina, attivi sul metabolismo dei folati del parassita, integrata da acido folico per ridurre il rischio di depressione midollare sul paziente. La pirimetamina, gravata da capacità teratogene (è cioè in grado di indurre malformazioni fetali) in gravidanza è sostituita dalla spiramicina.

Take Home Message

La prevenzione rappresenta il miglior baluardo nei riguardi di questa ( e altre) malattie infettive:

  • L’ accurata igiene delle mani e degli utensili dopo aver maneggiato alimenti e carne cruda,
  • L’ impiego dei guanti nelle attività di giardinaggio;
  • Il consumo di carni adeguatamente cotte
  • Impedire al gatto di salire su tavoli e piani della cucina, di cibarsi di prede selvatiche,di prendere contatto con randagi;
  • Lavaggio della lettiera con acqua bollenti muniti di guanti e mascherina.

Dott.ssa Lillà Amorese – Cardiochirurgo

BIBLIOGRAFIA

http://www.MSDmanuals.com
http://www.medscape.org

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Medicina e salute

Disturbi del comportamento alimentare: l’anoressia nervosa

L’anoressia nervosa è uno dei disturbi del comportamento alimentare ed è caratterizzata da un’alterata percezione della propria immagine corporea, tale da influenzare tutto lo svolgimento della propria vita.

Il termine greco dal quale deriva la parola anoressia non è effettivamente esplicativo di tale condizione: “anorexia = mancanza di appetito” infatti, non descrive la vera condizione che affligge le persone con tale disturbo.

I soggetti con anoressia hanno continui pensieri e preoccupazioni circa il controllo del cibo ingerito e del proprio corpo, strumento che viene percepito come necessario per l’affermazione del sé nella società. Anche la stessa autostima è strettamente correlata all’autocontrollo e alla perdita di peso, considerata una vittoria ottenuta grazie al rigido controllo.

Spesso chi soffre di anoressia nervosa è anche estremamente perfezionista e ambizioso, mai soddisfatto del risultato ottenuto. Il bisogno di approvazione diviene poi costante, anche in relazione al proprio corpo; infatti, i complimenti ricevuti circa la perdita di peso, non sono che fattori di mantenimento del disturbo stesso.

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I criteri diagnostici dell’Anoressia Nervosa secondo il DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) sono:

  • Restrizione dell’apporto energetico rispetto al necessario con un peso corporeo significativamente basso tenendo conto dell’età, del sesso, della storia evolutiva e dello stato di salute fisica;
  • Intensa paura di ingrassare e assunzione di un comportamento atto al mantenimento della perdita di peso;
  • Alterazione della propria percezione corporea e del proprio peso, con un’eccessiva influenza di questi fattori sui livelli di autostima e conseguente negazione della propria condizione.

Vi sono poi dei sottotipi di anoressia:

  • Tipo restrittivo: assenza negli ultimi 3 mesi di crisi bulimiche o condotte di eliminazione, come vomito autoindotto, uso di lassativi, diuretici o estrema attività fisica.
  • Tipo con condotte di eliminazione.

Va inoltre specificato il grado di gravità della malattia, basandosi sul valore del BMI, ovvero l’indice di massa corporea, il cui valore inferiore a 15kg/m^2 identifica un livello estremo di gravità.

Le complicanze mediche nel quale si può incorrere a seguito di tale condizione sono legate alla perdita di peso e possono interessare vari aspetti, da quello metabolico come uno squilibrio elettrolitico, a quello neurologico, determinato da atrofia cerebrale e crisi epilettiche.

Ci possono essere complicanze cardiovascolari per un rallentamento del ritmo cardiaco e una diminuzione della pressione arteriosa; complicanze gastrointestinali legate al minimo introito alimentare, al consumo di diuretici e lassativi e al ricorso al vomito autoindotto, che si traduce in una erosione dentale, un ingrossamento delle ghiandole parotidi, delle esofagiti e delle gastriti.

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L’Anoressia Nervosa può avere un decorso anche molto lungo, con periodi di recessione e ricadute e il più delle volte assume un andamento cronico.

Ad oggi la terapia migliore per il trattamento di tale condizione consisterebbe in un approccio multidisciplinare, con l’intervento di più figure professionali che si dedichino totalmente alla cura della persona affetta da tale condizione: supporto psicologico, psichiatrico e dietetico, così da garantire un ascolto e un supporto a 360°.

Dott.ssa Martina RellaDietista

BIBLIOGRAFIA

  • DSM-V
  • SOCIETA’ ITALIANA DI PSICOPATOLOGIA DELL’ALIMENTAZIONE
  • HTTPS://WWW.SALUTE.GOV.IT

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Alimentazione e Sport

Diabete mellito di tipo 2 in età infantile: sviluppo e prevenzione.

Il diabete mellito di tipo 2 (DM2) è sempre stato considerato il “diabete dell’adulto”, patologia metabolica complessa causata soprattutto da fattori ambientali di tipo alimentari e comportamentali. Negli ultimi anni, l’incidenza di questa patologia è aumentata sia in età infantile che adolescenziale.

Cosa si intende per fattori ambientali di tipo alimentare e comportamentale?

La risposta è semplice. Un soggetto sedentario, la cui attività fisica è pari quasi a zero, e che ha delle abitudini alimentari scorrette (consumo di alimenti ricchi di zuccheri semplici, sale, conservanti, grassi idrogenati, …), ha il rischio di sviluppare una condizione di obesità che potrebbe essere causa di ulteriori malattie, come il diabete stesso e tutte le sue complicanze. La componente genetica rientra anche tra i fattori di rischio, difatti diversi studi hanno dimostrato come più geni siano coinvolti nello sviluppo della malattia, rendendo il soggetto geneticamente predisposto.

Anche il sesso è un fattore di rischio per il DM2. Infatti, le ragazze, hanno una probabilità da 1,3 a 1,7 volte maggiore rispetto ai ragazzi di sviluppare la malattia, per ragioni ancora non note.

Diabete mellito di tipo 2 in età infantile
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L’esordio del DM2 in età infantile e adolescenziale è preoccupante poiché …

È stato rilevato un alto livello di fallimento terapeutico a causa dell’aumento fisiologico dell’insulino-resistenza che si verifica nella fase puberale. Questo implica lo sviluppo di maggiori e più rapide complicanze rispetto alla forma adulta  ed è, per queste ragioni, importante la gestione di questi giovani pazienti, ma soprattutto la prevenzione anche durante la gravidanza poiché l’obesità materna e il diabete gestazionale possono contribuire all’aumento del grasso viscerale nella prole.

In generale, l’aumento di grasso viscerale dà la possibilità alle cellule beta pancreatiche di produrre molta insulina (iperglicemia), raggiungendo una condizione di iper-funzionalità. Tutto ciò comporterebbe delle conseguenze come: la ridotta tolleranza al glucosio (IGT), aumento dell’obesità e la ridotta glicemia e digiuno (IFG), sviluppando una condizione di prediabete. L’iperglicemia, l’aumento di acidi grassi liberi e lo stato infiammatorio che si verificano, risultano essere tossici per le cellule beta, rallentando sempre più la loro funzionalità e provocando una secrezione ridotta di insulina. Questa fase coincide con la malattia conclamata.

Alcuni studi in merito

Secondo lo studio “Treatment Options for T2DM in Adolescents and Youth” (TODAY),il tempo di progressione dell’insulino-resistenza al DM2 è molto più breve negli adolescenti, rispetto agli adulti, anche se le ragioni non sono ancora del tutto note.

Un paziente pediatrico in sovrappeso o obeso, lo sarà quasi sicuramente in età adulta. Ecco perché è necessario intervenire e correggere, in maniera preventiva, le cattive abitudini alimentari e comportamentali. La riduzione del tessuto adiposo permette di ridurre il rischio di sviluppare patologie metaboliche, come il diabete.

Viviamo in una società in cui sta aumentando sempre di più la sedentarietà; i bambini non sono più abituati a fare sport e soprattutto preferiscono alimenti ricchi di zuccheri semplici e conservanti, perché più “appetibili”. È importante abituarli al consumo di molta verdura e frutta e, perché no, cereali integrali, pesce azzurro e uova (alimento essenziale per l’apprendimento). Insomma, abituarli alla dieta mediterranea!

Dott.ssa Valeria SantarcangeloBiologa nutrizionista

BIBLIOGRAFIA

Serbis A, Giapros V, Kotanidou EP, Galli-Tsinopoulou A, Siomou E. Diagnosis, treatment and prevention of type 2 diabetes mellitus in children and adolescents. World J Diabetes 2021; 12(4): 344-365 [PMID: 33889284 DOI: 10.4239/wjd.v12.i4.344]

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Inglese, International

COVID vaccines: how does immunity work?

Vaccines are composed of inactive viruses or bacteria or fragments of these microorganisms which helps to protect the body in future infections. In other words, vaccines are a learning for our immune system, the body reacts to the inactive pathogen creating specific “defenses”.

When we get vaccinated, we create several types of “defenses”. The most important are the antibodies and the memory T cells.

The antibodies are a type of glycoproteins which are part of the “defenses” of the immune system, they are produced by the B lymphocytes. They work by recognizing a specific part of the pathogen, also called antigen. There are different processes that lead to the neutralisation of the pathogen, these are: agglutination, precipitation, opsonization and neutralisation. After the first infection, the body takes some time to react and produce specific antibodies.

The antibodies have a specific immunity, each one identifies one specific pathogen, unless it were a variety of an already known pathogen. We have thousands of types of antibodies and we produce new antibodies when we are infected by an unknown pathogen that hasn’t infected us before. For this reason we are vulnerable to new illnesses.

the antibodies

After the first infection our immune system developes memory. The T cells participate in the inmune reaction producing memory T cells. There are inmature T cells in the bone marrow that migrate to the lymphatic ganglia where are exposed to the antigen. Then they are activated and the clonal expansion begins and they migrate to the infected organ. The T cells eliminate the pathogen and then die of apoptosis. There is a small percentage that remains after the infection, becoming the memory T cells.

These cells are the key of the success of the vaccines. They work as mediators in the following infections recognising the pathogens. After the vaccination, antigens and memory T cells are generated. The antibodies remain in the blood some time after supplying the vaccine and the disappear. The memory T cells remain in the body for a longer time. When we are infected, the memory T cells recognise the pathogen and the inmune reaction starts, producing the antibodies. This second reaction is produced faster due to the previous learning of the vaccines.

Talking about the COVID vaccines. When we see news telling that after four or five months the antibodies levels decrease it is not surprising, since the antibodies are the remains of the natural infection or the vaccines. The key to understand their function is the immunity mediated by memory T cells. These cells are responsible of a milder illness.

Written by Sara García Sánchez

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Alimentazione e Sport

Colesterolo e nutraceutica

Il colesterolo è un composto organico appartenente alla famiglia degli steroidi costituito da una struttura policiclica chiamata “ciclopentanoperidrofenantrene”, dalla consistenza cerosa e di color bianco. Viene prodotto per la maggior parte ed esclusivamente negli organismi di origine animale, dal fegato mentre, in minor percentuale (circa del 20%), viene introdotto tramite l’alimentazione. La sua origine endogena spiega la sua essenzialità per l’organismo, infatti, è una sostanza indispensabile per la vita. 

Il colesterolo svolge numerose funzioni necessarie per l’organismo:

  • Strutturale: partecipa alla formazione delle membrane cellulari e nella composizione delle guaine mieliniche, rendendole più stabili;
  • Emulsionante e pro-digestiva: una gran parte della produzione del colesterolo endogeno viene utilizzata per la sintesi della bile, contenuta nella cistifellea e indispensabile per la digestione;
  • Supporto per lo sviluppo embrionale: un’alterazione nella biosintesi del colesterolo è associata a malformazioni fetali;
  • Necessario per il metabolismo cellulare: è una componente fondamentale per il mantenimento delle funzioni cellulari, la cui mancanza impedirebbe la crescita e la differenziazione;
  • Precursore ormonale: supporta la produzione di vari ormoni e paraormoni tra cui il cortisolo (importante per l’azione antinfiammatoria), l’aldosterone (regola i livelli di sodio e potassio nel sangue), gli estrogeni, il progesterone, il testosterone fondamentali per la fertilità maschile e femminile ed infine la vitamina D (alleata delle nostre ossa);
  • Regolatore per la trasmissione dei messaggeri: il colesterolo agisce nei processi di trasmissione molecolare permettendo la realizzazione di vescicole di trasporto.

Tutte le funzioni del colesterolo sono differenti e tutte fondamentali per l’omeostasi organica. Sebbene possegga un ruolo biologico di primo piano, quando la concentrazione di colesterolo che circola nel sangue aumenta rispetto le quantità fisiologiche, diventa un acerrimo nemico della nostra salute.

Il trasporto del colesterolo attraverso il sangue è affidato a una classe particolare di particelle, quella delle lipoproteine. Esistono quattro tipi di lipoproteine, classificate in base alla densità, che è inversamente proporzionale alla quantità di colesterolo presente. Le più importanti per la prevenzione cardiovascolare sono:

  • HDL: colesterolo buono o High Density Lipoproteins (lipoproteine ad alta densità) che rimuovono il colesterolo in eccesso dai diversi tessuti e lo trasportano nuovamente al fegato.
  • LDL: colesterolo cattivo o Low Density Lipoproteins (lipoproteine a bassa densità) che trasportano il colesterolo sintetizzato dal fegato alle cellule del corpo.

Ma quali sono i valori “consigliati” e da non superare perché non diventino un rischio cardiovascolare?

  • Colesterolo totale: fino a 180 mg/dl
  • Colesterolo LDL: fino a 115 mg/dl
  • Colesterolo HDL: non inferiore a 50 mg/dl

Alla luce di questo: quando può essere indicata l’assunzione dei nutraceutici per il controllo dell’ipercolesterolemia?

Le più recenti linee guida internazionali relative al controllo dell’ipercolesterolemia indicano che le persone che hanno un basso e medio rischio vascolare possono beneficiare dell’assunzione dei nutraceutici per raggiungere l’obiettivo di ridurre il colesterolo, cioè “coloro che hanno un innalzamento di LDL modesto“. L’assunzione di nutraceutici, insieme ad un’alimentazione corretta e un sano stile di vita, concorrono al raggiungimento del traguardo. Inoltre, l’uso dei nutraceutici è un’importante risorsa anche per le persone che per motivi di intolleranze, effetti collaterali, interazioni varie non possono assumere con costanza i farmaci tradizionali.

Quali sono gli alimenti amici?

La monacolina del riso rosso fermentato: agisce inibendo la produzione del colesterolo da parte del fegato con un meccanismo d’azione simile a quello delle statine. È stato dimostrato che l’abituale assunzione di tale riso riduce i livelli di colesterolo e di conseguenza il rischio cardiovascolare. È opportuno assumerlo continuatamente non superando i 10 mg al giorno (da disposizioni dell’Efsa, Autorità europea per la sicurezza alimentare).

La berberina: molto conosciuta in fitoterapia per le proprietà antimicrobiche; è stato dimostrato che è in grado di ridurre i livelli di colesterolo LDL e trigliceridi. La berberina potenzia il numero dei recettori del fegato adibiti alla captazione del colesterolo LDL che lo sottraggono dal sangue, ripulendolo in parte, riducendo la formazione di placche aterosclerotiche. La dose consigliata è di circa 500 mg al giorno dopo i pasti.

I fitosteroli (gli steroli vegetali): contenuti nei vegetali, hanno una struttura simile a quella del colesterolo per questo hanno un effetto benefico. Infatti, introdotti nell’organismo, ingannano il sistema intestinale deputato all’assorbimento del colesterolo sostituendosi ad esso, facendo in modo che questo non venga assorbito ma eliminato con le feci. Riducono quindi l’assorbimento del colesterolo. Circa 3g al giorno sono consigliati.

Fondamentale è non ricorrere ad una autodiagnosi, ma in caso di ipercolesterolemia, chiedere il parere del medico curante prima di assumerli perché sono ben tollerati ma potrebbero avere degli effetti collaterali come tutte le sostanze. Molto rilevante è la prevenzione dell’ipercolesterolemia adottando un corretto stile di vita accompagnato da un sano regime alimentare.

Dott.ssa Orsola Procopio 

BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA

HDL vs LDL: https://www.epicentro.iss.it/colesterolo/#:~:text=LDL%2C%20o%20lipoproteine%20a%20bassa,che%20poi%20provvede%20a%20eliminarlo.

Controllo iperlipidemie, linee giuda: https://www.giornaledicardiologia.it/archivio/3582/articoli/35670/

Dati Efsa, minocolina k: https://ascom.bo.it/2021/05/27/proposta-di-regolamento-che-limita-lutilizzo-di-monacoline-da-riso-rosso-fermentato/#:~:text=2011%3A%20a%20seguito%20di%20opinione,di%20monacolina%20K%20al%20giorno.

Meccanismo d’azione berberina: https://www.endocrinologiaoggi.it/2018/06/berberina/#:~:text=In%20sostanza%2C%20la%20berberina%2C%20%C3%A8,e%20aumentandone%20la%20sua%20secrezione.

Colesterolo e fitosteroli: https://www.colesia.it/componenti/steroli-vegetali#:~:text=I%20fitosteroli%20sono%20dei%20validi,grasso%20del%2030%2D50%25.

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Medicina integrata e Fitoterapia

Sistema immunitario e fitoterapia

Con l’arrivo del Covid-19, i salotti televisivi e i social si sono popolati di illustri immunologi il cui tema principale era il sistema immunitario e il suo funzionamento. E con esso sono apparsi sugli scaffali delle farmacie o delle erboristerie, nella pagine Facebook od Instragram, nuovi prodotti e molecole dalle proprietà miracolose sul sistema immunitario.

Quercitina e lattoferrina son state la novità 2020/21, seguite a ruota dalla vitimina D e poi dalla cara e vecchia vitamina C e dall’Echinacea.

In tutto questo chiacchiericcio di prodotti, molecole e “vaccini” e altro, spesso quello che è poco chiaro, è dove questi prodotti agiscono e soprattutto in che modo. Questo perchè quando si parla di sistema immunitario in realtà si apre un mondo immenso e vasto, fatto di cellule, organi, sostanze che fanno parte o che vengono prodotte dal nostro organismo in risposta ad un agente esterno.

Ma il sistema immunitario da cosa è composto? E come agisce?

Il sistema immunitario è un INSIEME DI ORGANI E CELLULE CHE CONTRIBUISCONO ALLA RISPOSTA IMMUNITARIA: capacità di “conoscere” le proprie cellule (self) e di “riconoscere” come estranee le cellule di un altro organismo (non-self) .

L’uomo, come la maggior parte dei vertebrati, possiedono due tipi di difese per combattere gli agenti esterni:

Immunità innata: presente fin dalla nascita, più veloce ad agire ma meno efficace;

Immunità acquisita: si sviluppa a seguito all’esposizione dell’agente esterno, più lenta ad agire ma di maggior efficacia.

Immunità innata: la nostra prima difesa

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L’immunità innata è costituita da barriere fisiche/chimiche come la cute e le mucose o i liquidi corporei come le secrezioni salivari e gastriche; oppure da cellule come i linfociti NK (Natural killer), mastociti, gli eosinofili, i basofili, i macrofagi, i neutrofili e le cellule dendritiche le quali attraverso diversi meccanismi sono in grado di identificare ed eliminare i microrganismi.

Questi meccanismi possono prevedere la produzione di molecole solubili come citochine infiammatorie, interferoni, fattori di necrosi tumorale, attivazione del sistema del complemento, oppure attraverso meccanismi come la fagocitosi e l’infiammazione.

L’infiammazione è la reazione dell’organismo all’invasione da parte di un agente patogeno o a stimoli fisici o chimici (ferite, esposizione a T troppo alte o basse, danni da insulti meccanici, azione di acidi o alcali, radiazioni…).

Immunità acquisita: la cavalleria del nostro corpo

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L’immunità acquisita è più lenta di quella innata, ma ha un’efficacia maggiore. Si manifesta solo dopo il contatto con l’antigene e si distingue in immunità cellulo mediata e immunità mediata da anticorpi.

La prima è costituita da due classi di cellule che sono le APC (cellule che presentano l’antigene, Ag): macrofagi e cellule dendritiche (nella pelle e nelle mucose, dove si chiamano cellule di Langerhans); i LINFOCITI: linfociti B (attivati, si trasformano in PLASMACELLULE capaci di produrre anticorpi); linfociti T (attivati possono partecipare direttamente all’eliminazione dell’antigene o attivare i linfociti B); cellule Natural-Killer.

L’antigene è una cellula o una molecola non-self. Può essere un batterio o un virus, sostanze prodotte dal microrganismo stesso, cellule cancerose.

I linfociti B e T, sono i cavalieri del sistema immunitario, originano dalle cellule staminali nel midollo osseo dove si differenziano e maturano, e poi migrano in altri parti del corpo. I linfociti T, concludono la loro maturazione nel timo, dove acquisiscono la capacità di prendere parte alla riposta immunitaria.

I linfociti T si differenziano in linfociti T citotossici, che dopo attivazione riconoscono e uccidono cellule APC che espongono l’antigene, ed in linfociti T helper, che una volta attivati contribuiscono all’attivazione dei linfociti B e dei linfociti T citotossici. Una volta attivati, i linfociti T citotossici si dividono in nuovi linfociti T citotossici e della memoria.

L’incontro fra le cellule APC che espongono un frammento di un Ag e un Linfocita T helper porta alla produzione di citochine da parte del T Helper responsabili dell’ attivazione del linfocita B.

Il linfocita B attivato si moltiplica e da origine a dei cloni di cellule che si dividono in Plasmacellule e Cellule B della memoria.

Le plasmacellule sono la “fabbrica” degli anticorpi, che sono l’artiglieria pesante del nostro organismo. Una volta finita la loro azione le plasmacellule vanno incontro ad apoptosi.

Le cellule B della memoria invece continuano a vivere e a produrre piccole quantità di anticorpi. In seguito al contatto con l’antigene, queste si differenziano di nuovo in plasmacellule e cellule della memoria.

Fitoterapia e sistema immunitario: Come funziona?

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Dopo aver fatto una panoramica sulla composizione e sul funzionamento del sistema immunitario, possiamo immergerci nel mondo dell’integrazione e come questa può lavorare sul nostro organismo.

Gli integratori presenti sul mercato possono essere costituiti da sostanze naturali, per la maggior parte di origine vegetale, spesso in associazione con minerali e vitamine.

Echinacea: la regina degli immunostimolanti

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La corona per la migliore pianta che stimola il sistema immunitario appartiene all’Echinacea, una pianta originaria del Nord America, di cui esistono diverse cultivar. In ambito terapeutico le specie più utilizzate sono la Echinacea purpurea, pallida ed angustifolia.

Il fitocomplesso dell’Echinacea contiene innumerevoli principi attivi dalle diverse proprietà, ma quello che caratterizza di più questa pianta è la presenza di un pool di polisaccaridi dalle proprietà immunostimolanti ed immunomodulanti, e da fenoli, il cui maggiore rappresentante è l’echinacoside dalle proprietà antibiotiche e batteriostatiche.

In particolare, l’Echinacea, stimola l’attività dei macrofagi, i quali fanno parte dell’immunità innata, e la capacità da parte di questi di produrre interleuchine in grado di attivare la risposta immunitaria e velocizzare l’immunità acquisita.

Uncaria Tomentosa: la pianta “unghia di gatto”

L’uncaria (Uncaria Tomentosa) è una pianta originaria del Sudamerica particolarmente diffusa in Perù, conosciuta anche con il nome di unghia di gatto a causa delle spine ricurve che utilizza per sostenersi agli alberi, che ricordano le unghie di questo felino.

La sua corteccia è ricca di principi attivi, tra i quali spiccano gli alcaloidi, sostanze alle quali sono attribuite attività antinfiammatoria e di sostegno delle naturali difese dell’organismo.

Questi alcaloidi ossindolici pentaciclici, agiscono principalmente a livello dei macrofagi stimolando la fagocitosi degli agenti patogeni. Inoltre stimola il rilascio di interleuchine, in particolare la IL1 e IL6 che attivano la risposta immunitaria.

Lattoferrina: direttamente dal colostro

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Un molecola, conosciuta da anni nel campo dell’integrazione, ma che ha avuto successo con l’era Covid, è stata la Lattoferrina. Questa molecola, chè è una glicoproteina legante il ferro, è presente principalmente nel colostro dei mammiferi, ma anche in altri fluidi coroporei come nella saliva e nelle lacrime, svolge un ruolo importante nella regolazione immunitaria e nei meccanismi di difesa contro batteri, funghi e virus. La capacità di legare il ferro della lattoferrina è correlata all’inibizione della crescita microbica nonché alla modulazione della motilità, dell’aggregazione e della formazione del biofilm da parte dei batteri patogeni. Indipendentemente dalla capacità di legare il ferro, la lattoferrina interagisce con le superfici microbiche, virali e cellulari inibendo così l’adesione microbica e virale e l’ingresso nelle cellule ospiti. La lattoferrina può essere considerata non solo un agente di difesa primario contro le infezioni dellle mucose, ma anche un regolatore polivalente che interagisce nei processi infettivi virali. La sua attività antivirale, dimostrata contro virus sia rivestiti che nudi, si trova nella fase iniziale dell’infezione, impedendo l’ingresso del virus nella cellula ospite. Questa attività viene esercitata legandosi ai recettori cellulari glicosaminoglicani di eparan solfato, o particelle virali o entrambi.

Inoltre studi recenti hanno dimostrato che la lattoferrina è in grado di stimolare la maturazione dei Linfociti T e B (immunità acquisità) e il rilascio di interleuchine con attivazione della risposta immunitaria.

Quercetina: la molecola anti-covid

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La corona per la novità dell’anno 2020/21 come miglior molecola anti covid va alla quercetina, un flavonoide presente in natura in moltissime piante.

Questa si trova in una notevole varietà di alimenti tra cui mele, bacche come mirtilli e lamponi, verdure come il broccolo, capperi, uva, cipolle, scalogno, tè e pomodori, oltre a molti semi, noci, fiori, cortecce e foglie. La quercetina si trova anche in piante medicinali, tra cui Ginkgo biloba, Hypericum perforatum e Sambucus canadensis.

La quercetina inoltre è presente in vari tipi di miele.

Questa molecola ha dimostrato in moltissimi studi in vitro ed in vivo di avere numerose attività, soprattutto la capacità di modulare l’infiammazione. Per quanto riguarda l’attività sul sistema immunitario la quercetina possiede proprietà immunomodulanti e immunostimolanti agendo sul rilascio delle interleuchine IL1 e IL6.

Oltre a queste proprietà, la quercetina da recenti studi condotti in vitro ed in vivo è in grado di intervenire in alcuni passaggi delle fasi della replicazione del Covid, inibendo quindi la divisione cellulare. Inoltre la quercetina è in grado di agire anche sul legame virus-cellula ospite, limitando quindi l’infezione.

Micoterapia: la medicina del futuro

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La micoterapia richiederebbe un articolo a se per le innumerevoli proprietà che possiede, soprattutto per quanto riguarda il sistema immunitario.

In particolare, il Ganoderma Lucidum, conosciuto come Reishi o fungo dell’immortalità, è studiato principalmente in ambito oncologico per la sua capacità di modulare la risposta immunologica, il rilascio di citochine infiammatorie e le proprietà anti-cancro.

I polisaccaridi contenuti nel Reishi attivano la risposta immunitaria e inibiscono la crescita tumorale agendo sul sistema immunitario. Difatti gli estratti del reishi, soprattutto i Betaglucani, attivano le cellule natural killer e i Linfociti T citotossici, inibendo quindi la proliferazione delle cellule cancerose. Inoltre, stimolano la maturazione dei linfociti B e di altri componenti del sistema immunitario, come le cellule dendritiche e i fagociti, i quali intervengono anche loro nella modulazione della crescita tumorale.

I beta glucani, che sono contenuti anche in altri funghi come lo Shiitake e il Maitake, hanno dimostrato di modulare la risposta immunitari stimolando la produzione di interleuchine che attivano i Linfociti T e le cellule Natural Killer.

Grazie a queste loro proprietà, i funghi medicinali vengono proposti in terapie complementari in ambito oncologico ma anche in patologie causate da virus come l’HIV e l’epatite.

Dott. Daniele Redolfi-Farmacista ed erborista

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Medicina e salute

Un potente antibiotico: lo “IODOPOVIDONE”

Tutte le ferite sono colonizzate da microrganismi, spesso senza conseguenze cliniche e la presenza di alcuni microrganismi può persino aiutare la guarigione. Tuttavia, la contaminazione con flora microbica patogena può portare a infezioni e sepsi, che interrompono la continua guarigione. Poche sostanze antimicrobiche sono generalmente considerate efficaci per la terapia delle ferite. Di questi, lo iodopovidone ha continuato ad essere ampiamente utilizzato.

IODOPOVIDONE
Lo iodopovidone, disinfetta e aiuta la guarigione delle ferite.

Lo iodopovidone (PVP-I) è un complesso ottenuto dalla combinazione del polimero polivinilpirrolidone (PVP) con lo iodio sotto forma di ioni triioduro. Il ruolo dello iodio nella cura delle ferite è principalmente come agente antimicrobico. Lo iodopovidone è stato utilizzato e testato nella guarigione delle ferite per molti decenni. Lo iodio forma un complesso con il polimero vettore sintetico povidone, che di per sé non ha attività microbicida. In una soluzione acquosa, lo iodio viene rilasciato dal complesso di iodopovidone e viene stabilito un equilibrio, con più iodio libero rilasciato dal serbatoio di iodopovidone man mano che procede l’attività germicida che consuma iodio.

IODOPOVIDONE
In soluzione acquosa, si verifica un equilibrio dinamico tra lo iodio libero, l’agente battericida attivo e il complesso PVP-I.

ATTIVITA’ ANTIMICROBICA

L’attività microbicida dello iodio sembra coinvolgere l’inibizione di meccanismi e strutture cellulari batteriche vitali che ossida i nucleotidi nelle membrane cellulari batteriche, oltre agli enzimi citosolici coinvolti nella catena respiratoria , provocandone la denaturazione e la disattivazione. Tuttavia, la sequenza precisa degli eventi che si verificano a livello molecolare deve ancora essere completamente chiarita. Lo iodio non solo ha effetti antibatterici ad ampio spettro, ma contrasta anche l’infiammazione provocata sia dai patogeni che dalla risposta dell’ospite. Questi effetti antinfiammatori sembrano essere multifattoriali:

  • Modulazione del potenziale redox (attività antiossidante / di eliminazione dei radicali liberi);
  • Effetto inibitorio sulle cellule effettrici infiammatorie umane e sui mediatori dell’infiammazione come TNF-α e β-galattosidasi;
  • Riduzione dell’attività della plasmina;
  • Inibizione della produzione di metalloproteinasi;
  • Miglioramento dei segnali di guarigione da citochine proinfiammatorie mediante attivazione di monociti, linfociti T e macrofagi;
  • Inibizione della produzione e del rilascio di esotossine batteriche come α-emolisina, fosfolipasi C e lipasi;
  • Soppressione di enzimi batterici come elastasi e β-glucuronidasi.
IODOPOVIDONE
Lo iodopovidone ha un ampio spettro antimicrobico.

Lo iodopovidone è uno dei pochi antimicrobici topici che si è dimostrato efficace contro batteri, diversi virus, funghi , spore, protozoi e cisti amebiche. Nei test antimicrobici, lo iodopovidone ha dimostrato di uccidere una varietà di ceppi batterici noti per causare comunemente infezioni nosocomiali, tra cui Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (MRSA) e altri ceppi resistenti agli antibiotici entro 20-30 secondi di esposizione. Al contrario, i comparatori come la clorexidina richiedono tempi di esposizione molto più lunghi e i batteri residui persistono per la maggior parte delle specie. La maggior parte dei dati esiste sulla resistenza batterica e sulla resistenza crociata agli antisettici, inclusi clorexidina, sali di ammonio quaternario , argento e triclosano , come riportato in ceppi isolati da contesti clinici. Sono state documentate anche prove di resistenza crociata tra antisettici e antibiotici. Inoltre, la resistenza allo iodopovidone non è stata finora indotta in test sistematici. Pertanto, a differenza di altri antisettici (con l’apparente eccezione di un’assenza di resistenza crociata all’argento), nessuna resistenza acquisita o resistenza crociata è stata segnalata per lo iodio in oltre 150 anni di utilizzo. Questa mancanza di resistenza è probabilmente dovuta ai molteplici meccanismi d’azione dello iodio.

ATTIVITA’ CONTRO I BIOFILM

I biofilm ritardano la guarigione delle ferite e promuovono la sopravvivenza batterica in presenza di terapie antimicrobiche. L’efficacia sostenuta dello iodopovidone sulla guarigione delle ferite in presenza di biofilm è stata recentemente analizzata. Gli studi hanno confermato l’efficacia in vitro dello iodopovidone contro la crescita di S. epidermidis e S. aureus , così come l’inibizione della formazione di biofilm stafilococcici. Inoltre, lo iodopovidone è risultato efficace in presenza di biofilm coltivati ​​in una coltura mista comprendente MRSA e C. albicans, anche a concentrazioni altamente diluite. La rimozione del biofilm in questo test è stata maggiore di quella osservata, ad esempio, con PHMB, octenidina, clorexidina, mupirocina e acido fusidico.

SICUREZZA

Lo iodio sembra essere assorbito dalla pelle, ma soprattutto dalla mucosa. Tuttavia, la condizione della barriera cutanea determinerà l’ assorbimento di iodio transdermico. L’assorbimento aumenterà se la barriera cutanea viene interrotta come nelle ferite e dipende anche dall’età della pelle e dalla superficie di applicazione. Le informazioni sulla sicurezza nell’etichettatura dei prodotti a base di iodopovidone includono avvertenze generali contro l’uso in pazienti allergici allo iodopovidone o eccipienti , disturbi della tiroide, in neonati con peso alla nascita molto basso e in pazienti che ricevono terapia con radioiodio. I prodotti a base di iodopovidone sono disponibili in molti paesi senza prescrizione medica da diversi anni e sono generalmente considerati antisettici, molto efficaci, che non impediscono la guarigione delle ferite. Una gamma di prodotti contenenti iodio povidone è stata formulata per soddisfare esigenze mediche specifiche, con usi e benefici attuali per varie indicazioni. La concentrazione di iodio libero determina l’azione germicida dello iodopovidone e il colore può essere utilizzato come indicatore del mantenimento dell’efficacia e come promemoria per riapplicare il prodotto. Inoltre, la gradazione del colore può aiutare il medico a distinguere tra ustioni superficiali e profonde per guidare lo sbrigliamento della ferita. La frequenza delle medicazioni e il tipo di formulazione dell’antisettico necessaria dipendono dalla natura e dal comportamento del letto della ferita.

EFFICACIA CONTRO IL SARS-COV-2

Il virus che dà luogo alla nuova sindrome respiratoria acuta grave-Coronavirus 2 (SARS-CoV-2), attraverso tosse, starnuti e aerosol aumenta la trasmissione della malattia. Studi in vitro hanno dimostrato che i tessuti del naso e della bocca hanno un’elevata espressione di ACE2, il principale recettore a cui il SARS-CoV-2 si lega per entrare nelle cellule. A causa dell’elevata carica virale, queste aree sono sensibili per la diagnosi del virus. Lo iodopovidone è stato suggerito come soluzione topica per effettuare la decontaminazione nasale e orale, per la sua attività virucida tramite l’inibizione della neuraminidasi N1, N2 e N3 e l’inibizione dell’emoagglutinina. Questa inibizione blocca l’attaccamento virale ai recettori cellulari e inibisce il rilascio virale e la diffusione dalle cellule infette. I preparati antisettici orali con iodopovidone hanno rapidamente inattivato il virus SARS ‐ CoV ‐ 2 in vitro. Il gruppo di controllo con etanolo al 70% non è stato in grado di inattivare completamente SARS ‐ CoV ‐ 2 dopo 15 secondi di contatto, ma è stato in grado di inattivare il virus a 30 secondi di contatto. L’attività viricida della soluzione antisettica orale con lo iodopovidone era presente alla concentrazione più bassa dello 0,5% e al tempo di contatto più basso di 15 secondi. Questo importante risultato garantisce l’uso del risciacquo orale pre-procedurale con 0,5% di iodopovidone per i pazienti e gli operatori sanitari. Questa soluzione funge da complemento ai dispositivi di protezione individuale per specialità dentali e chirurgiche durante la pandemia COVID-19.

IODOPOVIDONE
Il calice nasale e le cellule ciliate hanno la più alta espressione di ACE2.

Sono stati raccomandati protocolli riguardanti l’uso nasale e orale dello iodopovidone in relazione alla pandemia COVID-19, e ci sono state molte discussioni riguardo all’uso di queste pratiche. Nel Regno Unito è stato sviluppato un protocollo che raccomanda 0,3 mL di soluzione PVP-I allo 0,5% attraverso ciascuna narice e 9 mL attraverso la cavità orale in pazienti COVID-19 coscienti e persone sottoposte a indagine (PUI) prima di sottoporsi a procedure dentro e intorno alla bocca, così come negli operatori sanitari che eseguono queste procedure. In pazienti incoscienti, hanno raccomandato di applicare 2 mL sulle superfici mucose del cavo orale. L’uso è stato raccomandato ogni 2-3 ore negli operatori sanitari esposti a questi pazienti fino a 4 volte al giorno. Un altro protocollo di Pittsburgh raccomandava 240 mL di PVP-I allo 0,4% nella cavità nasale tramite flacone di erogazione del risciacquo del seno e 10 mL di lavaggio orale PVP-I allo 0,5% ogni 2-3 ore fino a 4 volte al giorno nei pazienti con COVID-19, prima delle procedure ad alto rischio e negli hotspot COVID-19. Hanno raccomandato questa procedura agli operatori sanitari prima e dopo la cura di pazienti COVID, procedure ad alto rischio negli hotspot COVID e nel contesto di DPI inadeguati. Diversi studi scientifici concordano con l’uso di preparati a base di PVP-I per ridurre la carica virale del coronavirus poiché è stata dimostrata l’efficacia. Le linee guida dell’American Dental Association per ridurre al minimo il rischio di trasmissione di COVID-19 raccomandano l’uso preoperatorio di un collutorio PVP-I allo 0,2% per tutte le procedure.

CONCLUSIONI

Lo iodopovidone ha molte caratteristiche che lo posizionano straordinariamente bene per la guarigione delle ferite, tra cui il suo ampio spettro antimicrobico, la mancanza di resistenza, l’efficacia contro i biofilm e la buona tollerabilità. Inoltre è di primario interesse per la sua capacità di inattivare i coronavirus.

Dott.ssa Carmen Cassese– Dottore in Biologia

RIFERIMENTI

  • [Paul Lorenz Bigliardi, Syed Abdul Latiff Alsagoff, Hossam Yehia El-Kafrawi, Jai-Kyong Pyon, Chad Tse Cheuk Wa, Martin Anthony Villa, “Povidone iodine in wound healing: A review of current concepts and practices, International Journal of Surgery”,Volume 44, 2017, Pages 260-268, ISSN 1743-9191,https://doi.org/10.1016/j.ijsu.2017.06.073.%5D
  • [Wu, Z, McGoogan, JM. Characteristics of and important lessons from the coronavirus disease 2019 (COVID-19) outbreak in China: summary of a report of 72314 cases from the Chinese Center for Disease Control and Prevention. JAMA. 2020;323(13):1239–1242.]
  • [Frank S, Capriotti J, Brown SM, Tessema B. Povidone-Iodine Use in Sinonasal and Oral Cavities: A Review of Safety in the COVID-19 Era. Ear Nose Throat J. 2020 Nov;99(9):586-593. doi: 10.1177/0145561320932318. Epub 2020 Jun 10. PMID: 32520599.]
  • [S. Ripa, R. Bruno, R. Reder Clinical applications of Povidone-Iodine as a topical antimicrobialHandbook of Topical Antimicrobials Industrial Applications, Industrial applications in consumer products and Pharmaceuticals: CRC Press (2002)]
  • [Gabriel de Toledo Telles-Araujo, Raquel D’Aquino Garcia Caminha, Monira Samaan Kallás, Aytan Miranda Sipahi, Paulo Sérgio da Silva Santos, Potential mouth rinses and nasal sprays that reduce SARS-CoV-2 viral load: What we know so far?, Clinics, 10.6061/clinics/2020/e2328, 75, (2020).Crossref]

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Medicina integrata e Fitoterapia

Il percorso degli aromi: affrontiamolo insieme!

A chi non è mai capitato di emozionarsi “incontrando” un odore particolare: quello della Lavanda, che la mamma metteva nei cassetti a profumare la biancheria, quello della scorza di mandarino che ci fa pensare al Natale.

A me succede con l’odore del legno, che in un attimo mi riporta alla Bottega da falegname del nonno nella quale trascorrevo i miei pomeriggi osservando come un semplice pezzo di legno prendeva forma fino a diventare l’anta di un armadio, oppure il ripiano di una mensola, e con l’odore della pioggia dei temporali mi ricorda le lunghe, bellissime estati in montagna.

Ma può un “odore” fare tutto questo? Assolutamente, e la spiegazione è da ricercare nella fisiologia del nostro sistema olfattivo, oltre che nella “costruzione” del nostro cervello.

Gli odori compiono infatti un vero e proprio “percorso” che incomincia nel momento in cui le molecole che li costituiscono, tecnicamente definite come “odoranti”,  si mescolano al mezzo gassoso, ovvero all’aria,  e termina nella parte più antica ed interna del nostro cervello, il sistema limbico che è sede di emozioni, istinti primordiali e comportamenti oltre che delle cosiddette “memorie olfattive” che in tempo zero sono in grado di correlare un “odore” ad un evento e di suscitare la conseguente reazione.

A quelle generali, legate appunto ai meccanismi di nutrizione e sopravvivenza, si aggiungono poi quelle personali, legate a eventi o persone che ciascuno di noi ha vissuto o incontrato.

Come avviene tutto ciò?

L’olfatto è, fra i cinque sensi, quello filogeneticamente più antico: si è sviluppato per primo nell’evoluzione della specie ed è il primo a raggiungere completezza nel neonato che alla nascita “riconosce” la madre dall’odore. In tutte le specie è legato al nutrimento e alla sopravvivenza, ma anche alla “memoria” (esattamente come il cervello limbico!).

La sede principale è la mucosa delle cavità nasali nella quale sono localizzati i recettori olfattivi (OR), cellule che rispondono a molecole chiamate odoranti che hanno la caratteristica di avere un peso molecolare ridotto ed una elevata volatilità, intesa come capacità di mescolarsi al mezzo gassoso attraverso il quale raggiungono facilmente la cavità nasale e quindi il recettore.

Gli odoranti hanno caratteristiche precise sia dal punto di vista fisico (piccola dimensione) che chimico (conformazione in grado di legare il recettore): queste caratteristiche influenzano in modo diretto la volatilità: una molecola più piccola e dalla conformazione più semplice si mescolerà più rapidamente al mezzo gassoso (e viceversa) e queste caratteristiche determinano il timbro olfattivo della molecola che viene identificata dal recettore e quindi dal SNC in modo preciso ed immediato.

Per questo motivo l’olfatto è stato definito il senso perfetto: perché si tratta dell’unico senso nella cui struttura non esistono centri di elaborazione intermedia fra il momento in cui l’odorante lega il recettore olfattivo e quello in cui l’impulso raggiunge il cervello,  come accade per tutti gli altri sensi.

L’olfatto è anche l’unico senso che non si attenua mai, nemmeno durante il sonno, è un sistema di vera e propria “vigilanza” sempre in allerta.

I geni che codificano per i recettori olfattivi rappresentano la “famiglia” più estesa nel genoma del mammifero e nell’uomo sono oltre 350: questi numeri danno la misura di quanta importanza è stata dedicata dalla Natura a questo senso.

I recettori olfattivi (OR) sono specifici per specifiche molecole aromatiche (odoranti) e sono collocati sulla mucosa nasale (epitelio olfattivo).

Le tappe anatomo-fisiologiche dell’informazione olfattiva sono rappresentate da tre strutture precise: l’epitelio olfattivo, il bulbo olfattivo, il cervello (SNC).

L’odorante incontra l’epitelio olfattivo e viene “catturato” dal recettore, a questo punto parte lo stimolo (potenziale di azione) che trasmette segnali al bulbo olfattivo e quindi, attraverso il nervo olfattivo, al cervello (SNC) ed in particolare al sistema limbico sede della memoria olfattiva, delle emozioni e degli istinti (cervello antico): non viene coinvolta in questo passaggio la corteccia cerebrale che, sede della razionalità, eserciterebbe una sorta di “filtro”, per cui il passaggio è veloce, diretto e non mediato.

Anche l’ipotalamo, sede del controllo ormonale, viene coinvolto ed in questo modo viene influenzata la produzione di neurotrasmettitori di ormoni come endorfine, serotonina, adrenalina, che influenzano il comportamento e la percezione del sé.

La molecola aromatica viaggia dunque in modo diretto e privo di censure verso il luogo recondito delle nostre emozioni e dei nostri istinti, senza il vaglio della ragione e della volontà consapevole che anzi, è lei stessa ad influenzare.

Così come per la vista anche l’olfatto possiede una sorta di “spettro” che per quanto riguarda l’uomo è di oltre 10-30 milioni di recettori  appartenenti a circa 100 tipologie differenti. Altre specie (cane) ne possiedono un numero superiore e sono infatti in grado di percepire odoranti che noi non possiamo percepire: i roditori sono gli animali con il più ampio spettro  olfattivo.

Questo spiega come il nostro organismo e le nostre funzioni possano essere influenzate da un odorante che noi non percepiamo o che percepiamo solo dopo un certo tempo o, ancora, come la nostra percezione dell’odore vada incontro ad adattamento (nessuno percepisce il proprio odore o, dopo un certo tempo in cui si sta in un luogo, si smette di percepirne l’odore). Anche chi soffre di anosmia (perdita della percezione degli odori, temporanea o permanente) può venirne influenzato.

Tutto questo ci fa comprendere in quale modo le molecole aromatiche lavorino sulla nostra componente mentale.

La piccola molecola odorosa presente nell’aria viene respirata ed entra in contatto con una altrettanto piccola struttura sulla mucosa nasale, ed è come quando una chiave apre una porta: si entra in una “stanza virtuale” dove (pensate di quali “magie” è capace il nostro corpo) si “accende” una scarica elettrica che, velocissima, attraverso il nervo olfattivo, raggiunge il cervello limbico.
Qui ci sono le emozioni, che aspettano di essere risvegliate…ecco perchè la Lavanda è capace di portare aiuto, Ravintsara è il soffio che disperde la tristezza, Limone la voglia di fare, e Ylang Ylang la serenità di cui spesso abbiamo tanto bisogno.

In questo modo è possibile “usare” l’Aromaterapia per intervenire a livello mentale: semplicemente mandando in diffusione (in uno dei prossimi articoli di questa rubrica proprio della diffusione con  strumento di terapia parleremo in modo più approfondito) un olio essenziale o un’essenza, oppure utilizzando lo strumento delle “inalazioni a secco” direttamente dal boccetto tenuto ad un centimetro di distanza dal naso.

Anche i “bagni aromatici” sono un importante strumento per il nostro benessere, ed anch’essi sfruttano questa straordinaria capacità delle molecole aromatiche di generare impulsi in grado di determinare specifiche reazioni da parte nostra.

Gli aromi dunque, attraverso il loro speciale “percorso” verso la parte antica del nostro cervello ci danno la possibilità di “fare terapia” in moltissimi modi, in particolare migliorando il nostro umore, la nostra capacità e voglia di fare, di guardare con fiducia al futuro.

Dr Stefania Sartoris

Farmacista – Biologo – Naturopata Professore a Contratto presso il Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco – Università degli Studi di Torino

@percorsincorso

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dr.sartoris.stefania@gmail.com

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Alimentazione e Sport

Valutare lo stato nutrizionale marziale ? Bisogna tener conto di perdite e necessità individuali

Analizzare lo stato nutrizionale del ferro all’interno dell’organismo umano non è facile come sembra, in quanto, diversi sono gli indici diagnostici che devono essere presi in considerazione e tante altre possono essere le condizioni individuali del soggetto che caratterizzano la diagnosi marziale.

Una dieta mediterranea apporta un quantitativo di ferro che si attesta intorno ai 10-20 mg al giorno. A tal proposito spesso ci si trova di fronte a profili dietetici che non tengono conto del fabbisogno marziale del soggetto, portandolo ad uno stato carenziale. In genere nei Paesi in via di sviluppo vengono a verificarsi stati di carenza di ferro anche in relazione al largo consumo di fibre insolubili che ne alterano l’assorbimento.

ferro

In particolare l’Africa risulta esclusa da tale condizione in quanto durante la preparazione di bevande alcoliche ,in pentoloni di ferro, questo metallo viene disciolto all’interno delle stesse durante la preparazione.

In media le scorte di ferro all’interno del nostro organismo presentano dei valori di riferimento specifici per uomo e per donna :

  • DONNA : 500-1500 mg
  • UOMO : 300-1000 mg

Come è possibile valutare uno stato carenziale di ferro?

tabella-fabbisogno-ferro

Per stimare una carenza marziale si prendono come riferimento alcuni indici biochimici importanti :

  • Ferro colorabile negli aspirati di midollo osseo
  • Ferritina plasmatica
  • Transferrinemia
  • Sideremia

Quando il clinico si trova di fronte ad una carenza marziale, in generale, si ha una diminuzione della saturazione della transferrina, diminuzione della sideremia e contemporaneo aumento della quantità totale di transferrina.

Nella situazione citata, di solito, diminuisce anche la concentrazione di ferritina nel siero, mentre la transferrina e la sideremia potrebbero essere ancora nella norma in presenza di lievi carenze marziali.

Altri indici di riferimento importanti sono la quota libera di protoporfirina all’interno degli eritrociti, la ferritina ed il recettore per la transferrina che è stato proposto come test importante per la diagnosi di carenza.

Anemie e diagnosi differenziale

globuli-rossi-bianchi-piastrine

Per effettuare una diagnosi differenziale tra i diversi tipi di anemie microcitiche (diminuzione della grandezza dei globuli rossi) è utile tener presente differenti fattori. Nella deficienza di ferro si somministra il metallo che porta ad un miglioramento del quadro clinico del paziente, ma li dove se ne è attestato uno stato carenziale.

E’ importante anche considerare che la ferritina si innalza in alcuni processi infiammatori cronici : artrite reumatoide, linfoma, leucemia, forme tumorali e insufficienza renale cronica.

Differenziare tali stati patologici da una anemia sideroblastica è importante, in quanto, quest’ultima risulta caratterizzata da un eccesso di ferro in determinati distretti.

Dunque per diagnosticare una anemia ferrocarenziale bisogna dimostrare una diminuita scorta di ferro all’interno dell’organismo attraverso una valutazione del suo stato nutrizionale.

Perdite obbligatorie

ferro-sangue

Esistono all’interno del nostro organismo delle perdite obbligatorie di ferro che possono avvenire in diversi distretti ed in relazione a diversi fenomeni degenerativi.

La maggior parte delle perdite avviene attraverso le feci, ed in questo caso il metallo deriva dallo sfaldamento di cellule mucosali morte, dalla bile o da globuli rossi provenienti da minuscolo episodi emorragici.

Altre quantità molto piccole di ferro vengono eliminate attraverso la pelle dalla desquamazione di cellule epiteliali attraverso il sudore e con le urine che lo contengono solo in tracce.

Di solito i bisogni marziali vengono calcolati con la regola di 1mg.d -1 , nel maschio adulto, con il metodo fattoriale.

Analizzando le eventuali perdite :

  • 0.35 mg derivanti dall’intestino in relazione a piccoli fenomeni emorragici
  • 0.20 mg con secrezioni epiteliali
  • 0,08 mg con le urine
  • 0,10 mg dalla ferritina delle cellule mucosali desquamate
  • 0,20 mg con la bile

Andare a stabilire la perdita marziale che avviene con il ciclo è difficile, in quanto vengono persi in media 40 ml di sangue ma alcune donne presentano cicli molto più abbondanti pur non presentando stati carenziali.

La gestazione compresi i 6 mesi di allattamento portano ad una deplezione del metallo che va da 420- 1.030 mg di ferro.

Di solito il sangue perso durante il parto non viene considerato in quanto risulta pareggiato dai mesi senza ciclo. Non viene preso in considerazione anche l’extra ferro che è necessario per l’espansione dell’utero e per volume ematico, in quanto questo viene recuperato dopo la gravidanza.

Il fattore più importante da tenere in considerazione è che durante la gravidanza la donna necessità di quantità di ferro maggiori in relazione ad un avida deplezione indotta dal feto.

Gli specialisti a tal proposito consigliano supplementi di ferro nella donna gravida proprio in relazione a tale fenomeno.

Il fabbisogno marziale di una donna in gravidanza non può essere, nella maggior parte dei casi, soddisfatto con il solo atto alimentare.

Fabbisogno marziale e particolari condizioni

L’assorbimento intestinale di ferro alimentare si attesta intorno al 10-20 % ed in base a tale fattore possono essere eseguiti dei calcoli matematici di quantità minime da assumere.

In realtà la situazione risulta molto più complessa perchè non tutti abbiamo la stessa capacità di assorbimento da parte della barriera intestinale ed inoltre il fabbisogno cambia in relazione a sesso, età e condizione patologica, nonchè alimentare.

I maschi presentano una maggiore necessità di ferro durante la rapida crescita puberale, mentre nelle donne questa si verifica nel periodo di maggiore fertilità.

In particolare ci sono gruppi di persone che richiedono particolari considerazioni circa i bisogni di ferro :

  • Donatori abituali di sangue necessità di un aumento del fabbisogno marziale
  • Parassitosi intestinale: in soggetti di particolari Paesi le infezioni da anchilostomi impongono fabbisogni più alti di ferro
  • Donne che utilizzano contraccetivi orali : Riduzione del flusso mestruale del 60% con abbassamento della RDA relativa di ferro
  • Donne in menopausa che utilizzano terapia ormonale sostitutiva: Sanguinamento relativo uterino con aumento di bisogno di ferro
  • Diete vegeriane: attenzione particolare ai vegetariani che assumono alimentari che non hanno ferro-eme e tutto ciò comporta un minore assorbimento del metallo con relativo aumento di carenza marziale.

Nell’ultimo punto bisogna specificare al lettore che non tutte le diete vegetariane portano a questo tipo di condizione, in quanto bisogna andare ad analizzare i singoli alimenti inseriti nel protocollo alimentare calcolando, in relazione al soggetto, il giusto apporto marziale .

Dr. Vincenzo Zottoli – Farmacista, dottore in Biologia, master di secondo livello in dietetica e nutrizione clinica.

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