Medicina e salute

La mucosa orale: afte e stomatite

Durante il cambio stagione, soprattutto in inverno, molte persone iniziano a manifestare dolori e situazioni infiammatorie a carico della mucosa orale; talmente tanto debilitanti che a volte è impossibile anche mangiare e bere. Si tratta infatti di affezioni e a questa categoria appartengono le afte e la stomatite.

Cosa sono le afte?

Appaiono quasi come delle piccole ulcere, possono essere singole oppure multiple, molto fastidiose e spesso dolorose, sorgono generalmente lungo il palato e lungo la parete più interna delle guance, possono essere anche sulle gengive e nella parte più interna delle labbra.

In genere hanno, la maggior parte, un diametro inferiore al centimetro e guariscono circa in due settimane senza lasciare alcuna cicatrice. Sono di diversa tipologia e compaiono solitamente a seguito di una piccola o impercettibile rottura della mucosa orale precedute qualche giorno prima da una sensazione di fastidio e di dolore o anche di bruciore lieve non di molta importanza.

Spesso sono ricorrenti: si ripresentano in maniera periodica con una frequenza che può variare da persona a persona in funzione anche di molteplici situazioni esterne come, ad esempio, lo stress.

Quali sono i sintomi?

Sintomo caratteristico di afte è la presenza di un dolore intenso e localizzato in uno oppure in più punti precisi all’interno della bocca. A volte assieme al dolore compaiono un pò di bruciore, del formicolio e una sensazione di secchezza. Tutto ciò comporta difficoltà sia nel mangiare che nel parlare.

Si può spesso osservare una piccola ulcera poco profonda dal colore bianco o a volte giallastro e tutt’intorno un piccolo alone rossastro. Nella prima fase si forma una patina biancastra formata da strati di fibrina, proteina coinvolta nel processo di coagulazione del sangue. La loro durata varia dai 10 ai 15 giorni, non sono dure e non sanguinano.

I fattori scatenanti

I fattori scatenanti possono essere tanti, non sono tutti ben definiti, ma tra più comuni abbiamo:

  • la predisposizione genetica,
  • lo stress,
  • i disturbi ormonali,
  • la presenza di un herpes labiale (possono formarsi a seguito di un herpes),
  • l’uso prolungato di farmaci come gli antidepressivi,
  • la presenza di protesi dentarie o anche di apparecchi dentari messi in  maniera non corretta,
  • piccoli morsi accidentali della bocca o minuscoli traumi  di origine varia come scottature, 
  • allergie alimentari come quella ai pomodori e la stessa celiachia.

Come si cura?

Di solito le afte vanno a regredire in modo spontaneo. Sebbene la durata sia variabile, così come lo è il fastidio, si vanno a ad utilizzare proprio per alleviare il dolore e poter bere o mangiare e parlare vari prodotti.

Molto usati sono i gel a base di aloe vera con sostanze disinfettanti e lenitive, collutori, sciroppi, esistono anche dei piccoli cerotti che le vanno a isolare le afte. Nelle forme più forti, sotto indicazione del medico, si può fare ricorso a cortisonici.

Fondamentale per la cura e la prevenzione sono la riduzione di cibi troppo caldi o troppo freddi, pure cibi molto piccanti o acidi come per esempio spezie, agrumi in genere, mangiare molta frutta e verdura, bere molta acqua e ridurre lo stress.

É molto importante anche mantenere una corretta igiene orale utilizzando spazzolini con setole morbide. Nei casi più gravi sotto consiglio del medico può essere indicato un trattamento laser per ridurre la sensazione dolorosa e favorire la chiusura delle piccole lesioni.

Che cos’è la stomatite?

A seguito di una o più afte, la mucosa orale può infiammarsi in modo molto doloroso. Ma quali sono le cause? Sono molteplici. Dipende da carenze di tipo nutrizionale quindi da un apporto non sufficiente di vitamine ma da intolleranze alimentari e da allergie non ancora identificate. Possono esserne causa, inoltre, un’insufficiente igiene orale o delle protesi, o delle infezioni presenti nel cavo orale.

Qual è la sintomatologia?

Spesso all’interno della bocca ci sono altre piccole ulcere, piccole cheiliti, gengiviti, però si cominciano osservare dei gonfiori a carico dei linfonodi accompagnati da febbre e sintomi di sonnolenza, campanello d’allarme di patologie più importanti quali malattie infettive, disturbi del metabolismo, deficit del sistema immunitario e carenze vitaminiche. 

La cura e prevenzione

Esistono in commercio preparati antinfiammatori, antisettici e antimicrobici associati a piccoli dosaggi di anestetici locali per sfiammare, disinfettare e ridurre il dolore  all’interno del cavo orale in forma di collutori, spray, gel oppure compresse. Fondamentale nella cura e nella prevenzione sono l’igiene orale e un’alimentazione ricca di vitamine.

Dott.ssa Orsola Procopio  – Farmacista

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Alimentazione e Sport

ZUCCA: “REGINA D’AUTUNNO”,  che cos’è, proprietà, benefici.

Hai mai sentito parlare della “regina d’autunno”? Se sii di sicuro si riferivano alla zucca, prezioso e benefico frutto del mese di novembre! Di seguito troverai i valori nutrizionali e i vantaggi di questa speciale bacca.

Che cos’è la zucca?

La pianta è un’erbacea rampicante, dal cui fusto si sviluppano i viticci di ancoraggio. Presenta foglie ruvide di considerevole grandezza. I frutti maturano generalmente dalla fine di agosto agli ultimi giorni di novembre.

Le zucche non sono autoctone. Scoperte grazie alla colonizzazione del Nuovo Mondo nel XVI secolo, sono state importate dal continente americano dapprima come flora ornamentale e qui, solo in un secondo momento, coltivate a scopo culinario. Tuttavia, grazie alle tante varietà coltivate e al perfezionamento delle tecniche e dei metodi di conservazione, la zucca è praticamente presente sul mercato tutto l’anno.

Le specie commestibili coltivate in Italia sono tre:

Valori nutrizionali

Le zucche hanno un basso apporto calorico in virtù della presenza nella polpa di un’alta concentrazione di acqua (circa 94%) e di una bassissima percentuale di zuccheri semplici. Con 18 kcal ogni 100 g, la zucca gialla e cruda contiene:

valori nutrizionali della zucca

Proprietà e benefici

Povera di calorie, ma naturalmente ricca di fibre, la zucca è un ortaggio dalle qualità antiossidanti. Simbolo della festa di Halloween, protagonista di mille ricette, dalle paste fresche ai risotti, dai contorni ai biscotti, tra ottobre e novembre la zucca colora di arancio vivace le vetrine dei negozi e anche le nostre tavole.

Ma la zucca non è solo protagonista di “dolcetti e scherzetti”: le proprietà del frutto per eccellenza della famiglia delle Cucurbitaceae sono davvero tante e, sebbene i benefici della zucca sulla colesterolemia non siano del tutto provati, il buon contenuto di antiossidanti ne fa un alleato indiscusso per il cuore.

Aiuta il sistema immunitario

La zucca contiene ben 599 mg di vitamina A e 9 mg di vitamina C. La prima potenzia le difese dell’organismo, aiuta a combattere le infezioni e sostiene la salute della vista, contrastando l’invecchiamento. La seconda, invece, favorisce la produzione di globuli bianchi, aiuta la funzionalità delle cellule immunitarie e svolge un’azione efficace nella guarigione delle ferite. Oltre a queste due vitamine, la zucca è anche una buona fonte di ferro e acido folico, protagonisti indiscussi nel rafforzamento del sistema immunitario.

Protegge la vista

Secondo alcuni studi, si è visto che le persone che assumevano più beta-carotene (una sostanza che l’organismo è in grado di trasformare in vitamina A) mostravano un rischio significativamente inferiore di cataratta. Inoltre, è anche una delle migliori fonti di luteina e zeaxantina, due sostanze associate a un minor rischio di degenerazione maculare senile. Infine, la presenza delle vitamine C ed E, che funzionano come antiossidanti, può impedire ai radicali liberi di danneggiare le cellule degli occhi.

benedici della zucca

Preserva la salute del cuore e delle ossa

La presenza di nutrienti come potassio, vitamina C e fibre è, secondo gli studi, collegata alla salute del cuore. Ad esempio, alcune ricerche hanno dimostrato che le persone che assumevano con la dieta più potassio, avevano una pressione sanguigna più bassa e un ridotto rischio di ictus, diabete e malattie cardiache.

La zucca poi è anche ricca di antiossidanti, come abbiamo visto, che possono proteggere l’organismo anche dal colesterolo LDL (quello “cattivo”). Infatti, quando le molecole del colesterolo LDL si ossidano, possono accumularsi lungo le pareti dei vasi sanguigni: la conseguenza è il restringimento dei vasi e l’aumento del rischio di malattie cardiache. Il potassio, inoltre, aumenta la densità minerale delle ossa, contrastando il rischio di fratture e osteoporosi.

Sfera urologica

I semi di zucca tradizionalmente vengono utilizzati contro l’enuresi notturna dei bambini e contro la variegata sintomatologia a carico del sistema urologico che può accompagnare l’ipertrofia prostatica benigna, disturbo che comporta l’ingrossamento della ghiandola prostatica (come disturbi minzionali, minzione frequente e minzione frequente notturna, urgenza minzionale, minzione intermittente, ritenzione urinaria, mancato svuotamento della vescica).

Il merito sarebbe dei betasteroli, sostanze strutturalmente simili agli androgeni e agli estrogeni di cui i semi di zucca sono ricchi. Sempre per merito dei betasteroli i semi di zucca sarebbero inoltre in grado di ridurre i livelli di colesterolo nel sangue e di lenire la sintomatologia legata alla carenza estrogenica nella post-menopausa. 

Favorisce il sonno

I semi di zucca contengono un aminoacido speciale, il triptofano. È una sostanza implicata nella produzione di serotonina, chiamata anche “ormone della felicità”. È una molecola sintetizzata dalle cellule del sistema nervoso centrale e dell’apparato gastrointestinale. La sua funzione principale è quella di neurotrasmettitore, cioè regola la comunicazione tra i neuroni. È anche coinvolta nella regolazione del tono dell’umore e del ciclo sonno/veglia.

alleata per la pelle

Amica della pelle

La zucca è ricca di sostanze nutritive che sono ottime anche per la pelle. Sono molte le industrie cosmetiche che, utilizzano oli vergini dai semi della zucca, come texturizzante e stabilizzante nelle formulazioni cosmetiche. Grazie alle sue proprietà emollienti, lenitive, esfolianti, tonificanti, rigeneranti e antiossidanti la zucca è molto utilizzata nella skincare e nella haircare routine.

Per prima cosa, è una buona fonte di beta-carotene che agisce anche come protezione solare naturale, quindi aiuta a proteggere le cellule epiteliali dai danni dei raggi UV. La vitamina C, invece, favorisce la produzione di collagene, una proteina che mantiene la cute forte e sana.

L’olio di zucca, ad esempio, che si ricava dalla spremitura a freddo dei semi, decorticati e tostati, è ricco di acidi oleico e linoleico e di vitamina E. L’elevata presenza di antiossidanti costituisce una protezione efficace dai radicali liberi. È un olio, molto adoperato, che aiuta a nutrire, rigenerare, ringiovanire ed elasticizzare l’epidermide.

La polpa, è ricca di betacarotene, vitamina C, sali minerali tra cui: calcio, potassio, magnesio, sodio e zinco e diversi aminoacidi. Inoltre, stesso dalla polpa, è possibile ottenere notevoli quantità di pectina, un polisaccaride naturale. La polpa è anche ipocalorica, regolarizza l’intestino, drena e rigenera la pelle attraverso un’efficace azione antiage e di riequilibrio idrico a livello cellulare, che previene e attenua anche la formazione di cellulite. 

Tradizioni popolari

Rimedi popolari a base di semi di zucca vedono inoltre il loro consumo contro i vermi intestinali: le potenzialità terapeutiche dei semi di zucca in questo ambito sono legate in particolare alla presenza, al loro interno, della cucurbitina, un aminoacido che sembrerebbe avere potenzialità in grado di contrastare le infezioni da vermi parassiti. 

Dott.ssa Laura Marino   Farmacista

BIBLIOGRAFIA

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Inglese, International

Insomnia: is the current sleeping schedule of 8 hours good for the human being?

Insomnia is one of the biggest problems for health of the 21st century. Everyone knows the uncomfortable sensation of being awake in the middle of the night and having difficulties to sleep. It is common in specific periods, specially when we are nervous and stressed, whether we are preparing an exam or we have worries. However, there are people who suffer from sleeping disorders on daily basis, around 30% – 50% of the population suffers from chronic insomnia. 

After some researching, the question is: has the human being always slept for 7-8 in the night? Some experts have unveiled the so called “biphasic sleep”, there has been little discussion on this subject and you may wonder what is it about.

Biphasic sleep consists of two sleeping phases with an interruption in the middle of the sleep. Researchers have demonstrated that our ancerstors in the middle age used to sleep in two phases, they fell asleep at the beginning of the night and they woke up in the middle of the night. They used this interruption to read, to speak with their relatives, to pray, among other things. After this pause, they fell asleep again and they slept until the morning. 

This suggests that our sleeping routine has changed with time and our bodies are not used to sleep for 7-8 hours without interruptions. The historical event that led the emergence of monophasic sleep was the industrial revolution. Artificial light arised and our sleeping patters changed. Human being went to bed later and the time destined to sleep was reduced. Biphasic sleep disappeared and led to monophasic sleep.

Biphasic sleep is quite common between different animal species: many bird species, mammals and insect are biphasic sleepers. That means that our sleep patters are unnatural. This could be demonstrated through a study that selected several healthy individuals to sleep without artificial light (10 hours of light, 14 hours of darkness) and analyze their sleeping patterns. 

At first the participants slept an average time of 7,7 hours with a monophasic pattern. After some time of adaptation there were individuals who naturally changed their monophasic sleep for a biphasic sleep, the average time of sleeping increased until reaching a period of 11 hours and it was observed that participants interrupted their sleep during one to three hours and then they slept again.

Monophasic sleep may have some disadvantages, we dedicate less time to sleep and there are people who have a biphasic or polyphasic pattern, resting less. The body is regulated by two hormones: melatonin and cortissol. The first one is responsible for telling our body that we have to sleep, cortissol has the opposite function, it activates our bodies telling us that we have to stay awake. The body expossure to artificial light decreases our melatonin levels, this make sleeping difficult for us and we tend to go to bed later. 

In a nutshell, these are good news for people who suffer from chronic insomnia, waking up at the middle of the night is something natural, the human body has had no time to adapt to a monophasic pattern and some of us interrupt our sleep naturally.

To improve our sleep quality it would be necessary to readapt our lifestyle to the natural cycle. How can this be done? Expossure to artificial light should be reduced (yes, this includes our cell phones and electronic devices) to readjust our melatonin levels, it is recommended to stop using our electronic devices around 30-60 minutes before we go to bed, it is also important to follow a regular schedule going to be always at the same time.

Written by Sara García Sánchez

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Medicina integrata e Fitoterapia

Arnica montana L. e sistema cutaneo

INTRODUZIONE

L’apparato tegumentario è costituito dalla cute e dagli annessi cutanei (unghie, peli, diverse ghiandole) che in essa si distribuiscono con diversa organizzazione e funzione. La cute (pelle) è a sua volta costituita da uno strato superficiale (epidermide), da uno strato profondo (derma) e dal tessuto adiposo sottocutaneo.

L’epidermide è formata, dall’esterno all’interno, da 4 strati: corneo, granuloso, spinoso e germinativo. Lo strato germinativo è l’unico a riprodursi e a formare nuove cellule che a poco a poco si trasformano in cellule cornee. Lo strato corneo invece va incontro ad una desquamazione necessaria per mantenere costante lo spessore dell’epidermide.

Il derma è costituito da tessuto connettivo nel quale è presente una fitta rete di vasi, nervi, ghiandole (sudoripare e sebacee) e follicoli piliferi. Infiammazioni, infezioni, eruzioni, lesioni, ulcere, escrescenze, scottature ed altri traumi possono temporaneamente cutaneo causando disturbi più o meno seri per gravità e durata. Disturbi cutanei si possono avere anche per cause organiche e un’eccessiva traspirazione.

Il trattamento dei disturbi cutanei, contrariamente a quanto di solito si ritiene, non si differenzia da quello dei disturbi di altri tessuti: deve essere il più possibile eziologico e poi sintomatico. Le lesioni cutanee sono visibili e facilmente accessibili. Il trattamento topico è comunque da preferire perché non provoca in genere effetti sistemici ed è sufficiente a migliorare o a risolvere un “disturbo”.

I farmaci usati per il trattamento dei disturbi cutanei sono applicati sotto forma di paste, unguenti, emulsioni, lozioni, glicerolati. Il veicolo impiegato per la preparazione di queste forme farmaceutiche deve essere privo di azione farmacologica. Per avere una buona azione locale, il farmaco non deve essere assorbito dalla cute o deve essere assorbito poco. Questo evita gli effetti sistemici. Tuttavia l’assorbimento di elevate quantità di farmaco può verificarsi quando la superficie di applicazione è vasta o la cute non è integra.

PIANTE POST-TRAUMATICHE

Sono diverse le piante medicinali supportate dalla German Commission E per trattare le ferite e ustioni o che sono utili per le condizioni post-traumatiche e post-operatorie. Tra queste ci sono la Centella asiatica, la Melaleuca leucadendra, lEchinacea purpurea, l’Arnica montana. Studi clinici e un diffuso uso tradizionale hanno conferito particolare valore alla centella per il trattamento di ustioni e ferite e all’arnica nelle condizioni post-traumatiche.

Arnica montana L. è una pianta perenne appartenente alla famiglia delle Asteraceae, molto diffusa in Europa. Si sviluppa da un rizoma strisciante, dopo il primo anno spunta una rosetta di foglie basali ovali-lanceolate, aderenti al suolo. Il secondo anno si sviluppa un fusto floreale semplice, leggermente peloso, alto circa 50-60 cm, su di questo si forma un grosso fiore giallo-arancio, ed in basso, all’ascella di due brattee opposte, si formano altri due fiori piccoli. Tutta la pianta possiede un piacevole odore aromatico.

Arnica montana L.

La droga è costituita dai fiori e dalla radice essiccata.

I costituenti principali sono lattoni sesquiterpenici (elenalina e diidroelenalina), flavonoidi e tannini, olio volatile, alcoli triterpenici (arnidiolo, feradiolo), polifenoli (acido caffeico, acido clorogenico). L’arnica presenta attività antiinfiammatoria e antimicrobica. L’attività antiinfiammatoria è dovuta ad un’azione inibitoria sulle cellule neutrofile e un’inibizione dell’attività enzimatica lisosomiale nei neutrofili. Ad alte concentrazioni può verificarsi l’inibizione della ciclossigenasi. Sembrano essere responsabili dell’attività antiinfiammatoria i lattoni sesquiterpenici; l’elenalina potrebbe essere responsabile almeno in parte dell’attività antimicrobica

La tradizione attribuisce all’arnica proprietà antinfiammatorie e analgesiche Ritenuto il rimedio principale del trauma, utile nell’ecchimosi ed edemi conseguenti a contusioni, fratture, strappi muscolari e slogature. È un rimedio di utile impiego per le contusioni, distorsioni, schiacciamenti, nevralgie e dolori reumatici. L’attività antiflogistica e analgesica è dovuta al lattone sesquiterpenico capace di ridurre edemi e dolori di origine infiammatoria con buona azione antisettica. I flavonoidi e gli oli eterei svolgono effetti sinergici che permettono al fitocomplesso di agire con la massima efficacia.

EFFICACIA CLINICA

Sebbene l’arnica sia largamente usata in condizioni post-traumatiche, ci sono pochi studi riguardanti la sua efficacia clinica. La German Commission E stabilisce che le preparazioni di fiori di arnica sono indicate per l’uso esterno nel trattamento di condizioni post-traumatiche e post-operatorie come ematomi, contusioni, dolori reumatici dei muscoli e delle articolazioni, e per il trattamento dell’infiammazione della pelle.

In uno studio in doppio cieco è stato dimostrato che un unguento a base di arnica riduceva il dolore post-chirurgico in 37 pazienti sottoposti a chirurgia del tunnel carpale.

In 3 studi randomizzati, placebo-controllati, in doppio-cieco sono stati analizzati pazienti che soffrivano di problemi al ginocchio che necessitavano di intervento chirurgico in artroscopia. Prima dell’intervento i pazienti hanno assunto una preparazione a base di arnica o placebo. In seguito all’intervento la preparazione è stata ancora somministrata. In tutti e tre gli studi i pazienti che avevano assunto l’arnica hanno mostrato una promettente tendenza ad un minore gonfiore postoperatorio rispetto ai pazienti che avevano assunto il placebo.

In uno studio randomizzato in doppio-cieco è stata valutata l’efficacia dell’Arnica D4 (10 pillole assunte oralmente 3 volte/die) rispetto al diclofenac sodico (50 mg assunti oralmente 3 volte/die) in 88 pazienti 4 giorni dopo l’operazione all’alluce valgo. Arnica D4 e diclofenac erano equivalenti per l’irritazione della ferita e la mobilità del paziente. Rispetto al dolore Arnica D4 era inferiore al diclofenac. Non sono state osservate significative differenze riguardo l’uso di ulteriori analgesici nei 4 giorni post-operatori.

CONTROINDICAZIONI ED EFFETTI COLLATERALI

È controindicata in soggetti allergici al fiore di Arnica o altre specie appartenenti alla famiglia delle Asteraceae. In seguito ad applicazioni troppo elevate o prolungate nel tempo, si può verificare prurito, irritazione della pelle o dermatiti da contatto. Si raccomanda di prediligere l’impiego solo per uso esterno. Non applicare su ferite o abrasioni.

Dott.ssa Giusy TrivignoTecnico Erborista
Scrivimi pure su: Instagram, Linkedin o all’email giusytrivigno98@libero.it

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

AA.VV. Monografie ESCOP. Le basi scientifiche dei prodotti fitoerapici. Planta Medica Edizione, 2006, pp. 51-56

Altern Ther Health Med 2002, 8, 66-68

Carbone R. Planta Medicamentum Naturae. Prima edizione, 2021.

Complementary Therapies in Medicine 2006, 14, 237-46.

Firenzuoli F. Fitoterapia. Guida all’uso clinico delle piante medicinali. Terza edizione Ed. Masson 2002

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/?term=arnica+montana

Journal of alternative and complementary medicine (New York, N.Y.) 2008, 14, 17-25.

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Alimentazione e Sport

Come conservare gli alimenti e come riporli in frigo?

Conservare correttamente significa cercare di mantenere il più a lungo possibile le caratteristiche organolettiche e sensoriali del prodotto, ma soprattutto poterlo consumare a distanza di tempo in sicurezza.

Una corretta conservazione serve a contenere il rischio biologico, ovvero l’ eventuale proliferazione di microrganismi negli alimenti che possono causare infezioni, intossicazioni e tossinfezioni. Lo sviluppo microbico è infatti favorito dalle condizioni di temperatura, umidità e tempo.

Il frigorifero e il congelatore servono proprio a frenare l’attività dei microrganismi o dei processi chimici degradanti e le modalità di conservazione variano in base alla tipologia di alimenti:

Innanzitutto è importante riporre la spesa e consumare gli alimenti secondo la regola FIFO (First In, First Out) “chi prima entra, prima esce”: gli alimenti acquistati per primi devono essere consumati per primi.

Bisogna evitare di consumare gli alimenti appena acquistati quando ce ne sono altri in frigo o nella dispensa da più tempo; in questo modo infatti si rischia di farli scadere.

Come conservare gli alimenti stabili?

Gli alimenti stabili si ripongono nelle dispense, che devono essere spazi freschi, asciutti, bui, lontani da fonti di calore.

Alcuni di questi prodotti, una volta aperta la confezione o avanzati dopo il pasto, vanno riposti in frigorifero. In questo caso bisogna leggere con attenzione le indicazioni riportate in etichetta e cercare di consumare il prodotto entro breve tempo.

Altri consigli pratici:

Come conservare gli alimenti deperibili? Ecco le 9 regole!

Come anticipato prima, gli alimenti deperibili sono quelli che devono essere riposti in frigorifero per la loro conservazione e consumati entro pochi giorni dall’acquisto.

Per la loro corretta conservazione e salubrità, però, è necessario seguire 9 piccole regole che vedremo di seguito passo passo!

1. Pulire regolarmente il frigorifero

Per una corretta conservazione è necessario che il frigorifero sia pulito. Infatti i batteri proliferano molto in fretta sulle superfici interne e i cibi possono venire a contatto con le pareti del frigorifero.

È quindi buona abitudine pulirlo periodicamente, utilizzando prodotti detergenti specifici, aceto, bicarbonato o semplicemente acqua. Il frigo va pulito almeno una volta al mese.

2. Verificare la temperatura all’interno del frigo

È importante collocare il frigorifero lontano da fonti di calore (come il forno o il calorifero), e accertarci che la temperatura interna si mantenga intorno ai 4-5 °C (sulla mensola centrale).

Per mantenere la temperatura costante, inoltre, la porta non va tenuta aperta troppo a lungo, né più frequentemente del necessario.

È importante non fare scorte troppo abbondanti, e posizionare ogni alimento al posto giusto, in base alle diverse temperature interne del frigo.

3. Non fare scorte troppo abbondanti

Evitare di sovraccaricare il frigorifero con troppi alimenti: l’aria fredda deve poter circolare liberamente intorno ai cibi. Se non c’è sufficiente spazio tra i prodotti, l’aria non riuscirà a circolare e la corretta distribuzione della temperatura verrà ostacolata.

4. Posizionare ogni alimento al posto giusto

Il frigorifero deve essere tenuto a una temperatura media di 4°C. Occorre però tener presente che la temperatura all’interno del frigorifero varia in base ai ripiani e alle zone: il punto più freddo è il ripiano più basso sopra al cassetto, quello più caldo lo sportello.

Bisogna quindi posizionare gli alimenti in base alle diverse temperature del frigo per conservare in maniera ottimale tutti i cibi. In particolare meglio usare:

5. Non conservare oltre la data di scadenza.

Per evitare di mangiare accidentalmente cibi dannosi è meglio non accumulare prodotti scaduti all’interno del frigo. Potremmo infatti dimenticarci di controllare l’etichetta quando andiamo a tirarli fuori dal frigo; oppure sbagliare a leggerla, confondendo la data di scadenza con il termine minimo di conservazione.

6. Selezionare gli alimenti da refrigerare

Alcuni alimenti non hanno bisogno di essere refrigerati, anzi, potrebbero esserne danneggiati. Ad esempio la frutta esotica e gli agrumi che il freddo può far diventare amari. Oppure la frutta e verdura che devono ancora maturare. Tutti questi alimenti devono essere conservate a temperatura ambiente.

7. Niente alimenti caldi

Bisogna lasciare raffreddare completamente le pietanze prima di riporle in frigorifero. In questo modo si evitano le condense e i bruschi innalzamenti termici che potrebbero danneggiare i cibi già presenti.

8. Separa gli alimenti

Bisogna separare gli alimenti crudi da quelli cotti o pronti per essere consumati (evitare di riporli anche sullo stesso piano frigo). In questo modo si evita che microrganismi eventualmente presenti in quelli crudi, vengano trasferiti ad alimenti cotti o pronti al consumo.

Si parla infatti di contaminazione crociata (o cross-contaminazione) quando c’è un passaggio diretto o indiretto di microrganismi patogeni da alimenti contaminati ad altri alimenti. La cross-contaminazione rappresenta una delle principali cause di intossicazione alimentare ed è spesso dovuta alla collocazione sbagliata degli alimenti all’interno del frigorifero di casa.

9. Utilizzare contenitori puliti e chiusi

Bisogna utilizzare contenitori puliti e con il coperchio per conservare avanzi o preparati in frigorifero, lasciandoli raffreddare prima di inserirli nell’elettrodomestico.

È sempre buona norma conservare gli alimenti nelle confezioni originali, perché queste riportano la scadenza e indicazioni utili per la conservazione.

I cibi preparati o avanzati vanno conservati in contenitori puliti con il coperchio, aspettando che si siano raffreddati prima di inserirli nel frigo. Bisogna inoltre tenerli staccati dalla parete di fondo del frigorifero, che è una zona umida dove si crea condensa.

In conclusione…

Meglio evitare di riporre gli alimenti semplicemente su di un piatto, perché gocce di liquido potrebbero cadere da un ripiano a quello sottostante.

È possibile usare la pellicola o l’alluminio. Nel caso della pellicola di plastica trasparente fare attenzione alle indicazioni riportate in etichetta, alcune potrebbero essere non adatte all’uso con alimenti ricchi di grassi poiché a rischio di migrazione sull’alimento degli ftalati, una classe di sostanze che viene addizionata al PVC delle pellicole per migliorarne flessibilità e modellabilità. Nel caso dell’alluminio invece meglio evitare il contatto con cibi troppo acidi o molto salati che farebbero rilasciare atomi di alluminio e alterare le proprietà nutrizionali.

Dott.ssa Caterina Fedele – Tecnologo alimentare

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Cosmesi e Cosmeceutica

Siliconi, parabeni e petrolati nei cosmetici, sono davvero dannosi? 

Tra le sostanze utilizzate nei prodotti cosmetici trovano largo impiego alcune classi di composti quali i siliconi, i parabeni e i petrolati, ma da anni queste stesse sostanze sono oggetto di discussione in ambito cosmetico. 

Vi è infatti un costante dibattito tra i sostenitori della cosmesi green, che ne demonizzano l’impiego, e coloro invece che ne esaltano le caratteristiche che conferiscono ai cosmetici. Oggi vedremo nel dettaglio ogni singolo composto.

Siliconi 

I siliconi sono composti inorganici che si trovano in natura, hanno molteplici caratteristiche che li rendono particolarmente versatili in ambito cosmetico. 

Il compito principale è quello di rendere le texture, ovvero la consistenza del prodotto, dei vari prodotti soffici e setose e quindi di conferire alla pelle un aspetto morbido e levigato. Sono principalmente ingredienti di “supporto”.

Quali sono le caratteristiche dei siliconi?

Tra le principali proprietà dei siliconi si evidenziano: 

  • Stabilità alla luce, al calore e stabilità microbiologica; 
  • Idrofobicità (repellente all’acqua), per questo creano sulla pelle e sul capello una barriera protettiva che spesso è efficace nella protezione da agenti esterni quali inquinamento o agenti irritanti. 
  • Sono inerti, per cui non creano nessun tipo di reazione con la  cute o i capelli. 
  • Non sono irritanti ,né fotosensibilizzanti, non sono occlusivi né comedogenici. 

Il loro maggior utilizzo è in creme viso,creme corpo,creme mani, nei solari come stabilizzanti,nel make-up no transfer, in prodotti per capelli come districanti e condizionanti (per esempio nei balsami e maschere per capelli). 

I siliconi maggiormente utilizzati che possiamo riconoscere dall’INCI del cosmetico sono:

  • cyclohexasiloxane,
  • cyclomethicone,
  • cyclopentasiloxane,
  • Dimethicone,
  • Dimethiconol,
  • Cetyl Dimethicone,
  • Amodimethicone,
  • Dimethicone copolyol. 

Quello che come consumatori ci chiediamo è: “Perché se i siliconi hanno molte caratteristiche utili vengono indicati come sostanze tossiche? 

In effetti, a livello normativo europeo, è stato deciso di limitare (non vietare) l’uso di alcune classi di siliconi, in particolare i cyclosiloxanes. Infatti, dal 31 gennaio 2020, è vietata l’immissione in mercato di cosmetici wash-off (destinati ad essere risciacquati con acqua dopo l’applicazione) che contengano quantità pari o superiori allo 0.1% in peso di siliconi ciclici (D4,D5), ma si tratta di una decisione presa per preservare l’ecosistema acquatico e non perché siano dannosi per la pelle! 

Le alternative naturali ai siliconi esistono, anche se non arrivano a riprodurre le stesse funzionalità dei siliconi, tra queste troviamo l’hemisqualane, lo squalane, che derivano dall’olio di oliva o dall’olio di Babassu.  

Parabeni 

I parabeni sono una classe di composti chimici aromatici utilizzati in molti cosmetici quali, creme viso, shampoo, deodoranti, bagnoschiuma. Vengono utilizzati anche in campo alimentare come conservanti e  in campo farmaceutico. 

La principale caratteristica di queste sostanze è che sono potenti battericidi e fungicidi consentendo quindi un elevata capacità di conservazione dei prodotti. Il loro scopo è quello di proteggere il prodotto cosmetico dalla contaminazione di microorganismi, quali batteri, lieviti e muffe e impedire che la loro proliferazione.

Secondo alcuni studi, eseguiti in Francia, i parabeni sono sostanze dannose perché sono sostanze che l’organismo non riesce a smaltire, accumulandole così all’interno. 

Perchè sono dannosi?

Alcune ricerche del 2004 (Dottoressa Philippa Darbre) hanno riscontrato come, in campioni di tessuti prelevati da donne che soffrivano di cancro al seno, fossero presenti importanti quantità di parabeni, anche se ciò non dimostra che i parabeni causano tumore al seno e, in realtà, questo studio non abbia mai dimostrato la cancerogenicità di queste sostanze. Pertanto,l’Unione Europea ha deciso di vietare dal 2014 l’uso di parabeni a catena ramificata e di limitarne la soglia di utilizzo nei cosmetici. 

I parabeni vietati dal Regolamento Europeo sono:

  • isopropylparaben,
  • isobutylparaben,
  • fenylparaben,
  • benzylparaben,
  • pentylparaben,
  • per propylparaben e butylparaben sono state abbassate le concentrazioni utilizzabili limitandone l’uso ai prodotti che si sciacquano e a quelli non destinati ai bambini al di sotto dei 3 anni (es. creme post pannolino). 

Negli anni si sono susseguiti diversi studi di tossicologia riguardanti i parabeni ammessi in cosmesi e nessuno di questi ha evidenziato cancerogenicità o tossicità di queste sostanze, anche gli Organi Europei destinati allo studio della sicurezza dei composti chimici dei prodotti cosmetici (ECHA, SCCS), dopo numerose valutazioni hanno dichiarato che i parabeni ammessi in cosmesi sono sicuri per la salute del consumatore. 

Essendo utilizzati nei cosmetici come conservanti, in molti casi come miscele, la loro concentrazione di utilizzo è inferiore o pari all’1%, per questo li possiamo identificare negli ultimi posti dell’INCI e quelli ammessi dalla legge sono: metylparaben, ethylparaben, propylparaben, isobutylparaben, butylparaben. 

Possono essere abbinati anche ad altri conservanti. Le alternative naturali ai parabeni sono date da alcuni oli essenziali, estratti vegetali e alcool, che tuttavia non garantiscono gli stessi tempi di conservazione che danno i parabeni. 

Petrolati  

Sono sostanze che derivano dal petrolio e sono impiegati in formulazioni cosmetiche per le loro caratteristiche di fluidità e scorrevolezza. Sono molto utilizzati in cosmesi poiché creano un “film” sulla pelle/superficie di applicazione che ne impedisce l’evaporazione dell’acqua

Ad esempio, nei prodotti per capelli, ne esaltano l’elasticità e la lucentezza, nei prodotti da applicare sulla pelle agiscono come lubrificanti e idratanti, riducendone la desquamazione e la perdita di acqua, nei rossetti permette di ottenere particolare lucentezza. 

Quali sono le loro caratteristiche?

I petrolati che possiamo identificare dall’INCI e che si trovano tra i primi ingredienti della lista sono: 

  • Paraffinum liquidum o mineral oil,
  • vaselina,
  • ozokerite,
  • ceresina.  

Alternative ai petrolati sono oli e burri e cere di origine vegetale ,che hanno anche caratteristiche aggiuntive oltre alla formazione della barriera cutanea, infatti sono restitutivi (restituiscono alla pelle il film lipidico che ha perso) e sono emollienti, oltre al fatto che sono più affini alla pelle. 

La pecca delle alternative vegetali è la stabilità, possono irrancidire diminuendo quindi la conservabilità del prodotto e portando alla formazione di radicali liberi, che sappiamo, sono dannosi per la pelle. 

Sebbene anche i petrolati  siano fortemente criticati da chi ama la “cosmesi green”, si tratta pur sempre di sostanze inerti e con un elevato potere filmogeno, adatto a proteggere la pelle, inoltre sono ingredienti che si ottengono da processi che ne garantiscono purezza e sicurezza tali da poter essere usati sia in prodotti cosmetici che in prodotti farmaceutici. 

Ma quindi, se parabeni, petrolati e siliconi sono sicuri per la salute perchè è sempre più comune trovare scritto in etichetta la dicitura “senza” o “free” riferito a queste sostanze? 

In realtà sono soltanto strategie di marketing, poiché le aziende produttrici cercano di assecondare le richieste dei consumatori spaventati dalla disinformazione creata negli anni riguardo queste sostanze.

Vengono considerate dannose per il consumatore, pur non avendo un riscontro scientifico valido, e dannosi per l’ambiente poiché non biodegradabili, anche se a livello cosmetico, come in ogni altro settore industriale, sono davvero pochi gli ingredienti davvero biodegradabili al 100%. 

Ricordiamoci che abbiamo un severo Regolamento Europeo che valuta accuratamente la sicurezza degli ingredienti utilizzati nei cosmetici quindi, per i cosmetici prodotti in Europa, possiamo essere più che tranquilli in merito alla loro sicurezza. 

Solo al consumatore va la scelta finale del prodotto consono alle proprie esigenze, senza farsi condizionare da mode e dalle “etichette del senza”, ovviamente escludendo i casi di allergie ad alcune sostanze.

Dott.ssa Emanuela Prezioso – Tecnologo dei prodotti cosmetici 

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Psicologia del Benessere

La necessità di soddisfare i bisogni: approfondimenti

Cara lettrice, caro lettore, se ancora non avete letto il mio precedente articolo sullo Shopping Terapeutico, vi invito (tempo permettendo o quando potrete) ad andare sul sito Pharmaddicted.com, oppure sul mio profilo Instagram @iamfrancescoangotti e/o anche sul profilo Instagram @pharma_addicted, per leggere l’articolo: “SHOPPING TERAPEUTICO: IL BENESSERE CELATO DIETRO UN ACQUISTO così da poter capire, come sono giunto oggi, a quello che sto per dirvi. Inoltre, vi invito a seguire le pagine social suddette, per restare sempre aggiornato! GRAZIE!

Fonte immagine: paolapeschiulli.it

Nell’articolo precedente quindi, parlando di shopping, approfondendo poi e distinguendo la componente “terapeutica” da quella “compulsiva” del ricorrere al voler effettuare degli acquisti, ho precisato che in linea di massima è possibile affermare che, senza ombra di dubbio, attraverso lo shopping, realizziamo e soddisfiamo dei nostri bisogni, i quali sulla base della loro importanza nella nostra “classifica” di priorità, vengono soddisfatti quali prima e quali dopo.

Scopriamone di più: INSIEME!

Ma un bisogno, nel concreto, cos’è?

In termini tecnici, un bisogno consiste nella percezione in ognuno di noi di avere una necessità, una mancanza, nei confronti di qualcosa, che sia di grado totale o parziale, che risulta essere capace di apportarci un senso di benessere nel momento in cui la otterremo. In termini pratici, tutti abbiamo dei bisogni (o desideri), chi più e chi meno, chi ne ha di facilmente perseguibili e chi maggiormente dispendiosi.

Fonte immagine: sodinonsapere.com

I bisogni, quindi, poggiano su delle necessità, in cui ciascuno di noi, nell’arco del proprio percorso di vita e del contesto di riferimento, ha avuto una maggiore propensione verso un genere di attività oppure oggetti, differenti o analoghi rispetto ad altre persone: ma questo è il bello della diversità (che diversità in fondo non è), se contestualizzata nel ritrovarci tutti alla ricerca di qualcosa che, seppur differente, ci rende uguali in veste di ricercatori della felicità ad esempio!

Perciò con il bisogno, si fa riferimento a qualcosa, che ottenendola, ci arrecherebbe vantaggio, soddisfazione, piacere e tanto altro!

Le differenti tipologie di bisogni

L’assetto economico, per porre una risposta che sia esaustiva, ma allo stesso tempo capace di favorire una generalizzazione sulle tipologie di bisogni, ci viene incontro in maniera egregia.

Fonte immagine: pensarbemviverbem.com.br

I bisogni perciò, possono essere suddivisi in base a 3 criteri generali: importanza; soggetti interessati; tempo.

  1. Importanza: primari e secondari;
  2. Soggetti interessati: singolo, collettività, pubblico;
  3. Tempo: presenti e futuri.

La Piramide dei Bisogni di Maslow

Abraham Maslow, è stato un noto psicologo americano, che nel 1954, ideò una famosa teoria indicante appunto la “piramide” dei bisogni, in merito allo sviluppo degli individui, la quale risulta essere ancora oggi molto più che attuale e condivisa.

Secondo Maslow, la soddisfazione dei bisogni per un individuo, progredendo dal basso verso l’alto della piramide, risultano essere utili e necessari per la realizzazione ed il compimento del soggetto stesso.

Fonte immagine: caricavincente.it

“Ma perché il concetto di piramide?” L’ideologia della piramide dei “bisogni” risulta essere molto utile per evidenziare il grado di importanza e quindi della relazione che vi è tra il bisogno in sé, nell’utilità e il grado di benessere, che ne deriverebbe dal suo ottenimento.

Essa si compone sostanzialmente di 5 parti, le quali occupano la piramide dalla base fino alla sommità. Procedendo dal basso verso l’alto, osserviamo:

  • Bisogni fisiologici: ad esempio, mangiare, bere e dormire;
  • Bisogni di sicurezza: prevalentemente la ricerca di protezione e contatto;
  • Bisogni di appartenenza: sentirsi inclusi e facenti parte di una collettività (la società);
  • Bisogni di stima: l’ottenimento di apprezzamenti nei nostri confronti da parte di altre persone;
  • Bisogni di autorealizzazione: sentirsi appagati ed ottenere conferme, ovvero l’affermazione del proprio sé come integrità fisica e psichica.

Cosa possiamo capire sul nostro “funzionamento” dalla Piramide dei Bisogni?

Fonte immagine: rinconpsicologia.com

La piramide dei bisogni di Maslow, così come la nostra esistenza stessa, ci fanno capire come, nonostante le diversità che esistano in termini di bisogni ed ambizioni da parte di ciascuno di noi, in realtà siamo tutti accomunati dalla sensazione di volerci sentire soddisfatti e realizzati, di voler dare un senso alla nostra vita.

Il senso della vita, però, risulta essere diverso per ciascuno, sulla base dei contesti sociali e culturali di riferimento, ma sono dettati anche dai contesti familiari, i quali in parte influenzano la nostra tendenza sul voler essere proiettati verso qualcosa piuttosto che un’altra.

La stessa tendenza che, con il trascorrere degli anni, e quindi con l’evoluzione della persona, che grazie anche alla sua formazione ed al suo orientamento culturale, ma anche di vita vissuta, viene delineata e modificata sulla base di quello che iniziamo  a ritenere di inestimabile volere, creando così, dentro ciascuno di noi, una nostra piramide dei bisogni.

La quale, in aggiunta a quanto precedentemente detto,deve comunque tenere conto della componente fisiologica, che non può essere estremamente modificata o posticipata, rendendo quindi le componenti non strettamente necessarie, distribuite, sulla base delle nostre esigenze!

Grazie per la Vostra attenzione ed a presto, con i prossimi articoli!

Dottor Francesco Angotti – Scrittore e professionista in ambito economico

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Alimentazione e Sport

DCA: Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo – ARFID

Tra i disturbi del comportamento alimentare presenti nel DSM-V è citato anche il disturbo evitante/ restrittivo dell’assunzione di cibo. Solitamente insorge durante l’infanzia, ma può svilupparsi a qualsiasi età; infatti, diversi studi esprimono range di età variegati.

Viene inserito nel Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali solo nel 2013, sebbene fosse già una condizione riconosciuta e documentata come un comportamento neofobico verso il cibo e soprattutto verso i nuovi cibi.

Photo by cottonbro on Pexels.com

Come si fa a diagnosticare tale disturbo?

Secondo il DSM-V la diagnosi di ARFID si pone quando c’è un mancato raggiungimento delle proprie necessità nutrizionali e/o energetiche, tale da determinare una o più conseguenze:

  • Significativa perdita di peso o incapacità di raggiungere l’aumento di peso atteso (crescita ponderale normale dello sviluppo)
  • Carenza nutrizionale significativa
  • Dipendenza dall’alimentazione enterale o supplementi nutrizionali orali per mantenere il peso o lo stato nutrizionale
  • Marcata interferenza con il funzionamento psicosociale

I comportamenti restrittivi influenzano notevolmente la vita sociale dell’individuo, il suo stato d’animo, le sue condizioni mediche e fisiche ed è bene evidenziare come, alla base di tale restrizione e/o evitamento, non ci sia una volontà di perdita di peso o una insoddisfazione per le proprie forme corporee.

Nell’ARFID sono stati proposti tre sottotipi:

  • Apparente mancanza di interesse per il mangiare o per il cibo a causa di difficoltà emotive come preoccupazioni, ansia o tristezza.
  • Preoccupazione relativa alle conseguenze negative del mangiare dovuta alla paura di soffocare, vomitare o stare male.
  • Evitamento sensoriale del cibo, legato alle caratteristiche sensoriali del cibo come l’aspetto, la consistenza, l’odore, la temperatura, il colore Si evitano alcuni alimenti perché, in anticipo,si pensa di non tollerare certe caratteristiche.

In molti casi questa forma di alimentazione selettiva si risolve spontaneamente nell’adolescenza, quando la pressione dei pari si associa ad un allargamento della varietà dei cibi assunti.

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Terapia

Ad oggi diversi tipi di percorsi di cura per il trattamento dei molteplici profili di ARFID sono stati messi in atto ed altri sono ancora in fase di sperimentazione.

Sicuramente di fondamentale importanza è saper discriminare tra un comportamento alimentare selettivo definito “picky eating”, che tende a migliorare e risolversi con la crescita del bambino, da un vero e proprio disturbo di ARFID strutturato che persiste nel tempo e che compromette seriamente lo sviluppo fisico e cognitivo del bambino.

Come per tutti i DCA, anche per ARFID è necessario un approccio terapeutico multidisciplinare integrato affidato a diversi tipi di figure cliniche specializzate. Nei casi più gravi di malnutrizione è richiesta la nutrizione enterale o la supplementazione con ONS, sempre associati alla terapia cognitivo comportamentale, di cui è stata implementata una forma specifica per ARFID (CBT-AR).

Per i quadri clinici di avversione sensoriale è stato testato un programma terapeutico di integrazione sensoriale e di desensibilizzazione orale affidato a terapisti occupazionali, mentre i casi di comorbidità psichiatriche più o meno gravi o a condizioni organiche specifiche sono affidati a specialisti appositamente formati.

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In quest’ottica il ruolo del nutrizionista può essere fondamentale sia in caso di sospetto o conclamato disturbo alimentare, intervenendo ai primi segnali di disagio e rifiuto persistenti del bambino nei confronti del cibo con un appropriato intervento di riabilitazione nutrizionale, sia in fase di prevenzione attraverso un percorso di educazione alimentare e di sostegno alla famiglia.

Dott.ssa Martina Rella – Dietista

BIBLIOGRAFIA

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Alimentazione e Sport

Come combattere il caldo con l’alimentazione

La natura ci dà un aiuto regalandoci una varietà incredibile di alimenti gustosi e utili all’organismo: tanta frutta e tanta verdura di stagione possono diventare la base per spremute, frullati, alimenti acquosi di vario tipo, insalate, sorbetti, ghiaccioli, centrifugati e così via.

Occhio però al frigorifero: è importante rispettare la catena del freddo e le modalità di conservazione degli alimenti che, in questa stagione, non vanno tenuti troppi giorni in attesa di essere consumati perché rischiano il deterioramento e aumentano il rischio di causare intossicazioni alimentari.

frutta di stagione!

Decalogo anti-afa

  • Il primo precetto del decalogo anti-afa mette al primo posto l’acqua. Bere e bere tanto, evitando le bevande gasate, zuccherose e troppo fredde, è fondamentale. Generalmente si consiglia almeno un litro e mezzo di acqua minerale al giorno ma d’estate, si sa, si suda molto di più del resto dell’anno e dunque è meglio abbondare. 
  • Combattere la disidratazione anche con i succhi di frutta e verdura fresca, da consumare subito dopo la spremitura per evitare l’ossidazione di alcune vitamine.
  • Mangiare poco e spesso: sì agli spuntini, no ai pasti lunghi e abbondanti. Alle diverse portate è da preferire il piatto unico, composto magari da un secondo o un primo e una insalata.
  • Banditi gli alcolici: causano disidratazione, stimolano la sudorazione e limitano l’assorbimento delle vitamine che, in questa stagione, sono elementi preziosissimi per il nostro corpo.
  • Limitare anche il consumo di tè, caffè e cola: sono eccitanti e aumentano la vasocostrizione e la diuresi provocando la disidratazione.
Photo by Nitin Dhumal on Pexels.com
  • Sì alla verdura, tanta e meglio se cruda: è fresca e ricca di acqua, sazia senza appesantire, ed è un concentrato di vitamine, minerali e antiossidanti.
  • Via libera allora alla fantasia per creare insalate colorate con carote, pomodori, cetrioli, lattuga, ravanelli, peperoni, zucchine, radicchio, sedano, finocchi e fagiolini.
  • Ammessa tutta la frutta: preferibilmente lontano dai pasti principali e con un occhio di riguardo a quella più ricca di acqua come anguria, melone, agrumi (pompelmo rosa e limone). Bene anche le macedonie a base di pesche, albicocche e fragole, molto ricche di acqua, e le ciliegie.
  • Meglio il pesce della carne: più magro e digeribile, soprattutto se cucinato al forno o alla griglia. Il pesce azzurro, in particolare, contiene tanti omega 3. Se proprio non potete fare a meno della carne, preferite quella bianca di pollo o di tacchino, che è proteica ma più leggera della carne rossa.
  • Rinunciate ai salumi, troppo salati e calorici. Allo stesso modo, evitate i condimenti troppo ricchi di sale, i fritti e le salse elaborate, preferite l’olio d’oliva ai grassi animali.

Dott.ssa Saravo Aurora – Biologa Nutrizionista 

BIBLIOGRAFIA

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Medicina integrata e Fitoterapia

Le piante spontanee edibili: un tesoro a portata di mano

Passeggiando distrattamente o nella fretta di tutti i giorni non te ne accorgi e non ci fai caso…eppure sono li, si incontrano facilmente anche in città, tra le crepe dei muri, sui cigli delle strade, nelle aiuole e negli incolti: sono le piante alimurgiche, piante spontanee che possono essere mangiate.

Ovviamente l’ambiente urbano è il posto meno adatto per la raccolta e il consumo di queste piante. La città però può essere un laboratorio di osservazione, per imparare a riconoscerle e magari approfittare del fine settimana o di una gita fuori porta per dedicarsi alla raccolta.

Più semplice è per chi ha la fortuna di vivere in paese dove si trova la campagna sotto casa o comunque non troppo lontano. Comunque, anche la città più cementificata, non può non ospitarle.

Foto del dottor Giulio Francesco Valeriano: malva

Due piante molto comuni su tutto il territorio italiano e facilmente riconoscibili sono la Portulaca e la Cicoria, due piante molto diverse ma ambedue ottime in cucina e ricche di nutrienti.

Imparare a riconoscere le piante che abitano i nostri luoghi può essere divertente, saper dare un nome alle erbacce significa smettere di considerarle tali e imparare ad apprezzarne le proprietà nutrizionali e spesso medicinali.

Il succedaneo del caffè: la cicoria

La Cicoria, Cichorium intybus, è conosciuta da sempre per le sue proprietà digestiva e depurativa dell’organismo. Galeno la considerava “amica del fegato e non contraria allo stomaco”.

Foto del dottor Giulio Francesco Valeriano: cicoria

Il decotto delle radici, per uso interno, è impiegato come depurativo; l’infuso delle foglie è un blando lassativo e stimola le funzioni di fegato, intestino e reni con effetto depurativo. La polpa cotta avvolta in garze si usa per farne dei cataplasmi con funzione emolliente e lenitiva.

La cicoria è anche un ottimo alimento, consumata cruda in insalata, in modo da sfruttare l’apporto di vitamine e sali minerali o anche cotta.

Negli anni delle guerre mondiali, quando il caffè era costoso e di non facile reperibilità, le radici di cicoria venivano usate come suo succedaneo, oggi è tornata allo stesso scopo sugli scaffali di erboristerie e negozi di prodotti biologici, apprezzata da chi non gradisce le proprietà stimolanti del caffè.

Fonte preziosa di omega 3: la portulaca

La portulaca detta anche porcellana, è una pianta ad andamento strisciante, ottima da consumare cruda in insalata o cotta in frittate, le ricette cambiano da regione a regione, così come cambia anche il nome con cui la pianta è conosciuta.

Nell’antico Egitto era conosciuta come pianta medicinale. Questa umile pianta, in realtà, è una miniera di minerali, vitamine e oggi sappiamo anche un’ottima fonte di acidi grassi omega 3.

Questi acidi grassi polinsaturi aiutano a tenere sotto controllo i livelli di trigliceridi e colesterolo e di conseguenza migliorando la circolazione del sangue. Le foglie crude vengono utilizzate come impacco in caso di punture di insetti, acne ed eczema.

Foto del dottor Sciacca Carmelo: portulaca

Bene, c’è più di un motivo per tornare ad imparare nome, proprietà e usi delle piante che ci circondano; ricordiamo che la vita sulla Terra sarebbe impossibile senza le piante, per l’importante funzione che svolgono con la fotosintesi clorofilliana.

Torniamo ad occuparci di piante, impariamo a rispettarle e rispetteremo di più noi stessi, abbiamo solo da guadagnarci. Intanto prestiamo attenzione alle piante che incontriamo aspettando l’autobus, andando a lavoro, aspettando i figli all’uscita di scuola.

Dottor Giulio Francesco Valeriano farmacista e naturopata

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Medicina e salute

La stenosi aortica nel paziente anziano

Il  progressivo incremento dell’età media della popolazione occidentale rende sempre maggiore la prevalenza di malattie cardiache di origine degenerativa che dipende dall’ “invecchiamento” degli apparati valvolari. 

L’ anatomia cardiaca è tale per cui è possibile individuare quattro “camere” (Fig. 1) (atrio e ventricolo destro; atrio e ventricolo sinistro), tra loro in comunicazione per mezzo di apparati valvolari (rispettivamente valvola tricuspide per le sezioni destre e valvola mitrale per le sezioni sinistre).

Fig 1: Anatomia delle camere cardiache e degli apparati valvolari

Ciascun ventricolo è peraltro in comunicazione con un grosso vaso sempre grazie all’interposizione di un apparato valvolare (valvola polmonare interposta tra ventricolo destro ed arteria polmonare, valvola aortica tra ventricolo sinistro ed aorta). 

Analogamente a delle vere e proprie “porte”, gli apparati valvolari sono oggetto di patologia (alcune su base congenita-malformativa, altre da esiti di malattie infettive, altre ancora da “invecchiamento”) con la conseguenza di una perdita di funzione che può comportare: 

  • Difficoltà nell’ apertura- condizione nota come “stenosi”; 
  • Difficoltà nella chiusura- condizione nota come “insufficienza”. 

La malattia degenerativa aortica: stenosi aortica—-

L’ invecchiamento della valvola aortica si manifesta con una condizione di stenosi, ovvero una mancata apertura delle cuspidi. Nella sua attività contrattile, il cuore in sistole- ovvero la “spremitura” ventricolare atta a “spingere” anteriormente il sangue in aorta e di lì all’ intero organismo- trova un “barrage”, un vero e proprio ostacolo, al passaggio di sangue attraverso il piano valvolare. 

Il processo degenerativo valvolare si manifesta di fatto come un progressivo deposito di calcio a carico dell’ anello valvolare aortico e delle stesse cuspidi (per intenderci, le “ante” e le “cerniere” di un’ipotetica porta) che, diventando via via sempre più rigidi, “duri” ed anelastici, impediscono una corretta apertura sistolica (fig. 2A, 2B).  

Fig.2A: Anatomia valvola aortica normale stenotica.
Fig.2B: Depositi di microcalcificazioni in stenosi valvolare aortica dell’anziano

Cosi come progressivo è il processo degenerativo, anche la riduzione della gittata cardiaca si verifica gradualmente e questo giustifica i 10-20 anni in cui la patologia, pur essendo presente, si aggrava pur in assenza di sintomi.  

Trascorso il periodo di latenza, il paziente, più frequentemente uomo in età maggiore di 70 anni, riferisce affanno nel compimento di sforzi anche modesti, dolore toracico anginoso, sincope. Ciascuno di questi sintomi- espressione di una ormai superata capacità di compenso cardiaca- riflettono un’ipoperfusione del muscolo miocardico, coronarica ed encefalica e sono associati ad una ridotta aspettativa di vita e morte improvvisa (Fig.3).  

Fig.3: Quadro clinico nella stenosi valvolare aortica

Quando insospettirsi?

Un paziente che riferisca affanno, variamente accompagnato da dolore toracico immodificato dagli atti respiratori e/o svenimento, è sicuramente un paziente che va posto all’ attenzione dello specialista cardiologo. 

Questi, raccolta l’anamnesi, andrà a visitare il paziente (alla ricerca del tipico soffio sistolico su focolaio aortico) e completerà la sua indagine con esecuzione di elettrocardiogramma (per escludere un problema infartuale coronarico) ed ecocardiogramma

L’ ecocardiogramma permette di visualizzare la valvola (valutare l’ entità dei depositi di calcio su annulus e cuspidi valvolari), misurare la superficie realmente transitabile dal sangue per ogni atto sistolico (Area Valvolare) rapportandola eventualmente anche alle dimensioni corporee del paziente (Area Valvolare Indicizzata), stimare il Gradiente pressorio massimo e medio trans-valvolare (cioè l’ entità dell’ ostacolo incontrato dal sangue), le conseguenze indotte dalla stenosi aortica sul cuore in toto (evoluzione dilatativa, deterioramento della contrattilità) (Fig.4). 

Fig.4: Anatomia ecocardiografia di stenosi valvolare aortica. Calcificazioni e area valvolare.

Tutte queste informazioni permettono di stimare il grado di severità della stenosi aortica in Lieve, (Grad. Medio<25mmHg; Area valvolare>1,5 cmq), Moderata (Grad. Medio 25-40mmHg; Area valvolare 1-1,5 cmq), Severa (Grad. Medio>40mmHg; Area valvolare<1 cmq).  

La stenosi aortica: quali prospettive?

É bene far comprendere al paziente che, per quanto con rapidità differente, il processo degenerativo valvolare aortico è inarrestabile, quindi è necessario che si mantenga un follow up clinico, cardiologico ed ecocardiografico puntuale. 

Allo stato attuale l’ unica terapia per la stenosi valvolare aortica dell’adulto resasi SEVERA è la sostituzione valvolare aortica, chirurgica (Fig.5) o percutanea a torace chiuso (TAVI, Fig.6) con posizionamento di una protesi artificiale ed un rapporto rischio/beneficio da valutare su ogni singolo paziente- mentre, in pazienti sintomatici in cui le condizioni generali siano tali da rendere il rischio operatorio elevatissimo, è ipotizzabile una valvuloplastica percutanea. 

Fig.5: Impianto di valvolare aortica biologica per via sternotermica
Fig.6: Impianti di protesi valvolare aortica biologica per via transapicale

Dott.ssa Lillà Amorese – Cardiochirurgo

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Medicina e salute

Tiroidite di Hashimoto: i probiotici sono un bene!

Quando si parla di tiroidite, ci si riferisce ad una infiammazione della tiroide, causata più comunemente da una infezione oppure una malattia autoimmune. La tiroidite più famosa è la “Tiroidite di Hashimoto”, causa più frequente di ipotiroidismo.

Succede che l’organismo sviluppa una reazione autoimmune per motivi non noti, e gli anticorpi attaccano la tiroide. Nella metà dei soggetti con questa patologia, la tiroide è ipoattiva inizialmente; nella restante parte dei soggetti invece, la tiroide funziona normalmente e poi diventa ipoattiva.

Possono sussistere anche altre patologie endocrine come l’artrite reumatoide, il lupus o il diabete, colpendo maggiormente le donne.

Quali sono i sintomi?

Nella maggior parte dei casi si manifesta l’ingrossamento della tiroide, con lo sviluppo del cosiddetto “gozzo” e, se la tiroide è ipoattiva, i soggetti avvertono intolleranza al freddo e stanchezza.

Coloro che presentano una condizione di ipertiroidismo, potrebbero sviluppare intolleranza al calore, palpitazioni e nervosismo.

Quali sono le cause?

Molteplici sono i fattori che possono influire sullo sviluppo di questa patologia, come per la maggior parte delle malattie.

In questo caso vi sono fattori genetici (geni di istocompatibilità come HLA I e II, geni immunoregolatori, geni specifici della tiroide e geni associati alla sintesi degli anticorpi della perossidasi tiroidea); fattori ambientali (assunzione di iodio, fumo, alcool, selenio, vitamina D, infezioni e terapie che modulano il sistema immunitario); fattori esistenziali (sesso femminile, età, gravidanza, Sindrome di Down).

L’alterazione del microbiota intestinale influisce sullo sviluppo della Tiroidite di Hashimoto?

Degli studi recenti hanno evidenziato una possibile relazione tra un’alterata composizione del microbiota intestinale nella patogenesi e nella progressione di malattie autoimmuni, come Hashimoto (HT).

Il nostro sistema immunitario innato e adattivo è regolato dal microbiota che permette lo sviluppo del GALT (tessuto linfatico associato all’intestino). Quest’ultimo controlla i recettori toll-like (TLR) nella mucosa intestinale sviluppando la tolleranza agli autoantigeni.

Quando si sviluppa una disbiosi (alterazione nella composizione batterica intestinale), si ha un aumento della condizione infiammatoria, con aumento della permeabilità e produzione di cellule pro-infiammatorie. Tutto questo ha un impatto sulla tiroide.

Lo studio condotto da Zhaoet al. e Ishaq et al. ha riscontrato in pazienti HT ipotiroidei una disbiosi e una crescita spropositata di batteri; Lauritano et al. ha notato che la crescita batterica in connessione con l’ipotiroidismo è sviluppata maggiormente nell’intestino tenue.

Perché c’è questa connessione?

Tutto questo può essere dovuto all’attività della deiodinasi (che converte la tiroxina nella sua forma attiva: triiodotironina) che è stata trovata anche nella parete intestinale, e che potrebbe contribuire ai livelli corporei di triiodotironina.

Altro fattore che potrebbe influenzare il microbiota è il suo effetto sull’attività della dopamina, che può inibire il TSH (ormone che stimola la tiroide).

Quali sono i micronutrienti coinvolti nella funzione tiroidea?

Iodio (substrato degli ormoni tiroidei), selenio, zinco e ferro svolgono un ruolo importante nella funzione tiroidea.

Il microbiota influenza l’assorbimento di questi minerali e, se si verifica una disbosi, come conseguenza si potrebbe avere un’alterazione di questi micronutrienti.

Di fatti, nella tiroidite di Hashimoto, i livelli di lactobacilli e bifidobatteri risultano essere inferiori rispetto alla media e questo è scientificamente provato che hanno una correlazione negativa con il ferro alimentare e una positiva con il selenio e lo zinco.

Quindi, la composizione intestinale e la regolazione dei minerali possono avere un impatto su Hashimoto.

Una carenza di iodio può sviluppare il gozzo, i noduli e anche il cancro, ma è anche vero che elevati livelli di questo micronutriente, somministrati come terapia medica, potrebbero alterare il microbiota e quindi permettere, allo stesso tempo, lo sviluppo di patologie tiroidee.  

Sarebbe necessaria la supplementazione di probiotici per ristabilire la flora batterica intestinale e avvantaggiare la funzione tiroidea, garantendo effetti benefici nelle malattie tiroidee.

Dott.ssa Valeria Santarcangelo – Biologa nutrizionista 

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Medicina e salute

REAL FANS: in antichità come si controllavano i dolori?

Fin dall’antichità erano noti i benefici derivati dalle sostanze ricavate dalle cortecce dei salici, ma solamente il 10 Agosto del 1897 si ebbe una delle scoperte più importanti della storia farmaceutica, grazie alla scoperta del ricercatore della Bayer Felix Hoffman, nasce l’aspirina il primo farmaco antinfiammatorio non-steroideo (FANS).

Ma cosa sono i FANS?

I FANS ovvero i farmaci antinfiammatori di tipo non steroideo, sono dei farmaci che hanno anche effetti antipiretico ed antidolorifico, esse lavorano andando ad inibire in maniera non selettiva le ciclossigenasi (COX) riducendo la biosintesi delle prostaglandine iperalgesiche e pro-infiammatorie.  

Le COX sono fondamentali isoenzimi sui quali agiscono i FANS. Sono stati individuati due tipi di COX:

  • COX1 la quale è espressa costitutivamente ovvero, è sempre espressa.
  • COX2 la quale è inducibile ovvero essa si troverà nel sito infiammato.

La maggior parte dei FANS agiscono sia sulle COX1 che sulle COX2 ad eccezione, ad esempio, dell’indometacina la quale agisce principalmente sulle COX1 o del rofecoxib agisce preferenzialmente sulle COX-2. Un vantaggio degli inibitori COX2 è che causano una minore tossicità rispetto agli inibitori COX1.

Cascata infiammatoria

Quali sono le caratteristiche dei FANS e come si comportano nei confronti del dolore?

La maggior parte di questi farmaci sono ben assorbiti e la presenza o meno di cibo non influenza la loro biodisponibilità, vengono metabolizzati  mediante fase I o fase II, inoltre la maggior parte di loro vengono eliminati mediante minzione.

In relazione al dolore, si assumono i FANS per trattare stadi acuti blandi o acuto e la prima cosa che succede quando si verifica una percezione di dolore è che si vanno ad attivare i nocicettori, i quali trasmettono il segnale al midollo spinale.

Esistono gli effetti collaterali da assunzione di FANS?

Così come tutti i farmaci, anche con i FANS si osservano degli effetti collaterali, che interessano:

  • Il tratto gastro-intestinale in quando, l’assunzione di FANS, riduce la produzione di muco protettivo causando gastro lesività.
  • I reni in quanto si può verificare vasocostrizione ed edema fino a nefrite interstiziale.
  • I FANS possono portare problemi di coagulazione perché prolungano il tempo di sanguinamento con effetti anticoagulanti.
  • Possono portare a reazioni di ipersensibilità che comportano eruzioni cutanee fino a shock anafilattico.
  • In casi estremi è possibile che si manifesti la Sindrome di Reye che consiste in epatiti fulminanti con edema cerebrale (particolarmente dei bambini).

Differentemente dagli alti FANS, i salicilati, se somministrati a dosi elevate, hanno un attività terapeutica non più solamente antinfiammatoria, ma anche utilizzabile per curare l’artrite reumatoide, febbre reumatica ed altre condizioni infiammatorie associate.

Un ulteriore studio ha notato come, la somministrazione di questi farmaci a giorni alterni, va a diminuire l’incidenza di cancri al colon.

Dott.ssa Oriana Vitale – Tecnico erborista, specializzato in Biotecnologia del farmaco

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Inglese, International

Language and the brain: benefits of being bilingual

One of the main characteristics that distinguishes human beings from animals is the use of communicating through a language. Language is a complex system that helps us to express feelings and ideas using the words in an orderly manner. Animals can communicate between them using sounds or smells. However they haven’t reached the ability of using specific sounds to define an object, feeling, action or specific characteristics creating a structured system, giving us the ability to express feelings and ideas. 

Many hypotheses have been created trying to explain the origin of the language. It is said that the first words could have been created by transforming the sounds of animals and objects into vocal sounds, trying to imitate them. Another popular belief says that the first words were interjections that expressed pain, happiness, anger, sadness. Despite that, it is hard to know the origins of language, there is no written evidence, all the hypotheses are based on comparisons between animal communication and the biological evolution of the human being.

One thing is clear, the ability of speaking a language was possible due to an increase in the size of the human brain. There is a specific region of the brain destined to the language, this region is divided in the Wernicke’s area, the Broca’s area and the angular gyrus. The Wernicke’s area function consists of the comprehension of the spoken language, while the Broca’s area is involved in the comprehension of grammar, the processing and the oral transmission of the language.

As we have seen above, language is a complex system. For this reason we wonder, how does the brain of someone who speaks more than one language work? There are different types of bilingualism.

  • The first type belongs to people who have learnt two languages simultaneously in their childhood.
  • There is a second group for people who have learnt a language during puberty.
  • The last group consists of people who have learnt a language in their adulthood (after the 20 years old).

Years ago, bilingualism was not considered good for children, since the general thought was that it could be confusing for children. However, researchers have discovered that learning a second language has many benefits in our brains, from childhood to old age. Children who speak a second language have a better ability to focus on doing a task, instead, monolingual children can be distracted more easily. It has been proven that bilingualism helps to prevent disorders like dementia or Alzheimer.

Many questions have emerged in relation to bilingualism. The first one would be, is the second language stored in the same regions of the first language? Several studies have shed some light on this, discovering that the ability of speaking a second language is developed in the same brain regions. 

These studies show that speaking more than one language changes the brain structure. It has been observed that bilingual brains have a denser grey matter, specially in the left side of the brain, where language functions are developed. This effect is even more dramatic in the first group, people who learnt a second language simultaneously in their childhood, and in people who reached a proficiency level. 

The benefits also appear in adulthood. For this reason, it is never too late to learn a new language, even if you are already an adult. Learning a language in adulthood helps to improve the brain function, providing a better memory and more mental flexibility. In the case of adults, the ability of speaking a second language is developed in an area next to the first language centers.

To conclude with the article, it would be necessary to make a reflection. Children and teenagers have a more flexible brain. It has been proven that the better age for learning a language reaches its peak at 10 years old, after this age the plasticity of the brain decreases year after year. This is the perfect age to control the language as a native speaker, making no grammar mistakes and having a good pronunciation. 

Although the general thought says that it is late to learn a language when you grow up, the adult brain can provide some advantages to learn a language. Children have less cognitive skills, as adults we can better understand complex situations and this helps us to better understand grammar rules, as it is said, “old dog new tricks”. In addition to this, while children can be easily distracted, adults put more attention on learning for longer periods, this is influenced by the real interest of someone for the language. 

In other words, children acquire language by imitation, listening native speakers, they have a better memory and a better capacity to imitate phonetic sounds. However, problem solving and analytical skills are developed with age, these can be quite useful to learn a new language, helping us to really understand how language works. For this reason, if you are thinking about learning a second language, it does not matter if you are a teenager or if you are already an adult, it is never too late to start.

Written by Sara García Sánchez

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Alimentazione e Sport

Estate: voglia di gelato!

Il gelato è una preparazione alimentare portata allo stato solido e pastoso mediante congelamento e contemporanea agitazione. Nell’antichità, probabilmente, si refrigeravano fruttalattemiele e altri alimenti per preservarli e in seguito popoli dediti all’allevamento hanno conosciuto il latte ghiacciato, disponibile nel periodo invernale.

Tracce di antenati del gelato, ottenuti con miscele di riso stracotto, latte e spezie che venivano solidificate tramite l’immersione nella neve risalgono in Cina al 2000 a.C.

Durante la dinastia Tang (618907) si ha notizia di prodotti caseari ghiacciati, fra cui una pietanza preparata con kumiss, latte riscaldato e fermentato, con aggiunta di farina e foglie di canforo e refrigerato prima di essere servito.

Una seconda testimonianza risale al poeta Yang Wanli (11271206) che lodò il latte congelato, servito in una forma croccante, che tuttavia si scioglieva al sole.

la storia del gelato

Nel mondo arabo si diffuse lo sherbet di origine persiana (dove veniva chiamato sharbat), un dessert ghiacciato a base di frutta, acqua, zucchero, spezie e latte o crema di latte.

La coltivazione della canna da zucchero viene importata in Sicilia dagli Arabi nel IX secolo. Lo zucchero è l’ingrediente principale per la preparazione del sorbetto: gli Arabi erano soliti preparare infusi a base di acqua, zucchero, erbe e spezie.

I sorbetti venivano raffreddati attraverso il processo endotermico provocato dall’aggiunta di sali nel ghiaccio: questo era il modo di congelare i sorbetti, ponendoli in recipienti circondati da ghiaccio e sale.

Questa tradizione fu importata anche in Sicilia dove alcuni ritrovamenti testimoniano l’esistenza di ghiacciaie sull’Appennino siciliano: fosse naturali o costruzioni dell’uomo servivano a conservare la neve durante il periodo invernale per poi essere venduta in blocchi durante le stagioni primaverile ed estiva.

Tecnologia di preparazione del Gelato: pastorizzazione, maturazione, mantecatura e rassodamento

Per garantire la riuscita del prodotto finale è necessario svolgere determinate procedura nella giusta sequenza e nei tempi prestabiliti. Vediamole insieme!

Pastorizzazione della miscela

Per “pastorizzazione” s’intende il trattamento termico a cui si sottopone la miscela per garantire la perfetta salubrità e conservabilità del prodotto finito (gelato, in questo caso). 

Il trattamento con il calore, infatti, riduce drasticamente la carica batterica nella miscela e ne permette la perfetta conservazione fino a 3 giorni (alla temperatura compresa tra i 2°C ed i 4°C). Da non dimenticare, inoltre, che il riscaldamento del composto, favorisce lo scioglimento e la perfetta solubilizzazione delle componenti solide presenti.

Durante il processo di pastorizzazione, la miscela viene sottoposta a temperature sì elevate, ma comunque inferiori rispetto a quella di ebollizione. A 100°C, infatti, i componenti della miscela rischierebbero di alterarsi e le qualità organolettiche del gelato potrebbero risentirne.

le fasi fondamentali della preparazione

La pastorizzazione può essere eseguita secondo tre modalità:

  • Elevazione della temperatura della miscela a 65°C e mantenimento per 30 minuti (pastorizzazione bassa)
  • Riscaldamento della miscela a 72°C per 15 minuti (pastorizzazione media)
  • Elevazione della temperatura a 85°C e mantenimento per 2-3 minuti (pastorizzazione alta)

Qualunque sia la metodica di pastorizzazione prescelta, è importante ridurre bruscamente la temperatura finale della miscela a 4-5°C. L’improvvisa riduzione della temperatura è importante per evitare che i batteri resistenti al calore possano riprendere la loro attività. 

Maturazione della miscela

È una tappa importantissima per la messa a punto del gelato. Dopo la pastorizzazione e l’omogeneizzazione, la miscela va lasciata riposare (o meglio “maturare”) per 6-12 ore a basse temperature (4-5°C).

La maturazione della miscela permette alle sostanze solide in essa contenute di idratarsi perfettamente ed agli stabilizzanti di completare la loro azione. Al termine delle 6-12 ore, la miscela avrà raggiunto un perfetto equilibrio e la massa apparirà più densa, cremosa ed omogenea.

Inoltre, la maturazione della miscela è importante per ridurre la formazione dei cristalli di ghiaccio nella successiva fase di congelamento della massa.

Mantecatura del gelato (gelatura o congelamento)

Durante la fase di mantecatura la miscela si trasforma in gelato ed ingloba aria: la massa, dunque, prende vita ed assume le sembianze di una crema densa, compatta e pastosa. Mantecazione, gelatura e congelamento sono tre termini che, in gelateria, sono utilizzati come sinonimi ed indicano appunto quel processo conduce alla formazione del gelato.

Il tempo di congelamento dipende dal tipo di mantecatore che si utilizza e dagli ingredienti della miscela. Chiaramente, più alta è la quantità di zuccheri e grassi nella miscela, più tempo impiegherà il mantecatore per rassodare la massa.

Rassodamento del gelato

A livello artigianale ed industriale, il rassodamento del gelato è una tappa importante che permette alla massa di compattarsi e indurirsi al punto giusto. All’uscita dal mantecatore, infatti, la temperatura del gelato oscilla tra i -5°C ed i -8°C.

i benefici del gelato

Il gelato fa bene? Le 5 proprietà

Anche il gelato, consumato nelle giuste quantità, ha proprietà benefiche, come:

  1. È fonte di vitamine A, B6, B12, C, D ed E
  2. È fonte di minerali, in particolare calcio e fosforo
  3. È fonte di energia: contiene carboidrati, grassi e proteine
  4. Stimola il la produzione di serotonina
  5. Riduce il rischio di cancro.

Sebbene ci sia un’infinità di gusti, aromi ed essenze utilizzate; gli ingredienti da annoverare sono sicuramente l’acqua componente più abbondante, il latte ingrediente fondamentale, zuccheri, grassi, aromi eventuali addensanti ed emulsionanti.

Incredibile a dirsi, ma anche l’aria è un’ingrediente, perché è cruciale per la resa della sofficità e rende il gelato non troppo freddo al palato.

Dott.ssa Caterina Fedele – Tecnologo alimentare

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Medicina e salute

Arriva il caldo…e la pressione si abbassa? Cause e Rimedi

Arriva l’estate, con l’innalzamento della temperatura e del tasso di umidità. È proprio durante questo periodo che aumentano le probabilità di soffrire d’ipotensione, ossia improvvisi cali della pressione.

Questo accade poiché, per adattarsi, l’organismo innesca dei meccanismi di difesa per disperdere il calore, attraverso:

  1. La vasodilatazione, ossia la dilatazione dei vasi sanguigni.
  2. La sudorazione, che provoca la perdita di acqua e sali minerali, aumentando il rischio di disidratazione.

Si parla di pressione bassa quando i suoi valori sono inferiori alla norma, ossia la pressione arteriosa massima (sistolica), a riposo, scende al sotto dei 90 mmHg e la minima (diastolica) dei 60 mmHg.

Ci sono molti rimedi per prevenire l’abbassamento della pressione; eccone alcuni:

  • Bere molti liquidi durante la giornata, almeno 2 litri, per mantenersi adeguatamente idratati. Sono consigliate tisane e infusi a base di salvia, rosmarino, ginseng e tormentilla.
  • Mangiare alimenti leggeri e di facile digestione, come frutta e verdura di stagione, evitando gli alimenti ipercalorici, piccanti, ricchi di grassi e sale.
  • Non praticare attività fisica nelle ore centrali della giornata.
  • Rinfrescare i locali dove si trascorre la quotidianità.
  • Evitare il contatto diretto con i raggi solari nelle giornate particolarmente calde.
  • Non alzarsi troppo velocemente o fare scatti da una posizione sdraiata o supina, specialmente al mattino.
  • Mantenere alti i livelli di potassio e magnesio, molto utile è l’utilizzo di integratori specifici.

Come misurare la pressione arteriosa?

La pressione del sangue nelle arterie può essere misurata in modo diretto, introducendo un tubicino (catetere) nell’arteria stessa e collegato ad un dispositivo misuratore (trasduttore di pressione). Questo, però, avviene solo in particolari circostanze, come ad esempio nel corso di interventi chirurgici.

La comune misurazione della pressione arteriosa è effettuata invece in modo indiretto, utilizzando appositi apparecchi che sono in grado di valutare la pressione del sangue dall’esterno, in modo non cruento. Di tali apparecchi, quello più preciso e comunemente usato sino ad ora è lo sfigmomanometro a mercurio, composto da un bracciale di gomma collegato da un lato ad una piccola pompa a mano, dall’altro ad un manometro a colonna di mercurio.

La misurazione viene effettuata applicando il manicotto di gomma al braccio del paziente, tra l’ascella e la piega del gomito. All’altezza di quest’ultima, dove si apprezza la pulsazione dell’arteria del braccio (arteria omerale) si posiziona la campana del fonendoscopio, cioè dello strumento destinato a raccogliere e trasmettere all’orecchio i rumori generati dal passaggio di sangue nell’arteria stessa. Contemporaneamente si palpa il polso dal lato del pollice, per percepire la pulsazione dell’arteria radiale.

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Si inizia la misurazione gonfiando il bracciale di gomma con la pompetta ad esso collegata (mentre ciò avviene, il mercurio sale nella colonnina di vetro, segnalando il valore di pressione presente nel bracciale) e arrivando fino al punto in cui la pulsazione dell’arteria del polso scompare ed il fonendoscopio non trasmette più alcun rumore; a questo punto si insuffla ancora un po’ di aria nel bracciale, superando di circa 20 mmHg il punto in cui il polso radiale è scomparso.

Ora, agendo sulla piccola valvola presente sulla pompetta, si fa uscire molto lentamente l’aria dal bracciale (indicativamente, la colonnina di mercurio deve scendere di circa 2 millimetri al secondo). Quando la pressione dell’aria nel bracciale sarà uguale a quella arteriosa, un po’ di sangue riuscirà a passare nell’arteria producendo un rumore: il primo rumore udito chiaramente corrisponderà alla PRESSIONE SISTOLICA (detta anche MASSIMA).

Riducendo ulteriormente la pressione i rumori diventeranno inizialmente più intensi, quindi via via più deboli: la completa scomparsa dei rumori corrisponderà alla PRESSIONE DIASTOLICA (detta anche MINIMA).

La pressione viene quindi indicata con due valori (ad esempio 120/80): il primo valore indica la pressione sistolica, mentre il secondo quella diastolica.

Devono essere effettuate almeno due misurazioni successive e, se la pressione differisce di molto (per convenzione, in misura maggiore di 5 mm Hg) nelle due circostanze, si deve procedere con ulteriori misurazioni fino a che i valori misurati risultino abbastanza stabili.

Guida ad una corretta misurazione della pressione

Durante tutta la misurazione della pressione e fino al completo sgonfiaggio del bracciale, è bene tenere presente le seguenti semplici raccomandazioni:

  1. Il paziente dovrebbe essere rilassato, seduto comodamente, in ambiente tranquillo, con temperatura confortevole da almeno cinque minuti.
  2. Non si dovrebbero assumere bevande contenenti caffeina nell’ora precedente, né aver fumato da almeno un quarto d’ora (anzi, non si dovrebbe fumare mai!).
  3. Il braccio deve essere appoggiato ed il bracciale deve essere all’altezza del cuore (vedi figura). Non importa quale braccio venga usato per la misurazione, ma bisogna ricordare che esistono a volte differenze sensibili nei valori misurati nelle due braccia. In tali casi, si dovrà utilizzare per la misura il braccio con la pressione più elevata.
  4. Le dimensioni del bracciale di gomma devono essere adattate alla dimensione del braccio del paziente. Nel caso di bambini o di adulti molto magri, è necessario utilizzare bracciali di dimensioni minori di quelle standard, mentre nel caso di persone molto robuste o di pazienti obesi, il bracciale dovrebbe avere una lunghezza superiore.

Sono oggi disponibili anche apparecchi per l’auto misurazione domiciliare della pressione arteriosa che consentono una rilevazione automatica o semiautomatica. Dei numerosi modelli in commercio, la maggior parte utilizza un bracciale simile a quello già descritto; si tratta in generale di apparecchi che forniscono una misurazione attendibile.

Esistono anche dispositivi che effettuano la rilevazione della pressione al polso o al dito della mano.

Integratori per la pressione bassa

I migliori integratori per chi soffre di pressione bassa sono:

  • Integratori idrosalini. Sono i classici integratori di sali minerali per la pressione bassa, ricchi di sodio, potassio e magnesio, spesso arricchiti anche con glucosio, che ripristinano l’equilibrio idrosalino dell’organismo, favoriscono l’aumento del volume plasmatico e diminuiscono la gravità dell’ipotensione. Il magnesio, infatti, contribuisce a trasformare gli zuccheri in energia e a contrastare la stanchezza. Il potassio, invece, aiuta a regolare la pressione.
  • Caffeina, teobromina o teofillina. In piccole quantità hanno un effetto vasocostrittore, che può aumentare leggermente la pressione sanguigna. Al contrario, l’eccesso incrementa la diuresi favorendo la disidratazione.
  • Vitamine, creatina e aminoacidi. Associati ai sali minerali, forniscono anche un apporto energetico contrastando spossatezza e debolezza muscolare.
  • Estratti vegetali. Un principio attivo presente nei frutti di cardo mariano, la tiramina, ha un’azione tonico-vascolare in grado di aumentare la pressione sanguigna; l’eleuterococco, conosciuto come il “ginseng siberiano”, secondo alcuni studi è un tonico che contrasta debolezza e fatica, aumenta la capacità di lavoro e di concentrazione ed è un ottimo ricostituente durante gli stati di convalescenza, infatti viene impiegato contro l’ipotensione e l’astenia funzionale.

Se i sintomi dovessero persistere, è consigliato consultare il medico per valutare eventuali approfondimenti diagnostici e terapia farmacologica. E tu, come combatti la pressione bassa in estate?

Dott.ssa Laura Marino   Farmacista

BIBLIOGRAFIA

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Alimentazione e Sport

Il tofu: curiosità, valori nutrizionali e applicazioni culinarie

Il tofu è un alimento vegetale che vede le sue origini in Cina, dove già da tempo era un prodotto frequentemente presente in tavola.

I cinesi lo preparavano in modo molto simile alla preparazione casearia: veniva aggiunta al latte di soia una sostanza minerale a base di calcio che favoriva la coagulazione.

Successivamente il tofu approdò in Giappone e la sostanza usata come coagulante venne sostituita con il nigari, cioè cloruro di magnesio estratto dall’acqua di mare.

Entrambe queste opzioni permangono anche nel nostro contemporaneo e danno vita a due prodotti lievemente differenti:

  • Con il nigari si ottiene un tofu vellutato, ideale per le preparazioni cremose e con un sentore dolce;
  • Con il solfato di calcio si ottiene un prodotto più solido, ideale per la preparazione di secondi, come tocchetti di tofu croccante con delle verdure saltate in padella.

La preparazione del tofu oggi comincia dall’ottenimento del latte di soia: si sciacquano i fagioli di soia, si mettono in ammollo per dieci-dodici ore, ed una volta raddoppiato il loro volume, si macinano con dell’acqua sino all’ottenimento di una purea.

Si fa sobbollire il composto e lo si filtra per eliminare le fibre solide, eventuali residui dei baccelli e per assicurarne l’omogeneità.

Ottenuto il latte di soia, si aggiunge l’agente coagulante, prediligendo il cloruro di magnesio o il solfato di calcio, sulla base del prodotto finale che si vuole ottenere.

Avviene dunque la coagulazione del latte: la parte solida si raggruma e precipita, dividendosi dalla parte liquida. Successivamente questi grumi sono raccolti ed inseriti in forme, poi pressate, così da ottenere dei panetti compatti, che saranno poi raffreddati a bagnomaria.

Ecco che il tofu al naturale è pronto per essere confezionato e venduto. Alcuni panetti possono poi subire dei trattamenti aggiuntivi, al fine di esaltarne il sapore, grazie all’aggiunta di spezie o di erbe aromatiche, affumicatura o fermentazione.

quali sono i suoi benefici?

Valori nutrizionali

Il tofu è quindi un prodotto a base vegetale che potremmo introdurre nella nostra alimentazione grazie ai suoi ottimi valori nutrizionali.

Infatti, per 100gr di prodotto le energie fornite sono pari a 119 kcal, di cui il maggior apporto è a carico delle proteine: ben 13gr per 100gr.

Considerando che la qualità delle proteine dei legumi in generale, e quindi anche della soia, sia lievemente più bassa rispetto a quella dei prodotti animali, è bene associare al consumo di tale prodotto dei cereali, così da completare il profilo amminoacidico.

È inoltre privo di colesterolo, possiede molti flavonoidi ed è ricco di lecitina, un fosfolipide con azione anticolesterolo poiché agisce sui grassi presenti nel sangue, andando a prevenire i depositi di grasso nelle arterie e riducendo il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari. Sebbene non ci siano prove scientifiche sufficienti a supportare questa loro azione.

Comprende inoltre Sali minerali come potassio, ferro e fosforo e medie quantità di calcio.

come cucinarlo correttamente?

Ricette ed utilizzi

Molto utilizzato nella cucina vegetariana e vegana il tofu è un prodotto abbastanza versatile. Infatti, può essere utilizzato sia in preparazioni dolci che in quelle salate.

Può essere sbriciolato e mescolato con una purea di patate, pangrattato e piselli e lavorato fino ad ottenere dei burger vegetali; può essere tagliato a tocchetti e saltato in padella con delle verdure e della salsa di soia. Può essere utilizzato come crema per delle crostate vegane.

Con questo alimento è bene non togliere spazio alla nostra fantasia e cercare di introdurlo al meglio nella nostra cucina!

Dott.ssa Martina Rella – Dietista

BIBLIOGRAFIA

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Medicina e salute

I Nei

I nevi comunemente chiamati nei, così come le lentiggini, non sono altro che delle ipercromie cutanee ovvero delle aree che hanno la caratteristica di avere una differente colorazione che è più intensa rispetto al resto di tutta la cute dovuto ad un eccesso di melanina.

I nei hanno la particolarità di non ridursi nemmeno nei periodi in cui la pelle non viene esposta al sole, compaiono fin dalla prima infanzia, generalmente dopo il primo anno di vita, e di solito tendono ad aumentare col passare degli anni.

Mediamente una persona adulta ne ha circa tra i 25 e 30 che hanno una forma più o meno regolare e delle dimensioni di un massimo di circa 6 mm.

Che cosa sono?

I nei sono macchie della pelle, il loro colore va dal bruno o al rosato, hanno bordi ben definiti, dovuti ad un raggruppamento consistente di melanociti, le cellule adibite alla produzione di melanina. Possono presentarsi o completamente piatti oppure con dei piccoli rilievi.

È molto importante controllare un’eventuale comparsa dei nei perché la maggior parte è una formazione benigna, però bisogna osservare i loro cambiamenti e le loro modifiche strutturali poiché possono dare origine a dei melanomi, i tumori più aggressivi della pelle.

Inizialmente può avere l’aspetto di un neo normale ma poi si può modificare e mostrare la propria vera natura. Fondamentali sono i controlli soprattutto di quelli nuovi.

I sintomi

La comparsa o l’aumento numerico di un neo non sono associati a nessun sintomo. Infatti, non causano fastidi di alcun genere. L’aumento avviene entro i quarant’anni di vita e nella terza e quarta età possono scolorirsi fino a sparire.

Nella maggior parte dei casi  appaiono dopo il primo anno di vita, di rado sono presenti nei lattanti o nei neonati e in questi casi si parla di nei congeniti, diversamente sono acquisiti.

Quando il numero supera il 50 si parla di “tanti” nei e questo potrebbe essere un indicatore del fatto che una persona è più predisposta a sviluppare un melanoma rispetto ad altre.

Le cause

Dal momento che la comparsa di un neo è dovuta dalla genetica, la quantità potrebbe dipendere da vari fattori come, per esempio, l’abitudine di esporsi diverse ore al sole anche se di fatto possono comparire su persone che non hanno questa consuetudine.

Le cure

I nei non vengono sottoposti a specifico trattamento, però richiedono grandi precauzioni e accortezze quando ci si espone al sole, ovvero bisogna evitare le ore centrali della giornata in cui i raggi sono più intensi, usare sempre una crema con fattore protettivo alto. Anche se si hanno pochi nei e soprattutto se la carnagione è chiara. Le ustioni solari costituiscono un fattore importante per lo sviluppo del melanoma.

Esistono delle caratteristiche che vengono valutate e osservate, elencate in ordine alfabetico, ciascuna delle quali è considerata un segnale d’allarme da sottoporre tempestivamente all’attenzione dei medico specialista in dermatologia.

  • A: Asimmetria. La forma non è rotonda ma allungata o a stella.
  • B: Bordi irregolari. I contorni non sono ben definiti, si presentano frastagliati.
  • C: Colore non uniforme. In vari punti è più scura.
  • D: Dimensioni superiori a 0.6 cm.
  • E: Evoluzione. L’aspetto si è modificato nel tempo.

È fondamentale imparare a conoscere e prendersi cura della propria pelle fin da piccoli. Fare prevenzione deve diventare parte della mentalità di ciascuno di noi!

Dott.ssa Orsola Procopio  – Farmacista

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Medicina integrata e Fitoterapia

Zenzero: il rizoma d’oro

Descrizione botanica

Zingiber officinalis Roscoe è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Zingiberaceae. Originaria dell’India e dei Paesi dell’Estremo Oriente, cresce anche in Messico, Antille e specialmente nella Giamaica. Si riproduce per mezzo di un aromatico rizoma. I fiori sono vistosi e ricordano quelli delle orchidee, raggruppati in dense spighe con fiori dal colore verde-giallo con labello porporino. Le foglie sono inguainate al fusto. Il rizoma della pianta si presenta ricoperto da una corteccia marrone chiara dalla tipica consistenza fibrosa e granulosa. All’interno la polpa del rizoma digitato appare dal colore giallo e dall’inconfondibile odore aromatico. La droga della specie officinale è rappresentata dal rizoma.

Storia e curiosità

Utilizzato da oltre 2000 anni fa per scopi medicinali, Zingiber officinale Roscoe rappresenta uno dei fondamenti della medicina Ayurvedica, Unani Tibb, Siddha e della Medicina Tradizionale Cinese. Lo zenzero è una pianta antica, conosciuta già dal XV secolo dai cinesi, che la usavano per aromatizzare le pietanze. In Europa, invece, si è diffuso a partire dal Medioevo come rimedio contro la peste. Oggi lo zenzero è usato sia in cucina che in erboristeria come pianta aromatica e dalle notevoli proprietà stimolanti, oltre che dall’industria per preparare liquori e altre bevande.

Principi attivi

L’efficacia terapeutica del rizoma della specie Zingiber officinale Roscoe è data dalla presenza nel profilo metabolico di molecole bioattive quali: olio essenziale (caratterizzato da: zingiberene, gingerolo, gingerone, geraniolo, linalolo, canfene, borneolo, cineolo, limonene, curcumene, bisabolene, β-sequifellandrene, α-farnesene, sesquisabinene) e olio resina.

Oli sesquiterpeni e monoterpeni la cui composizione varia a seconda del paese di origine e conferiscono il caratteristico aroma alla pianta. Questi composti conferiscono ai rizomi proprietà antinfiammatorie, antiossidante, analgesiche, antivirali, antibatteriche, antimicotiche, antitussive e antitumorali.

Gingerolo.

Proprietà terapeutiche

Gli estratti del rizoma di  sono efficaci antiemetici e antinausea, dall’azione carminativa, stimola l’appetito, attenua i disturbi digestivi ed è utile nel trattamento del mal d’auto e del mal di mare. Utile in caso di indigestione riesce ad assorbire e neutralizzare le tossine dello stomaco.

Tonico cardiaco, aiuta a prevenire varie malattie cardiache riducendo la coagulazione del sangue che può portare alla formazione di placche o trombosi, inoltre, regolarizza la pressione sanguigna diminuendo la resistenza vascolare periferica.

Epatoprotettore ad azione coleretica-colagoga, aiuta la digestione dei grassi e abbassa i livelli di colesterolo sanguigno.

Antipiretico naturale abbassa la febbre causata da batteri o virus, valido anche per il trattamento del raffreddore. L’azione antibatterica è specifica per i ceppi E. coli, Bacillus subtilis, Staphylococcus aureus, Pseudomonas aeruginosa and Proteus vulgaris.

I principali preparati erboristici derivati dalla specie Zingiber officinale Roscoe sono:

  • Decotto: (si utilizza il taglio tisana del rizoma);
  • Tintura madre (macerato idroalcolico del rizoma fresco);
  • Compresse (formulazioni erboristiche da estratto secco del rizoma);
  • Olio Essenziale (distillato del rizoma fresco).

Nota: L’olio essenziale di Zenzero è caustico e irritante per le membrane e le mucose, è estremamente importante diluire il contenuto prima della somministrazione sia interna che esterna.

Olio essenziale di zenzero.

Meccanismo d’azione

Stimola la secrezione salivare e gastrica, aumenta il tono della muscolatura intestinale ed attiva la peristalsi. L’azione del gingerolo è simile a quella della capsaicina del peperoncino e piperina del pepe nero: attiva i recettori delle spezie sulla lingua.

Il meccanismo d’azione dello zenzero non è del tutto conosciuto, studi scientifici indicano che esso possa agire come antagonista serotoninergico, come antagonista NK1, come antistaminico e con un effetto procinetico a livello gastrico.

L’azione afrodisiaca, riconosciuta e celebrata dagli arabi, è dovuta alla presenza di zenzeroli che aumentano la libido, potenziano l’erezione, aumentano il volume e la mobilità degli spermatozoi. Il rizoma contiene gingerolo (con azione simile alla capsaicina) che conferisce proprietà vaso-dilatatorie, in grado di favorire l’afflusso del sangue e di attivare la circolazione.

Avvertenze e controindicazioni

Durante la gravidanza, l’allattamento, in soggetti affetti da calcolosi renale, disfunzioni epatiche, gastrite, ulcera ed ernia iatale si consiglia l’uso di preparati a base di zenzero per brevi periodi e sotto stretto controllo medico. L’assunzione continuativa e a dosi eccessive può provocare gastriti e bruciore di stomaco.

Attenzione all’acquisto del rizoma di Zingiber officinale Roscoe, che deve mantenere certificazioni e tracciabilità di filiera, poiché per rendere invitante sul mercato il rizoma vecchio e marcio, molto spesso viene lavato con acido solforico che è estremamente pericoloso per il consumo.

Lo zenzero non deve essere associato a farmaci anticoagulanti o derivati dell’acido acetilsalicilico: prolunga il tempo di sanguinamento per inibizione della trombossano sintetasi.

Dott.ssa Giusy TrivignoTecnico Erborista
Scrivimi pure su: Instagram, Linkedin o all’email giusytrivigno98@libero.it

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Cosmesi e Cosmeceutica

Leggiamo l’etichetta di un prodotto cosmetico

Quando acquistiamo un prodotto cosmetico, che sia uno shampoo, una crema corpo o un deodorante cosa ci spinge a preferire un prodotto piuttosto che un altro?  

Nella scelta di un cosmetico usiamo tutti i nostri 5 sensi e sicuramente siamo attratti anche dall’aspetto con cui si presenta quel prodotto e dal suo bigliettino, ovvero l’etichetta di quel prodotto

Spulciamo le etichette cercando il prodotto che risponda alle nostre esigenze, quello che ci promette di spianare le rughe dopo poche applicazioni, o quello che ci promette capelli soffici e forti. Andiamo, sempre più spesso, alla ricerca di prodotti che non contengano sostanze dannose per la nostra pelle, che siano ecosostenibili e vegani, oppure ancora ci accontentiamo di come la pubblicità in tv o sui social ci ha descritto quel prodotto.

 

cosa cerchiamo in un prodotto cosmetico?

L’etichetta di un prodotto cosmetico rappresenta il mezzo attraverso il quale, le informazioni sul prodotto, sono veicolate all’utilizzatore finale e pertanto deve essere redatta in modo preciso e corretto per garantire ai consumatori la possibilità di operare una scelta consapevole, basata su un adeguato livello di informazione circa le caratteristiche, la composizione e la funzione del prodotto cosmetico. 

Ricordiamoci che l’etichettatura deve seguire le linee guida del Regolamento CE n.1223/2009! 

Tuttavia, per essere sicuri di un acquisto intelligente, l’etichetta deve essere letta con attenzione, soffermandosi dunque non solo sulle promesse riportate sulla confezione, ma analizzando anche in maniera attenta l’INCI

Contenuto dell’etichetta 

I prodotti cosmetici possono essere messi a disposizione sul mercato solamente se il contenitore e l’imballaggio riportano le seguenti indicazioni, in caratteri indelebili, facilmente leggibili e visibili: 

  • Il nome o la ragione sociale e l’indirizzo completo della persona responsabile; se in etichetta vengono riportati più indirizzi, quello presso cui è tenuta ad immediata disposizione delle Autorità competenti la documentazione informativa sul prodotto deve essere scritto in evidenza.
  • Il contenuto nominale espresso in peso o in volume (obbligatoriamente in italiano), con possibili deroghe per i campioni gratuiti, per le monodosi e per gli imballaggi con un contenuto inferiore a 5 g o a 5 ml.  
  • La data di durata minima o data di scadenza, cioè la data entro cui il prodotto può essere utilizzato, se opportunamente conservato, ovvero entro cui mantiene inalterate le sue caratteristiche e continua a svolgere la sua funzione iniziale. Tale data è preceduta dal simbolo di una clessidra o dalla dicitura «Usare preferibilmente entro». La data è indicata in modo chiaro e si compone, nell’ordine, del mese e dell’anno oppure del giorno, del mese e dell’anno. Se necessario, l’indicazione del periodo di scadenza è completata precisando anche le condizioni di conservazione che devono essere rispettate per garantire la validità del prodotto 
  • Per i prodotti con durata minima superiore a trenta mesi, invece, non è necessario indicare in etichetta una data di scadenza, ma deve essere riportata un’indicazione relativa al periodo di tempo in cui il prodotto, una volta aperto il contenitore, può essere utilizzato senza effetti nocivi per il consumatore, preceduta dal simbolo rappresentante un barattolo aperto o dall’acronimo «PAO» (Period After Opening – periodo dopo apertura). Questo periodo è espresso in mesi e/o anni. Sono oggetto di possibili deroghe all’obbligo di riportare una data di scadenza o un PAO i prodotti monodose, i prodotti confezionati in modo tale da evitare il contatto tra il cosmetico e l’ambiente circostante (es. aerosol) e i prodotti per i quali il produttore certifichi che la formula è tale da impedire qualsiasi rischio di deterioramento a seguito di apertura del contenitore.
  • Si scrive in maniera obbligatoria anche le precauzioni di impiego riportate negli Allegati tecnici da III a VI al Regolamento 1223/2009. Se del caso, devono essere riportate le eventuali indicazioni concernenti precauzioni particolari da osservare per i prodotti cosmetici di uso professionale. In caso di impossibilità pratica a riportare sul contenitore o sull’imballaggio esterno le precauzioni particolari per l’impiego, queste devono essere contenute in un foglio di istruzioni, una fascetta o un cartellino allegati al prodotto cosmetico. A tali indicazioni il consumatore deve essere rinviato mediante un’indicazione abbreviata o mediante il simbolo di rinvio (icona libro).
  • Il numero del lotto di fabbricazione o il riferimento che permetta di identificare il prodotto cosmetico; in caso di mancanza di spazio il numero di lotto può essere riportato solo sull’imballaggio.
  • Il paese d’origine per i prodotti fabbricati in paesi extra UE. In questo caso è obbligatorio riportare «made in …» 
  • La funzione del prodotto cosmetico, salvo se risulta dalla sua presentazione 
  • L’elenco degli ingredienti, scritti secondo la denominazione comune degli ingredienti contenuta nel glossario stabilito dall’UE  

Come riportare gli ingredienti 

Vediamo quindi come vengono riportati gli ingredienti cosmetici e cosa è il famoso INCI di cui sentiamo parlare spesso. L’INCI rappresenta l’elenco degli ingredienti che costituiscono il prodotto cosmetico, una lista che deve obbligatoriamente essere esposta in etichetta di ogni prodotto.

INCI è l’acronico di International Nomenclature Cosmetic Ingredients, ovvero esprime la nomenclatura di tutti i componenti cosmetici presenti all’interno di un prodotto, indica l’elenco di principi attivi ed eccipienti presenti all’interno del prodotto. 

Gli ingredienti riportati nell’INCI sono nominati: in lingua inglese, ovvero la lingua ufficiale principale, per indicare la maggior parte dei costituenti; in latino, per denominare gli estratti vegetali. (Il nome latino dei vari ingredienti riportati nell’INCI garantisce la presenza della sostanza pura, ovvero che non ha subìto alcuna alterazione o modifica di natura chimica). Solo la parola “Parfum” può essere riportata in lingua francese, e indica una profumazione di natura sintetica. 

Un’altra regola che norma la redazione dell’INCI di un prodotto cosmetico consiste nell’elencare i componenti in ordine decrescente. Il primo ingrediente riportato nell’INCI è quello presente in quantità maggiore, mentre l’ultimo sarà ovviamente presente in quantità inferiore. (La regola descritta è valida per tutti gli ingredienti cosmetici presenti in quantità superiore all’1%).

Per quanto riguarda le sostanze presenti in quantità inferiore/uguale all’1% in peso, la regola dell’ordine decrescente può non essere rispettata, ovvero queste sostanze possono essere riportate in ordine sparso. 

Nell’INCI, i coloranti presenti nella formula sono indicati con la sigla CI (acronimo di Colour Index), seguita da un numero. Si tratta di coloranti utilizzati anche ad uso alimentare. 

Secondo una Direttiva della Comunità europea del 2003, si è stabilito che alla fine dell’elenco INCI è obbligatorio elencare tutte le potenziali sostanze allergizzanti presenti nella formula,anche se tuttavia la presenza di allergeni dev’essere dichiarata solo quando la sua concentrazione supera una determinata percentuale. 

In conclusione

Precedentemente abbiamo visto che, all’interno della formulazione di un cosmetico, rientrano molteplici sostanze ognuna delle quali ha una funzione specifica (idratanti,emulsionanti,coloranti ecc) quindi, in base alla composizione della formula, un prodotto può essere destinato a migliorare una determinata condizione cutanea, dunque verrà assegnato un appellativo a quel dato cosmetico per indirizzare il consumatore verso l’acquisto (es. Crema antietà, siero rassodante,crema idratante ecc) 

Per fare un esempio pratico: in un prodotto destinato, ad esempio, alla detersione, gli ingredienti riportati nell’INCI saranno elencati secondo quest’ordine: 

  • Acqua/water (aqua, secondo la nomenclatura INCI); 
  • Tensioattivi (es. Sodio Lauryl Solfate, Disodium cocoyl glutamate ecc.): sostanze con proprietà schiumogene, solubilizzanti o detergenti, utili per favorire la solubilizzazione di sostanze altrimenti incompatibili (es. olio e acqua). Gli emulsionanti rientrano in questa categoria; 
  • Conservanti (es. benzoic acid, sorbic acid, potassium sorbate, sodium sulfite ecc.): sono sostanze inserite nella formula cosmetica per inibire la proliferazione di microorganismi all’interno del prodotto; 
  • Estratti naturali/profumazione (es. Aloe bardanensis leaf juice, Calendula officinalis extract), indicano la presenza di un determinato estratto naturale presente nel prodotto; 
  • Coloranti (es. CI 19140, è la sigla che identifica il colorante giallo di origine sintetica) 

Comprendere, quindi, il significato dell’INCI è importante per riconoscere tutto ciò che c’è da sapere di quel prodotto. Ad esempio, possiamo capire se il cosmetico:

  1. Svolge effettivamente le funzioni dichiarate in etichetta;
  2. E’ compatibile con il proprio tipo di pelle;
  3. Rispetta l’ambiente;
  4. E’ biologico;
  5. E’ un naturale;
  6. Contiene inquinanti. 

Non basta dare un’occhiata alla descrizione generica del cosmetico, poiché definizioni come “crema idratante”, “crema antiage”, “siero antirughe” e così via non sono sufficienti per comprenderne l’effettiva qualità del prodotto, per esempio sull’etichetta di una crema viso possiamo trovare scritto a caratteri cubitali “contiene bava di lumaca” ma magari nell’INCI è presente la dicitura “snail secretion filtrate” solo dopo quella di parfum quindi possiamo dedurre che, la quantità effettiva del componente sia inferiore all’1% , e che quella non svolgerà affatto l’effetto descritto.

Solo l’analisi dell’INCI rivela tutto ciò che è contenuto in un cosmetico e, dalla sua valutazione, il consumatore può accertarne la qualità ed essere sicuro dell’acquisto. 

Dott.ssa Emanuela Prezioso – Tecnologo dei prodotti cosmetici 

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Psicologia del Benessere

Shopping terapeutico: il benessere che si cela dietro ad un acquisto

Quella voglia e quel desiderio improvviso di andare a fare shopping… quel senso di pace e soddisfazione dopo aver acquistato qualcosa, soprattutto se un indumento personale… quel senso di benessere che ci fa pensare e dire: “adesso sto proprio bene!”

In quest’articolo, vi parlerò dello Shopping Terapeutico e dei suoi benefici sulla nostra sfera emozionale.

A proposito! Se vuoi saperne di più sul “mio mondo” puoi trovarmi sui social network (Instagram) con il nome @iamfrancescoangotti. Passa a visitare il mio profilo e seguimi, sarò felice di ricambiare con piacere!

Allo stesso modo segui la pagina @pharma_addicted per essere sempre aggiornato!

Lo shopping: cos’è?

Lo shopping, ossia, il compiere degli acquisti, è una pratica ormai facente parte regolarmente e con altissima frequenza nella nostra quotidianità.

Le nostre abitudini, che siano poste attraverso il tempo dedicato al lavoro o al tempo dedicato allo svago, prevedono al loro interno, delle frazioni temporali dedicate agli acquisti, di qualcosa che vada a soddisfare le necessità personali di quel preciso istante nel quale ne sentiamo il bisogno: dal caffè, alla bevanda fresca, all’acquisto di un libro che ha suscitato la nostra attenzione, all’acquisto di un pacchetto vacanze per la propria settimana di ferie e così via.

Inconsapevolmente o forse non troppo, utilizziamo gli acquisti, come appiglio per soddisfare dei bisogni, che sulla base del grado di necessità vengono suddivisi su scala prioritaria in relazione al grado di soddisfacimento che ne consegue, proprio come suggerisce Maslow nella sua teoria gerarchica dei bisogni, sulla quale presto farò un articolo, perciò, ti invito nel voler continuare a seguirmi e seguire Pharmaddicted!

Ma perché può essere terapeutico lo shopping?

Purché non diventi compulsivo, vari studi e ricerche confermano che ricorrere allo shopping, sia un vero e proprio toccasana per il benessere psicofisico di un individuo. Inoltre, vi sono delle relazioni benefiche tra il miglioramento della propria autostima, l’abbassamento dei livelli di ansia con il ricorrere regolarmente e secondo necessità reali, all’effettuare delle compere, o perlomeno dedicare del tempo a badare alle proprie esigenze.

Un curioso studio, condotto dall’Università di Michigan, ha dimostrato come le persone che cedano alla tentazione di ricorrere a degli acquisti, rispetto ad altre che resistano allo stimolo suscitato ad esempio da qualche vetrina, siano più felici e meno stressate rispetto al secondo gruppo. Perciò, lo shopping ha benefici anche sul nostro umore, specialmente se vi si ricorre nelle cosiddette “giornate no”!

Perché è utile distinguerlo dallo shopping compulsivo

È risaputo che è sempre bene stare lontani dagli eccessi. Il giusto sta nel mezzo. Il beneficio terapeutico lo si ottiene quando, lo shopping, viene utilizzato come forma di svago ed attività con la quale si può staccare la spina dei pensieri, dalla quotidianità che a causa dei ritmi frenetici e ci espone frequentemente a fonti di stress. Ma allo stesso tempo, lo shopping non assume più le vesti di una ricorrenza terapeutica e benefica, nei casi in cui, ricorrere a degli acquisti diventa una necessità, un desiderio urgente ed irrefrenabile.

In merito a ciò esistono dei campanelli d’allarme, posti dal nostro organismo ma anche in termini di atteggiamenti, che se saputi cogliere, ci avvisano d’eventuali esagerazioni. Vediamo quali sono i più frequenti:

  • La sensazione che un nuovo acquisto sia fortemente necessario;
  • Provare invidia per oggetti appartenenti ad altre persone;
  • Pensare sempre allo shopping anche mentre si sta facendo altro;
  • Sforare continuamente il budget preventivamente posto.

Cosa dobbiamo imparare

Fonte immagine: wellwateredwomen.com

Impariamo a sensibilizzare la nostra attenzione, nel cercare di cogliere quali tipi di sensazioni e segnali giungano dal nostro interno. Cerchiamo di creare unione, tra quello che pensiamo di volere e quello che vogliamo. Ritroviamo l’equilibrio e cerchiamo di mantenerlo, facendo forza sulle relazioni ed il confronto, con le persone alle quali vogliamo bene e che ci vogliono bene. La retta via è sempre pronta ad accoglierci, sta a noi perseguirla, anche nel caso dello shopping!

A presto, con i prossimi articoli!

Dottor Francesco Angotti – Scrittore e professionista in ambito economico

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Medicina e salute

Cancerogenesi: come si sviluppa un tumore

Tutti gli esseri viventi sono formati da cellule che si riproducono per rimpiazzare elementi cellulari, distrutti per processi fisiologici o patologici, e per far aumentare di dimensioni organi e apparati. 

Da ogni cellula madre derivano due cellule figlie geneticamente identiche tra loro ed anche alla cellula madre. Contenere l’esatta copia del DNA significa per le cellule figlie conservare la stessa struttura e le stesse funzioni della cellula madre. Pertanto, se durante la divisione cellulare il DNA non viene copiato correttamente le cellule figlie potrebbero avere forma e funzioni anomale.

In questo caso si parla di mutazione genica o cromosomica, a seconda se l’alterazione riguarda un singolo gene oppure il numero o la struttura dei cromosomi. Il nostro organismo è in grado di rilevare e correggere questi errori, ma non sempre questo avviene e si assiste allo sviluppo di un tumore. 

La cancerogenesi 

La cancerogenesi è il processo che porta un tessuto sano a diventare tessuto tumorale. Il tutto origina da una prima e unica cellula sana che subisce una mutazione, cioè quando un fattore esterno o ereditario modifica il DNA della cellula e la trasforma, dando vita a un tessuto, a seguito del moltiplicarsi di questa cellula.

Lo sviluppo di un tumore si articola in tre fasi :  

  1. Fase di avvio: una o più cellule sane si trasformano in cellule mutate a caratteristiche neoplastiche, cioè immortali, non differenziate ed incapaci di svolgere il ruolo che competeva alle cellule sane. La mutazione che dà inizio al cancro può essere causata da fattori come le radiazioni o il contatto con sostanze chimiche (via genotossica), o essere casuale (via non genotossica). In quest’ultimo caso la probabilità del danno al DNA aumenta in presenza di sostanze che  stimolano la replicazione cellulare riducendo così i tempi necessari alla riparazione delle mutazioni e inibendo l’apoptosi. 
  1. Fase di promozione (o fase di latenza), una cellula iniziata si moltiplica fino a dar luogo ad una lesione preneoplastica; è caratterizzata da replicazione incontrollata e riduzione della fase G1, fase immediatamente successiva alla nascita cellulare e caratterizzata da intensa attività biochimica che permette alla cellula di crescere. È detta fase di latenza perché una neoplasia diviene clinicamente evidente quando le cellule tumorali superano il miliardo o quando si superano le femtomoli per unità di superficie. Quindi questa fase può durare anche 40 anni durante i quali alcuni composti endogeni (INF-), esogeni (antitumorali) e del sistema immunitario tentano la riparazione del danno. talune sostanze o circostanze possono accelerare in maniera più o meno marcata, lo sviluppo neoplastico (ad esempio fumo, bevande alcoliche, alimenti, ecc.). 
  1. Fase di progressione Fase terminale dello sviluppo di una neoplasia, in cui le cellule tumorali acquisiscono caratteri sempre più evidenti di malignità dando vita ad una lesione neoplastica. Le cellule proliferano in maniera incontrollata, con anaplasia (perdita di funzione) ma soprattutto  diffondono localmente, ovvero diventano metastatiche. Solo i tumori maligni hanno capacità di formare metastasi, ovvero tumori secondari originati da cellule che si sono staccate da un tumore primario in un certo organo e sono poi migrate in un’altra sede.

Il processo di disseminazione delle cellule tumorali dal tessuto sede del tumore primario verso altri tessuti sani, le cui cellule possono essere indotte a formare tumori secondari, è detto metastatizzazione. Ogni tumore tende a dare metastasi in ben specifici tessuti, ad esempio per analogia della cresta embrionale, nonché per presenza di strutture molecolari in grado di riconoscere le cellule metastatiche primarie.  

Le cellule tumorali possono dare metastasi secondo quattro modalità:  

  • 1. Invasione locale, invadendo i tessuti circostanti, compresi vasi ematici e linfatici.  
  • 2. Diffusione linfatica, a carico dei linfonodi (irradiati nella radioterapia, per tale ragione). 
  •  3. Diffusione vascolare, mediante vene che drenano il tumore. Importanza, a tale scopo, assume il processo angiogenico;   
  • 4. Diffusione transcelomatica, ovvero attraverso le cavità toraciche e addominali (pleura, peritoneo, pericardio). 

Ma quali sono gli agenti cancerogeni? Per questo dovremo attendere ancora un po’! 

Dott.ssa Chiara Valentina Lefemine – Insegnante, laureata in CTF

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Medicina e salute

La Talassemia

Nota col termine “anemia mediterranea” in realtà sono un gruppo di malattie ereditarie conseguenza di una mutazione di geni che codificano per l’emoglobina, in particolare, per la produzione delle globine alfa e beta, proteine che intervengono nella formazione dell’emoglobina. Sono trasmesse dai genitori, che si comportano da “portatori sani”, ai figli e si manifestano fin dalla nascita.

Le varie forme si contraddistinguono dalla presenza di una anemia cronica derivante da un difetto nella produzione di emoglobina, la proteina che è situata all’interno dei globuli rossi e che ha la funzione di trasportare l’ossigeno a tutti i tessuti. In genere la gravità è variabile. I globuli rossi sì caratterizzano dall’essere più piccoli e presentano una morfologia anomala ed una vita media inferiore al normale.

Come conseguenza, la quantità e la qualità di emoglobina, presenti nell’organismo dei portatori di talassemia risulta inferiore a quelli che sono i valori corretti ed indispensabili per l’attività cellulare e per una corretta ossigenazione del sangue. Inoltre, la patologia a carico dell’emoglobina conduce gravi danni ai globuli rossi che vanno incontro ad un fenomeno chiamato emolisi ossia una distruzione precoce.

da microcitemicidicapitanata.it

La forma beta si distingue in due forme: la talassemia minor e la talassemia major.

La talassemia minor

Una persona che ha ereditato i geni e quindi la malattia da uno soltanto dei genitori e quindi solo un gene è alterato, si dice che sia affetto da talassemia minor.

Questa è la forma meno grave, infatti l’emoglobina presente in circolo è comunque ridotta però la quantità è sufficiente per garantire il funzionamento fisiologico all’interno dell’organismo umano.

I globuli rossi si presenteranno di dimensioni più piccole della media e con una minore quantità all’interno di emoglobina, però saranno in numero superiore al normale per sopperire questa mancanza.

Le persone affette dalla talassemia minor sono dunque considerate portatori sani e i loro figli potranno risultare affetti solo se entrambi i genitori saranno portatori.

La talassemia major

Una persona che ha ereditato la malattia da parte di entrambi i genitori ha come conseguenza entrambi i geni malati. È la forma più grave, dal momento che l’organismo non sarà capace di sintetizzare una quantità sufficiente di emoglobina e di conseguenza la forma di anemia piò essere grave e il disturbo potrebbe anche, nei casi più gravi, essere incompatibile con la vita stessa.

da gastroepato.it

Chiunque è affetto da talassemia minor viene considerato come portatore sano della malattia, e sarà in grado di condurre una vita del tutto normale e sempre ovviamente considerando la propria predisposizione.

Nell’eventualità dovesse decidere di mettere al mondo un figlio deve considerare il fatto che può trasmettere la malattia al nascituro e le probabilità sono maggiori quando entrambi i genitori risulteranno portatori sani.

Se uno dei due genitori è portatore e il figlio eredita un gene normale e uno malato, quindi sarà portatore sano della malattia al 50% oppure può ereditare entrambi i geni normali. Nel caso in cui entrambi i genitori siano portatori sani entrambi trasmetteranno il gene malato quindi, il piccolo nascerà affetto da talassemia major nel 25% delle possibilità.

Se uno dei due genitori trasmette un gene sano e l’altro il gene malato il piccolo potrebbe essere portatore sano di anemia mediterranea nel 50% dei casi. Se invece sia il padre che la madre trasmettono entrambi il gene sano, il bimbo nascerà perfettamente sano e questo si verifica nel 25% dei casi.

da healthy.thewom.it

I sintomi

Le persone che sono affette dalla talassemia major hanno un difetto genetico specifico, difetto che porta alla malattia subito dopo la nascita quando l’organismo inizia a formare l’emoglobina matura oppure adulta.

I sintomi generalmente sono specifici, sono legati proprio alla carenza di emoglobina e quindi sono stanchezza, malessere vari, rialzi termici e anche disturbi della dentizione, ma uno dei campanelli d’allarme più importanti sarà quando l’aspetto del colorito diventerà sempre più pallido.

Nelle fasi più conclamate si avrà un aumento del volume della milza, del fegato, un addome gonfio e sporgente, un ispessimento delle ossa facciali e della teca cranica. Situazioni che si verificano perché il midollo tenta di produrre più globuli rossi e anche il fegato e la milza cercano di riacquistare una funzione ematopoietica.

Le cure possibili

La terapia per la talassemia sono le frequenti trasfusioni di globuli rossi perché in questo modo si fornisce all’organismo l’emoglobina che da solo non è in grado di produrre però, in questa modalità, si accumula nell’organismo del ferro inutilizzato.

In genere, in un organismo sano, il ferro presente all’interno dei globuli rossi che muoiono, viene recuperato e riutilizzato per produrre nuovi globuli rossi. Nel caso di una talassemia major invece il turnover è molto accelerato, i globuli rossi vengono prodotti e distrutti in grande eccesso e di conseguenza la quantità di ferro che si libera e si deposita negli organi come il fegato, il cuore e questo porta effetti molto dannosi come l’insufficienza cardiaca ed epatica.

Per queste motivazioni si associa alla terapia un farmaco ferro chelante per eliminare l’eccesso attraverso le urine e le feci.

da beta-talassemia unitedonlus.org.

Trasfusioni e terapia chelante non fanno guarire dalla malattia, limitano quelli che sono i danni a lungo termine e devono essere continuate per tutta la vita.

Una soluzione definitiva per la talassemia è rappresentata dal trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche che risiedono nel midollo osseo e sono capaci di produrre tutte le cellule del sangue da un donatore compatibile.

In passato, le persone affette dalle varie forme di talassemia avevano delle aspettative di vita molto basse ed andavano incontro a numerose complicanze, derivate soprattutto da un accumulo eccessivo di ferro all’interno dei tessuti.

Infatti, erano costretti a frequenti trasfusioni per mantenere un’adeguata ossigenazione del sangue. Invece, ai nostri giorni, grazie all’evoluzione scientifica e alle innovazioni nella medicina, le cure a disposizione sono molteplici e le aspettative di vita sono quasi paragonabili a quelle di una persona sana.

Dott.ssa Orsola Procopio  – Farmacista

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Cosmesi e Cosmeceutica

Acqua micellare: le 3 caratteristiche principali!

L’acqua micellare, sebbene sia nata più di 100 anni fa, attualmente ha destato un nuovo interesse sul mercato. Questo rinnovato interesse è dovuto non solo alla sua semplicità formulativa, ma anche ad una richiesta da parte dei consumatori di una skin-care più veloce e semplice.

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Quando nasce l’acqua micellare?

Da alcune fonti, pare che l’acqua micellare sia nata in Francia nei primi del ‘900. Le farmacie francesi svilupparono questo tipo di prodotto per assecondare le richieste delle donne parigine, che non sempre avevano acqua corrente a disposizione, infatti nei primi del’900 non sempre vi era in casa un bagno, di avere a disposizione qualcosa che le aiutasse nella detersione del viso in modo delicato e che rispettasse i lipidi cutanei. Diversi anni dopo, Jean-Noel Thorel, è stato indicato come il primo creatore/formulatore dell’acqua micellare.

L’ acqua micellare, negli anni ‘90, ritrova il suo successo grazie ai make-up artists. Essi, infatti avevano la necessità di usare un prodotto che rispettasse la pelle (non irritandola) e che fosse efficace nel rimuovere il trucco delle modelle durante le sfilate in modo da essere nuovamente pronte per una nuova sessione di make-up.

Attualmente, l’acqua micellare, è molto usata soprattutto perché è in grado di rimuovere tutto lo sporco, il sebo ed il make-up, anche il più resistente in modo estremamente delicato rispettando il pH cutaneo ed il suo film idrolipidico, lasciando sulla pelle una sensazione di freschezza e di pulizia.

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Ma cos’è l’acqua micellare?

L’acqua micellare è una soluzione di acqua altamente purificata di grado farmacologico, che risponde a precisi parametri chimico-fisici quali sterilità e apirogenicità a cui vengono aggiunti dei tensioattivi molto delicati e che, ad opportuna concentrazione detta CMC (Concentrazione Micellare Critica) si aggregano formando le micelle.

La parola micella deriva dal latino mica=granello ed è stata usata per la prima volta da Karl Wilhelm von Nageli nel 1858 per descrivere gli aggregati di amido e cellulosa che si formavano in acqua.

McBain usò la stessa parola per indicare gli aggregati che si formavano spontaneamente
tra i tensioattivi. Quindi, nel 1936, G.S. Hartley affermò che le micelle formate dai tensioattivi fossero sferiche e ponessero le parti idrofobiche all’interno della sferetta e le parti idrofile a contatto con l’acqua nella parte esterna della sferetta. Attualmente, sappiamo che le micelle possono avere diverse forme e dimensioni.

Formulando un’ acqua micellare oltre all’acqua ed ai tensioattivi vengono aggiunte diverse altre sostanze a vario titolo intervengono per migliorare la formula, per renderla più stabile, per preservarla e per aggiungere attivi utili per i diversi tipi di pelle.

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Per quali tipi di pelle è consigliata l’acqua micellare?

Come abbiamo visto, la sua nascita è dovuta soprattutto per rispondere ad una richiesta di un prodotto delicato, che fosse ideale per le pelli sensibili. Difatti, questa è una delle principali caratteristiche ricercate quando si acquista questo tipo di prodotto.

Negli anni, con il miglioramento delle formule, è stato possibile aggiungere attivi che fossero idonei per le pelli secche/molto secche, ma anche attivi ottimi per le pelli miste e per le pelli tendenti all’acne.

Per le pelli acneiche, tuttavia, i dermatologi consigliano di far seguire, all’uso dell’acqua micellare, un detergente di tipo tradizionale idoneo per questo tipo di problematica.

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Quali sono le caratteristiche principali di un’acqua micellare?

L’acqua micellare presenta tre caratteristiche principali:

  • Forma micelle grazie alla presenza di tensioattivi inseriti in precise concentrazioni, questo permette al prodotto di solubilizzare ed emulsionare lo sporco o il sebo sulla nostra pelle.
  • Ha un’azione detergente delicata sulla pelle ed è capace di lasciarla idratata e fresca rispettandone Ph.
  • Non sempre è necessario risciacquarla dopo l’uso ed è sicuramente il gesto di detergenza più idoneo per le pelli sensibili, ma può essere usata anche dalle pelli secche e miste, scegliendo le opportune formulazioni.

Grazie a queste sue caratteristiche, unite ad una formula semplice e leggera, si comprende il rinnovato interesse del mercato per questo tipo di prodotto che risulta essere contemporaneamente elegante e funzionale.

Dott.ssa Barbara Frisoli– Farmacista

BIBLIOGRAFIA

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Cosmesi e Cosmeceutica

Come scegliere la giusta protezione solare?

I solari rappresentano i cosmetici estivi per eccellenza e non dovrebbero mai mancare in casa nella stagione estiva e soprattutto in nessuna borsa da mare.

Le protezioni solari ci aiutano, insieme ad un’esposizione al sole consapevole, a proteggere la nostra pelle dalle radiazioni ultraviolette emesse dal sole.

Che cos’è la protezione solare? Tecnicamente per prodotto solare si intende “un qualsiasi preparato, crema, olio, gel, o spray, destinato ad essere posto in contatto con la pelle umana al fine esclusivo o principale di proteggerla dai raggi UV assorbendoli, disperdendoli oppure mediante rifrazione”.

In Farmacia o Parafarmacia troviamo spesso scaffali pieni di flaconi colorati che offrono protezione dai danni del sole, abbronzatura rapida, pelle elastica; crema solare per pelli scure, chiare, irritabili; spray, gel, lozioni. Ma come districarsi nella giusta scelta della protezione solare?

Crema Solare, come scegliere quella giusta?
  1. La prima regola è che da un prodotto solare, anche il migliore, non ci si può aspettare l’impossibile: nessuna crema può proteggerci al 100% dalle radiazioni ultraviolette e dai danni che possono arrecare a chi esagera. Restano fondamentali le vecchie regole: stare all’ombra nelle ore più calde, usare anche cappello, occhiali e altri capi d’abbigliamento.
  2. Leggere l’etichetta: da alcuni anni in Europa la normativa è estremamente rigorosa. Sono sparite le diciture fuorvianti, come il vecchio «schermo totale», così come waterproof (al massimo può essere water resistant). Sono state introdotte scale standard per indicare i filtri solari, in modo che il consumatore possa finalmente confrontare prodotti diversi senza perdersi in numeri e sigle sconosciute.
  3. SPF, o Fattore di Protezione: è un indicatore numerico che esprime il livello di protezione dai raggi solari UVB, ma non da quelli UVA. Quindi, non è un indicatore di protezione completo. Per avere la sicurezza che un solare protegga la nostra pelle sia dai raggi UVB sia UVA bisogna scegliere una protezione solare che oltre ad indicare, in etichetta, il valore SPF, riporti anche il pittogramma UVA cerchiato. L’SPF va scelto in base al proprio fototipo. Le categorie standardizzate sono quattro: protezione bassa (da 6 a 10), media (15-25), alta (30-50), molto alta (50+). 
  4. Conoscere il proprio fototipo. Il fototipo di un individuo è determinato dalla quantità e dalla qualità della melanina presente nella pelle che le conferisce il suo caratteristico ed unico colore. Occhi, incarnato e capelli possono dirci molto del nostro livello di fragilità al sole. In base a queste variabili, infatti, si possono identificare sei fototipi. Tanto più alto è il fototipo, maggiore è il tempo consentito di esposizione al sole prima che insorgano effetti indesiderati come eritema e ustioni solari.
  5. La scadenza è rappresentata dal PAO, period after opening. È indicato in etichetta con un pittogramma a forma di vasetto con all’interno un numero seguito dalla lettera M che indica il numero di mesi per cui, una volta aperto, il prodotto può essere utilizzato in sicurezza.
  6. Al fine di ottenere un’efficace protezione solare, scegliete formulazioni in crema o latte spray perché ci consente di verificare quanto prodotto effettivamente applichiamo sulla pelle.  Infatti, alcune bombolette spray nebulizzano così finemente che non ci rendiamo conto effettivamente di quanto prodotto applichiamo sulla pelle. La crema va riapplicata ogni 2 o 3 ore e ogni volta che ci si bagna, senza dimenticare che gli UV non si lasciano fermare del tutto dall’ombrellone né dal cielo nuvoloso.

La crema solare è un prezioso alleato della salute; estremamente utile. Nonostante infatti il sole faccia bene alla nostra pelle e alle nostre ossa, una esposizione troppo prolungata o troppo violenta ai raggi ultravioletti scatena reazioni dannose. Quindi cosa succede se non usiamo la protezione solare?

  • invecchiamento precoce della pelle, con perdita progressiva dell’elasticità e dell’idratazione: i raggi UVA degradano le strutture di sostegno ovvero elastina e collagene;
  • sviluppo dei tumori meno aggressivi, quelli che originano dal rivestimento cutaneo;
  • aumento dei radicali liberi: peggioramento di stati infiammatori in atto come brufoli, macchie, fotosensibilizzanti;
  • nocivo per gli occhi: gli effetti più frequenti sono la fotocheratite e la fotocongiuntivite, che possiamo paragonare a una vera e propria scottatura degli occhi e sono molto dolorose;
  • scottature,ustioni,eritemi.
Foto invecchiamento

In conclusione, per tenere a bada il foto invecchiamento ed evitare che le imperfezioni più comuni della pelle peggiorino, vi consiglio di usare quotidianamente, e non solo d’estate, una crema solare in base al tuo tipo di pelle. Basta veramente poco: due dita di crema è la quantità sufficiente almeno 15-20 minuti prima di esporsi al sole, il tempo necessario per attivare i filtri solari. CHIEDETE UNA CONSULENZA DERMATOLOGICA OPPURE AL VOSTRO FARMACISTA DI FIDUCIA PER NON COMMETTERE ERRORI.

Dott.ssa Laura Marino   Farmacista

BIBLIOGRAFIA

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Cosmesi e Cosmeceutica

Pelle secca: strategie da adottare

La pelle secca è una condizione molto comune tra la popolazione. Può essere indicativa di patologie come le dermatiti, ma può anche essere causata da fattori ambientali o da frequenti lavaggi con detergenti aggressivi. Principalmente si manifesta con rughe e fragilità cutanea, entrambe dovute alla perdita delle normali proprietà meccaniche.

Aspetti fisiologici della pelle

La cute è il principale tessuto-barriera del nostro organismo che impedisce l’accesso a microrganismi e sostanze tossiche o irritanti e capace di ridurre la perdita di acqua. Per raggiungere quest’ultimo scopo lo strato più esterno della pelle, l’epidermide, subisce un processo di differenziazione per produrre uno strato sottile, con funzione di barriera, che trattiene l’acqua, lo strato corneo. Morfologicamente, l’epidermide è costituita da quattro strati: strato basale, strato spinoso, strato granuloso e strato corneo (il più esterno).

Lo strato corneo è costituito da cellule non vitali chiamate corneociti. Strutturalmente viene paragonato a un muro di mattoni in cui i corneociti costituiscono i mattoni, mentre il cemento è rappresentato da una matrice di lipidi intercellulari specializzati. I corneociti sono essenzialmente costituiti da filamenti di cheratina reticolati da disolfuri e circondati da un involucro corneo formato da proteine strettamente legate tra loro da ponti isopeptidici.

In una pelle sana i corneociti maturi contengono elevate concentrazioni di NMF (Natural Moisturizing Factor), composti idrosolubili che legano l’acqua tanto efficacemente da prevenirne la perdita. La matrice intercellulare che circonda il corneocita è composta da lamelle lipidiche altamente strutturate che forniscono una efficace barriera alla perdita di acqua.

Tuttavia, a causa della sua vicinanza all’ambiente, questa barriera è sempre sottoposta a un forte stress da disidratazione e continuamente soggetta a danni causati da forze esterne. Con l’alterazione di questa barriera e la perdita di acqua dai tessuti, il principale sintomo è quello di una pelle secca, fragile e squamosa, o xerosi.

L’obiettivo del trattamento dermocosmetico della pelle secca

Il trattamento topico della pelle secca ha l’obiettivo, oltre che di riparare la barriera lipidica e trattenere acqua nello strato corneo, anche di alleviare la sensazione di prurito che si accompagna alla pelle secca e che induce il paziente a grattarsi ripetutamente. Questo gesto rappresenta un’aggressione fisica che danneggia lo strato lipidico epiteliale della pelle e, solo quando il paziente smette di grattarsi, la lesione si riduce e la differenziazione epidermica viene ristabilita.

In questa condizione può essere utile applicare alcune sostanze naturali, come la glicina, perché in grado di bloccare il rilascio di istamina dai mastociti e interferire con il rilascio dei mediatori del fenomeno infiammazione-prurito. Si interrompe così il ciclo del “prurito-grattarsi-formazione della lesione epidermica” che altrimenti si autoalimenterebbe. In alternativa si può ricorrere ai corticosteroidi topici, ma solo per brevi periodi di applicazione in modo da evitare effetti indesiderati come l’atrofia cutanea.

Le migliori strategie per trattare la pelle secca

L’idratazione è il passo fondamentale per mantenere lo stato di equilibrio cutaneo e riparare la funzione barriera dell’epidermide, reintegrando il contenuto ottimale di acqua e di altre sostanze che si riducono a seguito di diversi fattori (azione detergente dei solventi, alterazioni dermatologiche, invecchiamento e fattori climatici), per esempio attraverso l’applicazione di lipidi simili per composizione e concentrazione a quelli presenti nella cute.

I cosmetici idratanti sono prodotti topici formulati per aiutare a prevenire la pelle secca riducendo la perdita di acqua per evaporazione e quest’azione, a dispetto di quanto si possa credere, permette alla pelle di reidratarsi dall’interno. Le sostanze chimiche utilizzate nelle varie preparazioni (es. lozioni, emulsioni A/O e O/A) appartengono a tre classi:

  1. Emollienti
  2. Umettanti
  3. Occlusivi

La strategia idratante basata su sostanze liposolubili, ad esempio, ha lo scopo di favorire la ricostituzione del cemento intercellulare e della componente grassa del film idrolipidico, sopperendo quindi a carenze costituzionali o indotte, in termini di composizione e/o quantità; si utilizzano per lo più lipidi fisiologici (es. ceramidi, colesterolo e derivati) in quanto penetrano facilmente nello strato corneo, non sono occlusivi, ristabiliscono una corretta differenziazione epidermica e sono ben tollerati dai pazienti.

Tuttavia, nei casi di forte disidratazione con screpolature, massiva desquamazione e prurito intenso, si può arrivare anche a formulare prodotti anidri in cui l’azione idratante è anche legata all’effetto occlusivo. Gli agenti occlusivi utilizzati nei cosmetici servono a ridurre la perdita di acqua transepidermica (TEWL) attraverso la formazione di un film idrofobico sulla superficie cutanea che intrappola l’acqua negli strati superiori della pelle.

Gli umettanti, invece, sono sostanze igroscopiche, come il glicerolo o il glicole propilenico, che, dopo l’applicazione, grazie ai numerosi gruppi ossidrilici, attraggono l’acqua dal derma fino all’epidermide, mentre una minima quantità di acqua viene assorbita dall’ambiente. Essi agiscono passivamente, dall’esterno, senza intervenire nel processo metabolico della cute, prevenendo l’evaporazione eccessiva di acqua.

Inoltre, è stato osservato che, quando la perdita di elasticità e di funzione barriera non è legata alla perdita di lipidi, l’introduzione di un umettante (glicerolo o urea) come ingrediente attivo nel trattamento della pelle secca rende evidente la sua capacità di correggere questi difetti.

Il glicerolo, infatti gioca un ruolo cruciale nel mantenere lo strato corneo idratato: cambiamenti nell’acquaporina-3, un trasportatore epidermico di acqua/glicerolo, portano a una ridotta idratazione e alla perdita di elasticità cutanea che possono essere corrette solo con l’applicazione topica del glicerolo stesso. Infine, gli emollienti, riempiendo gli spazi tra i corneociti, donano un senso di pelle morbida al tatto, elastica e “riposata”. 

Inoltre, dal momento che la pelle e i suoi diversi strati sono strutture che subiscono rinnovamento continuo, la pelle secca può essere trattata anche con sostanze come il dexpantenolo (precursore dell’acido pantotenico e costituente del conenzima A) che stimola e accelera il processo di rigenerazione epidermica: promuove la proliferazione e la migrazione dei fibroblasti e stimola la sintesi proteica intracellulare.

E quali sono gli ingredienti attivi più indicati nel trattamento dermocosmetico della pelle secca? Lo scopriremo nel prossimo articolo!

Dott.ssa Anna Rossi – Laurea in Farmacia e Master in Scienza e Tecnologia Cosmetiche

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BIBLIOGRAFIA

  • Barco D, Giménez-Arnau A. Xerosis: una disfunción de la barrera epidérmica [Xerosis: a dysfunction of the epidermal barrier]. Actas Dermosifiliogr. 2008 Nov;99(9):671-82. Spanish. PMID: 19087805.
  • Spada F, Barnes TM, Greive KA. Skin hydration is significantly increased by a cream formulated to mimic the skin’s own natural moisturizing systems. Clin Cosmet Investig Dermatol. 2018 Oct 15; 11:491-497. doi: 10.2147/CCID.S177697. PMID: 30410378; PMCID: PMC6197824.
  • Harding CR, Watkinson A, Rawlings AV, Scott IR. Dry skin, moisturization and corneodesmolysis. Int J Cosmet Sci. 2000 Feb;22(1):21-52. doi: 10.1046/j.1467-2494.2000.00001. x. PMID: 18503460.
  • Giovanni D’Agostinis, Elio Mignini, (2017), Manuale del cosmetologo, Tecniche Nuove, Milano.
  • Andrea Bovero, (2011), Dermocosmetologia. Dall’inestetismo al trattamento cosmetico, Tecniche Nuove, Milano.
  • Rigano L, Leporatti R, Lionetti N, Mieli C (2005) Sericina integra. Una molecola bioadesiva dalla seta Cosmet Technol 8(1) 15- 22.

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Medicina e salute

Ananas e Rivoluzione

Gli Antibiotici sono tra i farmaci più conosciuti, essi vengono somministrati per combattere le infezioni batteriche, ma ci siamo mai chiesti come sono stati scoperti e da chi?

Una nuova era farmaceutica

Così come tutte le migliori scoperte, gli antibiotici furono scoperti per puro caso nel 1928 da Alexander Fleming uno scienziato inglese. Egli lasciò per qualche giorno le sue colture di stafilococchi, le quali vennero contaminate dal cibo, si presuppone furono resti di ananas.

Al suo ritorno in laboratorio Fleming notò all’interno della coltura la presenza di muffa e che, i batteri in prossimità di tale muffa erano lisati. Pertanto, dedusse che la muffa avesse avuto un effetto letale sugli stafilococchi. Nacque così la Penicillina, chiamata in questo modo per il genere fungino a cui essa apparteneva “Penicillium”.

Nello stesso anno, Chaine e Florey isolarono il principio attivo del fungo “Penicillium notatum” mettendo a punto delle procedure di estrazioni e di produzione industriale della penicillina. Nasce così l’epoca degli antibiotici.

Ma come agisce la penicillina?

La penicillina così come tutti gli antibiotici β-lattamici agisce come inibitore selettivo ed irreversibile degli enzimi fondamentali per la sintesi del peptidoglicano.

Più in particolare tali farmaci agiscono su enzimi quali i transpeptidasi che favoriscono la formazione dei legami crociati in modo da portare ad un disequilibrio che conduce alla morte della cellula. Per tale motivo posso definirsi farmaci battericidi.

La penicillina, è anche denominata Penicillina G, essa è attiva solamente sulla parete dei batteri gram+, presenta una bassa emivita, circa 30/40 minuti e viene somministrata solo per via parenterale in quanto è una penicillina acido-labile, dunque, se somministrata per via orale, la penicillina G viene degradata dal pH gastrico poiché si rompe l’anello β-lattamico, rendendo il sistema triciclico inattivo.

Diverse formulazioni

Le eccessive somministrazioni della Penicillina G, portano ad una scarsa compliance del paziente, quindi si sono attuate diversi metodi di formulazione che hanno permesso una somministrazione di Penicillina G ridotta.

Ricordando infatti che la Penicillina G è escreta a livello renale dunque, per andare ad aumentarne l’emivita, si co-somministra la Penicillina con un acido debole in modo da “bloccare” la secrezione della Penicillina G attraverso i tubuli renali. Nasce così il PROBENECID.

Un ulteriore modifica alla formulazione per far si che aumenti l’emivita della Penicillina G è quella di utilizzare delle forme salificate. Queste formule vengono somministrate per via intramuscolare, esse sono in grado di rilasciare costantemente ed in maniera molto lenta il principio attivo.

I Sali con cui si può co-somministrare la Penicillina o con la procaina in un rapporto 1:2 o con la benzatina in un rapporto 1:1. Solitamente si preferisce la co-somministrazione di Penicillina G e procaina in quanto si ha un’emivita superiore alle 24 ore.

antibiotici e rivoluzione!

Ovviamente la struttura della Penicillina G è stata modificata nel corso degli anni, e ci ha permesso di ottenere diverse forme di Penicillina che ci consentono un emivita maggiore ed una somministrazione diversa, come accade per la Penicillina V.

La Penicillina V, si differenzia dalla Penicillina G per la presenza di un sostituente fenossolico, questo sostituente impedisce che la molecola subisca una degradazione acida a livello dell’anello β- lattamico, si migliora così la biodisponibilità e anche la clearance del paziente in quanto essa può essere somministrata per via orale.

I farmaci citati sono solo due antibiotici a cui si fa riferimento, ma esistono ad oggi, diverse categorie di farmaci che presentano delle strutture chimiche, somministrazioni e meccanismi d’azione diversi dalla Penicillina e che vengono ampiamente utilizzati.

Dott.ssa Oriana Vitale – Tecnico erborista, specializzato in Biotecnologia del farmaco

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Alimentazione e Sport

Alche che’??? Alchechengi.

Mai sentito parlare dell’Alchechengi? Si tratta di una pianta di origine orientale le cui bacche arancioni hanno una forma molto caratteristica, avvolte da un involucro particolare che le rende simili ad una piccola lanterna.

L’Alchechengi è il frutto della pianta Physalis alkekengi che appartiene alla famiglia delle Solanacee. Assomigliano un po’ a dei pomodorini in un involucro costituito da foglie molto sottili che gli danno il caratteristico aspetto di lanterne, vengono chiamate per questo “lanterne cinesi” e le piante si utilizzano anche per abbellire i giardini orientali.

La pianta dell’Alchechengi è originaria dell’Europa e dell’Asia. Il nome che gli è stato attribuito deriva dalla parola araba latinizzata “al-kakang” che vuole dire proprio lanterna cinese.

Alchechengi , frutto di Physalis alkekengi

Queste bacche sono particolarmente diffuse soprattutto in Oriente ed in America latina dove si consumano frequentemente in autunno e vengono apprezzate non solo per il gusto particolare ma anche per le loro proprietà nutrizionali ed effetti benefici sull’organismo.

Alchechengi, proprietà

L’Alchechengi è un frutto particolarmente apprezzato dalla Medicina Tradizionale Cinese che lo utilizza ad esempio come rimedio naturale depurativo utile a stimolare la diuresi e quindi perfetto nel trattamento di tutte quelle patologie del corpo in cui è presente ristagno di liquidi.

Molto utile anche per le problematiche legate all’eccesso di acido urico dato che le sostanze contenute in queste bacche ne favoriscono l’eliminazione attraverso l’urina. Si utilizza in questo caso non il frutto fresco ma un estratto a base dei suoi principi attivi, più concentrato.

Grazie alla presenza al suo interno di Vitamina C e altri principi attivi che favoriscono il benessere del sistema immunitario, questi frutti sono utili anche per tenere lontani i malanni di stagione oltre che altri tipi di infezioni come le cistiti.

Come sappiamo, inoltre, questa vitamina è in grado di aiutare il corpo in caso di raffreddore, influenza, ecc. favorendo una guarigione più rapida. È per questo che l’Alchechengi può essere considerato un po’ come un’aspirina naturale. Sono inoltre emollienti, leggermente lassativi e ricchi in antiossidanti.

Ricapitolando le proprietà dell’Alchechengi sono:

  • Diuretico
  • Depurativo
  • Favorisce l’eliminazione di acido urico
  • Aiuta il sistema immunitario
  • Aiuta la guarigione in caso di raffreddore, influenza, cistite
  • Emolliente
  • Leggermente lassativo
  • Antiossidante

Alchechengi, benefici

In base alle diverse proprietà di cui dispone, l’Alchechengi può essere un buon rimedio naturale in caso di ritenzione idrica ma può aiutare anche a tenere lontani problemi di calcoli, cistite, gotta e infezioni di tipo virale.

Nell’ambito di una dieta varia ed equilibrata si possono consumare Alchechengi per rafforzare il sistema immunitario e depurare il fegato. Ricapitolando i benefici dell’Alchechengi si evidenziano in caso di:

Alchechengi, valori nutrizionali e calorie

I valori nutrizionali dell’Alchechengi sono molto interessanti. Da notare soprattutto la presenza di vitamina C che risulta essere molto più alta di quella di tanti altri frutti (ad esempio del limone).

100 grammi di Alchechengi contengono:

  • Acqua 85,4 g
  • Carboidrati 14 g
  • Proteine 2,38 g
  • Grassi 0,97 g
  • Vitamina C 11 mg

100 grammi di Alchechengi apportano circa 53 kcal al nostro organismo.

alimento funzionale ricco di nutrienti!

Come si mangia l’Alchechengi?

L’Alchechengi si può mangiare così com’è, l’importante è togliere l’involucro in cui si trovano le bacche. Le foglie che lo rivestono, infatti, non sono commestibili visto che contengono alte dosi di solanina, sostanza tossica.

Le bacche sono gialle-arancioni, non contengono molto succo e hanno un sapore un po’ acidulo che ricorda un po’ quello del pomodoro e del lampone ma anche degli agrumi. Prima di consumarle si consiglia di lavarle molto bene in particolare nella parte in alto, quella che era attaccata alla pianta, dove si potrebbe essere raccolta una sostanza resinosa.

Bisogna assicurarsi che siano di un bel colore arancione e sodi. Non devono avere ammaccature o il calice essere avvizzito. Se ben maturo il frutto si può conservare in frigo per circa 2 giorni, l’alternativa è congelarlo eliminando prima i calici.

Se invece le bacche devono ancora arrivare a completa maturazione si possono lasciare a temperatura ambiente fino a quando non diventano di un bel colore arancione.

Alchechengi in cucina

Il modo più semplice di mangiare Alchechengi è consumare le sue bacche così come sono tagliate a pezzi e magari aggiunte ad una macedonia di frutta, o ricoperte di cioccolata.

Visto il suo sapore molto particolare, potrebbe non essere semplice utilizzare l’Alchechengi in cucina. È possibile utilizzare sia le bacche fresche che quelle secche o in polvere per realizzare infusi o aromatizzare dolci.

Si presta bene a realizzare una confettura che si può poi spalmare sul pane a colazione o merenda ma che si può anche utilizzare per farcire crostate e torte. Come abbiamo già detto gli Alchechengi si sposano molto bene con il cioccolato fondente. Ecco allora una ricetta per ricoprile e farle diventare uno gustoso snack.

Non solo ricette dolci! Con queste bacche si può realizzare senza molta fatica anche un originale e particolarissimo risotto. 

Controindicazioni

A meno che non si abbiano specifiche intolleranze o allergie alle solanacee, il consumo di alchechengi non presenta grosse controindicazioni. Se si assume a scopo curativo e non se ne fa un consumo alimentare saltuario è bene chiedere consiglio al medico se si fa contemporaneamente uso di farmaci (soprattutto diuretici). Ricordiamo che le foglie che circondano le bacche non vanno mai assunte in quanto tossiche possono provocare infatti nausea, vomito, diarrea, mal di testa e altri fastidiosi sintomi.

Dottoressa Caterina Fedele – Tecnologo alimentare

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Alimentazione e Sport

Idratazione e estate

L’equilibrio idrico è molto importante per il nostro organismo ed è regolato da meccanismi di diffusione tra le cellule e l’ambiente circostante (osmosi). L’acqua è fondamentale per la “comunicazione” fra le nostre cellule, costituisce i fluidi corporei, è il mezzo per portare nutrimento agli organi ed eliminare le scorie.

Quando l’acqua nel corpo scarseggia?

Se l’idratazione è insufficiente, si ha una concentrazione maggiore di sali minerali che causa il prelievo di acqua dall’interno delle cellule con restringimento del loro volume. Questo provoca una reazione a catena che porta in contemporanea allo stimolo della sete e al risparmio di acqua da parte dei reni.

La produzione di un’urina più concentrata, porta a un costo maggiore in energia e di una maggiore usura dei loro tessuti. Di conseguenza, bere abbastanza acqua aiuta a proteggere questo organo vitale. Una scarsa idratazione può determinare l’insorgere di spossatezza, crampi muscolari e nausea.

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Quali sono i cibi più ricchi di acqua?

Moltissima è la frutta e la verdura ricche d’acqua nei mesi caldi dell’anno: cetrioli, pomodori, ravanelli, ananas, melone, anguria che oltre all’acqua forniscono minerali come potassio e magnesio.

Inoltre, in estate, sono utilissimi i frutti di bosco, ricchi di antocianine che rafforzano i capillari messi a dura prova dal caldo. Estratti e le centrifughe di verdura e frutta possono essere degli ottimi “integratori” di liquidi e concentrati di sali minerali e vitamine, ma hanno poca fibra ed è buona norma comporre i mix favorendo la verdura rispetto alla frutta per evitare gli eccessi in fruttosio.

Le altre bevande

The e caffè: ricchi di polifenoli contengono però sostanze (caffeina, teofillina) con effetto stimolante sul sistema nervoso centrale, vanno quindi moderate. Attenzione estrema agli energy drink, ricchi di caffeina, altri stimolanti come la taurina e zuccheri.

Bibite e succhi zuccherati: Dovremmo evitare non solo di aggiungere zuccheri a latte, the e caffè, ma anche di consumare bevande industriali che li contengono, spesso in grande quantità: cola, aranciata ecc..ma anche i succhi zuccherati.

Tisane ed infusi: Se senza zucchero possono essere consumati con tranquillità, a patto di non essere sensibili ai principi attivi delle piante da cui sono derivati.

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Alcolici: Sono nemici dell’idratazione, favoriscono una maggiore perdita di liquidi. Inoltre l’alcol è una sostanza tossica e cancerogena. Meglio non bere e se si beve non superare le quantità associate ad un rischio basso: un bicchiere di vino o una lattina di birra al giorno per la donna, due per l’uomo.

Va ricordato che è importante mantenere un’idratazione adeguata in qualsiasi situazione. Infatti, semplicemente respirando, si perdono tra i 250-350 millilitri di acqua al giorno. Per questo motivo bisogna tenere presenti alcuni accorgimenti:

  • È bene idratarsi con più frequenza se si verifica un aumento della sudorazione, o in caso di diarrea o vomito.
  • Bisogna fare attenzione quando si è in montagna, perché in alta quota si tende a urinare più spesso e la frequenza respiratoria aumenta.
  • Il fabbisogno di acqua aumenta durante gravidanza e allattamento, va da 2 fino a 3 litri per le donne che allattano.
  • Se si sente molto caldo, bagnare il corpo per diminuire la temperatura.

Per concludere, l’acqua non solo ha effetti positivi sulla salute e il benessere dell’organismo, ma ha anche risvolti da un punto di vista estetico: rende la pelle più liscia e conferisce forma e rigidità ai tessuti

Dott.ssa Saravo Aurora – Biologa Nutrizionista 

BIBLIOGRAFIA

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Alimentazione e Sport

Osteopatia, roba per … bambini

Quando si pensa all’osteopatia nell’immaginario collettivo si pensa subito a qualcosa che riguardi grosse manipolazioni (tecnicamente definite thrust), trattamenti intensi e dolorosi; non di rado è capitato,nella mia decennale esperienza, che molti pazienti mi confessassero la loro “preparazione psicologica” al trattamento a cui ho spesso fatto seguire un dolce sorriso oltre che una spiegazione un po più dettagliata.

Di fronte a questi casi esordisco sempre con un “ ma signor/a si immagini che l’osteopatia per roba per…bambini!” e , effettivamente, non scherzo affatto: difatti l’osteopatia spesso viene identificata più per le tecniche che per la sua filosofia di approccio, ma restando in ambito tecniche non si contano le innumerevoli strategie manipolative “dolci”, appunto per…bambini.

Basta un piccolo giro web su Pubmed per rendersi conto di quante ricerche stiano emergendo rispetto all’osteopatia pediatrica in virtù della sua efficacia sia nel miglioramento del quadro clinico dei nostri piccoli pazienti che dal punto di vista strettamente preventivo.

Ma entriamo più nel dettaglio: perché mai un bambino, un neonato in particolare, dovrebbe avere bisogno dell’osteopata?

Come già accennato, l’intervento dell’osteopata può avere varie ragioni tra cui quella di intervenire su problematiche già in essere, come,per esempio,la plagiocefalia posizionale (la più trattata dagli osteopati e il principale motivo di consulto), ossia una un’anomalia morfologica tipica degli infanti caratterizzata dall’appiattimento della regione posteriore della testa.

Questa deformazione che, tra l’altro, è aumentata esponenzialmente negli ultimi anni a causa della (giustissima) raccomandazione da parte dei pediatri di tenere i bimbi fino ai primi 6 mesi di vita prevalentemente in posizione supina (a pancia in su) per evitare quelle conosciute come “morti in culla”, generalmente hanno remissione spontanea invitando i genitori ad abituare il bimbo a dormire su entrambi i lati anche se ,spesso, si rivela utilissima la mano dell’osteopata per accelerare il riposizionamento cranico e quindi la scomparsa della plagiocefalia.

A tal proposito vien da sé che il fattore tempo risulti determinante: studi hanno dimostrato come il periodo ideale per una totale risoluzione sia tra 0 e i 4 mesi di vita. Occorre precisare che la diagnosi è sempre medica, dunque sarà il neonatologo o pediatra di riferimento a riferire la necessità di un intervento manuale da parte dell’osteopata che, ormai da anni ,ha preso sempre più piede rispetto al famoso “caschetto”. Non è di pertinenza osteopatica ma chirurgica la plagiocefalia sinostotica, ossia una saldatura precoce di una o più suture craniche.

foto di Giuseppe Bux

Ma quali sono le cause della plagiocefalia?

Di quella da posizione supina ne abbiamo già discusso, ma ci possono essere altre motivazioni tra cui:

  • parto cesario
  • difficoltà legate alla fase espulsiva del parto
  • posizioni assunte nel periodo intrauterino
  • parto gemellare

Ma è l’unica problematica trattata? La risposta è NO! l’efficacia della pratica osteopatica si dimostrata di grande supporto ad altre figure oltre a quella medica(una su tutte l’ostetrica!!!) per:

  • coliche gassose
  • reflusso
  • insonnia
  • irritabilità

Si, ma… come???

In questo l’osteopatia è universale e non distingue adulti da infanti: ricerca la salute, spinge il corpo a fare quello che sa fare meglio: ESPRIMERE LA VITA ATTRAVERSO IL MOVIMENTO. Se un corpo è libero da tensioni (pensate che i bambini non ne abbiano solo perché non possono dirlo?), sarà libero di muoversi, di esprimersi, di funzionare bene, di vivere al massimo ed è qui che l’osteopatia è assolutamente e inconfutabilmente vincente.

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Alimentazione e Sport

Alimentazione vegana

Si sente parlare dell’alimentazione vegana ormai da tempo, ma sappiamo in che cosa questa consista? Abbiamo delle idee circa i benefici che derivino dal seguire una dieta su base totalmente vegetale?

Tanti possono essere gli interrogativi e le risposte non saranno mai univoche, ma possiamo cercare quanto più possibile di capirci qualcosa.

Photo by Daria Shevtsova on Pexels.com

L’alimentazione vegana ha delle origini non troppo antiche, difatti solo nel 1944 si forma la “Vegan Society” e si iniziano a definire i pilastri di questo stile alimentare: l’esclusione dei prodotti di origine animale ed anche dei loro derivati (latticini, formaggi, miele, uova).

Partendo da questo modello, si formano anche altre correnti alimentari: l’alimentazione latto-ovo-vegetariana, che vede l’inclusione dei derivati animali, quali uova e prodotti caseari; la dieta ovo-vegetariana, con la sola introduzione delle uova. Vi è poi chi introduce solo pesce, seguendo quindi una dieta pesco-vegana, o ancora la dieta flexitariana, dove vi sono tutti i prodotti di origine animale e i loro derivati, ma consumati in piccola quantità.

Insomma, varie possibilità, che hanno come obiettivo comune un ridotto consumo di prodotti animali e derivati.

Ma torniamo alla nostra dieta vegana e cerchiamo di capire come poterla strutturare in modo corretto, perché, possiamo dirlo, è una dieta adatta a tutti e perseguibile nel tempo, l’importante è rispettare pochi piccoli accorgimenti.

Come organizzare una dieta vegana bilanciata ?

Come per la dieta mediterranea, alla base c’è il consumo di acqua, l’invito alla pratica di attività fisica regolare ed infine, ma non per importanza, la convivialità e il piacere del mangiare sano. Segue poi il consumo quotidiano di frutta e verdura, cereali integrali, legumi ed in cima grassi di origine vegetale, derivanti da frutta secca, oli vegetali come l’olio di oliva, olio di semi di lino ed olio di noci.

Di fondamentale importanza è:

  • l’integrazione della vitamina B12, come integratore singolo e non come multivitaminico;
  • l’introduzione di omega3;
  • il calcio;
  • il ferro.

1-2 cucchiaini di olio di semi di lino spremuti a freddo per una carica di omega3; vegetali a foglia verde scuro, mandorle, semi e crema di sesamo 100% e prodotti vegetali supplementati con calcio (ad esempio latte e yogurt di soia) per il fabbisogno di calcio ed infine vegetali a foglia verde, lenticchie, ceci, pomodori secchi, magari accompagnati con della vitamina C presente nella frutta (arance, limoni, mandarini, fragole, kiwi, pompelmi), ma anche nella verdura (peperoni, pomodori, rucola, cavoli, cavolfiori) per migliorare l’assorbimento del ferro.

Ci sono anche dei fattori inibenti o limitanti l’assorbimento del ferro, per cui sarebbe utile non esagerare nel consumo di tè e caffè, contenenti tannini, evitare associazione con prodotti ricchi in calcio, troppe fibre e fitati, quest’ultimi presenti nei cereali integrali e negli spinaci.

Ma è davvero necessario consumare prodotti come tofu, seitan, tempeh per raggiungere la nostra quota proteica quotidiana? La risposta è no, perché la nostra alimentazione ricca in legumi ci permette tranquillamente di raggiungere il nostro fabbisogno proteico, se è questo a preoccuparci. Però nessuno ci vieta di provare nuovi sapori e nuovi prodotti, l’importante è saper leggere l’etichetta e cercare un prodotto senza troppo sale e con una lista di ingredienti corta.

Vediamo quindi un esempio di una giornata tutta al vegetale

  • COLAZIONE: Cappuccino con del latte di soia, pane integrale con marmellata senza zuccheri aggiunti e crema di mandorle 100%.
  • SPUNTINO: 1 frutto con della frutta secca non salata.
  • PRANZO: Pasta integrale con ratatouille di verdure e ceci al curry, accompagnata con delle verdure crude come carote e caroselli.
  • SPUNTINO: 1 quadratino di cioccolato fondente con 1 frutto.
  • CENA: Panino integrale con burger di lenticchie, accompagnato da un’insalata di rucola con pomodori secchi, arancia, noci.

Ma quali sono quindi gli effetti benefici derivanti dal seguire una dieta vegana?

Photo by Sharon McCutcheon on Pexels.com

Sicuramente una dieta su base vegetale vede un ridotto introito di acidi grassi saturi, di colesterolo ed in generale una ridotta densità calorica dei cibi.

Il tutto si riflette con un mantenimento di un peso corporeo sano, associato anche ad una migliore funzione cardiovascolare e una migliore sensibilità insulinica, oltre ad una riduzione delle patologie croniche, grazie al controllo di fattori di rischio cardiovascolare come obesità addominale, elevata pressione arteriosa, alterato assetto lipidico e glicemico.

Diamo quindi spazio ai prodotti vegetali e cerchiamo di rendere la nostra alimentazione quanto più ricca possibile di frutta, verdura e legumi!

Dott.ssa Martina Rella – Dietista

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Medicina integrata e Fitoterapia

Rimedio naturale per il nostro benessere: il timo.

Thymus vulgaris L. è un arbusto cespuglioso appartenente alla famiglia delle Lamiaceae. Originario dall’area mediterranea, estesa fino alle Canarie, diffuso nei climi caldi-temperati, la varietà serpillo resiste anche a quote alte del Monte Rosa.

Descrizione botanica

La pianta non supera i 30 cm di altezza, si sviluppa su un robusto apparato radicale. Il fusto è legnoso, tortuoso e abbondantemente ramificato. Nella parte inferiore è rivestito di corteccia color cenere, mentre i rami sono ricoperti da peli e si presentano biancastri. Ha foglie coriacee, piccole, subsessili di color grigio-verde, di varie forme a seconda della specie.

I fiori, disposti all’apice dei rami, sono piccoli e tubolari, di colore bianco-rosa, riuniti in glomeruli formanti le infiorescenze, compaiono dall’inizio della primavera a metà dell’estate. Il frutto è composto da quattro acheni marroni inseriti nel fondo del calice del fiore. Il nome deriva dal greco thymus, emanare profumo.

La droga della specie officinale è rappresentata dalle parti aeree e dalle foglie. Pianta aromatica utilizzata nella tradizione popolare mediterranea come spezia in cucina per insaporire piatti a base di carni e minestre, presenta un olio essenziale caratteristico dalle proprietà benefiche, utili per la nostra salute.

Principi attivi

Il timo presenta un eccezionale fitocomplesso, sono numerosi i principi attivi contenuti nella specie:

  • olio essenziale;
  • terpeni biciclici e fenolici (di cui timolo, carcavrolo, canfene, pinene, p-cimene, terpinene);
  • acido oleanolico;
  • acido ursolico;
  • fenolacidi (di cui, acido clorogenico, caffeico, labiatico, rosmarinico);
  • flavonoidi;
  • glucosidi flavonici e flavoni;
  • tannini;
  • Saponine triterpeniche.

L’olio essenziale viene estratto per distillazione in corrente di vapore dalle foglie e dalle sommità fiorite fresche o parzialmente essiccate. Come detto in precedenza, nel timo sono presenti diversi oli essenziali, fino al 50% di timolo, e in misura nettamente minore carvacrolo, terpineolo, borneolo, linalolo, geraniolo, tujanolo; contiene anche tannini ad azione antivirale (3,5-7,5%), flavonoidi, saponine e triterpeni con attività antibiotica.

Ogni olio essenziale è caratterizzato da un chemotipo che ne differenzia le caratteristiche chimiche, di conseguenza quelle terapeutiche; quindi, quando si deve scegliere un olio essenziale di timo, occorre porre molta attenzione al chemotipo prevalente. 

Olio essenziale di Timo

Proprietà

Il Timo presenta proprietà antibatteriche (sui gram +), antimicotiche, antiossidante ed antispasmodiche date dall’olio e dai flavonoidi in esso contenuti. Eupeptico naturale, la pianta è utile nel trattamento dei disturbi digestivi (digestione lenta, flatulenza, eruttazzioni).

Date le sue proprietà antisettiche, espettorante, antitosse, con azione spasmolitica secretolitico, secremotore, il timolo trova impiego nel trattamento di tosse e raffreddore, rimedio naturale nella cura di affezioni del cavo orale (bocca e faringe) come collutorio e gargarismi. Cicatrizzante ed antalgico è utile per disinfettare piccole piaghe e ferite. Rubefacente e antalgico-sedativo, utile nei reumatismi, gotta e sciatalgie.

L’olio essenziale di Thymus vulgaris L. è indicato nella cura di bronchiti, tosse, pertosse, nell’infezioni intestinali, nell’infiammazioni della vescica dati i principi attivi ad azione antibatterica, antivirale, antimicotica, carminativa e analgesica.

I componenti bioattivi dell’olio essenziale trovano impiego in diverse formulazioni erboristiche come: creme e pomate con proprietà antisettiche e cicatrizzanti e nel trattamento delle irritazioni cutanee, nella formulazione di sciroppi per le affezioni delle vie respiratorie.

Come affermato in precedenza, esistono diversi chemotipi di olio essenziale.

  • Se l’olio essenziale di timo è costituito fino al 60% da fenoli viene definito chemotipo timolo; tra tutti, è quello che sviluppa la più potente azione antibatterica.
  • Oli composti sino al 50% da tujanolo hanno effetto rafforzante e tonificante sull’intero organismo, stimolano il sistema immunitario e, cosa molto importante, non sono irritanti per la cute; il tujanolo ha potere antivirale, e per questa ragione è indicato nei casi di bronchite ed influenza.
  • Il chemotipo linalolo contiene sino al 60% di linalolo ed esplica formidabili effetti antisettici, rimanendo al tempo stesso delicato e ben tollerato dalla pelle; è particolarmente efficace contro la Candida albicans e gli stafilococchi, un gruppo di batteri patogeni in grado di provocare malattie della pelle, dell’intestino, della vescica e del tratto urogenitale.

L’ultimo chemotipo importante è quello dove la componente principale è il geraniolo, ben tollerato dall’organismo con una spiccata azione contro batteri, virus e funghi; oltre all’azione antisettica, questa tipologia di olio ha effetti calmanti sul sistema nervoso e favorisce il sonno.

Come spesso accede, studi condotti su pazienti hanno dimostrato che la sinergia tra le varie tipologie di oli essenziali si dimostra molto più efficace rispetto alla somministrazione di un solo chemotipo.

Oltre agli oli essenziali che vengono estratti dal timo, di questa pianta sono utilizzate a scopo farmacologico anche le sommità fiorite: la raccolta avviene tra maggio e luglio, quando i fusti vengono tagliati avendo cura di evitare le parti legnose; dopo l’essicazione questi vengono sminuzzati e conservati all’interno di recipienti in vetro o ceramica.

Meccanismo d’azione

L’azione principale è quella espettorante, dovuta al timolo e carvacrolo che aumentano la secrezione bronchiale e fluidificano il muco. L’olio di timo assunto per via orale viene eliminato attraverso le mucose bronchiali dove esercita la sua funzione antisettica.

L’effetto spasmolitico è attribuibile alla frazione fenolica e l’effetto espettorante alla presenza dei terpeni. All’olio essenziale (timolo e carvacrolo) è attribuita l’azione antitussiva e antibatterica. Mentre, alle saponine è attribuita l’azione espettorante e secretomotoria della mucosa faringo-bronchiale. Studi recenti attribuiscono al timo un’azione immunostimolante.

Tra storia e curiosità

IL Timo è una di quelle piante aromatiche la cui storia si perde nella notte dei tempi. L’utilizzo del Timo è già attestato dall’Età della Pietra, i resti rivenuti testimoniano l’utilizzo di varie specie di timo arsi nei fuochi come repellenti nei confronti degli insetti nocivi.

Dal nome greco thýmon “ciò che è preso in sacrificio”, il timo era talvolta usato nella decorazione pittorica delle tombe. Il filosofo inglese Francis Bacon nei suoi “Saggi” raccomanda l’impiego lungo i sentieri e i giardini di questa pianta che profuma l’aria “deliziosamente”. Nel Regno Unito, la tradizione celtica associa il fiore alle fate, che ne amerebbero la fragranza dolce e delicata.

La flora italiana comprende circa sedici specie di Thymus. Il timo, presenta più di otto chemiotipi, ossia popolazioni di piante che presentano lo stesso aspetto morfologico ma diversa composizione chimica.

Greci e romani si accorsero ben presto delle virtu’ del timo in quanto il suo utilizzo conservava meglio la carne, per questo se ne faceva un largo uso sia per la conservazione dei cibi che per le epidemie che imperversavano all’epoca.

Già in epoca romana se ne raccomandava l’uso contro il mal di testa; la pianta veniva bruciata negli ambienti per tenere lontano gli insetti, e le infezioni. Nell’800 un chimico francese riuscì ad estrarre dal timo l’olio essenziale che chiamò “Timolo”, principale principio attivo della pianta con caratteristiche antibiotiche

Controindicazioni ed effetti collaterali

Del timo non sono note interazioni con farmaci di sintesi, nonostante l’uso sempre più diffuso; gli unici effetti collaterali sono da ascrivere ad un uso eccessivo degli oli essenziali: oltre agli effetti stimolatori sulla tiroide, l’ingestione di quantità eccessive di olio essenziale può provocare, per la presenza di timolo e carvacrolo, disturbi a livello gastrointestinale quali nausea, vomito e cefalea. Nei casi più estremi e gravi di intossicazione si può arrivare alla depressione del sistema nervoso centrale. Viene sconsigliato l’uso in gravidanza ed allattamento.

Dott.ssa Giusy Trivigno – Tecnico Erborista

Scrivimi pure su: Instagram, Linkedin o all’email giusytrivigno98@libero.it

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

AA.VV. Monografie ESCOP. Le basi scientifiche dei prodotti fitoterapici. Planta Medica Edizione, 2006, pp. 607-614.

Firenzuoli F. Fitoterapia. Guida all’uso clinico delle piante medicinali. Terza edizione Ed. Masson 2002.

https:pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/?term=thymus+vulgaris.

Kulisić T et all. 2007, The effects of essential oils and aqueous tea infusions of oregano (Origanum vulgare L. spp. hirtum), thyme (Thymus vulgaris L.) and wild thyme (Thymus serpyllum L.) on the copper-induced oxidation of human low-density lipoproteins, Int J Food Sci Nutr. 2007 Mar;58(2):87-93.

Morelli I. et all. 2005, Manuale dell’Erborista, Milano, Tecniche Nuove.

Sandro Pignatti, 1982 Flora d’Italia. Volume 2, Bologna, Edagricole.

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Medicina integrata e Fitoterapia

Omeopatia: partiamo dal principio.

Per capire davvero di che cosa stiamo parlando quando si tratta di Omeopatia è opportuno partire dall’inizio, e quindi, prima di Hahnemann. Infatti, non è stato lui il primo a parlare di principio di similitudine.

Siamo alla fine del Settecento e, da persona di scienza della sua epoca, è arrivato ad elaborare il metodo omeopatico studiando i testi dei suoi predecessori, ma facciamo qualche passo indietro.

Sheraton medicine chest, Europe, 1720-1800. Inside this mahogany medicine chest are 32 glass bottles (some labelled with the names of their original contents), six pottery jars and thirteen weights and a balance to measure and weigh out ingredients. Medicine chests were found in apothecary shops and pharmacies and some were owned by wealthy families. Contributors: Science Museum, London. Work ID: erhm8dq8. Creative Commons Attribution

Cos’è il principio di similitudine?

Il principio di similitudine stabilisce una correlazione tra il potere tossicologico di una sostanza e il suo potere terapeutico.  Attraverso il metodo di preparazione dei medicinali omeopatici si ottiene una sostanza in dosi infinitesimali in grado di agire sui sintomi che la stessa sostanza è in grado di provocare se assunta a dosi ponderali.

Un esempio che può rendere chiaro a tutti il significato pratico di questa definizione è rappresentato dall’effetto che generalmente la cipolla fa a tutti noi. Tagliando una cipolla cominciamo a produrre lacrimazione e secrezioni acquose nasali abbondanti. Attraverso il metodo di preparazione omeopatica, partendo dalla cipolla, si ottiene il rimedio omeopatico Allium cepa in grado di agire proprio su questi sintomi di lacrimazione oculare e scolo nasale abbondante, sintomi che spesso si manifestano in caso di allergia o alcuni casi di raffreddore.

Chi parlò per primo di similitudine?

La risposta a questa domanda è: Ippocrate. Ebbene sì, Ippocrate già nel III secolo a.C affronta questo tema che ancora oggi fa tanto discutere.

Ippocrate pone la Natura al centro della nuova scienza medica dell’epoca e la propone come evoluzione della medicina che, fino ad allora, era estremamente legata alla religione e alla filosofia.

Busto di Ippocrate. Fonte : Wikimedia Commons

Quando si ripercorre il percorso scientifico della nascita dell’Omeopatia è fondamentale avere presente il contesto storico dell’epoca in cui si sono svolti i fatti per capire l’entità del cambio di approccio.

Ippocrate fonda la nuova medicina su due principi fondamentali :

  • La legge dei contrari
  • La legge dei simili

Per Ippocrate, la prima legge entra in gioco quando si conosce la causa della malattia, alcuni esempi per noi possono essere: “usare gli antibiotici quando la malattia è di origine batterica, usare gli antiinfiammatori quando è in atto un processo infiammatorio” e così via. Quando invece, non si conosce la causa della malattia, ritiene importante studiare le reazioni individuali della persona applicando la legge dei simili.

Ecco che già con Ippocrate emergono due concetti fondamentali dell’Omeopatia, ovviamente non ancora legati ad essa, che sono: la legge dei simili e le reazioni individuali della persona malata.

Il precursore dell’Omeopatia

Siamo tra la fine del 1400 e la prima metà del 1500 e Teofrasto Bombast von Hohenheim, o meglio conosciuto come Paracelso, manifesta la sua disapprovazione nei confronti dei metodi medici utilizzati dai suoi colleghi, accusandoli di non rispettare la Natura. Introduce pertanto una nuova tipologia di Alchimia basata sulle piante: le studia, le osserva a fondo e compara anche la forma e il colore dei frutti, delle foglie, delle radici con la forma e il colore degli organi del corpo umano. In questo modo elabora un attento abbinamento tra organo e pianta corrispondente.

Paracelso plaque – Palazzo Paradiso – Università di Ferrara – Biblioteca comunale Ariostea
fonte: Wikimedia Commons

Noto a tutti i farmacisti per la sua storica frase “è la dose che fa il veleno” , è considerato anche il precursore dell’Omeopatia proprio per la sua attività di alchimista che attraverso la diluizione e la dinamizzazione distilla la quintessenza delle sostanze vegetali da lui adoperate.

Per oggi il viaggio nel vasto mondo dell’omeopatia si conclude. Se siete curiosi di sapere come continua questa storia e quali altri personaggi del passato sono coinvolti non perdetevi assolutamente l’articolo seguente!

Dott.ssa Cristina Scaglianti -Farmacista specializzata in Omeopatia

Contatti: Su Linkedin e Instagram mi trovi come Cristina Scaglianti, seguimi anche su www.farmacistaomeopata.it e www.instagram.com/farmacistaomeopata

BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA

Omeopatia medicina non violenta – Bruno Brigo e Ennio Masciello

La Materia medica omeopatica clinica e associazioni bioterapiche – Max Tétau, nuova ipsa editore

https://it.wikipedia.org/wiki/Paracelso

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Aglio
Medicina integrata e Fitoterapia

Aglio (Allium sativum), il rimedio più antico del mondo!

Ippocrate sosteneva: “Fa che il cibo sia la tua medicina” e l’aglio incarna appieno questa citazione. L’aglio, piccola pianta bulbosa appartenente alla famiglia delle Liliace, nella dieta mediterranea, è considerato un condimento e non un alimento assestante.

Si apprezza bene in diversi piatti, sia cotto che crudo ed è presente in diversi rimedi galenici o preparati industriali. Tralasciando la sua importanza a livello storico e descrizioni botaniche ridondanti; entriamo nel vivo del discorso prendendo in esame i diversi costituenti chimici e gli ambiti di applicazione.

Aglio: i composti chimici

Si distinguono:

  • Composti solforati come l’alliina (S-allil-cistein-solfossido, composto liposolubile)
  • Composti non solforati come l’enzima allinasi.
  • Potassio, selenio, calcio, fosforo, vitamina C e del gruppo B in particolare B6, magnesio, amido, saponine, sapogenine, flavonoidi, fenoli.

I composti solforati possono essere solubili sia in acqua come: allicisteina, metilcisteina, sia in olio come: isoallina e metilallina. I composti solubili in acqua sono considerati stabili, mentre quelli solubili in olio sono considerati instabili. (Catizone et.al., 2013). La loro presenza determina odore e sapore caratteristico.

Il marker biologico della specie è sicuramente l’allicina(estere allilico dell’acido allil-tiosolfinico) la quale rappresenta il composto di maggior interesse fitoterapico a cui è attribuita anche l’attività battericida.

Essa si ricava dall’interazione dell’enzima alliinasi (situata nel vacuolo) e l’inattiva alliina (situata nel citosol) e seguito dello schiacciamento dei bulbi. L’interazione tra alliina e allinasi porterà a due prodotti: allicina e acido piruvico (Capasso et.al., 2006).

Solitamente, per l’estrazione dell’allicina, si procede previamente con una distillazione in corrente di vapore con alcol etilico 95% e successivamente con un’estrazione con etere di petrolio sul distillato.

L’allicina è un prodotto molto instabile e, per evitare la sua conversione principalmente in ajoene a causa dell’ossidazione all’aria e altri composti secondari come: diallilsolfuri e vinilditiine. (Manganelli, 2018), deve essere isolata per distillazione in corrente di vapore a pressione ridotta.

composizione-chimica-aglio
Da: agliocrudo.it

Aglio: impieghi e controindicazioni

L’aglio è di sicuro una delle droghe più utilizzate nella medicina popolare e la maggior parte dei suoi presunti effetti benefici sono stati confermati anche da studi farmacologici supportati da sperimentazioni cliniche. Le sue azioni terapeutiche possono essere riassunte in:  

Azione su vasi e microcircolo  

Preparati a base d’aglio si suggeriscono nel trattamento dell’ipertensione. L’effetto antipertensivo è riportato in svariati studi clinici e sembra essere strettamente legato all’azione della NO-sintetasi, ma il meccanismo d’azione e i composti bioattivi ancora non sono perfettamente noti.

Estratti acquosi e alcolaturi a base di aglio, si suppone, che attivino l’NO- sintetasi e l’IL-6 in modo dose dipendente favorendo così la dilatazione dei vasi e una riduzione della pressione.

Altri studi clinici sostengono che l’assunzione regolare di aglio, in soggetti anziani, oltre a migliorare la circolazione migliori anche l’elasticità dei vasi. Ulteriori studi affermano che i preparati di aglio manifestano un’azione protettiva e profilattica negli animali trattati con colesterina irradiata, impedendo la formazione di lesioni aterosclerotiche e prolungandone la vita rispetto ai controlli non trattati (Capasso et.al., 2006).

 Azione antiossidante e antilipidemica  

Le iperlipidemie sono dei disordini metabolici comuni in tutto il mondo. Le condizioni più frequenti sono l’aumento di LDL e VLDL e posso essere di due tipi:

  • Legate a difetti dei recettori delle LDL, deficienza delle lipasi o scarsa eliminazione di alcuni residui.
  • Legate a cattivi stili di vita o condizioni patologiche pregresse come: diabete, ipotiroidismo, cirrosi biliare.

I principi attivi dell’aglio (composti contenenti zolfo, come   l’ajoene), vanno ad agire sia a livello del metabolismo lipidico, sia a livello della sintesi del colesterolo. Potremmo quindi dire che, regolare assunzione di aglio:

  • Inibisce la sintesi del colesterolo a livello del fegato e in particolare blocca l’enzima HMG-coA deputato alla conversione dell’acetoacetil-coA in mevalonato precursore del colesterolo.
  • Aumenta la degradazione dei trigliceridi mediante l’aumento dell’attività delle lipasi nel tessuto adiposo.
  • Riduce la formazione delle LDL responsabili della formazione della placca aterosclerotica.
  • Aumenta la formazione delle HDL utili per eliminare il colesterolo.

Per quanto riguarda la sua azione antiossidante, alcuni suoi componenti bioattivi hanno la capacità di svolgere un effetto radical-scavenger andando ad incrementare l’attività di alcuni enzimi antiossidanti endogeni come: la superossido dismutasi, alcune catalasie e la glutatione perossidasi. Esse vanno a inibire l’ossidazione delle LDL responsabili dell’inibizione dell’NF-kB.

Ulteriori studi dimostrano l’efficacia dell’aglio nel trattamento del diabete, un’attività coleretica, un’attività anticancerosa legata principalmente all’allicina e in particolare al legame S-SO-. (Manganelli, 2018) ed infine un’importanza significativa anche nella neuro infiammazione.

Le Forme farmaceutiche a base di aglio fresco non presentano problemi tecnologici e hanno una buona percentuale di allicina. Preparati a base di aglio secco, invece, possono presentare problemi tecnologici, questo perché, nella preparazione, allina e allinasi non entrano in contatto e non generano allicina.

Una volta nello stomaco, oltretutto, le allinasi vengono degradate dall’acidità dello stomaco (essendo delle proteine) impedendo la conversione e lo svolgimento dell’attività biologica da parte dell’allicina. Quindi:

  • Preparazioni a base di aglio fresco presentano odore caratteristico e hanno allicina.
  • Preparazioni a base di aglio secco dovranno essere rivestite di film gastroresisrenti se assunte oralmente.

Si sconsiglia l’interazione tra composti contenenti zolfo e anticoagulanti, considerando che l’aglio può fungere anche da antiaggregante piastrinico (Capasso et.al., 2006). Bisognerebbe evitare quindi: Farmaci antiaggreganti piastrini, Farmaci anticoagulanti quali il warfarin Farmaci ipotensivi e FANS (Gomirato, 2016)  

Dott.ssa Rita Villani – Tecnico Erborista

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BIBLIOGRAFIA

  • Capasso, F., Grandolini, G., Izzo, A., 2006. Fitoterapia. Impiego razionale delle droghe vegetali. Aggiornamento della II edizione di Fitofarmacia (F.Capasso,G.Grandolini) a cura di Springer Verlag: Roma.
  • Catizone, P., Barbati, L., Marotti, I., Dinelli, G., 2013. Produzione ed impiego delle piante officinali. Bologna: Pàtron.
  • Gomirato, S., 2016. AGLIO-Allium sativum L.-GARLIC, da: http://www.progettoofficinafitoterapia.it/agio/.
  • Manganelli, S., 2018. Aglio:proprietà curative. A cosa serve? Come si usa?, da: http://www.torrinomedica.it/piante-medicinali/aglio/.

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Psicologia del Benessere

L’assertività, lo stile per comunicare in modo equilibrato con se stessi e con gli altri.

La Comunicazione efficace, in ogni area delle nostre vite, sia professionale che personale, si nutre di abilità e competenze che possono essere sempre migliorate, allenate, perfezionate.
Una di queste attitudini che il padre dell’Intelligenza Emotiva, il Prof. Daniel Goleman, fa rientrare nel novero dell’articolato mosaico delle “soft skills” personali è definita assertività.

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Inquadriamo l’assertività

L’assertività è una specifica abilità comunicativa che consente alle persone di far valere il proprio punto di vista, necessità ed esigenze, sempre nel massimo rispetto dei diritti dell’altro. Non si tratta di una semplice “tecnica per comunicare” o “trasferire” un contenuto a qualcuno in un determinato contesto…  va ben oltre.
L’assertività è un vero e proprio “stile di comportamento” che, allo stesso tempo, si traduce in diverse manifestazioni concrete come: relazioni e atteggiamenti, sia sociali che individuali.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando proviamo a immaginare una linea continua, sulla quale in un estremo punto troviamo comunicazioni e comportamenti aggressivi (e in essi non c’è e non ci può essere rispetto, ascolto e accettazione dell’altro), mentre nell’altro estremo individuiamo comunicazioni e comportamenti passivi (e qui non riusciamo a far valere i nostri bisogni). I due punti opposti, aggressività e passività, conducono entrambi alla creazione di relazioni insoddisfacenti e poco efficaci, spesso conflittuali, con conseguenze negative anche per l’equilibrio psico-fisico dei soggetti coinvolti.
L’obiettivo dell’
assertività è quello di stimolare la creazione di relazioni positive, non violente e rispettose, prima verso se stessi e poi verso i nostri interlocutori.

Che cos’è l’assertività?

L’assertività è una competenza personale che, come molte altre abilità “soft” è solo in parte innata e può essere appresa o perfezionata, e che risulta determinante nel modo che abbiamo di costruire relazioni.
Chi utilizza uno stile di comunicazione assertivo infatti riesce ad esprimere e comunicare i propri vissuti interiori, quali pensieri, bisogni, sentimenti, opinioni, stati emotivi, senza sovrastare o dominare l’altro, senza aggredire, offendere o forzare l’interlocutore ad esprimere approvazione per il nostro punto di vista. L’assertività non solo migliora notevolmente la capacità di comunicare in modo efficace, creando meno conflitti relazionali con le persone, ma ha importanti risvolti per il benessere personale.

Cosa vuol dire “assertività”

Il termine assertività deriva dal latino “ad serere”, e significa asserire, dichiarare, trarre a sé, affermare se stessi. Indica quindi un comportamento dichiarativo e di affermazione del sé. Da qui è nato un errore interpretativo molto importante che vede l’assertività quasi come una capacità di “manipolare” gli altri al proprio volere attraverso una forma di comunicazione persuasiva, a volte violenta o impositiva.

Purtroppo non è affatto così! Nulla di tutto questo. Il significato di assertività parte dall’affermazione sana del sé e, allo stesso tempo, contiene ed esprime il più profondo e inalienabile rispetto dell’altro.

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Un perfetto equilibrio tra aggressività e passività

Proviamo a immaginare una livella a bolla, quello strumento di lavoro che ad esempio i muratori utilizzano tanto… Bene! L’assertività è come un punto ideale di equilibrio, il centro con la bolla in perfetto equilibrio, la posizione mediana tra due estremi:

  • Da una parte il comportamento passivo, ovvero, tutte quelle situazioni in cui non riusciamo a manifestare i nostri bisogni, a causa di vissuti interni frutto di relazioni disfunzionali con gli altri, oppure a causa di modelli educativi centrati sulla prevaricazione, ma anche per paure e timori del giudizio e della valutazione sociale. Questi fattori potrebbero creare dei “blocchi” oppure  “renderci esitanti” e poco efficaci nel confronto con gli altri. La passività si esprime a livello relazionale con delle modalità ben precise: ad esempio non riusciamo mai a dire di NO, il tono della nostra voce è prevalentemente basso, così come le nostre posture/gestualità esprimono chiusura.
  • All’estremo opposto ritroviamo il comportamento aggressivo, caratterizzato da atteggiamenti e manifestazioni verbali e non-verbali centrate sulla prevaricazione e sul mancati rispetto dell’interlocutore; atteggiamenti utilizzati al fine di imporre in modo egoistico i propri bisogni e necessità. Chi si pone in modalità aggressiva usa, molto spesso, anche delle strategie comunicative basate sul proprio Ego, ad esempio parlando a voce alta, non rispettando i tempi di eloquio degli altri, utilizzando posture e gesti che denotano predominanza anche dello spazio. Insomma l’aggressività si esprime molto con la nostra Comunicazione.

L’assertività si pone a metà tra questi due estremi, è il centro della bolla della quale abbiamo fatto l’esempio poco sopra, e si manifesta come giusta valutazione sia dei propri bisogni e stati d’animo, sia di quelli altrui. Per essere assertivi c’è bisogno di consapevolezza e di abilità, anche in ambito “Comunicativo”, per scegliere le modalità giuste per esprimerci, in modo da comunicare con efficacia e fare delle richieste che siano equilibrate e non-violente, solo così eviteremo di generare esperienze negative, vissute dai nostri interlocutori come relazioni violente, poco costruttive e, per le quali, molto spesso avremo delle risposte assolutamente negative.
Ricordiamo sempre che l’assertività è anche cura delle “modalità” di una comunicazione. Esprimere nel modo giusto un contenuto, seppur ad alta criticità, mi permette quasi sempre di far arrivare il contenuto del messaggio nel modo più efficace e opportuno. Gli altri non alzeranno muri, anzi costruiranno ponti.

Assertività come stile di vita che favorisce il benessere

Il primo a parlare (e a mettere in evidenza) il ruolo decisivo dell’assertività nel benessere psicologico e nella qualità delle relazioni interpersonali è stato lo psichiatra sudafricano Joseph Wolpe (1915-1997),  figura di spicco della terapia comportamentale. Egli ha elaborato per primo il termine assertiveness (assertività in inglese) per descrivere quella capacità di saper esprimere apertamente, senza esitazioni, le proprie opinioni e i sentimenti, senza dimenticare il valore del rispetto.

La comunicazione assertiva è quindi un modo di comunicare che si manifesta come “attivo e propositivo” verso l’altro e non in contrapposizione. Condizione essenziale, però, è una  buona fiducia nei confronti di se stessi; cioè per avere una modalità relazionale assertiva è necessario un buon livello di autostima. E’ fondamentale credere in se stessi e nelle proprie potenzialità. Questo significa che dobbiamo essere consapevoli in modo equilibrato dei nostri pregi, così come dobbiamo riconoscere i nostri punti di debolezza.

L’assertività è un tipo di comunicazione che intercetta pienamente i propri diritti e bisogni e, contemporaneamente, riconosce quelli altrui, “elevandosi” così da semplice modello relazionale a un “modello comportamentale con valenza sociale”.

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Massima espressione del rispetto

Secondo gli studi del Prof. Wolpe l’assertività è una delle forme più alte di riconoscimento degli inalienabili diritti dei nostri interlocutori, come soggetti della Comunicazione e come esseri umani; ovviamente questo vale anche per noi in prima persona. Proviamo a elencare i più importanti di questi diritti:

  • Il diritto ad essere trattato sempre con rispetto e con dignità a prescindere dalla propria posizione sociale o ruolo all’interno di gruppi e organizzazioni, sociali e professionali;
  • Il diritto di dire di NO;
  • Il diritto ad esprimere i propri sentimenti, le proprie emozioni e il proprio punto di vista;
  • Il diritto di riconoscere il proprio vissuto come importante allo stesso modo rispetto a quello degli altri;
  • Il diritto di chiedere ciò che si desidera o ciò di cui si sente il bisogno.
  • Il diritto di commettere errori e di sbagliare;
  • Il diritto  di poter cambiare idea;
  • Il diritto di scegliere se dare oppure no spiegazioni dei propri comportamenti;
  • Il diritto di non essere influenzati dal giudizio altrui;

Solo se riconosciamo questi diritti e li riconosciamo agli altri nostri interlocutori, abbiamo la possibilità di assumere posizioni e comportamenti autenticamente assertivi.

L’assertività è un’ abilità che ci rende più efficaci come “comunicatori” ma, più in generale, ci permette di essere percepiti più autentici come esseri umani. E questo, infine, ciò che può fare la vera differenza.

Dottor. Giuseppe Sferrazzo – Formatore e docente nell’ambito della Comunicazione efficace

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Psicologia del Benessere

Attacchi di panico.

Probabilmente, la maggior parte di noi, avrà avuto almeno una volta nella vita un attacco di panico o un malessere paragonabile ad una crisi acuta di ansia simile al panico.

L’attacco di panico spesso è un sintomo e, in quanto tale, non si presenta mai senza motivo anche se non sempre sono chiari i contesti e le situazioni che possono provocarlo.

Più che fare un elenco delle sensazioni e dei segni che contraddistinguono l’attacco di panico (chi l’ha avuto almeno una volta sa benissimo di cosa parlo), mi piacerebbe raccontarvi il fenomeno dell’attacco di panico che è comunque sempre e necessariamente legato alla storia unica di ciascuno di noi.

Prima di tutto, due parole sul corpo, estremamente attivato durante un attacco di panico.

Nel nostro quotidiano affaccendarci, il nostro corpo, non viene quasi mai avvertito e la consapevolezza della sua esistenza è quasi preriflessiva. Ci riposizioniamo poi sul corpo attraverso diverse modalità: un mal di testa, una malattia fisica, facendo sport o quando il corpo diventa motivo di attenzione da parte degli altri.

L’attacco di panico, inoltre, ha a che fare con la perdita di controllo e tale sensazione è sia emotiva (paura di impazzire o di morire), sia viscerale (palpitazione, tachicardia, sudorazione) e in quei momenti è molto comune vedere nell’attacco di panico la manifestazione di una malattia improvvisa.

Ma il punto è che: l’attacco di panico è un sintomo chiaramente esistenziale.

In genere si presenta nelle nostre vite quando ci sentiamo “costretti” nelle nostre possibilità d’azione, quando non ci sentiamo più comodi nelle scelte fatte o che pensiamo di aver fatto, quando smettiamo di scegliere chi siamo veramente. Esempi possono essere una relazione affettiva che non funziona ma dalla quale è difficile allontanarsi, una progettualità che non è più davvero nostra.

Ed ecco che l’attacco di panico, che vorremmo disperatamente eliminare, diventa la possibilità, l’occasione per fermarsi, comprendere, chiedere aiuto e cambiare.

E allora, forse, nella vita di ognuno di noi c’è un attacco di panico che aspetta solo di essere colto, “accolto” e compreso.

Dott.ssa Aurora Sergi – Psicologa &Psicoterapeuta

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Medicina integrata e Fitoterapia

Erba medica: padre di tutti gli alimenti.

L’aggettivo “medica” non può trarci in inganno; anche se il suo nome deriva alle regioni d’oriente, in particolare dalla Persia, l’erba medica viene impiegata nella medicina non convenzionale grazie alla presenza di particolari componenti chimici che generano di riflesso benefici per la salute di chi ne fa uso.

Ricordate il cartone animato “Heidi”?

Ad un certo punto della storia, la bambina, decide di raccogliere dell’erba medica per nutrire le sue caprette. Heidi sa che, alimentandole così, può arricchire il loro latte con ulteriori sostanze nutritive. In questo modo potrà rendere la sua colazione e quella della sua amica Clara decisamente più sostanziosa e saporita e, infine, potrà ottenere più latte per i formaggi del caro nonno. La paralisi di Clara verrà così superata; grazie al buon latte e all’aria di montagna.

Certo, far fede solo ad un cartone animato sarebbe assurdo, ma tutto è scientificamente provato!

Cos’è l’erba medica?

L’uso dell’erba medica risale a molti secoli fa, addirittura millenni. Pianta dalle origini Persiane, fu introdotta prima in Grecia e poi in Europa, naturalizzandosi alla fine anche in Italia. Cadde in disuso nel Medioevo, ma ricomparse nuovamente in Spagna grazie agli Arabi, per questa ragione, molte volte viene ricordata anche come “Erba Spagna”.

Appartenente alla famiglia delle leguminose; Il suo nome scientifico è Medicago Sativa, ma viene riconosciuta anche con il termine arabo Alfalfa che significa “padre di tutti gli alimenti”.  

Riesce a germinare e produrre massa vegetale su diversi terreni (pH ideale intorno a 7) e grazia al suo contenuto proteico e vitaminico può essere impiegata sia come foraggera per il bestiame sia come fonte di farina.

Si consiglia la semina poco prima dell’autunno in modo da far saldare bene le radici al terreno, mentre il miglior momento per falciare è quando la pianta è in fioritura. Gestisce bene la siccità ma si potrebbero verificare problemi con eventuali ristagni idrici.

L’erba medica, assieme ad altre colture foraggere, può contribuire a mitigare l’emergenza climatica, riducendo le emissioni di gas-serra e l’impatto ambientale delle produzioni orticole.

https://www.seminart.it/project/erba-medica/

Utile sia per il terreno che per il bestiame

Essendo una leguminosa compie anche azione azoto-fissatrice, dando notevoli benefici al terreno, soprattutto dopo una cultura di cereali autunno-vernini o Soalnaceae. L’azoto-fissazione è una funzione preziosa, che rende inutile l’uso di concimi chimici azotati riducendo notevolmente i rischi di contaminazione delle falde acquifere sottostanti.

Le rotazioni oltre ad aumentare la fertilità del terreno diminuisce anche i rischi di insorgenza di patologie delle piante evitando quindi trattamenti con anticrittogamici e pesticidi.

Il foraggio di medica migliora notevolmente le caratteristiche organolettiche del latte degli animali che ne consumano ed aumenta la capacità e la quantità di secrezione lattea, quindi di quantità in litri, per la presenza di fitoestrogeni. Al contrario, proprio per tale motivo, è sconsigliato il suo uso umano alle donne gravide o in allattamento.

Principi nutritivi

Grazie alle sue radici molto profonde (circa 15m), dette a fittone, questa pianta riesce a captare e assimilare minerali che altre piante non potrebbero mai raggiungere. Inoltre, si avvale di risorse idriche del sottosuolo non temendo così la siccità. L’erba medica è pertanto fonte di:

  • Saponine
  • Clorofilla
  • Fibre solubili e insolubili
  • Alcaloidi
  • Sali minerali come: Boro, Calcio, Cobalto, Ferro, Fosforo, Magnesio, Manganese, Potassio, Rame, Sodio, Silicio
  • 8 enzimi digestivi utili all’assimilazione del cibo
  • Fitoestrogeni
  • Vitamine (provitamina A, B, C, D, E, K, U)
http://www.enciclopedino.it/piante/erbamedica.html

Usi fitoterapici e nutrizionali

Solitamente, in fitoterapia, la doga impiegata è la pianta intera ad esclusione delle radici. Si adopera come:

  • Antinfiammatorio e cicatrizzante:

Queste attività sono legate alla presenza di saponine e prendono in considerazione l’uso esterno della pianta. Per un uso interno, in questo caso, la presenza di saponine non deve allarmarci, perché, affinché la saponina possa diventare pericolosa deve rimanere intatta.

Il processo di digestione rompe tranquillamente i legami molecolari fra zucchero e sapogenina e l’apparato digerente ha tutto il tempo per assimilare queste sostanze senza che causino il benché minimo effetto collaterale. In soggetti più sensibili, dosi importanti, potrebbero generare al massimo un gonfiore addominale.

  • Ipocolesterolemizzante e ipoglicemico.

Questa attività è legata alla presenza di fibra solubile. La fibra, infatti, accresce il numero di batteri utili nel colon, evitano l’assorbimento esagerato di grassi e zuccheri, prevengono malattie cardiovascolari e il diabete. È presente anche fibra insolubile, come la cellulosa, che miglio il transito intestinale, evitando problemi come stitichezza e infiammazioni dei diverticoli.

Funge anche da lassativo e diuretico naturale sempre per azione della fibra. Si suggerisce l’utilizzo di erba mendica anche a persone con scarso appetito o con problemi alimentari, in alcuni casi anche in situazioni di obesità. Assumere questa erba prima dei pasti fa sì che aumenti l’attività gastro-intestinale; al contrario dopo i pasti facilita l’assorbimento delle sostanze nutrienti più importanti.

  • Attività ormonale

Il componente chimico presente che genera questa azione è il cumestrolo, un fitoestrogeno, il cui utilizzo è consigliato a tutte le donne in menopausa che non vogliono o non possono affidarsi alle terapie ormonali classiche.

Il fitoestrogeno è una sostanza naturale simile agli estrogeni ed è in grado di diminuire: le vampate di calore, la colesterolemia e l’incidenza del tumore mammario nelle donne post-menopausa.

Nelle popolazioni orientali, dove l’uso di leguminose è giornaliero, si è riscontrato un basso livello di osteoporosi o malattie cardiovascolari, al contrario delle popolazioni occidentali, dove a prevalere sono nutrienti ad alto contenuto proteico. Stimola in maniera notevole anche la ghiandola tiroidea, inibendone il malfunzionamento.

  • Fonte proteica, di minerali e vitamine

È sicuramente la leguminosa con il più alto contenuto in proteine, superando la soia. Viene impiegato come ricostituente, nutriente e stimolante per chi ha carenza di vitamine e minerali. In particolare, è ricca di vitamina K, per mantenere ossa forti e come buon coagulante del sangue.

Vitamina C, che contrasta lo scorbuto, le emorragie ripetute e l’anemia. Per combattere l’anemia, inoltre, l’erba medica “si serve” dell’abbondante quantità di clorofilla in essa contenuta. Le vitamine B6, C ed E contribuiscono a depurare il fegato. La vitamina U limita l’insorgenza di ulcere e gastriti. La vitamina A, unita alla clorofilla, diventa un ottimo antimicrobico. I minerali presenti giocano un ruolo fondamentale per il buon funzionamento di tutti gli organismi viventi.

Le parti utilizzate in campo alimentare sono i germogli (ricchi soprattutto di vitamine e fibre) e le foglie. I germogli possono essere aggiunti alle insalate, frullati insieme ad altri ingredienti per salse, centrifugati e condimenti, uniti a formaggi o altro. Le foglie per tisane o per ricavarne un’ottima farina.

Controindicazioni

Sebbene l’erba medica sia un prodotto naturale, ciò non significa che non siano presenti effetti collaterali o non possa avere controindicazioni. Poiché questa pianta è un potente agglomerato di fibre, potrebbero rendere inefficace l’uso di antibiotici o di altri farmaci, limitandone l’assorbimento.

Anche i suoi semi, se non germogliati, risultano tossici e possono provocare squilibri a livello ematico. L’uso dell’erba medica per scopo terapeutico deve essere sempre concordato col medico curante o, comunque, è bene metterlo a conoscenza dell’utilizzo, chiarendo ogni possibile dubbio.

I pazienti con una particolare sensibilità verso uno o più componenti dell’erba medica, così come e le persone affette da gotta e da lupus eritematoso sistemico devono evitare assolutamente ogni suo derivato.

Dott.ssa Caterina Fedele – Tecnologo alimentare

BIBLIOGRAFIA

Messaggio al lettore: Ogni informazione presente in questo blog è puramente a scopo informativo. Non si intende in nessun modo sostituire figure professionali in campo medico e di consulenza.

Cosmesi e Cosmeceutica

Acido ialuronico: oltre la bellezza.

Chi di noi non ha mai visto o sentito una pubblicità in cui l’acido ialuronico viene presentato come rimedio di bellezza? Sentiamo spesso parlare di questa sostanza e ci sentiamo dire che fa bene alla pelle. Rientra infatti nella composizione di molte creme antirughe. Ma sapevate che può dare tanti altri effetti benefici per la salute? Scopriamo com’è fatta questa molecola e in quali altri modi viene utilizzata.

Cos’è l’acido ialuronico?

L’acido ialuronico (HA) è una molecola naturale ad elevato peso molecolare che si trova nella matrice extracellulare del tessuto connettivo.

Chimicamente, si tratta di un glicosamminoglicano, composto da unità disaccaridiche ripetute di acido D- glucuronico ed N-acetil glucosammina [1]:

Struttura chimica dell’acido ialuronico. Fonte: [4].

A cosa serve?

La sua funzione consiste nel mantenere la viscoelasticità della matrice extracellulare, supportando la struttura cellulare e fungendo da lubrificante [4].

Quali sono gli usi clinici?

Ortopedia

Foto di naturwohl-gesundheit da Pixabay

L’acido ialuronico è il componente principale del liquido sinoviale intra-articolare e per questa ragione è utilizzato in ortopedia nel trattamento dell’osteoartrosi [5]. Tale patologia, molto comune in età senile, provoca danni alla cartilagine e ai tessuti circostanti, generando dolore e perdita della normale funzionalità. Il trattamento con FANS e corticosteroidi risulta efficace, ma può provocare notevoli effetti collaterali; per questa ragione è stata introdotta la terapia con acido ialuronico, che consente di ottenere effetti benefici e nel contempo di ridurre gli effetti collaterali [1]. In particolare, la terapia consiste in infiltrazioni di preparati a base di acido ialuronico nelle cavità articolari (iniezioni intrarticolari) che generano degli effetti importanti per il benessere del paziente. La molecola iniettata infatti:

  • ha un’azione lubrificante: riduce l’attrito e protegge le articolazioni dagli urti;
  • funge da molecola segnale, favorendo la sintesi di HA endogeno e riducendo i marker di distruzione della cartilagine;
  • ha effetti antinfiammatori sui mediatori dell’infiammazione, riducendo la secrezione di prostaglandine e leucotrieni [5].

Medicina estetica

Foto di Gustavo Fring da Pexels

Iniezioni di acido ialuronico, sono utilizzate per ottenere un effetto antirughe facciali e periorali. Il filler di acido ialuronico viene iniettato nel derma medio-profondo, dopo aver accuratamente pulito la parte con un agente antisettico. La riduzione del dolore si ottiene con anestetici topici o con impacchi di ghiaccio. I siti di iniezione comuni sono le labbra, le pieghe naso-labiali, le rughe e generalizzate del viso. Una volta completate le iniezioni, al paziente deve essere applicato un impacco di ghiaccio per ridurre al minimo lividi e gonfiore [3].

Affezioni del cavo orale

L’acido ialuronico può risultare utile nel trattamento dell’afte, condizione infiammatoria che si presenta con una lesione ulcerosa della mucosa orale. La molecola, infatti, va a formare una barriera protettiva che permette di isolare la lesione, evitando che questa entri in contatto con lingua, saliva e cibo. Inoltre, favorisce il naturale processo di ricostruzione dei tessuti lesi e può essere utilizzato anche in gravidanza [2].

Oftalmologia

Foto di Nika Akin da Pixabay

In caso di occhio secco, caratterizzato da bruciore, fotofobia, prurito, lieve arrossamento, sensazione di corpo estraneo negli occhi, si può applicare l’acido ialuronico per uso oftalmico, 2-3 volte al giorno al bisogno. Il suo effetto idratante ne giustifica l’utilizzo. Anche in questo caso può essere utilizzato in gravidanza, ma può dare reazioni di ipersensibilità [2].

Conclusioni

L’acido ialuronico risulta essere un alleato per la nostra salute oltre che per l’aspetto estetico. Ciò è dovuto al fatto che si tratta di una molecola naturalmente presente nel nostro corpo, dalle proprietà idratanti, lubrificanti e protettive, che ne permettono numerose applicazioni cliniche.

Dott.ssa Graziella Migliorino – Farmacista

BIBLIOGRAFIA

  • [1] Abatangelo G, Vindigni V, Avruscio G, Pandis L, Brun P. Hyaluronic Acid: Redefining Its Role. Cells. 2020 Jul 21;9(7):1743. doi: 10.3390/cells9071743. PMID: 32708202; PMCID: PMC7409253.
  • [2] Giua Marassi C. et al, Inquadramento clinico e gestione dei disturbi minori in farmacia, Milano, Edra, 2017.
  • [3] Walker K, Basehore BM, Goyal A, et al. Hyaluronic Acid. [Updated 2020 Sep 29]. In: StatPearls [Internet]. Treasure Island (FL): StatPearls Publishing; 2021 Jan-. Available from: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK482440/
  • [4] Zhai P, Peng X, Li B, Liu Y, Sun H, Li X. The application of hyaluronic acid in bone regeneration. Int J Biol Macromol. 2020 May 15;151:1224-1239. doi: 10.1016/j.ijbiomac.2019.10.169. Epub 2019 Nov 18. PMID: 31751713.
  • [5] Zhang Y, Chen X, Tong Y, Luo J, Bi Q. Development and Prospect of Intra-Articular Injection in the Treatment of Osteoarthritis: A Review. J Pain Res. 2020;13:1941-1955 https://doi.org/10.2147/JPR.S260878

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Medicina integrata e Fitoterapia

Aromaterapia e nuove tecnologie indossabili

La strada che conduce verso la salute consiste nel farsi un bagno aromatico e un massaggio profumato al giorno” -Ippocrate

Alcuni studi affermano la poca consapevolezza che l’uomo ha del senso dell’olfatto ma, al contrario, risulta essere il più sviluppato di tutti i sensi sin dalla nascita.

Basti pensare al fatto che, sin da bambini, riconosciamo la mamma e i nostri cari grazie al senso dell’olfatto oppure tutti i meccanismi chimici che si attivano nel nostro corpo dopo che ci viene presentato in tavola il nostro piatto preferito. Che ne siamo o meno consciamente consapevoli, gli effetti del profumo raggiungono il punto più profondo del nostro corpo e della nostra psiche. (Sauro Brusa, 2005)

L’aromaterapia

L’utilizzo delle essenze è noto fin dell’inizio dei tempi, basti pensare al popolo deli egizi, dei greci e dei romani. Grazie ad un lavoro divulgativo del medico Jean Valnet negli anni 60’ venne favorita la rinascita dell’interesse scientifico per le possibilità farmacologiche dell’aromaterapia, ancora oggi insegnate in diverse università europee.

L’Aromaterapia è un settore particolare della fitoterapia che utilizza oli essenziali, ottenuti per distillazione in corrente di vapore, spremitura a freddo o enfleurage (Morelli, et al., 2005), a partire da: piante, fiori, resine e alberi ed hanno lo scopo di aiutarci a trovare sollievo sotto diversi aspetti. Le essenze, attraverso il senso dell’olfatto, risvegliano in noi particolari memorie, energie e atteggiamenti psicologici.

Gli oli essenziali vengono divisi in 3 categorie principali dette note (M.C.Martini, 2015):

  • Note di testa;
  • Note di cuore;
  • Note di fondo.

Possono essere assunti sotto varie forme; la più classica è quella inalatoria, grazie ai profumatori per ambiente, ma negli ultimi tempi sono state realizzate anche nuove tecnologie.

Da Zen Store, a cura di Zen Blog

La stimolazione aromatica agisce principalmente sul sistema nervoso con notevoli effetti psichici e immediati benefici, sia sull’umore che sullo stato d’animo. L’applicazione degli oli essenziali sui punti dell’agopuntura potenzia le loro virtù curative.

Ogni olio essenziale ha le sue particolari caratteristiche che lo rendono adatto per un determinato fine. Gli stimoli olfattivi di particolari odori attivano determinate ghiandole del sistema endocrino, stimolandole a produrre di particolari mediatori (adrenalina, endorfina, ecc.) che regolano in gran parte il nostro stato di equilibrio fisiologico (omeostasi).

Nuove tecnologie indossabili

Sappiamo bene che il mondo e la tecnologia è sempre in continuo divenire, e anche nel campo dell’aromaterapia sono state realizzate alcune innovazioni. Si tratta di nuove tecnologie indossabili, di origine americana, che favoriscono la diffusione delle essenze senza l’utilizzo dei classici profumatori per ambienti.

Il supporto permetterà di avere un’essenza personalizzata sempre a portata di mano in base alle esigenze di ognuno, sempre nel rispetto della sostenibilità ambientale dato che si tratta di un supporto totalmente veg e realizzato con materiali sostenibili. Non si tratta di un dispositivo medico ma può comunque dare sollievo in diverse situazioni quotidiane.

Si distinguono diverse fragranze utilizzabili, in particolare:

Limone: aiuta in caso di disturbi d’ansianervosismo, mal di testa. Previene blocchi del sistema nervoso simpatico, stimola funzioni del parasimpatico, infonde coraggio, determinazione e migliora la memoria.

Arancio: Genera una sensazione di freschezza e rilassamento generale donando un effetto benefico sul morale, accrescere la gioia.

  • antispasmodico: azione rilassante sulla muscolatura ed è indicato in caso tensione muscolare, stanchezza e stress.
  • digestivo: rendendo più facile la prevenzione del meteorismo intestinale e della stitichezza.

Pompelmo: favorisce la corretta funzionalità delle ghiandole endocrine (soprattutto l’ipotalamo) nella produzioni di ormoni regolatori delle funzioni primarie dell’organismo, come il ciclo fame/sazietà. Per questa ragione è indicato nel trattamento della fame nervosa. Quest’azione regolatrice del sistema ormonale ha anche come effetto l’aumento delle difese immunitarie.

Lavanda: esercita un’azione riequilibrante del sistema nervoso centrale, essendo contemporaneamente tonico e sedativo. Calma l’ansia, l’agitazione, il nervosismo, allevia il mal di testa e i disturbi causati dallo stress. Inspirato profondamente, aiuta a prendere sonno in caso di insonnia.

Eucalipto: Genera una particolare sensazione balsamica.

  • energizzante: aiuta a recuperare concentrazione e da freschezza, sul piano psichico favorisce l’apprendimento.
  • decongestionante: calma l’irritazione delle mucose nasali, fluidifica il catarro facilitando l’espulsione del muco, soprattutto nei casi di: raffreddore e mal di testa causato da sinusiterinite e tosse.

Dott.ssa Rita Villani – Tecnico Erborista

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BIBLIOGRAFIA

  • M.C.Martini, 2015. Profumi. EMC – Cosmetologia Medica e Medicina degli Inestetismi Cutanei, 12(1), pp. 1-7.
  • Morelli, I., Flamini, G. & Pistelli, L., 2005. Manuale dell’erborista: Biosintesi, estrazione ed identificazione delle sostanze di origine vegetale.. Milano: Tecniche Nuove.
  • Sauro Brusa, D., 2005. Aromaterapia: dall’alchimia agli oli essenziali, gli aromi degli astri, dei colori e del Feng.Shui, summary. Universita’ Europea Jean Monnet – medicine bio alternatire: Bruxelles.
  • Zen Store: Come realizzare un profumo fai da te con oli essenziali o fragranze, a cura di Zane Blog https://blog.zenstore.it/Come-realizzare-un-profumo-fai-da-te-con-oli-essenziali-o-fragranze/

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Psicologia del Benessere

Quanto è difficile essere veramente gentili?

Questo è già il terzo post della serie “Quanto è difficile…” e devo dire che piano piano stiamo snocciolando la filosofia che sta dietro al Metodo in chiave moderna e molto attuale. I concetti che si celano dietro al Metodo, sono universali, fuori dal tempo e dallo spazio e per questo validi ancora oggi, dopo 100 anni, anzi dopo migliaia di anni. Ricordo infatti che molto di ciò che è stato divulgato dal Dr Bach prende spunto dalle filosofie orientali oltre che dalla religione cristinana.

La Bibbia è intrisa di gentilezza, si trova più spesso di quanto si immagini ed anche il Dr Bach nei suoi libri riporta versetti della Bibbia per rafforzare quel che vuole insegnarci. Gentilezza è sinonimo di Amore, di Libertà e di Ascolto.

Nel libro “Voi soffrite a causa vostra” il Dr Bach ci dà una lezione di vita:

Per guadagnare la nostra libertà dal dolore e dalla sofferenza è necessario agire con squisita delicatezza, non fare mai del male ad un altro con il pensiero, la parola o l’azione. Ricordate che tutte le persone stanno lavorando per raggiungere la loro salvezza e per farlo devono acquisire le loro esperienze, conoscere le insidie del mondo e, per mezzo del loro sforzo, trovare il sentiero che porta alla vetta della montagna.

Il massimo che possiamo fare quando noi abbiamo un po’ di conoscenza ed esperienza in più rispetto ai fratelli più giovani, è di guidarli gentilmente. Se ci ascolteranno, benissimo, se non lo faranno dobbiamo aspettare pazientemente finché non avranno acquisito più esperienza per mostrargli lo sbaglio commesso, per poter così alla fine di nuovo avvicinarsi a noi.

Dovremmo sforzarci ad essere così gentili, così calmi, così pazienti nell’aiutarli, che arriveremo a muoverci tra i nostri simili come un soffio d’aria o un raggio di sole, sempre pronti ad aiutarli quando ce lo chiedono, ma senza mai imporre i nostri punti di vista.

Il Dr Bach aiutava le persone senza pretendere niente in cambio e le persone, riconoscendo i benefici che traevano dalle sue cure, lo ricompensavano con piccole somme di denaro e alimenti per il suo sostentamento. Questa non è estrema gentilezza? 

Un manuale che mi sento di consigliare è “La biologia della gentilezza”, un libro che si trova facilmente su Amazon e Ebay e parla di come lo stile di vita influisca sul nostro DNA e di conseguenza sulla salute, sul benessere e sulla longevità. Alla base c’è una grande collaborazione tra Immanulaca De Vivo e Daniel Lumera attraverso una lunga ricerca scientifica, che conferma alcune teorie ed intuizioni sulla meditazione e la pace interiore. 

Senza uscire troppo dal seminato, ricordiamo che il Dr Bach fu operato d’urgenza a 31 anni per un tumore alla milza e che gli diagnosticarono solo tre mesi di vita. Si immerse così tanto nelle sue ricerche da perdere la nozione del tempo, ritrovandosi dopo tre mesi più in forma che mai. Giunse così alla conclusione che un interesse totalizzante e un obiettivo forte nella vita sono fattori determinanti per la felicità e la salute dell’uomo.

Essere veramente gentili credo sia questo: capire che alla base della gentilezza c’è l’obiettivo di regalare liberamente gesti gentili senza condizioni, nè condizionamenti, ma con spontaneità, coscienza e consapevolezza.

Dott. Francesco ScrivoBFRP – Farmacista digital , Management della Farmacia, Medicina Funzionale Regolatoria, Comunicazione Consuasiva

Per una consulenza sui Fiori di Bach scrivimi a consigliofioridibach@gmail.com

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Medicina integrata e Fitoterapia

Sistema immunitario e fitoterapia

Con l’arrivo del Covid-19, i salotti televisivi e i social si sono popolati di illustri immunologi il cui tema principale era il sistema immunitario e il suo funzionamento. E con esso sono apparsi sugli scaffali delle farmacie o delle erboristerie, nella pagine Facebook od Instragram, nuovi prodotti e molecole dalle proprietà miracolose sul sistema immunitario.

Quercitina e lattoferrina son state la novità 2020/21, seguite a ruota dalla vitimina D e poi dalla cara e vecchia vitamina C e dall’Echinacea.

In tutto questo chiacchiericcio di prodotti, molecole e “vaccini” e altro, spesso quello che è poco chiaro, è dove questi prodotti agiscono e soprattutto in che modo. Questo perchè quando si parla di sistema immunitario in realtà si apre un mondo immenso e vasto, fatto di cellule, organi, sostanze che fanno parte o che vengono prodotte dal nostro organismo in risposta ad un agente esterno.

Ma il sistema immunitario da cosa è composto? E come agisce?

Il sistema immunitario è un INSIEME DI ORGANI E CELLULE CHE CONTRIBUISCONO ALLA RISPOSTA IMMUNITARIA: capacità di “conoscere” le proprie cellule (self) e di “riconoscere” come estranee le cellule di un altro organismo (non-self) .

L’uomo, come la maggior parte dei vertebrati, possiedono due tipi di difese per combattere gli agenti esterni:

Immunità innata: presente fin dalla nascita, più veloce ad agire ma meno efficace;

Immunità acquisita: si sviluppa a seguito all’esposizione dell’agente esterno, più lenta ad agire ma di maggior efficacia.

Immunità innata: la nostra prima difesa

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L’immunità innata è costituita da barriere fisiche/chimiche come la cute e le mucose o i liquidi corporei come le secrezioni salivari e gastriche; oppure da cellule come i linfociti NK (Natural killer), mastociti, gli eosinofili, i basofili, i macrofagi, i neutrofili e le cellule dendritiche le quali attraverso diversi meccanismi sono in grado di identificare ed eliminare i microrganismi.

Questi meccanismi possono prevedere la produzione di molecole solubili come citochine infiammatorie, interferoni, fattori di necrosi tumorale, attivazione del sistema del complemento, oppure attraverso meccanismi come la fagocitosi e l’infiammazione.

L’infiammazione è la reazione dell’organismo all’invasione da parte di un agente patogeno o a stimoli fisici o chimici (ferite, esposizione a T troppo alte o basse, danni da insulti meccanici, azione di acidi o alcali, radiazioni…).

Immunità acquisita: la cavalleria del nostro corpo

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L’immunità acquisita è più lenta di quella innata, ma ha un’efficacia maggiore. Si manifesta solo dopo il contatto con l’antigene e si distingue in immunità cellulo mediata e immunità mediata da anticorpi.

La prima è costituita da due classi di cellule che sono le APC (cellule che presentano l’antigene, Ag): macrofagi e cellule dendritiche (nella pelle e nelle mucose, dove si chiamano cellule di Langerhans); i LINFOCITI: linfociti B (attivati, si trasformano in PLASMACELLULE capaci di produrre anticorpi); linfociti T (attivati possono partecipare direttamente all’eliminazione dell’antigene o attivare i linfociti B); cellule Natural-Killer.

L’antigene è una cellula o una molecola non-self. Può essere un batterio o un virus, sostanze prodotte dal microrganismo stesso, cellule cancerose.

I linfociti B e T, sono i cavalieri del sistema immunitario, originano dalle cellule staminali nel midollo osseo dove si differenziano e maturano, e poi migrano in altri parti del corpo. I linfociti T, concludono la loro maturazione nel timo, dove acquisiscono la capacità di prendere parte alla riposta immunitaria.

I linfociti T si differenziano in linfociti T citotossici, che dopo attivazione riconoscono e uccidono cellule APC che espongono l’antigene, ed in linfociti T helper, che una volta attivati contribuiscono all’attivazione dei linfociti B e dei linfociti T citotossici. Una volta attivati, i linfociti T citotossici si dividono in nuovi linfociti T citotossici e della memoria.

L’incontro fra le cellule APC che espongono un frammento di un Ag e un Linfocita T helper porta alla produzione di citochine da parte del T Helper responsabili dell’ attivazione del linfocita B.

Il linfocita B attivato si moltiplica e da origine a dei cloni di cellule che si dividono in Plasmacellule e Cellule B della memoria.

Le plasmacellule sono la “fabbrica” degli anticorpi, che sono l’artiglieria pesante del nostro organismo. Una volta finita la loro azione le plasmacellule vanno incontro ad apoptosi.

Le cellule B della memoria invece continuano a vivere e a produrre piccole quantità di anticorpi. In seguito al contatto con l’antigene, queste si differenziano di nuovo in plasmacellule e cellule della memoria.

Fitoterapia e sistema immunitario: Come funziona?

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Dopo aver fatto una panoramica sulla composizione e sul funzionamento del sistema immunitario, possiamo immergerci nel mondo dell’integrazione e come questa può lavorare sul nostro organismo.

Gli integratori presenti sul mercato possono essere costituiti da sostanze naturali, per la maggior parte di origine vegetale, spesso in associazione con minerali e vitamine.

Echinacea: la regina degli immunostimolanti

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La corona per la migliore pianta che stimola il sistema immunitario appartiene all’Echinacea, una pianta originaria del Nord America, di cui esistono diverse cultivar. In ambito terapeutico le specie più utilizzate sono la Echinacea purpurea, pallida ed angustifolia.

Il fitocomplesso dell’Echinacea contiene innumerevoli principi attivi dalle diverse proprietà, ma quello che caratterizza di più questa pianta è la presenza di un pool di polisaccaridi dalle proprietà immunostimolanti ed immunomodulanti, e da fenoli, il cui maggiore rappresentante è l’echinacoside dalle proprietà antibiotiche e batteriostatiche.

In particolare, l’Echinacea, stimola l’attività dei macrofagi, i quali fanno parte dell’immunità innata, e la capacità da parte di questi di produrre interleuchine in grado di attivare la risposta immunitaria e velocizzare l’immunità acquisita.

Uncaria Tomentosa: la pianta “unghia di gatto”

L’uncaria (Uncaria Tomentosa) è una pianta originaria del Sudamerica particolarmente diffusa in Perù, conosciuta anche con il nome di unghia di gatto a causa delle spine ricurve che utilizza per sostenersi agli alberi, che ricordano le unghie di questo felino.

La sua corteccia è ricca di principi attivi, tra i quali spiccano gli alcaloidi, sostanze alle quali sono attribuite attività antinfiammatoria e di sostegno delle naturali difese dell’organismo.

Questi alcaloidi ossindolici pentaciclici, agiscono principalmente a livello dei macrofagi stimolando la fagocitosi degli agenti patogeni. Inoltre stimola il rilascio di interleuchine, in particolare la IL1 e IL6 che attivano la risposta immunitaria.

Lattoferrina: direttamente dal colostro

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Un molecola, conosciuta da anni nel campo dell’integrazione, ma che ha avuto successo con l’era Covid, è stata la Lattoferrina. Questa molecola, chè è una glicoproteina legante il ferro, è presente principalmente nel colostro dei mammiferi, ma anche in altri fluidi coroporei come nella saliva e nelle lacrime, svolge un ruolo importante nella regolazione immunitaria e nei meccanismi di difesa contro batteri, funghi e virus. La capacità di legare il ferro della lattoferrina è correlata all’inibizione della crescita microbica nonché alla modulazione della motilità, dell’aggregazione e della formazione del biofilm da parte dei batteri patogeni. Indipendentemente dalla capacità di legare il ferro, la lattoferrina interagisce con le superfici microbiche, virali e cellulari inibendo così l’adesione microbica e virale e l’ingresso nelle cellule ospiti. La lattoferrina può essere considerata non solo un agente di difesa primario contro le infezioni dellle mucose, ma anche un regolatore polivalente che interagisce nei processi infettivi virali. La sua attività antivirale, dimostrata contro virus sia rivestiti che nudi, si trova nella fase iniziale dell’infezione, impedendo l’ingresso del virus nella cellula ospite. Questa attività viene esercitata legandosi ai recettori cellulari glicosaminoglicani di eparan solfato, o particelle virali o entrambi.

Inoltre studi recenti hanno dimostrato che la lattoferrina è in grado di stimolare la maturazione dei Linfociti T e B (immunità acquisità) e il rilascio di interleuchine con attivazione della risposta immunitaria.

Quercetina: la molecola anti-covid

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La corona per la novità dell’anno 2020/21 come miglior molecola anti covid va alla quercetina, un flavonoide presente in natura in moltissime piante.

Questa si trova in una notevole varietà di alimenti tra cui mele, bacche come mirtilli e lamponi, verdure come il broccolo, capperi, uva, cipolle, scalogno, tè e pomodori, oltre a molti semi, noci, fiori, cortecce e foglie. La quercetina si trova anche in piante medicinali, tra cui Ginkgo biloba, Hypericum perforatum e Sambucus canadensis.

La quercetina inoltre è presente in vari tipi di miele.

Questa molecola ha dimostrato in moltissimi studi in vitro ed in vivo di avere numerose attività, soprattutto la capacità di modulare l’infiammazione. Per quanto riguarda l’attività sul sistema immunitario la quercetina possiede proprietà immunomodulanti e immunostimolanti agendo sul rilascio delle interleuchine IL1 e IL6.

Oltre a queste proprietà, la quercetina da recenti studi condotti in vitro ed in vivo è in grado di intervenire in alcuni passaggi delle fasi della replicazione del Covid, inibendo quindi la divisione cellulare. Inoltre la quercetina è in grado di agire anche sul legame virus-cellula ospite, limitando quindi l’infezione.

Micoterapia: la medicina del futuro

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La micoterapia richiederebbe un articolo a se per le innumerevoli proprietà che possiede, soprattutto per quanto riguarda il sistema immunitario.

In particolare, il Ganoderma Lucidum, conosciuto come Reishi o fungo dell’immortalità, è studiato principalmente in ambito oncologico per la sua capacità di modulare la risposta immunologica, il rilascio di citochine infiammatorie e le proprietà anti-cancro.

I polisaccaridi contenuti nel Reishi attivano la risposta immunitaria e inibiscono la crescita tumorale agendo sul sistema immunitario. Difatti gli estratti del reishi, soprattutto i Betaglucani, attivano le cellule natural killer e i Linfociti T citotossici, inibendo quindi la proliferazione delle cellule cancerose. Inoltre, stimolano la maturazione dei linfociti B e di altri componenti del sistema immunitario, come le cellule dendritiche e i fagociti, i quali intervengono anche loro nella modulazione della crescita tumorale.

I beta glucani, che sono contenuti anche in altri funghi come lo Shiitake e il Maitake, hanno dimostrato di modulare la risposta immunitari stimolando la produzione di interleuchine che attivano i Linfociti T e le cellule Natural Killer.

Grazie a queste loro proprietà, i funghi medicinali vengono proposti in terapie complementari in ambito oncologico ma anche in patologie causate da virus come l’HIV e l’epatite.

Dott. Daniele RedolfiFarmacista ed erborista

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Medicina integrata e Fitoterapia

La Dittrichia viscosa (L.) W. Greuther, una pianta dimenticata, che “RITORNA A FIORIRE”.

La Dittrichia viscosa (L.) W. Greuther è una pianta perenne, folta, generalmente sempreverde, della famiglia delle Asteraceae, piuttosto comune nelle regioni del Mediterraneo (Zermane et al., 2011).

L’appellativo “Dittrichia ” è dedicato a Manfred Dittrich, un botanico tedesco nato nel 1934, specialista delle Asteraceae e direttore del Giardino botanico di Berlino; mentre l’epiteto specifico latino “viscosus-a, -um”, si riferisce alla viscosità della pianta (Zepigi&Anja, 2008).

Il sinonimo più utilizzato è senza dubbio Inula viscosa (L.) Aiton, ma vi sono anche denominazioni volgari come: Enula cepittoni, Ceppica, Tabaccara, Prucara, Pruteca e nel mondo viene riconosciuta anche come: Klebriger Alant in tedesco; False Yellowhead, Woody Fleabane in inglese; Olivarda in spagnolo e Inule visqueusein in francese.

Diffusione e morfologia

L’Inula viscosa è una pianta di natura arbustiva solitamente alta tra i 50 e i 150 cm, dall’odore caratteristico, con cauli eretti lignificati alla base e riccamente ricoperti da foglie.

Le foglie, lineari-lanceolate (6-12 x 40-60 mm), sono ruvide e verdi con la pagina superiore ricoperta di peli e ghiandole; i margini della lamina possono presentarsi intere o con dentelli acuti (Pignatti, 1982).

La fioritura avviene in autunno e l’infiorescenza è il capolino. Si distinguono diversi capolini su un singolo stelo, quasi a formare una pannocchia, e sono di colore giallo oro (diam.1-1.5 mm) circondati da un involucro squamoso conico (Prisa, 2019). I fiori periferici sono ligulati, femminili e di colore giallo brillante, gli interni sono ermafroditi e tubulari sempre di colore giallo; la corolla presenta cinque denti (Pignatti, 1982).

I frutti sono costituiti da acheni biancastri di 2 mm sormontati da un pappo di peli con alla base una coroncina membranacea finemente dentellata. L’impollinazione è a carico di insetti pronubi come api e insetti simili, la dispersione del seme è di tipo anemofila (Zepigi & Anja, 2008).

Viene definita da diversi autori “pianta tipica delle regioni mediterranee” (Pignatti, 1982; Parolin et al., 2013a; Prisa, 2019) perché è presente in Europa meridionale (Francia, Spagna, Grecia, Italia, Bulgaria) Turchia, Medio Oriente (Israele, Giordania e Siria) Africa settentrionale (Algeria, Egitto, Libia) e non si distingue un particolare microhabitat.

È molto semplice riconoscerla in ambienti rurali e nei pressi di banchine stradali, preferisce un suolo calcareo e argilloso, molte volte acido ed essendo una specie eliofila è possibile trovarla da 0 a 800 m s.l.m. (Zepigi&Anja,2008).

Per la sua ampia distribuzione è considerata un’infestante e per diversi anni non sono stati svolti studi scientifici sulle sue potenzialità ma, negli ultimi anni, è stata largamente rivalutata.

Dipartimento di Scienze della Vita, Università di Trieste, di Andrea Moro

Attività nel settore medico

L’Inula è stata utilizzata per anni nella medicina popolare per le sue attività antinfiammatorie e antibatteriche (Celik & Aslantürk, 2010). Veniva adoperata per disturbi del fegato, ma anche come antipiretico e antifungino (Chiappini et al., 1982; Wollenweber et al., 1991; Gayla et al., 2010).

Sia gli estratti integrali che alcuni metaboliti isolati hanno mostrato attività antifungina nei confronti di dermatofiti e Candida albicans (Maoz & Neeman, 2000) oppure proprietà antiossidanti ed effetti antinfiammatori nei ratti (Schinella et al., 2002). Sesquiterpeni, tomentosina e inuviscolide hanno indotto l’apoptosi delle cellule di melanoma umano (Rozenbalt et al., 2008).

Si distinguono studi interessanti condotti di recente in relazione all’attività antitumorale, come quello di Bar-Shalom et al. (2019), e sul trattamento di malattie esotiche, come quello di Zeouk et al. (2020).

Lo studio condotto da Bar-Shalom et al. (2019) ha preso in considerazione l’impiego di estratti di inula nel trattamento del tumore al colon retto. Lo scopo dello studio era quello di esaminare i potenziali effetti benefici dell’estratto acquoso di foglie di inula sulla crescita delle cellule tumorali al colon in vitro e in vivo.

I risultati hanno indicato che, l’esposizione delle cellule tumorali al colon-retto all’estratto, riduce in maniera significativa la vitalità delle cellule in modo dose e tempo dipendente. Inoltre, il trattamento delle cellule (in coltura) con 300 µg / ml di estratto ne induceva apoptosi, e questa condizione è stata dimostrata da diversi test. Studi in vivo hanno rivelato che il trattamento con 150 o 300 mg / kg di estratto inibiva la crescita del tumore nei topi.

Un grave problema per la comunità scientifica sono gli effetti collaterali legati ai trattamenti antitumorali. Adoperando gli estratti di inula nessun effetto collaterale come: perdita di peso, cambiamenti di comportamento, pelliccia arruffata o cambiamenti nei reni e nelle funzioni epatiche sono state osservate su topi.

Questo sta a significare che le dosi attive dell’estratto non sono tossiche per i soggetti in esame. Tuttavia, occorrono ancora studi per isolare il fitocomplesso o le molecole responsabili di questa attività ed occorreranno altri test su cavie prima di poter testare gli estratti sull’uomo.

Lo studio di Zeouk et al. (2020) invece è basato sull’impiego di estratti frazionati di inula per il trattamento di malattie tropicali come la leishmaniosi e la tripanosomiasi americana. Nello stesso studio otto composti noti sono stati identificati dall’estratto etanolico delle foglie; tra questi i sesquiterpenoidi (3 e 4) e i flavonoidi (5 e 6) rappresentano i principali costituenti bioattivi.

I lattoni 3 e 4 hanno mostrato una promettente attività antiparassitaria contro L. donovani, L. amazonensis epimastigotes e T. cruzi. Inoltre, i composti bioattivi 4, 5 e 6 hanno mostrato un effetto maggiore verso L. amazonensis.

L’analisi della relazione struttura-attività (SAR) dell’attività antiprotozoica ha rivelato che la lattonizzazione o l’ossidazione ne hanno migliorato il profilo biologico, suggerendo che la parte idrofobica era presumibilmente coinvolta nell’attività farmacologica aumentando l’affinità e la permeabilità della membrana cellulare.

Al fine di ottenere una panoramica del meccanismo d’azione di questi composti, sono stati eseguiti esperimenti di morte cellulare programmata (PCD) e i risultati ottenuti mostrano un’attività consistente.

Da Zeouk et al. (2020): Costituenti chimici degli estratti frazionati

Dott.ssa Rita Villani – Tecnico Erborista

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BIBLIOGRAFIA

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